Il Cammino di san Benedetto

Umbria/Lazio

16 tappe


Il Cammino di San Benedetto non l'ho percorso tutto tutto a piedi. Colpa di Angelo, che viene a prendermi con la macchina allo sbocco delle gole della Melfa e, dopo un primo tentativo andato a vuoto, mi convince a salire e mi porta alla meta di giornata. L'avevo contattato il giorno prima affinché mi facesse da guida ad un eremo benedettino. Lui non solo lo fa, ma mi scarrozza tra le attrattive del suo paese, di cui mi racconta tutta la sua storia, antica e recente: Roccasecca è infatti patria di Tommaso d'Aquino, il celebre teologo medievale, e fu coinvolta nelle battaglie per lo sfondamento della linea Gustav, nella primavera del 1944. Mi racconta tutta la storia del Cammino e di come qui sono orgogliosi di avere persino anticipato l'uscita della prima guida, avvenuta nel 2012.
E colpa pure di Rita. Giunti a Castel di Tora, le telefoniamo per avvisarla del nostro arrivo e per sapere se può accoglierci. Lei viene subito a prenderci, perché si sta scatenando il temporale e ci porta al suo negozio di pesca. Rita infatti non è la proprietaria di una struttura ricettiva, ma una persona qualsiasi, che si è entusiasmata del Cammino e ha dato la disponibilità ad ospitare pellegrini a casa sua. Così quel pomeriggio facciamo un giro lungo il lago, staimo con lei al negozio, sentiamo i suoi discorsi sulla pesca no-kill alla carpe, i pesci centenari, andiamo a trovare un suo amico, un professore tedesco di Roma che si è costruito una casetta in abete sul lago. Infine ci lascia le chiavi di casa sua, perché lei deve andare a votare nel suo paese di residenza, in Abruzzo.
Se ve lo stavate chiedendo, non sono passato al pluralis maiestatis, ma il fatto è che ero sì partito da solo, ma quel giorno trovo un compagno di viaggio, Flavio, padovano, con cui avrei condiviso tre tappe, prima che il suo passo da bersagliere mi lasciasse indietro e mi desse due giorni di distacco a fine viaggio. Ci troviamo subito in sintonia e, nei tratti noiosi, ci mettiamo a parlare dei rispettivi viaggi a piedi. Lui è andato a Santiago da diverse vie e ha anche fatto la GEA nella sua interezza, un mese sperso nell'Appennino. È appassionato di cultura contadina e degli attrezzi da lavoro: nel primo paese che raggiungiamo insieme ce n'è un museo diffuso e si perde a rimirarli. Ha quasi 15 anni meno di me e faccio fatica a tenere il suo ritmo: nei tre giorni a venire mi aspetteranno delle belle sudate e ansimate, se così si può dire.

Ma torniamo all'inizio. Ero partito da Norcia, diretto a Monteccassino, passando per Subiaco. Sono i tre luoghi principali dell'avventura terrena di Benedetto da Norcia, il fondatore del monachesimo occidentale. Un cammino dedicato a lui è in qualche modo una contraddizione, perché nell'unico documento storico pervenutoci dal suo passaggio terreno, la Regola, impone ai suoi monaci la stabilitas, ovvero di trascorrere tutta la vita nello stesso monastero. Infatti lui disprezzava i monaci erranti, che considerava alla stregua di vagabondi. Mi ero ripromesso di chiedere un parere ai monaci che avrei incontrato, ma alla fine me ne dimentico sempre, non so quanto involontariamente. Non lo faccio col monaco irlandese dalla barba rosso fuoco che mi fa il primo timbro sulla credenziale. Non lo faccio col monaco di Santa Scolastica, che mi vende i prodotti erboristici e vuole assolutamente che mi sposi e prolifichi, anche se non ho capito bene con chi dovrei farlo. Non posso chiederlo ai monaci in tonaca nera, in mezzo a cui partecipo ai vespri cantati in gregoriano, perché mi accolgono tra di loro senza proferire parola. Tuttavia, l'idea non è così peregrina, se prima ancora che fosse pubblicate la guida, quattro suore benedettine, due tedesche e due ceche, si erano avventurate da Subiaco a Montecassino per ripercorre il viaggio di Benedetto. Erano piombate a Roccasecca un pomeriggio e il giorno dopo Angelo le aveva accompagnate per un tratto lungo i sentieri.
Io sono meno avventuroso. Seguo una guida accuratissima e sono sempre attento alle segnalazioni (o quasi). Attraverso la piana di Santa Scolastica, coi papaveri e i fiordalisi, le foreste di querce dell'Umbria, dormo sopra una tomba dell'Età del Ferro, mangio la marmellata di liquirizia e lo scorsone, mi sveglio immerso nella nebbia, varco i confini del Regno delle Due Sicilie, soggiorno in un hotel con piscina, attraverso le faggete ricoperte di muschio e licheni dei monti Reatini, salgo all'alba dove san Francesco si ritirava a pregare, sono accolto in una comunità di ex-tossici, varco il fiume Velino, metto a mollo nel fiume i piedi accaldati, vedo un calabrone venire a bere accanto a me, mi arrampico per i borghi medievali arroccati, attraverso una piana fangosa, mangio in un monastero diroccato e sopra un blocco dell'età imperiale, mi sveglio alle 5, vedo il sole spuntare sopra un mare di nebbia, grondo sudore, ho l'autista privato, marcio per più di trenta chilometri in un giorno, varco ponti romani e medievali, mi godo un monastero in solitudine, vedo un albergo aprire solo per me, percorro sentieri millenari, cammino in attesa del temporale, sono scambiato per straniero solo perché ho uno zaino, dormo 18 giorni in 17 posti diversi, partecipo alle Lodi in gregoriano nella chiesa infiorata, sono candidato alla santità da un monaco solo perché vado a piedi, mangio dal cuoco dei monaci, passo sotto l'arco di un'acropoli megalitica, scendo nelle gole di un fiume, salgo a un eremo, all'obelisco dei polacchi, scendo per una strada romana, passo una notte a vomitare per non aver digerito i peperoni e, infine, ho un rimborso per la mezz'ora di ritardo del Frecciarossa.

Certo mi imbatto anche in cose che non mi piacciono. All'inizio Cascia, una via di mezzo tra un parco a tema religioso e un centro commerciale per pellegrini. La basilica di santa Rita, poi, potrebbe essere la chiesa del Caesar's Palace di Las Vegas. Poi la spazzatura trovata qua è là sui monti. Tuttavia, leggendo un libro sul parco dei Lucretili, scopro che nei decenni scorsi moltissimo è stato fatto per risollevarli dalla catastrofica situazione ambientale in cui si trovavano prima dell'istituzione del parco: spazzatura, speculazione edilizia, abusivismo erano allora la norma. Oggi gli episodi sono molto localizzati. Montecassino è principalmente una meta turistica, in cui pullman scaricano gitanti in canotta e ciabatte e l'accoglienza è fatta da anonimo personale esterno anziché dai monaci. Per quanto riguarda il percorso, apprezzo poco quasi tutte le ultime tappe, che si sono svolte in un ambiente molto antropizzato, anche industrializzato nella valle del Liri, ma soprattutto mi hanno costretto a percorre molti chilometri su asfalto. Quasi sempre su stradine dove è ben improbabile finire investiti, intendiamoci, ma per uno abituato a percorrere giri di otto ore lontano dalla civiltà dell'auto, alcuni tratti sono una vera purga.
Invece l'aspetto che apprezzo di più sono gli incontri con le persone. Persone qualsiasi, che incrocio nelle occasioni più disparate e cercano il contatto con me. Incuriosite dal mio zaino, anche invidiose e spesso incredule. Su tutte Ivano.
A Gerano voglio visitare il museo delle scatole di latta; la porta è chiusa, ma c'è una targa con un numero di cellulare. «Oggi sono a Roma, ma tanto può passare un altro giorno, no?» «Eh no, sto percorrendo il Cammino di san Benedetto. Oggi o mai più» «La richiamo tra cinque minuti». Poco dopo mi squilla il telefono. «Viene un mio amico ad aprirle». Ecco allora che spunta Ivano, si procura le chiavi e mi fa da cicerone in questa straordinaria collezione di scatole di latta: biscotti e dolciumi soprattutto, ma anche altro. Ne vedo una con un cognome del Monferrato e scopro che ha un cugino da quelle parti. In un sacco di posti ho trovato gente con parenti a Torino o dintorni. Quando ho rimirato ben bene il museo, mi invita a casa sua per un caffè. Inizia a raccontarmi dei pellegrinaggi che fanno dal suo paese. Il principale è quello di Vallepietra, dove c'è una singolare rappresentazione della Trinità, che nelle chiese visitate nei giorni precedenti ho trovato spesso riprodotta e di cui mi chiedevo il senso. Mi racconta tutta la storia del ritrovamento miracoloso dell'immagine e poi dell'annuale pellegrinaggio. Il primo giorno di cammino si sciroppano 60 chilometri, dormono in tenda e vivono un'intensa esperienza comunitaria. Mi mostra foto su facebook di grupponi di persone felici lungo le strade e al santuario, poi foto degli altri santuari e degli altri pellegrinaggi, foto invernali piene di neve… Alla fine mi regala l'unica sua copia dell'immagine della Trinità, che tiene nel portafoglio, e mi lascia il suo numero per ogni evenienza. Quando esco da casa sua ho le lacrime agli occhi. Parecchi chilometri più avanti mancherò un bivio chiaro come il sole, perché ancora immerso a riflettere sul nostro incontro.

Alla partenza, come sempre in questi casi, specie se viaggio da solo, ero un po' ansioso. Che avrei fatto se mi fossi perso in zone che non avevo mai visto prima e di cui a volte nemmeno avevo la cartina? Non avevo mai fatto tragitti a piedi così lunghi (alla fine sono stati 16 giorni di marcia e oltre 300 chilometri) e soprattutto da solo. Quando si è in un gruppo affiatato, come mi capita di solito, si funziona come un'entità collettiva in cui si prende il meglio di ciascuno, mentre quando si è da soli nessuno è pronto a correggere i nostri difetti e le nostre incertezze. Invece dopo qualche giorno, la prospettiva è cambiata completamente. Mi sembrava che tutta la mia vita consistesse nell'alzarmi presto al mattino, fare colazione e partire; ancora per qualche giorno dopo l'arrivo ho sognato di svegliarmi in posti che non conoscevo, senza che ciò mi procurasse ansia. Ho avuto un solo breve momento di crisi, dopo il giorno di sosta per visitare i monasteri di Subiaco; ma ho tenuto duro e il contatto con la natura me l'ha fatto superare indenne. Anche quelle volte in cui ho mancato un bivio, mi sono accorto quasi subito dello sbaglio, riflettendo su quello che avevo intorno, e sono serenamente ritornato sui miei passi per rimediare all'errore. Ho notato il cambiamento anche dopo essere tornato a casa, quando ho fatto una gita solitaria in cui il sentiero si smarriva in alcuni tratti: non mi sono fatto prendere dal panico, sono tornato sui miei passi, l'ho cercato e trovato.
Ci sono mille motivazioni per mettersi in viaggio a piedi sul Cammino di san Benedetto. Religiose innanzitutto. Sul sito ufficiale si trovano diversi racconti di persone mosse dal desiderio di approfondire la propria fede. Ma non sono indispensabili. C'è poi la possibilità di scoprire un'Italia sconosciuta: non avevo sentito nominare quasi nessuno dei posti che ho attraversato. Qui talvolta i forestieri sono merce rara, ma i camminatori sempre meno. La molla che ha spinto me è stata molto contingente: ad aprile mi hanno comunicato che entro giugno avrei dovuto smaltire le ferie vecchie. Mi è venuta in mente la guida del Cammino, che avevo acquistato alcuni anni fa dopo aver letto qualcosa su una rivista CAI; ho passato un weekend a rileggermela e ho deciso di partire. Ho scelto il periodo tra maggio e giugno, perché l'anno scorso attraversai l'Abruzzo in questo periodo e mi sembrò una stagione fantastica. Quest'anno ho avuto la sfortuna di imbattermi in un'ondata di caldo estivo mentre attraversavo le zone più a bassa quota, che ha reso le ultime tappe faticose, ma non posso che consigliare questa stagione, anche anticipando di una o due settimane. Si trova infatti un meteo già abbastanza stabile e si coglie la stagione della fioritura: papaveri, fiordalisi, maggiociondoli, robinie, fiori di campo, le profumatissime ginestre e gli inebrianti caprifogli. I fiumi, poi, sono pieni d'acqua e le montagne già verdi fino in cima.
Lo rifarei? No, ora voglio provare qualcosa di diverso. L'Ossola e l'Alta Via dei Silenzi sono in cima ai miei pensieri.

Tappe



© 2008-2017
Sergio Chiappino

Licenza Creative Commons
Questo opera è distribuita con licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 3.0 Italia.