GTA Marittime

Parco delle Alpi Marittime

7 tappe


«…e sia specialmente per l'abbondanza del selvaggiume»

Il colle marca il confine dei grandi prati che abbiamo risalito finora e anche del pendio baciato dal sole. Oltre, un pianoro di massi brulli già nell'ombra della sera ci separa dal precipizio sul bacino del Chiotas. Poco prima del salto, un laghetto addolcisce il suo aspetto severo. All'improvviso ci accorgiamo che un selvatico cammina sulle sue sponde. Da questa distanza e nell'oscurità non è facile capire se sia un camoscio o uno stambecco. Con andatura quieta punta verso di noi. Ci fermiamo e ci facciamo da parte, accostandoci alla parete, che delimita la sella, per non intralciarlo nel suo passaggio. A mano a mano che si avvicina ci rendiamo conto che è una giovane femmina di stambecco. Poco discosta da lei, un'altra la segue. Più in altro tre cuccioli di quest'anno seguono una linea più circospetta. Viene sicura e decisa verso di noi, estraendo e ritraendo la lingua per captare le molecole volatili del cibo. Traiamo allora un pezzo di pane dallo zaino e glielo porgiamo. Come una capra domestica, viene fin quasi a prenderlo dalle nostre mani, presto imitata dalla collega. Solo i cuccioli più giovani si mantengono a distanza di sicurezza.
L'abbondanza di selvatici di queste montagne entusiasmò molto anche Vittorio Emanuele II, quando venne qui in soggiorno alle Terme di Valdieri, anche se per motivi meno disinteressati: era infatti soprannominato il roi chasseur. I suoi occhi luccicanti credo di averli visti una volta, nella faccia olivastra di un cacciatore sardo, mentre pensava ai caprioli dei boschi appenninici. Allora di stambecchi ce n'erano ben pochi, quasi estinti dalla caccia per il trofeo, ma i camosci non mancavano, tra queste rupi con poco spazio per il bestiame domestico. Gli amministratori locali non si fecero sfuggire l'occasione e concessero subito i diritti di caccia esclusiva al re. La riserva si accrebbe sempre di più negli anni successivi e i soggiorni del re e dei suoi successori si fecero abituali. Come sperato, questo generò un enorme indotto, come si direbbe oggi, che portò benefici a pioggia su una valle molto povera. Con le parole di un giornale del 1857: «ai braccianti e mulattieri lavoro, ed ai cacciatori occupazione con larga mercede, ed infine alla classe misera larghissimi soccorsi». Furono infatti arruolati dei guardacaccia stabili, furono costruite delle residenze e delle mulattiere. Tuttavia era durante i periodi di soggiorno per la caccia e la pesca, che veniva messa in moto un'imponente macchina organizzativa, che coinvolgeva una miriade di persone e di funzioni. Di essa conosciamo quasi ogni piega, fin nei più minuti dettagli, perché tutto era gestito da una burocrazia ipertrofica, che si alimentava di relazioni quotidiane, preventivi, ragguagli, lettere e aveva bisogno di coinvolgere un ministero romano per decidere la sorte di una tazzina sbrecciata. Articolatissimi erano anche i contratti tra la casa reale e i pastori che portavano le greggi al pascolo nella riserva, perché gli attriti tra le due attività non erano da poco e non fu facile delimitare i rispettivi campi d'azione. Anche l'impossibilità di cacciare sulle proprie montagne, alla lunga portò i valligiani a sentire la riserva come un peso. L'8 settembre fu un liberatutti che innescò una caccia al camoscio dai contorni dell'ecocidio: «le strade erano rosse, impastate del sangue che colava dai carri carichi di camosci uccisi. Dal Praiet, dal Vei dal Bouc scendeva una scia rossa… Alla fine anche per i camosci era scoppiata la guerra», racconta un testimone.
L'ottica della gestione faunistica non era quella moderna di preservare un'area dall'azione distruttiva dell'uomo, ma di offrire quanta più selvaggina possibile ai cacciatori. Per questo i selvatici non erano poi così selvatici, perché potevano anche essere allevati e persino allattati dall'uomo, per mantenere alto il proprio numero. Valeva sia per le prede da cacciare quanto per i pesci da pescare, in particolare nel Novecento, perché la regina Elena era una grande appassionata di questa seconda attività. Inoltre venivano perseguitati i cosiddetti animali “nocivi” (per le tasche dei cacciatori): volpi, linci, mustelidi, lontre (che oggi mi risultano estinte), corvidi e rapaci, per la cui uccisione erano anche previsti dei premi. Dopo la fine della monarchia, la riserva continuò a essere gestita con i medesimi criteri a beneficio di un'élite di cacciatori. Negli anni maturò però la sensibilità ambientale, anche in seguito alla costruzione degli impianti idroelettrici, cosicché nel 1980 la regione la trasformò in parco.

I gratta

Rispetto ai tempi del re, le attività tradizionali si sono molto modificate. Oggi i pascoli che attraversiamo sono frequentati quasi esclusivamente da mandrie di vacche, anche in posti rocciosi che a prima vista sembrano poco adatti a loro; questo per via delle sovvenzioni regionali che le favoriscono. Una volta invece qui erano le pecore ad essere più numerose (le capre diminuirono già a inizio Novecento, a causa di regolamenti che ne vietavano il pascolo nei boschi). Sfruttavano ogni fazzoletto erboso, anche il più disagiato, mentre le vacche pascolavano solo nei prati più accessibili. Ad esempio, salendo dal gias delle Mosche ai laghi di Fremamorta, ad un certo punto un occhio attento nota sotto il sentiero il basamento del muro perimetrale di una costruzione, diruta da molto tempo ormai. È circondato da Rumex alpinus, una pianta che prolifica dove si accumulano le deiezioni del bestiame: anche qui, dove a malapena cresce un po' d'erba, c'era un alpeggio, come confermano le testimonianze dei vecchi pastori. Andavano persino intorno al rifugio Morelli-Buzzi, dove non ho visto che pietre. La razza era quella roaschina, apprezzata soprattutto per i derivati del latte, ricotta in primis.
I pastori transumanti di Roaschia, un paese in un vallone laterale della valle Gesso, che la GTA lambisce, erano famosi fino nelle lontane valli di Lanzo, tanto da connotare il paese, anche al di là della loro effettiva consistenza numerica. Data la scarsità di buona erba nella loro zona di origine, durante l'estate si sparpagliavano dalle Alpi Liguri fino alle Graie. Questo era per loro il periodo della solitudine, tra i pericoli della montagna, perché vivevano in alpeggio con il gregge, con al massimo la compagnia di un garzone. «La montagna è bella per farci una gita, ma stare lassù: tuoni, fulmini, di tutto», racconta un protagonista dell'ultima fase. In ogni caso, erano abbastanza accorti da programmare la gravidanza delle pecore in modo che gli agnelli nascessero al momento della demonticazione, in modo da non avere la necessità di difenderli dai predatori della montagna, come le aquile e le volpi (i lupi erano già stati sterminati a inizio Ottocento). L'estate era tuttavia anche il periodo dell'ozio, perché le pecore gravide smettevano di dare latte a inizio stagione e bisognava solo custodirle, senza altre incombenze. Diversi di loro ne approfittavano per mollare tutto il gregge al garzone e rientrare al paese, dove la moglie curava l'orto e i figli frequentavano la scuola estiva; per chi incominciava la vita adulta, questo era anche il periodo dei matrimoni. Ad ogni modo, cascasse il mondo, tutti abbandonavano le incombenze e rientravano in paese il 20 agosto, in occasione della festa patronale di san Bernardo. Era il momento di massima socialità, in cui si acuivano pur tuttavia le tensioni con i contadini, che spesso sfociavano in risse. (Questa peculiarità di celebrare con risse i momenti di festa, mi era riferita anche da mio padre, a proposito dei suoi colleghi della FIAT che provenivano da paesini di montagna.) Le due comunità erano infatti molto separate (i matrimoni misti erano rari) e in conflitto culturale: entrambe erano orgogliose della propria identità professionale e disprezzavano l'altra, seppur per motivi opposti.
Tra settembre e ottobre cominciava poi la demonticazione, che aveva come meta finale le cascine del Monferrato e dell'alessandrino, anche se soprattutto dal dopoguerra, quando i camion e i treni resero più comoda la transumanza, qualcuno si spingeva fino all'Emilia, dove i loro prodotti caseari erano molto apprezzati. Nella bassa le deiezioni delle pecore erano molto gradite come concime, prima che si diffondessero i fertilizzanti azotati. Il pastore e la sua famiglia si spostavano sul cartoun, un carro trainato da un asino, e vivevano all'aria aperta fino alle prime brine. Il viaggio durava il più possibile, perché una volta in cascina sarebbero stati dipendenti dal fieno, che era un costo. In questi periodi il pastore transumante si insinuava tra gli interstizi lasciati liberi dai contadini, a volte valicandoli anche. Per questo a Roaschia erano soprannominati gratta, da un termine gergale che significa rubare. I pastori erano ben consci di questa loro condizione di alterità rispetto ai sedentari, quasi di invasori, ma erano anche orgogliosi delle abilità che servivano per sopravvivere in queste condizioni di marginalità. Ai Santi vendevano gli agnelli e partiva la stagione della produzione di formaggi e ricotta, che vendevano sui mercati locali.
Anche se erano sparpagliati nelle cascine, non perdevano i contatti tra di loro, perché si incontravano in occasione dei mercati settimanali principali. I rapporti con i colleghi erano formati da un misto di solidarietà di corpo e concorrenza al limite della slealtà. La prima si manifestava ad esempio al momento della tosatura, a gennaio, quando era necessario lavorare in gruppo. La seconda invece nelle annuali aste per l'assegnazione dei pascoli, momenti molto dinamici in cui alleanze e conflitti nascevano e morivano. Emblematica in questo senso la già citata festa patronale di san Bernardo, in cui si cementava la solidarietà professionale in opposizione alle altre categorie, ma in cui c'era anche concorrenza tra i priori (i capi delle celebrazioni), che si succedevano annualmente, per apparire più benestanti e generosi dei predecessori. I rapporti con i sedentari, invece, erano regolati da un sistema di regole che potremmo definire di incastro: i pastori sfruttavano gli spazi lasciati liberi dagli stanziali e convivevano con essi, fino a che i rispettivi calendari non entravano in conflitto. Arrivavano in cascina ai Santi, quando erano terminati i lavori agricoli, per poi andarsene a San Giuseppe, quando riprendevano. Nei momenti girovaghi c'era conflitto: gli stessi pastori avevano la percezione di rubare l'erba ai contadini, mentre vagabondavano tra le colline, prima e dopo il periodo trascorso sulle montagne.

I contadini e i famij

Una forma di incastro tra i diversi gruppi sociali era anche l'aiuto fornito dai garzoni durante l'alpeggio e il soggiorno invernale in cascina. L'azienda del pastore era fondamentalmente familiare: la moglie e i figli lo seguivano nella transumanza in Monferrato, ed erano loro che prima di tutti lo aiutavano. Il pastore era infatti privo di radici, in quanto non aveva una comunità stabile di riferimento a cui chiedere supporto: l'unica forma sociale permanente era appunto la sua famiglia. Tuttavia non sempre era attivabile: la moglie poteva essere incinta, i figli troppo piccoli o già sposati. Si ricorreva allora a un famìj, un bambino o un ragazzo esterno. Erano normalmente figli di contadini, che erano ben contenti di avere una bocca in meno da sfamare e lo affittavano al pastore in cambio del vitto e di una paga misera (alcuni pastori tirchieggiavano anche sul vitto, ma c'era una certa mobilità, per cui i più bravi potevano scegliere le condizioni migliori). Per quella categoria sociale, era normale trascorrere qualche anno in questo modo. Ne beneficiavano insomma sia la famiglia del pastore che quella del contadino. Solo per una piccola parte, che si trovava in condizioni di svantaggio sociale, diventava una condizione permanente. Tuttavia questo non produceva integrazione tra le due categorie, perché restavano le diffidenze culturali sui diversi stili di vita.
L'affitto dei bambini e dei ragazzi non era limitato ai pastori di pecore, ma era generalizzato. I bambini, fin dall'età di otto-nove anni erano dati anche ai pastori di vacche, ai contadini più ricchi della pianura e, nel caso delle femmine, alle famiglie borghesi di città, come sërvente. Potevano anche finire negli stabilimenti tessili (fino all'avvento delle fibre sintetiche la produzione di bachi da seta e la coltivazione di canapa con le relative industrie erano molto fiorenti). Nei mercati settimanali dei centri principali c'era un'area apposita, dove i genitori potevano mettere in mostra i figli da affittare. Spesso erano loro stessi che imploravano i compratori di prenderseli in carico, per avere il sollievo di una bocca in meno da sfamare.
Le famiglie contadine da cui provenivano i garzoni conducevano infatti una vita aspra. A parte le verdure dell'orto, i prodotti alimentari coltivabili in montagna erano quasi solo segale e patate, quelli che meglio si adattano al freddo (d'altronde anche i pastori mangiavano quasi esclusivamente polenta e latte). Le famiglie contadine tenevano anche qualche animale, il cui letame serviva a concimare i campi e che aiutavano nei lavori. Anche qui la cellula economica era la numerosa famiglia patriarcale. Il padre e i fratelli maggiori erano la principale forza lavoro, ma anche i bambini piccoli erano tenuti a lavorare duramente. Le mogli si sobbarcavano pure i lavori domestici e la cura dei figli piccoli; nonostante tutto questo impegno, il loro riconoscimento sociale era pressoché nullo. Spesso il reddito procurato dall'agricoltura era insufficiente e gli uomini d'inverno dovevano emigrare per integrarlo, tipicamente verso la Francia del sud. Il viaggio di solito era condotto a piedi, perché il treno costava diverse giornate di lavoro. Le donne invece restavano a casa, dove impiegavano il tempo con le lavorazioni di lana e canapa.

Il viaggio: tuder, ebrei, italiani e increduli

Il nostro viaggio a piedi va da Vernante ad Aisone, dal Vermenagna alla Stura di Demonte, i due torrenti che delimitano le Alpi Marittime. Tuttavia parte in qualche modo dalla stazione ferroviaria di Borgo San Dalmazzo, al fondo della Pianura Padana, dove chiudiamo un anello sfruttando il treno e il bus. Accanto ai binari, è parcheggiato un carro bestiame, dove è ospitato il Museo della Deportazione. Dopo l'8 settembre circa ottocento ebrei, che provenivano da tutta Europa e avevano trovato rifugio nel domicilio coatto in una zona d'oltralpe sotto controllo italiano, attraversarono il colle della Finestra o il colle di Ciriegia insieme all'esercito italiano in rotta, sperando invano di trovare rifugio in Italia. Infatti il comando tedesco ne ordinò l'internamento in un campo di concentramento provvisorio e poi deportò verso i campi di sterminio trecento di loro, che non erano riusciti a trovare rifugio presso la popolazione locale. Noi ripercorreremo in parte la loro strada, oltre a molte altre mulattiere e carrozzabili costruite apposta per preparare la pugnalata alla schiena della Francia. Oggi sono percorse a fini turistici, paradossalmente soprattutto da tedeschi.
Questa settimana di viaggio è solo una minima frazione di un percorso molto più lungo, la Grande Traversata delle Alpi (GTA), un sentiero che percorre l'intero arco alpino piemontese, dalle valli Walser dell'Ossola fino alle montagne carsiche del Marguareis, ma che molti prolungano fino al Mediterraneo. Fu ideata negli Anni Settanta e resa popolare negli Anni Ottanta da Werner Bätzing, geografo tedesco specializzato nelle Alpi, con il risultato che oggi è percorsa prevalentemente da escursionisti della sua patria, oltre a qualche altro più esotico e pressoché nessun italiano. Naturalmente quasi nessuno la percorre tutta di fila, ma molti tornano ogni anno per percorrerne un pezzo. Quelli che incrociamo non danno l'impressione di essere dei bionici prestazionali, ma persone qualunque, che però passano le proprie vacanze o la propria pensione in un modo che valica l'inventività e la sedentarietà degli italiani. La guida tedesca più aggiornata scrive d'altronde che gli italiani «vanno in montagna solo per un picnic vicino all'auto», o per seguire la via più breve fino alla cima, aggiungo io. L'idea di viaggiare a piedi per i monti non è contemplata. Gli stessi albergatori sono stupiti che degli italiani, dei piemontesi per di più, ne percorrano una porzione. Anche un operaio forestale della zona, che al nostro passaggio sta sistemando il sentiero, ci mette un po' a capacitarsi che stiamo percorrendo un trek settimanale, anziché una gita in giornata.
Rispetto ai nostri mastri contabili, ci distinguiamo per prendercela comoda oltre ogni limite. Ci alziamo a sole levato, facciamo pause a ogni pretesto, chiacchieriamo con chi lavora sui monti, ci fermiamo a osservare tutti gli animali che incontriamo, anche quelli domestici, ispezioniamo le architetture rurali abbandonate e contempliamo le cime imbiancate dalla prima nevicata. Una gestrice si dice stupita e quasi non ci aspetta più, perché terminiamo una tappa alle 18, mentre i tedeschi a suo dire sono soliti arrivare tra le 14 e le 15. Noi però non siamo dei muli di Mario in marcia forzata: siamo qui in ferie per goderci i posti e le giornate. Che senso avrebbe superare tutto in cavalleria e arrivare così presto, senza poi avere nulla da fare per tutto il pomeriggio? Meglio trascorrere il tempo insieme ai camosci tra i dirupi, che davanti a un tè o una birra nel chiuso del rifugio.
Anche per far combaciare quattro piani ferie, abbiamo scelto la seconda metà di settembre, al lembo terminale della stagione. I rifugi e i posti tappa sono ormai vuoti e i monti lasciati ai selvatici: di escursionisti ne sono rimasti pochi e anche il bestiame sta scendendo a valle. Anche a causa dell'eccezionale siccità di quest'anno, troviamo nevai, terreno, ruscelli, laghi ormai secchi e persino delle foglie a terra, con un mese d'anticipo. L'aria è già autunnale, tersa e senza risalita di nebbie o rischi di temporali di calore. Il sole, basso fino a metà mattina e da metà pomeriggio, lascia in ombra ampie zone e dona tridimensionalità ai versanti, di solito appiattiti dalla luce zenitale di luglio. Le notti si impadroniscono del cielo già a ora di cena e offrono lo spettacolo della Via Lattea. Il rovescio della medaglia è la carenza di fiori, che qui sono particolarmente spettacolari. Le Alpi Marittime hanno una biodiversità molto superiore a quella del resto dell'arco alpino occidentale, per una serie di fattori storici e climatici. I ghiacciai pleistocenici ebbero un'estensione più ridotta che altrove, per cui la zona funzionò da rifugio per molte specie meno adatte al freddo, che poi restarono qui. Inoltre sono favorevoli alla vegetazione le elevate precipitazioni e il clima temperato, dovuti alla vicinanza del mare: da alcuni posti di questi monti si vede il Mediterraneo. Raggiungerlo a piedi è un'idea per il prossimo anno.

Bibliografia

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A. Molinengo, Bambini affittati, Scarmagno 2012
P. Passerin d'Entreves (a cura di), Le cacce reali nelle Alpi Marittime, Parco Naturale Alpi Marittime 2013
R. Pockaj - P.G. Garrone, Le fortificazioni della valle Gesso, Parco Naturale Alpi Marittime 2013

Il libro

Il diario di questo viaggio è disponibile anche come libro. Contiene tutto il testo e le foto più significative. È visionabile e acquistabile tramite Blurb, cliccando sulla copertina. Questo sito fa regolarmente sconti, anche generosi.

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