La Via degli Abati

Sulle orme dei monaci longobardi

5 tappe


Presentazione

Correva l’anno del Signore 614 e Colombano, ormai settantenne, dopo aver fondato molti monasteri nella terra dei Franchi, era stato pellegrino in giro per l’Europa, con lo scopo di predicare la Buona Novella. Il re longobardo Agilulfo gli offrì delle terre nei pressi di Ebovium (Bobbio), lungo la valle del Trebbia, ai piedi del monte Penice, affinché fondasse un’abbazia e vi si stabilisse con i suoi seguaci. Il monaco irlandese accettò e trascorse qui gli ultimi anni della sua vita. Dopo la sua morte, l’abbazia crebbe d’importanza: i suoi possedimenti si estesero e il suo ruolo culturale le assegnò l’epiteto di “Montecassino del nord”. Il ruolo di questo e altri monasteri coevi non fu solo culturale e religioso, ma anche sociale ed economico, in quanto contenevano al proprio interno anche strutture aperte al secolo, come ospedali, case contadine e persino opifici.
Le generose offerte di Agilulfo a un personaggio di primo piano del Cristianesimo erano senz’altro motivate dal desiderio di regolarizzare i rapporti con la chiesa romana. Essa aveva percepito come un evento apocalittico la discesa dei Longobardi in Italia, avvenuta circa mezzo secolo prima; gli scritti del papa Gregorio Magno sono lì a dimostrarlo. Tuttavia era anche mosso da preoccupazioni politiche e strategiche.

Fu un atto strategico e politico anche la semplice concessione di terre, che in epoca longobarda erano la fonte di ricchezza per eccellenza. Il loro controllo era un punto molto delicato. Le guerre gotiche, con cui i bizantini avevano ripreso il controllo dell’Italia, avevano inflitto un duro colpo alla società e all’economia della penisola. A ciò va aggiunta la successiva invasione longobarda, che da principio fu ostile all’aristocrazia senatoria residua. Il risultato fu che il sistema fiscale romano e il sistema agricolo delle ville collassarono e i contadini si trovarono liberi, privi di un sistema centrale che gravasse su di loro. Allora il paesaggio era dominato dall’incolto, che in queste zone significa bosco. Esso era di proprietà comune: chiunque poteva sfruttarlo per raccogliere legna, portare le proprie bestie al pascolo o cacciare. I longobardi diffusero l’allevamento brado dei maiali e dei cavalli, i secondi anche per l’importanza militare. Inoltre avviarono il processo di domesticazione del bosco, ad esempio attraverso l’impianto di castagni da frutto, che divennero un’importante fonte di carboidrati. Perciò gli abitanti della campagna ricavavano il proprio sostentamento soprattutto da queste aree comunitarie ed erano perciò più cacciatori-raccoglitori che contadini.
Persino il re derivava la propria ricchezza da uno sfruttamento analogo: riservava per sé alcune porzioni di territorio, a suo appannaggio esclusivo. Il toponimo che le identificava, gaggio o gazzo, in alcuni casi si è conservato fino a oggi. Queste avevano un ruolo sociale molto importante, perché erano sfruttate dal sovrano per beneficiare le persone a lui vicine (la società longobarda era clientelare). Il re incrementava il proprio patrimonio attraverso il sistema giudiziario, perché le pene erano di tipo pecuniario ed erano spesso pagate con cessioni di terre.
Il luogo della concessione era inoltre geograficamente centrale per il sovrano: posto tra la Liguria e l’Esarcato con sede a Ravenna, entrambe sotto il controllo bizantino, presidiava la via di collegamento con la Toscana, longobarda come la pianura padana, e quindi con i ducati longobardi indipendenti di Spoleto e Benevento. Si può allora capire perché il re fosse tanto interessato al controllo di questa zona.

Concedendo la terra ai monaci, pertanto, Agilulfo la sottrasse all’uso dei contadini e la diede a una comunità che solo per questo gli sarebbe stata riconoscente e fedele. Va detto inoltre che spesso ad entrare in convento erano i cadetti delle famiglie prestigiose, che così si assicuravano un ruolo egemone all’interno del cenobio. Questo fenomeno crebbe poi a dismisura dopo la riforma del diritto ereditario di Liutprando, che favorì la nascita di veri monasteri familiari, che i nobili crearono e sfruttarono per gestire le proprie ricchezze fondiarie.
Ciò generò non pochi conflitti con le comunità e le autorità locali, fossero essi potentati laici o vescovi, che rendevano necessari viaggi a Roma per veder confermati i propri diritti da bolle papali. I viaggi servivano anche a tenere sotto controllo le loro dipendenze, che erano numerose e diffuse. Proprio a partire da queste, al giorno d’oggi è stato possibile ricostruire quale fosse il tragitto percorso dai monaci e renderlo fruibile agli escursionisti. Essendo ormai scomparsa la civiltà romana, in grado di costruire e garantire la sicurezza di strade carrozzabili di notevole ambizione, lo spostamento avveniva su mulattiere gestite localmente. Questi percorsi sono rimasti quasi immutati nei secoli successivi, dopo la fine dell’esperienza monastica a Bobbio. In molti casi, evolvendo si sono conservate fino a oggi, dove le strade carrozzabili hanno seguito altri percorsi. I monaci non potevano transitare dal comodo monte Bardone (oggi passo della Cisa), da cui sarebbe passato in tarda epoca carolingia il vescovo Sigerico, autore del famoso diario della via Francigena: infatti allora il valico era sotto il controllo dell’Esarcato bizantino. Passava invece più a sud, valicando diversi colli tra le valli dell’attuale Appennino piacentino e parmense, fino a sbucare in Lunigiana.

E appunto tra queste valli si snoda la Via degli Abati. Della civiltà contadina fiorita al tempo dei monaci è rimasto davvero poco. Forse la cosa che ci ha colpito di più e di cui abbiamo parlato a lungo già durante il viaggio è infatti la scarsità di presenza umana, al di fuori dei centri principali. Anche se abbiamo attraversato moltissime frazioni, non abbiamo incontrato quasi mai nessuno. Moltissime case erano sprangate, altre in rovina. Le frazioni erano quasi sempre deserte: anche se c’erano segni di presenza umana, è chiaro che le persone in età lavorativa trascorrono la giornata lontano. Gli unici contadini che abbiamo visto nei campi erano molto vecchi, dai settanta in su. I giovani li abbiamo poi visti nei locali dei paesi più grandi, la sera. Una parigina, che ha una tavola calda su un passo, ci ha confermato quest’impressione: per lei è sempre più difficile avere clienti, perché passa sempre meno gente.
La natura sta occupando gli spazi abbandonati dall’uomo. I castagneti da frutto, albero del pane dei territori dove non era possibile coltivare cereali, sono ormai abbandonati da lungo tempo, tanto che in certi casi si è già completato il processo di ritorno al bosco originario. I prati lontano dalle frazioni si stanno avviando a tornare cespuglieti e quindi bosco. Molti animali selvatici hanno riconquistato gli spazi che l’agricoltura aveva strappato loro: tantissime le orme di capriolo sui sentieri fangosi, come numerosi erano i loro richiami. Al loro seguito sono tornati i lupi. Il loro ruolo predatorio ha posto problemi di convivenza con l’uomo, che non era più abituato ai concorrenti. Alcuni residenti di una borgata, che ci hanno offerto un caffè, agognavano un’Arcadia in cui l’uomo fosse l’unico signore di queste valli. Il loro ideale era corroborato da una miscela di convinzioni al limite del leggendario e nozioni da rotocalco televisivo.

A corredo delle descrizioni vedrete pochissime foto. La maggior parte dei luoghi attraversati si prestavano poco ad essere resi nel linguaggio fotografico. Il fotografo del Bauhaus Andreas Feininger ha scritto un intero libro su cosa è fotografabile e cosa no. Ci sono ambienti affascinanti, che offrono un’esperienza emotivamente coinvolgente, ma che non possono essere resi in un’efficace immagine bidimensionale, in grado di tradurre nel linguaggio visivo quello che si prova sul momento. I boschi e i prati quasi sempre, ad esempio. Se poi una faina guizza come un’ombra nella fioca luce del crepuscolo, per poi scomparire nel folto del bosco, come si può tradurre in un’immagine statica un'esperienza così dinamica? Se si cammina un’ora ascoltando il brontolio dei tuoni sopra la testa, come si può tradurre in immagini il timore? Se si beve un caffè con dei montanari, chiacchierando di orti, lupi e brambille, perché riprenderli come se fossero un soggetto folkloristico? In questo viaggio di esperienze del genere ne ho vissute dal principio alla fine, per cui mi sono accorto quasi subito che non sarei riuscito a portare a casa grandi scatti. Poco male, ci sono i ricordi, che sono persino più menzogneri.

Bibliografia

N. Mazzucco - L. Mazzucco - G. Mori, Guida alla Via degli Abati, Milano 2013
S. Gasparri, Italia longobarda, Bari 2012
R. Rao, I paesaggi dell’Italia medievale, Roma 2015

Tappe

Tappa 1: Bobbio-Mareto
Tappa 1: Bobbio-Mareto
Tappa 2: Mareto-Groppallo
Tappa 2: Mareto-Groppallo
Tappa 3: Groppallo-Bardi
Tappa 3: Groppallo-Bardi
Tappa 4: Bardi-Borgotaro
Tappa 4: Bardi-Borgotaro
Tappa 5: Valdena-Pontremoli
Tappa 5: Valdena-Pontremoli