Via di Teit

Vernante-Palanfrè

17 settembre


Borgo San Dalmazzo - Memoriale della deportazione
Borgo San Dalmazzo - Memoriale della deportazione

Diario di viaggio

La prima tappa si svolge al di fuori del tracciato ufficiale della GTA, lungo un sentiero che la congiunge al paese di Vernante, che è un buon punto di partenza grazie alla storica linea ferroviaria Cuneo-Ventimiglia. Abbiamo infatti lasciato l'auto a Borgo San Dalmazzo e siamo saliti qui con il treno. Questa tappa è conosciuta come Via di Teit, cioè via delle frazioni rurali, perché era il sentiero di collegamento tra il paese di fondovalle e alcune borgate, oggi dirute.

Vernante è noto per essere il paese dove trascorse i suoi ultimi anni Attilio Mussino, primo illustratore di Pinocchio. In sua memoria, in giro per il paese ci sono dei murales sul burattino, dipinti nello stile delle sue tavole. Proviamo anche a fare un giro nella chiesa in pietra, ma ci arriviamo proprio mentre incomincia la messa. Ammiriamo da lontano la torre che resta del castello medievale, chiamato turusela, senza salirci. Tra le vie del paese un vecchio ci chiede se siamo ancora gli Alpini della festa di qualche settimana or sono, mentre altri si stupiscono di vederci in tenuta da escursionismo, con gli zaini e gli scarponi. Sarà che di solito gli escursionisti non partono mai dai paesi, ma salgono in auto fino all'ultima piazzola. Risaliamo per un breve tratto la strada per Palanfrè e poi imbocchiamo sulla destra la sterrata, su cui si snoda il primo tratto della Via di Teit.
La strada risale a ripidi tornanti un bosco, per giungere in breve alla cava di Bec Moler. Il toponimo viene dai primordi dell'attività estrattiva, quando era coltivata per la produzione di macine. Sopra la galleria principale si può ancora intuire la forma di qualche intaglio circolare. A colpi di scalpello si scavava una cavità attorno al pezzo scelto, che aveva una misura standard di due metri di diametro per venti centimetri di spessore. Il blocco restava agganciato alla parete con una specie di gambo, che poi si staccava da solo sotto il peso della macina scalpellata. In tempi posteriori divenne una cava di silice per l'industria vetraria, che operò in paese dal 1956 al 1975 e accelerò il processo di spopolamento delle borgate rurali che andremo ad attraversare. Offriva infatti stabilità e un reddito sicuro e permanente, non garantito dall'agricoltura montana, che andava integrata con l'emigrazione invernale verso la Francia. La perdita della vita all'aria aperta era un prezzo che i contadini erano ben disposti a pagare. Nella miniera invece i vernantini erano meno disposti a lavorare, per timore della silicosi, di cui ci si ammalava anche solo dopo quindici-vent'anni di lavoro; si ricorse perciò a immigrati calabresi. Il bricco oggi è sfruttato dai rocciatori come palestra. La galleria principale della miniera, che fora la rocca da parte a parte, è aperta. La percorriamo tutta, calpestando la sabbia bianca, fino a uno spiazzo, da cui ci affacciamo su Vernante. Ripresa la pista e giunti in cima alla rocca, dove termina la strada, tra i castagni imbocchiamo il sentiero. Presto raggiunge una dorsale e grossomodo la segue, rimanendo ora su un versante, ora sull'altro. Come al solito, la vegetazione muta repentinamente insieme all'esposizione: querce e carpini sui versanti solatii, faggi all'ombra, quindi castagni e betulle ritornati al sole. Sull'inverso molto muschio è seccato, a causa della storica siccità di questo infausto 2017, quando sia l'inverno che l'estate sono stati avari di precipitazioni. Le felci dei versanti solatii hanno subito la stessa sorte e così anche le specie arboree più esigenti in fatto di acqua, come i faggi: sul pendio a monte di Tetti Colletta a molti sono cadute le foglie prima del tempo. Più in alto già sono esplosi i colori autunnali. Le specie termofile sembrano invece essersela cavata meglio.

Facciamo una pausa solatia su una piccola radura, poco prima che il sentiero confluisca sulla sterrata che sale da Tetti Buin. La temperatura è decisamente salita rispetto a quella molto fresca del mattino; c'è inoltre una forte escursione tra sole e ombra. Il cielo è molto mosso, con grossi cumuli che corrono sospinti dal vento in quota, che ogni tanto scende anche qui con qualche folata. Ci bastano pochi minuti per raggiungere la prima frazione, Tetti Colletta, dove c'è un pilone votivo, su cui è raffigurato San Nicolao che benedice la cisterna idrica della frazione. Probabilmente la posizione sulla dorsale, se da un lato forniva una buona insolazione, dall'altro rendeva critico l'approvvigionamento idrico, in assenza di torrenti e sorgenti. D'altra parte, il vallone accanto si chiama Vallone Secco. Come suggerisce il nome, non era molto ospitale: la sua terra era così dura da lavorare, che si spopolò abbastanza rapidamente già nel primo dopoguerra per l'emigrazione verso la Francia. La prima casa che si incontra ha subito rimaneggiamenti recenti, di poco prima dell'abbandono. Innanzitutto il muro è rivestito di calce, per migliorare l'isolamento termico, tecnica diffusasi solo intorno a inizio Novecento, con la liberalizzazione della sua cottura. Inoltre all'interno si notano delle volte in mattoni rossi legati con cemento. I mattoni sono un prodotto importato della pianura, che si rese disponibile solo quando i trasporti divennero più facili. Sotto la volta c'era la stalla, che in questa posizione serviva anche a riscaldare il resto dell'abitazione, grazie al calore corporale del bestiame. Durante il freddo invernale anche le persone si rifugiavano al suo interno.
Il sentiero prosegue in quota bordeggiato da frassini secolari, le cui foglie fornivano nutrimento alle vacche negli anni magri di erba. Qualche punto panoramico offre un po' di vista sulla zona. Anche qui gli alberi sono rinsecchiti per la siccità. Attraversiamo un passaggio tra le rocce su una dorsale, chiamato la Bercia (la breccia). Passata Tetti David, che si chiamava così per la presenza di una comunità ebraica, secondo il ruas'cin del gruppo, arriviamo a Tetti Bertaina, dove ci aspetta un gruppo di escursionisti fermi per il picnic. Dai loro discorsi non sembrano dei grandi camminatori. Ci fermiamo anche noi, perché è giusto ora di pranzo. Ci copriamo ben bene, perché tra ombra delle nuvole e brezza l'aria si è fatta frizzante. I tetti di questa frazione erano fatti con la paglia della segale. La roccia calcarea di questa zona non si presta alla produzione di lose per i tetti, per cui si riutilizzava l'inutile paglia del cereale che meglio si adatta al freddo dell'alta montagna. Oggi naturalmente della paglia non è rimasto nulla, perché è troppo deperibile, come del resto delle coltivazioni di segale, per cui i tetti sono stati coperti dalla lamiera. È rimasta però visibile la struttura di rami che sosteneva la copertura. A monte della frazione c'è una baita isolata, dove è legato un cane molto timido. Al di sopra ci sono delle pareti di calcare. La frazione fu gravemente danneggiata nell'aprile del 1945 da una rappresaglia dei tedeschi, che erano alla ricerca di alcuni partigiani; gli abitanti si videro portare via il bestiame e rischiarono anche di essere fucilati, perché si rifiutavano di rivelare la loro localizzazione.

Un traverso lungo un altro filare di frassini secolari ci porta a un impluvio pelato, dove d'inverno si scaricano le slavine. La prima volta che passai di qui era inizio maggio e ancora si dovevano attraversare i resti delle valanghe invernali, neve accartocciata e abbastanza impressionante. Attraversiamo una faggeta e arriviamo alla dorsale, dove sorge Tetti Doni. Si trova nei pressi di una sorgente, come del resto le due frazioni viste in precedenza. Lì l'abbeveratoio per le bestie era quasi secco, mentre qui la portata è più generosa. Le rocce calcaree inghiottono gran parte dell'acqua nelle proprie profondità, per cui queste sorgenti sono una benedizione. Lo sa bene il pastore, che vediamo nei prati a valle del paese con le sue pecore. Su una pietra accanto alla sorgente ha infatti ingenuamente scritto “Dio vede provede”. Nel paese, tra varie case diroccate, ne sopravvive una in cui è ancora conservata l'intelaiatura di un letto. Oltre ci sono degli aceri monumentali. Il sole è tornato a fare capolino e noi approfittiamo del ritrovato tepore per una pausa, che a Tetti Bertaina era stata troncata dall'aria fredda.
Al bivio per il colle della Maddalena troviamo dei muli, che vengono a scrutarci dall'alto. Proseguendo, arriviamo all'impluvio del vallone di Pioccia, dove scorre lo stesso un rivolo d'acqua, nonostante la siccità. Il sentiero prosegue in traverso nella faggeta, dove qualche punto di pendio molto ripido è stato attrezzato con passerelle di legno. Sentiamo intanto i richiami del pastore. Dopo un altro impluvio minore, arriviamo ad un punto da cui si apprezza la visione del vallone di Pioccia. È così profondo e buio che qui una volta c'era il nevaio quasi permanente più basso di questa zona e forse anche il più meridionale delle Alpi, alimentato dalle slavine scaricate dal Bussaia. Scrivo quasi perché, secondo i vecchi, un uomo difficilmente poteva vederlo asciutto per più di due volte nella vita. Con il riscaldamento climatico e l e minori precipitazioni nevose, oggi invece è la normalità. La neve compatta era usata come riserva di ghiaccio per l'estate, prima che con il boom economico si diffondessero i frigoriferi. Un signore di Roaschia mi ha raccontato che, durante la Seconda Guerra Mondiale, un gruppo di ebrei si rifugiò qui, perché neanche le efficienti SS arrivarono mai in queste profondità. Un fornaio di Roaschia veniva ogni giorno per cuocere loro il pane. Altri si rifugiarono nelle grotte a monte di Tetti Bertaina e poterono contare anch'essi sulla collaborazione delle popolazioni locali. Da questo punto panoramico capiamo anche il senso dei richiami del pastore: sta portando il gregge all'abbeverata. Le pecore tendono a disperdersi, ma i due cani obbediscono ai suoi comandi e le radunano per dirigerle verso la sorgente.
Arriviamo a una dorsale dove c'è la base di un rudere. Di questo posto non è conservato neppure il nome, sulla nostra carta. I prati sono secchi. Solo negli impluvi è rimasto un po' di verde. Superati Tetti Cucet, arriviamo ad affacciarci su Palanfrè. Scendiamo per un sentiero sassoso e poi bradi per prati arriviamo alla borgata, che si trova su un cordone morenico, come noteremo domani, osservandola dal colle della Garbella. Al posto tappa erano increduli che degli italiani percorressero la GTA, quando prenotai. Ci trattano perciò con i guanti e ci vezzeggiano, come una specie rara. Siamo un po' come l'endemico coleottero recentemente individuato nel vallone degli Arbergh, dopo che per quasi un secolo era conosciuto solo per gli esemplari conservati in una collezione naturalistica a Francoforte. La sera due di noi conquistano ancor di più le loro simpatie gorgheggiando un repertorio vintage che ha il suo climax nei Righeira. Non chiedevo la psichedelia di 29 settembre o l'avanguardia della Mela di Odessa fischiettata, ma almeno a Lucio Dalla avrebbero potuto spingersi. Socializziamo poi con un barbuto tedesco partito da Susa, che punta a Ventimiglia. È insieme alla moglie e a una ragazza alta e magra, che, partita da sola, si è unita a loro per aiutarsi vicendevolmente.

Galleria fotografica

Borgo San Dalmazzo - Memoriale della deportazione
Borgo San Dalmazzo - Memoriale della deportazione
Miniera di silice del Bec Moler
Miniera di silice del Bec Moler

Tetti Colletta
Tetti Colletta
Tetti Colletta
Tetti Colletta
Tetto di seglae a tetti Bertaina
Tetto di seglae a tetti Bertaina
Radice di faggio
Radice di faggio
Tetti Doni
Tetti Doni

Vallone di Pioccia
Vallone di Pioccia

Costa del Sapè e Tetti Bertaina
Costa del Sapè e Tetti Bertaina