Viaggio nella terra senza cimiteri

Corsica Mare a Mare Nord

11 tappe


Presentazione

L'arrivo

Che traffico! Che tanfo di benzina! La piazza di fronte al porto di Bastia si riempie già al mattino di auto, moto e bus, che riversano i loro scarichi nell'aria frizzante di una fredda primavera. E il traffico in uscita dalla cittadina sarà anche peggio, con tanto di ingorgo nella direzione opposta alla nostra. Piccole folle si accalcano all'unica fermata dove sostano tutti gli autobus. Finalmente giunge il nostro, su cui saliamo insieme ad altri zainuti e alcuni locali. Ben pochi di loro fanno il nostro trekking: la maggior parte, tra cui alcuni dall'aspetto bionico, sembra diretta a Conca per attaccare il GR20 sud. Solo una coppia di lingua tedesca scende insieme a noi a Moriani, apparentemente diretta verso la nostra stessa meta, anche se dopo un paio di giorni la perderemo di vista.
Fatti pochi metri dalla strada costiera verso l'interno, però questo mondo scompare, e si trova una solitudine che sarà costante. Sarà brevemente interrotta dal turismo di massa a Corte, dove la globalizzazione si materializza anche in un Testimone di Geova che tenta di rifilarmi lo stesso opuscolo che hanno qui, solo scritto in francese. E sarà pienamente ripristinata nella cittadina turistica sull'altra costa, dove giungeremo dopo undici giorni di cammino.

Assenze

Il primo elemento di paesaggio alieno che si incontra è qualcosa che manca: il cimitero. La vecchia mulattiera, l'unica per persone e bestie prima che aprissero le carrozzabili, costeggia una chiesa isolata, con alcune tombe accanto. Poi procede e qua e là si trovano altre tombe, sul bordo, isolate. Alcune sono cintate, altre invase dall'edera, altre ancora hanno scritte consunte e illeggibili. Poi non se ne vedono più. Verso il paese successivo, il paesaggio si ripete: mentre la mulattiera dal torrente sale alle case, una tomba solitaria, altre inglobate dal bosco, una ben tenuta tra le melanzane. La sera la gerant della gîte si giustifica asserendo che non c'erano terreni comuni dove costruire cimiteri, per cui ciascuno seppelliva i propri morti nel proprio terreno. Il sospetto che in una terra senza legge, in cui le dispute venivano appianate con vendette reciproche, non si trovasse la concordia neppure da morti tuttavia non si fuga.

Un altra assenza che notiamo subito sono le coltivazioni: attorno ai borghi non ci sono antichi terrazzamenti, inconfondibile segno della cerealicoltura. Solo neglu ultimi giorni attraverseramo due uliveti, di cui però uno è greco e non corso. Al loro posto, sconfinate distese di castagni da frutto, che dal mare salgono fin dove è possibile. Nel fitto della foresta, patriarchi scavati dai secoli sembrano sculture astratte. Sopra il loro limite, i lecci li sostituiscono e gareggiano con loro per bellezza delle forme e imponenza. In entrambi i casi, il sottobosco è pulito e arato da maiali e dai cinghiali alla ricerca dei loro frutti. Che i secondi siano selvaggi, è cosa nota, ma qui pure i primi girano liberi per strade, boschi e paesi. Così come le mucche, che vagano meste e magre per le strade deserte o per la macchia mediterranea, perché qui prati adatti a loro quasi non se ne vedono e quei pochi sono tenuti cintati, come sotto una teca climatizzata, e non sono sprecati per le bestie. Cosa mangeranno mai resterà un mistero insoluto per tutto il viaggio.

Fratelli di sangue

E i bipedi? Italiani e corsi fratelli di sangue, ci ribadiscono ripetutamente. Senz'altro nella lingua, così simile all'italiano che quando ti parlano ti chiedi se ti parlino in corso o se sono corsi che tentano di parlarti in italiano. Come il gestore del refuge A Sega, dall'aspetto di un pastore, che la prima cosa che ci dice è che il nome del posto ha lo stesso doppio senso sconcio che ha in italiano. La seconda è invece che il direttore del parco, che ha un cognome simile al mio, è stato recentemente ucciso in un agguato. Perché si opponeva alla speculazione edilizia, scoprirò a casa. Fratelli di sangue, anche nel rispetto per l'ambiente, appunto: carcasse di auto nei fossi o nelle scarpate punteggiano il paesaggio. Un chimico potrebbe datarne l'anno di immolazione analizzando lo spessore della ruggine o la consunzione dei sedili.
E naturalmente il calcio. Tutti tifosi del Bastia, ci ricordano che negli anni Settanta eliminò il Toro di Pulici dalla Coppa Uefa. Fu un anno glorioso quello: si arresero solo in finale agli imbattibili olandesi. La musica, che ci fa da sottofondo in quasi tutte le cene, ricorda quella melodica di una regione indefinita del Sud Italia. Così come i paesi deserti, dall'aspetto arcaico.

La catena centrale e le foreste

Spostandosi verso l'interno, il paesaggio cambia. Il gestore della gîte più panoramica ci aveva elencato i nomi delle cime, ancora ricoperte di neve, e ora ci siamo in mezzo. I paesi si fanno ancora più radi. I lecci lasciano spazio ai pini larici, giganti alti anche più di venti metri. Grazie alla guida che non spreca una parola a descrivere i luoghi, la meraviglia giunge ogni volta totalmente inattesa. Come in quella interminabile tappa di nove ore, un paese alla partenza, uno all'arrivo e in mezzo solo foreste. In certi posti non sembra nemmeno di essere in Europa, e certamente non nel Mediterraneo. Come alla Cascade de Radule, dove solitari giganti vivono tra i picchi di granito. O a Bocca di Verghju, dove la nebbia ristagna tra i pini e i faggi. O alle pozze della foresta di Aitone, dove le cime dei pini si perdono nel cielo. E i torrenti? Ho ben presto perso il conto dei guadi. Dal ruscello a quello verde col ponte a schiena d'asino, passando per quello varcato sulla passerella traballante e ondeggiante.

La pioggia e la fatica

Quel giorno ci è toccato pure un tempo nordico. Al mattino siamo partiti sotto la pioggia, che scendeva da un cielo grigio e basso, come quando deve piovere per tre giorni. Allora ti chiudi nel cappuccio della giacca sentendo il ticchettio nelle orecchie e guardando le mille gocce che si rapprendono sulle maniche della giacca senza fondersi. Poi però smette, il cielo si alza e vedi le nuvole correre sui fianchi della valle, interamente ricoperta di foreste, senza segni di presenza umana. Ne approfitti, ti fermi un attimo a mangiare, appena il tempo e poi riprende. Vedi una salamandra, un'altra e inizi a camminare guardando due volte dove metti i piedi, per paura di calpestarne una. Rimbrotti gli amici, perché delle due facce arancio e nero del coprizaino espongono la seconda, che è meno fotogenica. Quindi torrente e sentiero coincidono e ora ti devi guardare pure dall'acqua che tenta di entrarti nei piedi. Meno male che, un impeto di pessimismo prima della partenza, avevi dato l'impermeabilizzante su giacca, coprizaino e scarponi, altrimenti ora ti staresti strizzando. Entri in una foresta mista di faggi e pini e oltre che umido, diventa pure così freddo che pensi di aggiungere uno strato e indossare i guanti, ma ti sorpassa un giapponese solitario in maglietta e calzoncini e decidi di resistere.
Intanto cammini da sei ore e ti tocca pure una risalita, ma tu ne aggiungi una ancora per raggiungere un punto panoramico, un grosso blocco di granito proteso nella foresta e schiacciato contro il cielo basso. Tre soli elementi, granito albero nuvola, descrivono un paesaggio che si perde a vista d'occhio. Consulti la carta e confronti il tratto percorso con quello da percorrere e ti sembra di essere ancora lontanissimo. Poi le ore si fanno otto e ancora sei sperduto in mezzo alla foresta, solo i primi castagni ti fanno sperare che il paese si avvicini. Maledici le bolle che ti stanno venendo sotto i piedi, ma non invidi quello che se ne è rimasto sotto le coperte e ha raggiunto la meta sul Westfalia di due tedeschi.

Il sole

Gli ultimi giorni, quando ritorniamo nell'ambiente mediterraneo, sono sotto un sole a picco, con il cielo blu e quasi senza ombra. Senza cappello e occhiali scuri non si esce nemmeno. Il clima ideale per concedersi l'immersione nell'acqua gelida dei torrenti, che anche nella macchia mediterranea non mancano. Camminiamo di fronte a un mare blu, non più nascosto nella melassa grigiastra della caligine. La sera finalmente si può cenare all'aperto, nell'aria limpida e mite con la luce della sera.

L'arrivo

La meta del trekking significa l'immersione nel turismo marino di massa, che apprezziamo perché riusciamo a trovare un negozio di prodotti tipici, che vende quel fantastico miele amarissimo che il gestore-pastore-cacciatore-apicultore ci aveva fatto assaggiare a colazione. E i francobolli per le cartoline che mi porto dietro da un po'.
La sera ceniamo accanto a un gruppo di barbari anglosassoni dall'aspetto streotipato, che vengono in Corsica, nel ristorante di un greco discendente di peloponnesiaci emigrati qui secoli fa, all'arrivo dei Turchi nella loro terra, per mangiare ovviamente la pizza. Poi andiamo sulle panchine a vedere il sole calare nel mare, accanto alla coppia di pensionati, lui con la Nikon ciclopica montata sul cavalletto e puntata anch'essa verso il sole.

Tappe

Tappa 1: Istruzioni per la sopravvivenza
Tappa 1: Istruzioni per la sopravvivenza
Tappa 2: Moriani-I Penti
Tappa 2: Moriani-I Penti
Tappa 3: I Penti-Valle d
Tappa 3: I Penti-Valle d'Alesani
Tappa 4: Valle d
Tappa 4: Valle d'Alesani-Pianellu
Tappa 5: Pianellu-Sermanu
Tappa 5: Pianellu-Sermanu
Tappa 6: Sermanu-Corte
Tappa 6: Sermanu-Corte
Tappa 7: Corte-A Sega
Tappa 7: Corte-A Sega
Tappa 8: A Sega-Albertacce
Tappa 8: A Sega-Albertacce
Tappa 9: Albertacce-Evisa
Tappa 9: Albertacce-Evisa
Tappa 10: Ota-Marignana
Tappa 10: Ota-Marignana
Tappa 11: Marignana-E Case
Tappa 11: Marignana-E Case
Tappa 12: E Case-Cargese
Tappa 12: E Case-Cargese

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Sergio Chiappino

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