Mareto-Groppallo

Val Nure

5 giugno


Groppallo
Groppallo

Diario di viaggio

Come anticipato, questa non sarà certo la tappa più entusiasmante del viaggio, se non per note antropologiche, ma nel finale avrà qualche spunto gradevole.

Al mattino scambiamo due chiacchiere con un romagnolo in bermuda di jeans, T-shirt e collana d'oro, uno dei molti tizi del viaggio che dovrei avere il coraggio e la faccia tosta di ritrarre. Al mattino presto è andato a fotografare i caprioli nei prati circostanti, con il grandangolo del cellulare, per cui ci mostra dei puntini marroni. È affascinato dal nostro viaggio.
Per stradina andiamo a Bolderoni, una frazione di casette ristrutturate con tocco moderno, protetta da un minaccioso Padre Pio, dove ci ricongiungiamo al sentiero di Nicelli. Scendiamo per una sterrata tra prati assolati, di un sole molto fastidioso, perché velato da una densa foschia. La chiesa di Groppallo, nostra meta oltre la valle, è ben visibile sin da qui in cima alla collina oltre la valle.
Dove ai prati succedono dei boschetti, sentiamo un rumore sordo e inquietante, come quando in galleria entra una colonna di TIR. Ben presto dal basso, lacerando il silenzio dei boschi come le grida di guerra vichinghe di “Immigrant song”, arriva un'orda selvaggia di moto rombanti e sgommanti, che sollevano terra e lasciano i loro solchi sul fondo, dandoci appena il tempo di metterci al sicuro al margine della mulattiera. È una domenica italiana, fino a domani dobbiamo lasciare ogni speranza.
Costeggiamo un rio quasi asciutto profondamente scavato dall'alluvione di qualche anno fa, a causa della quale morirono anche due persone nella loro auto travolta dal Nure. Ne oltrepassiamo un affluente, incrociando tre persone di corsa e senza zaino e un signore in cammino con. Superiamo un complesso ricettivo chiuso, ma in buono stato e prati circostanti curati, per poi seguirne la stradina di accesso, tra sole e qualche ombra di fronda. Mi arrampico sulla sponda per scattare una foto a un albero in mezzo a un campo di grano e ho la sorpresa di trovarvi i fiordalisi. Purtroppo non posso condividere, perché gli altri sono troppo avanti e già impegnati nel saccheggio ungaro di un ciliegio. Passate un paio di frazioni molto rurali, con macchinari agricoli parcheggiati tra le case, facciamo una pausa a Guglieri. Da queste parti le frazioni non prevedono spazi di riposo ombreggiati. Il silente sta patendo le pene dell'inferno per i suoi mignoli infiammati.
Tra boschi e prati, un sentiero ci conduce alla sponda del Nure, dove confluiamo su una stradina asfaltata poco ombreggiata. Con una certa pena, ci trasciniamo verso Farini, tra numerosi bagnanti nel letto di molti sassi e assai scarsa acqua. Vista la siccità, potremmo guadarlo e tagliare via la noiosa strada che ci attende, ma non abbiamo approvvigionamenti per il pranzo e dobbiamo pertanto passare per Farini. Ci dobbiamo nuovamente fermare su una panchina all'ombra, nei pressi di un parcheggio per camper, oltre un colatoio di detriti: il paesaggio e l'atmosfera non sono certo ilari e bucolici. È ormai ora di pranzo e il mio progetto di prendere un boccone al supermercato, anche solo della frutta vista le temperature, è sfumato. Il cellulare della capogita individua un ristorante oltre il ponte sul torrente e lì ci dirigiamo, con un rapido e distratto sguardo al paese moderno e al suo possente argine di cemento armato, dipinto di murales.
Subito il titolare dal volto inespressivo dice di non avere posto, salvo poi rincorrerci perché ha un tavolo libero all'interno, dove peraltro fa più fresco che nel dehors, con nostro gaudio. Vorremmo solo prendere un piatto, perché la cena si annuncia sostanziosa (saremo in un albergo salumificio), ma poi ci lanciamo. Incredibilmente troviamo della frutta, nella forma di fragole al naturale; nelle gite in giornata in questa stagione le porto spesso con me, ma in un trek di più giorni sono poco pratiche, perché richiedono una lunga pulizia, una fontana per lavarle e un sacchetto da frigo dedicato, per il succo che la pressione dello zaino fa loro trasudare. Intanto il titolare si è rilassato e ha cominciato a sorridere e fare battute: forse era solo teso e stanco per i quattro giorni di intenso lavoro. Al momento del pagamento ci lascia con un'espressione dialettale che ho dimenticato di appuntare prima di dimenticarla.

Ripreso il cammino, sotto un cielo più azzurro per la diminuzione della foschia, con un clima meno afoso e della brezza, tagliamo i tornanti della strada seguendo una curiosa indicazione, che manda a Boccolo de' Tassi: ci transiteremo domani e all'epoca delle Adbreviationes era sede di un importante ricovero per pellegrini, ma oggi è un gruppo di case come un altro. Quando siamo nuovamente sull'asfalto, cerco il cellulare per controllare che non abbiamo perso un imbocco e mi rendo conto di non averlo in tasca. Subito mi ricordo di averlo posato sul tavolo prima di andare in bagno e non averlo più ripreso. Lascio pertanto andare avanti i miei amici e torno sui miei passi. Non appena varco la soglia del ristorante, sono accolto da un boato: «Il telefono!» Il titolare me lo porge, lo ringrazio e mi rimetto in moto.
Tra i prati, con lo sfondo del colatoio sull'opposto versante, che d'altronde sarebbe difficile non notare, date le dimensioni, passo a fianco di un rustico in rovina e a dei signori seduti su una sedia accanto all'auto. Sento intanto gli amici, descrivo dove sono e apprendo che mi stanno aspettando più avanti all'ombra del bosco (tra le case non c'erano posti dove sedersi). Quando li raggiungo, sono impegnati in un pit stop ai piedi doloranti.
Raggiunti dei bei prati attorno a Groppazzolo, lasciamo il sentiero nel bosco e seguiamo invece la strada, per apprezzarli meglio. Anche la borgata è molto graziosa; della gente è seduta sull'uscio a godersi il giorno festivo. Inoltre, nonostante la tappa breve, anche oggi siamo riusciti a essere ancora in viaggio al tardo pomeriggio e a godere della relativa luce. Dalle case saliamo, con vista su un blocco roccioso in lontananza, che all'albergo mi diranno chiamarsi Roccone di Cassimoreno, per un bosco che sembra di cerri. Da un prato ammiriamo dal basso la grande chiesa in cima alla collina, fino a raggiungere la strada ai margini di Groppallo.
Andiamo subito in albergo. La doccia di stasera è anche più scomoda che nei giorni precedenti, perché hanno quelle vasche corte con sedile, dove si può solo stare seduti. Almeno però la stanza è ampia. Dopo, in solitaria salgo alla chiesa costruita in cima al monte Castellaro, così chiamato per aver ospitato un fortilizio medievale. Ci arrivo per una stradetta sassosa, indossando solo i sandali da rifugio da tre etti il paio, con la loro suola sottile come una fetta di prosciutto. Speravo che il luogo fosse panoramico, ma purtroppo il camminamento attorno è circondato dai alberi, per cui rinuncio all'idea di salire a fotografare l'Appennino all'aurora, con il tele. In compenso, però, il cimitero moderno è davvero monumentale, persino sproporzionato per la piccola frazione, come la chiesa del resto, e si presta pertanto a qualche foto al tramonto. Naturalmente nel luogo elevato non possono mancare i ripetitori dei cellulari, che non sfuggono al mio obiettivo. Nel basamento del cimitero c'è poi un interessante deposito di avanzi, tra cui un gigantesco cappello da alpino, su cui mi dimenticherò di chiedere ragguagli in albergo. Tutto intorno ci sono depositi di materiale antico, accumulati durante i lavori di ampliamento di chiesa e cimitero, che sono stati scavati nei primi anni 2000: il luogo è infatti interessante, sia per il fortilizio, sia per la presenza di un'officina medievale di fabbricazione di perline in steatite, una roccia ofiolitica ricca di talco e quindi facilmente modellabile. Il monte stesso è un affioramento ofiolitico dell'originale basamento dell'oceano ligure-piemontese, su cui si sono depositati i sedimenti marini, che formano la quasi totalità delle rocce appenniniche; la steatite proviene invece da zone circostanti. La destinazione dei manufatti erano forse i primi rosari, per la celebre forma di culto mariano che nasceva proprio in quei secoli.
Torno quindi alla base per ora di cena, non senza vaer verificato la presenza di un supermercato che apre presto. Come antipasto ovviamente ci fanno assaggiare i loro salumi, tra cui spiccano i nervetti, tendini bolliti accompagnati da cipolle e fagioli. L'altra volta, evidentemente in una fase più vegetariana, preferimmo evitare l'esperienza e optammo per un albergo alternativo, che era così trasandato che gli estintori risultavano verificati l'ultima volta negli anni ’90. Quella volta, poi, a quest'ora era sceso un acquazzone e, al termine, nuvole basse correvano per le vie come nei romanzi fantasy più kitsch. Per secondo vorrebbero propinarci appunto altra carne, ma riusciamo a contrattare un frittata, che condiscono con formaggio. Come amaro assaggiamo un prugnolo di loro produzione.
Chiacchierando poi con la signora che ci serve a tavola, viene fuori l'episodio di un gruppo di camminatori giunti in un sol balzo da Bobbio a qui. Lei è affascinata dall'impresa: come molti sedentari, è colpita soprattutto dall'aspetto atletico del cammino e sembra sfuggirle del tutto quello contemplativo, che con una marcia forzata del genere non è possibile curare.

Galleria fotografica

Mareto
Mareto
Mareto
Mareto

Verso Goppallo
Verso Goppallo
Guglieri
Guglieri

Groppazzolo
Groppazzolo
Groppazzolo
Groppazzolo
Groppallo
Groppallo
Groppallo
Groppallo

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Sergio Chiappino

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