Via del Mare

Tortona-Camogli

7 tappe


Presentazione

Questa traversata appenninica congiunge la pianura padana padana al mare, ricalcando antichi percorsi lungo cui transitavano le merci da e per il porto di Genova, oltre che vie di transumanza tra i pascoli estivi sui monti e le stazioni invernali presso il mare. Non bisogna poi dimenticare le emigrazioni stagionali dei montanari verso i campi della pianura lombarda. La ruota motorizzata ha spostato i traffici sulle ferrovie e sulle carrozzabili di fondovalle, mentre nella civiltà dei pedoni erano i percorsi di crinale le vie preferenziali per le carovane di muli, in quanto sono più al riparo dalle alluvioni. Muoversi ha rappresentato una necessità e un'opportunità per le popolazioni montane, che hanno sempre praticato l'emigrazione stagionale e i mestieri girovaghi. In questo modo ricavavano redditi per integrare l'agricoltura di sussistenza e abilità trasversali, come direbbero all'ufficio di collocamento.
Dopo un giorno tra le basse colline tortonesi, una prima rampa conduce alle alture tra l'Oltrepò Pavese e la val Curone. Una successiva e più aspra rimonta i crinali appenninici, che conducono l'escursionista fino al mare. Si attraversano pertanto diversi ambienti affatto diversi tra loro, dalle basse colline coltivate, fino agli ambienti rivieraschi, passando per i monti liguri, quasi un affronto all'immaginario turistico; dalle querce ai lecci, passando per i faggi e i castagni, dai fiori di lino alle campanule giganti, passando per i botton d'oro. Senza contare i daini, i cuculi, le poiane e tutti quegli uccelli di bosco i cui canti non imparerò mai a identificare. Ci sono poi molti luoghi di interesse antropico, dai vicoli di Tortona, alla chiesa di Fabbrica Curone, a Torriglia, alla colonia Arnaldi. Alcuni purtroppo li sfioriamo appena: i dipinti di Pelizza per le vie di Volpedo, il castellaro di Guardamonte, le grotte di san Ponzo, il castello di Fabbrica Curone, la pieve medievale di Uscio, la chiesa di Ruta trovata chiusa, l'abbazia di San Fruttuoso. Varrebbe la pena di ripercorrere la via, riprogrammando le tappe e devolvendo più giorni al viaggio, per avere più possibilità di fare i turisti.

Siamo andati in Antola

Ciò che differenzia questo trek da quelli alpini sono senz'altro i passaggi di crinale. Normalmente nelle Alpi si solcano i monti per i colli; qui, invece, si può salire fino alla dorsale più elevata e seguirla quasi fedelmente, con panorami sconfinati. Di tutti i dossi appenninici che solchiamo, il più significativo è senz'altro l'Antola; non perché sia il più alto o il più bello, ma per la sua funzione sociale per le comunità di questa zona. Quando il benessere della Rivoluzione Industriale raggiunse l'Italia e, insieme al nazionalismo dell'unificazione, creò i presupposti economici e culturali per l'alpinismo, Torriglia e questa montagna divennero il centro d'attrazione per la borghesia genovese interessata alle terre alte. Due ricche vedove arrivarono a farsi costruire delle ville nei pressi della cima; nei medesimi luoghi sorsero ristoranti e rifugi per rifocillare e ospitare gli escursionisti. Le vicende di questi locali non furono certo lineari, ma anzi contrassegnate da rivalità e conflitti tra le varie anime che frequentavano la montagna.
Contemporaneamente, questa cima fu scelta dai cattolici che aderirono alla rivoluzione copernicana di Leone XIII, che invitò i fedeli ad erigere simboli cristiani sulle vette, dopo che per secoli erano stati considerati luoghi demoniaci da evitare. Alla cappella precedentemente eretta si aggiunse perciò la croce di vetta, tutt'ora esistente. Nacque allora la tradizione di una festa annuale, celebrata a inizio agosto.
Ciascuna delle inaugurazioni e delle relative feste, secolari o religiose che fossero, fu salutata da partecipati raduni di popolo, in cui si arrivò a contare sulla vetta migliaia di persone, salite da tutte le valli circostanti e giunte anche da luoghi remoti. In un'epoca di vita aspra e fame, erano l'unica o quasi occasione per sfuggire dalla grama quotidianità e fare festa insieme. Molta gente, ancora oggi, con più occasioni di evasione, adora radunarsi in massa per un rito, di qualunque genere sia, dal concerto di Vasco all'adunata degli Alpini, passando i pontili di Christo e la Giornata Mondiale della Gioventù. Allora erano degli eventi estemporanei, oggi è diventata una lucrosa attività economica, promossa dalle autorità come volano del turismo e del consenso.
Dopo la parentesi dell'occupazione tedesca, in cui l'Antola divenne punto nodale della Resistenza, le attività ripresero, ma andarono un poco alla volta in crisi, in contemporanea a quella della civiltà contadina che le aveva permesse. Le montagne furono abbandonate, non solo dai residenti, ma anche dai villeggianti, a cui i migliorati mezzi di trasporto dischiusero le più appetibili Alpi. Il rifugio Musante, primo esercizio antolano ad aprire nel 1895, fu anche l'ultimo a chiudere nel 1979, a causa dell'invecchiamento e della scomparsa degli eredi. Da oltre vent'anni era crollata la cappella. Seguirono dei tentativi di rilancio di una struttura ricettiva sul monte, ma i continui conflitti tra le parti in gioco resero le cose più complicate. Alcuni volenterosi, attratti dalla prospettiva di lasciare la vita cittadina per stare a contatto con la natura, condussero brevemente il rifugio Bensa, ma furono ben presto sconfitti dall'asprezza della vita in isolamento e dall'ambiente ostile dell'alta montagna.
Nel frattempo la sensibilità ambientale era aumentata ed era nato il Parco, che riuscì nell'impresa di edificare un po' più a valle un nuovo rifugio, costruito con criteri moderni. Anche oggi non mancano certo i problemi: nel giorno del nostro arrivo, ha difficoltà di approvvigionamento idrico. A giugno ha un buon flusso di scolaresche, che garantiscono clienti quotidiani. La cappella è stata ricostruita e la festa annuale è partecipata. Tuttavia recentemente è morto l'albergatore di Caprile, frazione sulle pendici del monte, senza lasciare qualcuno in grado di continuare l'attività. Una delle sue creazioni, la Rigantoca, una lunga camminata primaverile da Genova a qui, per ora gli è sopravvissuta e questo mi sembra un buon viatico.

Pedoni questi sconosciuti

Mentre sull'Antola si va a piedi, lungo il percorso abbiamo trovato zone in cui gli escursionisti sono alloctoni. Il primo giorno abbiamo dovuto seguire per un tratto una strada trafficata, che non presentava banchine e ci ha costretto a fare delle rasette alle auto. Una cosa ancora più stramba ci è capitata l'ultimo giorno. Una scalinata finiva sull'Aurelia e dall'altra parte della strada vedevamo il proseguimento. Tuttavia non c'erano strisce pedonali a unire i due lati della statale, come se nessuno avesse mai pensato che qualcuno potesse percorrere quelle scale. Il secondo caso è eclatante, ma anche il primo fa riflettere. Quando giro in auto fuori città, guardo stranito chi percorre a piedi le strade extraurbane, spesso a rischio della propria incolumità, e come me credo quasi tutti. A pensarci bene, tuttavia, mi chiedo perché mai uno non dovrebbe andare a piedi da un paese all'altro. In fondo, fino ai tempi dei miei nonni tutti si muovevano così, mentre oggi pare che se ne sia persa pure la memoria.
Il nostro andare a piedi fuori dai canonici sentieri alpini stupisce più di una persona che ci vede passare. È passato oltre un secolo da quando Orofilo, un alpinista appenninico, terrorizzò un intero paese e mandò una bambina all'ospedale per il trauma, scendendo dal monte Alfeo. Certo lui era una novità, per una società isolata, e se leggete com'era agghindato e come si muoveva una giustificazione per i montanari ignoranti la trovate; resta tuttavia il fatto che viaggiare a piedi resta in Italia un atto culturalmente eversivo, che scardina le convinzioni della maggior parte dei cittadini del paese europeo con più automobili per abitante. L'ho constatato ben più di una volta.
D'altronde sui sentieri dei primi giorni, che abbiamo percorso di sabato e domenica, non abbiamo incrociato nessun escursionista. Solo una volta entrati sul percorso più battuto, che arriva da Varzi, abbiamo cominciato a vedere una manciata di camminatori. Anche l'ultimo giorno, il numero di motociclisti sui sentieri ha superato quello degli escursionisti. Ad ogni modo, la Via del Sale da Varzi negli ultimi anni sta cominciando ad attrarre più gente, anche dall'estero, soprattutto dai paesi anglosassoni. Gli escursinisti alpini italiani non praticano molto l'escursionismo itinerante, ma c'è un pubblico maggiore che pratica i cosiddetti Cammini, come la ben nota Via Francigena, percorsi di più giorni che il CAI classificherebbe di difficoltà T. Questo è tecnicamente al di sopra, molto al di sopra, tuttavia questi camminatori possono essere un bacino di utenza promettente.

Il fango appenninico nella storia

La difficoltà più comune che si troveranno ad affrontare, secondo me, è senz'altro il fango appenninico. Ne ero già stato battezzato lungo la Via degli Abati, ma tra Castellaro di Varzi e l'Antola ho dovuto affrontare l'esame di maturità, complici anche le piogge abbondanti di questa primavera. I tratti più critici sono quelli nei boschi, dove il sole arriva più difficilmente ad asciugare il terreno. A ciò va aggiunta l'azione delle moto, che percorrono parte di questi sentieri: dove passano, solcano il fondo, lo compattano e creano buche dove l'acqua ristagna. Dobbiamo pertanto spesso danzare tra le due sponde, come lo slittino di Armin Zöggeler, o cimentarci in qualche variante fuori sentiero, alla ricerca di terreno più solido.
Tutto sommato non abbiamo affrontato difficoltà soverchie. Ben peggio era andato a uno nostro illustre predecessore, il transappenninico Annibale, che affrontò questo passaggio a inizio primavera, scegliendo il percorso più paludoso per sorprendere i Romani. Ad un certo punto, si trovò in una zona di fango così temibile, che il suo esercito dovette attendere quattro giorni e tre notti, prima di trovare del terreno solido dove poter sostare. I più fortunati rubarono qualche ora di sonno, coricandosi sugli animali di sostentamento che scivolavano a terra e perivano per non riuscire più a rialzarsi. Noi ce la caviamo con molto meno, limitandoci a lavare i pantaloni al termine di ogni tappa, senza mai finire con il sedere a mollo.
Un altro nostro predecessore è il già citato Orofilo, al secolo avv. Felice Bosazza, che verso fine Ottocento pubblicò alcuni libretti in cui raccontava le sue escursioni, durante la villeggiatura estiva a Torriglia. Purtroppo descrive pochissimo gli ambienti e la vita dei paesi attraversati, mentre sarebbe interessante compararli alla situazione odierna. In compenso è molto prolisso nel far emergere la visione del mondo della sua classe sociale, oltre a quella nazionalistica e proto-nietzchiana dell'alpinismo di quella stagione storica, che precedette di poco la metamorfosi turistica dell'Antola.

Mi auguro che il mio gruppo abbia anche molti successori. Le zone di Appennino attraversate si sono spopolate ancor più che le valle delle Alpi che frequento di solito. Un flusso di escursionisti costante, garantito dalla presenza di un trek popolare, permette a qualche attività economica di esistere e ai montanari di resistere.

Bibliografia

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Polibio, Storie, Milano 1988
A. Schiavi, Siamo andati in Antola, Pavia 2011

Il libro

La via del mare, 2018
Le vie del mare o vie del sale sono dei percorsi escursionisti che uniscono la Pianura Padana alla costa ligure. Seguono le vie di crinale, anticamente percorse dalle carovane di muli che trasportavano le merci dai porti verso l'entroterra e viceversa.
In questo libro è descritto il percorso tra Tortona e Camogli.

Tappe

Tappa 1: Tortona-Ca
Tappa 1: Tortona-Ca' del Monte
Tappa 2: Ca
Tappa 2: Ca' del Monte-Castellaro di Varzi
Tappa 3: Castellaro di Varzi-Capanne di Cosola
Tappa 3: Castellaro di Varzi-Capanne di Cosola
Tappa 4: Capanne di Cosola-Antola
Tappa 4: Capanne di Cosola-Antola
Tappa 5: Antola-Torriglia
Tappa 5: Antola-Torriglia
Tappa 6: Torriglia-Calcinara
Tappa 6: Torriglia-Calcinara
Tappa 7: Calcinara-Camogli
Tappa 7: Calcinara-Camogli