Osacca-Borgo Val di Taro

Maestà di Caffaraccia

8 giugno


Fango appenninico
Fango appenninico

Diario di viaggio

La tappa si svolge quasi interamente nei vasti boschi della val di Taro, senza incontrare centri abitati, se non a basse quote. Questa valle è infatti decisamente meno coltivata e abitata di quelle attraversate in precedenza e presenta un paesaggio affatto diverso. Questo non significa che i monti siano selvaggi, in quanto incontriamo castagneti, cappelle, capanni di caccia, rustici isolati, solo che lo è in maniera completamente differente.
Il bosco doveva essere l'ecosistema più comune ai tempi di Colombano ed era percepito come selvaggio e ostile per le difficoltà di comunicazione. Compito dei monaci era anche quello di addomesticarlo, come rivela il già citato miracolo del trasporto del legname.
Avendo ben magre competenze naturalistiche e enciclopedica ignoranza archeologica, ho difficoltà a leggere la storia dei boschi quando li attraverso, per cui il resoconto della tappa sarà breve, in rapporto alle ore camminate.

Dopo la colazione, salutiamo i due ospiti e passiamo accanto alle case dei cacciatori. Gli spiazzi a bordo strada sono cintati da catene, per non lasciare parcheggio agli escursionisti foresti. Per qualche centinaio di metri, seguiamo la strada per Borgotaro, per poi piegare a sinistra su una ripida pista nel bosco, a prevalenza di faggi, anche se nel mio archivio fotografico troneggia una castagno monumentale. Probabilmente il bosco era stato trasformato in coltivazione di castagni, ma con l'abbandono la vegetazione spontanea lo sta sostituendo. Grazie alla pioggia di ieri, per terra calpestiamo dei lacerti di fango appenninico, tuttavia facilmente aggirabile, davvero misero rispetto a quello dello scorso viaggio. Ad ogni modo anche questo poco sembra essere gradito dai buprestidi, quegli scarabei d'acqua dai colori metallici, messi a rischio di estinzione dai collezionisti: ne vedremo per tutto il giorno in gran copia e di ogni tonalità possibile.
Presso un bivio, c'è uno spiazzo erboso, in parte adibito a orto. Ci immergiamo nuovamente nel bosco, per una rilassante passeggiata in quota spesso all'ombra, assai gradita dopo il sole e il caldo dei giorni precedenti.
Dopo lungo peregrinare, raggiungiamo la Maestà, una cappelletta campestre molto rustica, dentro la quale facciamo una pausa, sfruttando le panche, e dove accendiamo una candela devozionale. Accanto c'è un monumento metallico di ruote dentate, dedicato a un motociclista. Fortunosamente non transitano però motorizzati, ma solo una signora molto asciutta e atletica, con cui scambiamo due parole.

Ci conduce a Pradonico un tratto di sentiero in faggeta, con molti licheni sui tronchi, che apprezzo sempre molto, in quanto sono invece meno frequenti sulle secche Alpi attorno a casa mia. Lì ci troviamo un capanno attrezzato per magnate in compagnia, con anche piastre per grigliate e prese elettriche industriali a triangolo per attaccarvi un generatore e alimentare i neon. Strana concezione di una serata nella natura: per me i neon sono l'emblema dell'IKEA, così come le luci elettriche in generale della città, che rifuggo quando vado in vacanza sui monti. Rabbocchiamo le borracce a una fonte al margine della sterrata.
Il fondo della pista ci riserva qualche acuto: prima del fango appenninico, che riesco finalmente a immortalare, in quanto fotogenico grazie alle ampie pozze, dovute agli scavi dei fuoristrada e delle moto, quindi formazioni erosive di arenaria, con geometrie a scacchiera. Abbiamo nel frattempo abbandonato l'idea di una puntare al laghetto indicatoci dalla signora della Maestà, in quanto ci porterebbe via troppo tempo. Oggi siamo vincolati dall'orario del treno del rientro: nei viaggi itineranti, in cui incombe un termine ultimo alla camminata, è sempre meglio non mettere troppa carne al fuoco, altrimenti si rischia di dover correre e non godere a fondo di nulla di ciò che il percorso offre. Nelle gite in giornata con viaggio in auto si è un po' più liberi, così come in viaggi in tenda, anche se alla fine il maggior carico e i tempi dell'autogestione vincolano in altro modo: la libertà assoluta e astratta è un'illusione, possiamo solo scegliere quali vincoli preferiamo.
Il bosco si dirada successivamente, dove raggiungiamo una dorsale, consentendoci così uno sguardo d'insieme sulla valle boscosa. Nei secoli del monastero i prati dovevano essere invece assai più estesi, a giudicare dalla quantità di fieno ricavata dalla zona. Compaiono le prime case isolate e il fondo diviene a tratti cementato o asfaltato. Con discesa più ripida su sentiero, attraversiamo gruppi di casette sparse. Troviamo un discreto punto dove pranzare, ma, visto che manca poco a una chiesetta campestre, faccio prima una puntata senza zaino per verificare se lì è meglio: in effetti c'è una tavolo di legno con panche. Torno perciò indietro e raccatto gli amici. Tra i due punti, ci sono un punto di sentiero interrotto da lavori in corso a una villa, una casa con bandiera del Milan e cani dietro ai cancelli. Le casette sono molto carine e curate.
La chiesetta in pietra, citata la prima volta nel 1221, secondo quando riferisce un cartello, è dedicata a san Cristoforo, patrono dei viandanti e indice che qui transitasse una via. Era dipendenza della pieve di San Giorgio, citata a sua volta nel Breviarium de terra Sancti Columbani, un inventario del X secolo delle dipendenze bobbiesi. Il posto è molto panoramico sulla valle bososa.

In un corridoio boscoso tra prati scendiamo decisamente per un sentiero sostenuto a monte da un possente muro a secco, dove è anche infissa una macina di mulino, al cui centro è installata una croce. Passiamo a monte della chiesa di San Pietro, citata nell'Adbreviatio dei possedimenti bobbiesi dell'883, insieme ai suoi vigneti tuttora esistenti. Sbuchiamo sull'asfalto; oruxmaps ci inganna, indicandoci una pista inglobata invece in una proprietà privata, quando dobbiamo invece risalire la strada, per poi imboccare un sentiero in ripida discesa che vi si riallaccia oltre il limes. Sul fango ancora fresco vediamo delle tracce di tasso, oltre che quelle di un grosso cane o lupo che sia (anche se i cuscinetti plantari dei cugini selvatici hanno delle differenze, una volta che l'orma è deformata dal fango non c'è modo di distinguerle).
Transitati tangenti al tornante di una strada, imbocchiamo un sentiero bordeggiato da muri a secco, che un cartello entusiasta equipara a quelli tra i vigneti di Volastra. A me paiono ben più modesti e ordinari: in parte perché i vigneti sono estinti, sostituiti da cespugli spinosi, che mi pungono mentre poso lo zaino per bere, costringendomi a cercare un cerotto. Tuttavia vieppiù perché lo sfondo sono gli impianti industriali di Borgo Val di Taro anziché il mare blu: grazie alla ferrovia pontremolese, la valle ha infatti conosciuto lo sviluppo industriale (nei pressi dello sbocco in pianura ci sono anche i famosi stabilimenti Parmalat di Collecchio). Il ruolo viario della valle, tramite cui con un solo colle si può accedere a una gran varietà di luoghi, dall'alpe Adra (Sestri Levante e Chiavari) concessa da Carlo Magno al monastero, fino alla Lunigiana, per cui fu impianata una propria curtis fortificata, Turris appunto. Già i romani del resto vi si erano insediati capillarmente per le medesime ragioni. Della ferrovia ammiriamo un ponte in acciaio sul Taro. Gli inventari del IX secolo mostrano che il circondario di Turris era molto produttivo sia di uva che di cereali, per cui doveva presentarsi assai più coltivato che ai giorni nostri.
Raggiungiamo delle case e una stradina, che corre ai margini del fiume e ci immette su una pista ciclopedonale, frequentata da molta gente a passeggio. Di Borgotaro vediamo solo la periferia di casette, perché a Osacca ci hanno detto che in centro non c'è nulla che meriti. L'altra volta soggiornammo in un albergo lussuoso, dove impiegammo cinque minuti a capire il funzionamento della doccia tecnologica. Tra gruppetti familiari e adolescenziali, oltrepassiamo il fiume su un ponte trafficato, da cui scorgiamo un airone nel greto.
Raggiungiamo in largo anticipo la stazione, dove dobbiamo prendere un bus sostitutivo fino a Berceto, perché nei feriali la linea è interrotta per lavori. Mi giunge intanto notizia che l'Intercity diretto dalla Puglia a Milano è in forte ritardo e rischiamo di perdere l'ultima coincidenza per Torino. Grazie al cielo, verso la fine del viaggio recupererà quanto basta a consentirci un agevole trasbordo.
Ci accomodiamo ai tavolini esterni del bar. All'interno, la barista sta facendo una sceneggiata isterica a un avventore vestito in maniera originale, con scarpe verdi e blusa variopinta, il cui cane è reo di essere d'impiccio e fastidio per gli altri clienti. Nei momenti di pausa delle urla, con olimpica calma prende le nostre ordinazioni. Pensavo di cestinare qui i miei scarponi dalla tomaia bucatasi nel tragitto, ma alla fine scelgo di tenerli e adoperarli ancora un po' di volte su sentieri agevoli.
Nel piazzale c'è un certo viavai di autobus, dalle mete non sempre chiare; con altri viaggiatori confusi a ogni arrivo sciamiamo speranzosi, alla ricerca del nostro, fino a incoccarlo. Il rientro fila liscio, prima con il bus, seguito da un treno locale modello pop da Berceto a Parma, quindi l'Intercity in affanno; chiudono una settimana a ritmo lento i 300 km/h del Frecciarossa nel buio della notte risicola. La riflessione su questo ossimoro è lasciata come esercizio per il lettore.

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Castagno
Castagno
Maestà
Maestà

Fango appenninico
Fango appenninico
San Pietro
San Pietro
Strada vecchia delle spiagge
Strada vecchia delle spiagge
Ferrovia pontremolese
Ferrovia pontremolese
Emilia
Emilia

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Sergio Chiappino

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