Pferlders-Mataatz

Val Passiria

18 luglio


Arrivo al Valtelhof
Arrivo al Valtelhof

Diario di viaggio

Oggi è la volta della Val Passiria. Dopo la parentesi di alpina di ieri, il paesaggio ritorna quello dei primi giorni: foreste di abeti rossi, masi su pendii impossibili, masi su pendii impossibili, foreste di abeti rossi.

Dopo la faticaccia del giorno precedente, scegliamo di partire con comodo, con sommo sgomento della vecchia scuola CAI, che vorrebbe partire all'alba sempre e comunque. Prima di colazione, faccio due passi per il paese. È formato da una strana miscela di edifici rurali e moderni alberghi in stile. Scambio due parole su queste belle giornate di sole con una vecchia, che sta andando a rifornirsi di latte direttamente dal capezzolo di una mucca, come intuisco dal suo recipiente metallico.
Il sentiero corre per un lungo tratto a fianco del torrente, sul lato opposto a quello della strada. Respiriamo l'odore dell'erba appena falciata e osserviamo i curiosi oggetti che un tipo originale ha accumulato intorno e dentro la sua abitazione. Il sentiero cambia versante in corrispondenza dell'attacco di una ferrata. Si marcia per un breve tratto sulla strada e poi si perde quota parallelamente a una pista di slittino, che fa venire i brividi, anche senza bisogno di vedere i piloti sfrecciare. La valle scende con un salto boscoso e pianeggia presso dei masi ai piedi di una cascata.
Si lascia il fondovalle e si prende a mezzacosta per il versante occidentale. Si supera un impluvio incassato e si alternano tratti di rilassante foresta con radure e scorci panoramici. Si sbuca sull'asfalto e lo si segue a tronconi per Ulvas, un paesino di case sparpagliate, più una chiesa col campanile dall'appuntito tetto rosso. Si attraversa il borgo in discesa e si perde così quota, dai 1500 metri in cui si è rimasti da Pfelders, ai 1100 su cui si proseguirà fino a Mataatz. Per ora questo non comporta cambiamenti di paesaggio.
Dato che il maso di oggi è un po' lontano, intorno alla mezza facciamo una pausa ristoratrice all'ombra, perché la temperatura è salita. Siamo non lontano da una casa presso cui pascolano due asini: naturalmente uno dei due tiene fede alla propria fama e viene a ficcare il muso nei nostri zaini. Fioccano le scommesse su quanto manca al prossimo ristoro: questo trek ci ha viziati al punto da non farci pensare al altro.

Ripartiamo e ci tocca una risalita breve ma erta. Tuttavia va molto peggio a chi viaggia in verso opposto: segue infatti una discesa ripida sotto il sole, che conduce direttamente ai tavoli del locale. Una manica di sventurati lo sta appunto percorrendo in quest'altro verso, sicuramente a stomaco pieno vista l'ora, e sembra sul punto di stramazzare da un momento all'altro.
Giunti sul posto, un cartello ci annuncia che manca solo un'ora alla meta. Senza neanche dircelo, ci accordiamo per una pausa lunghissima, atta a smaltire lo stress della tappa precedente (e il cibo della sosta presente). Questo locale è davvero agreste: un notevole gallo, galline e anatre nere girano libere per i tavoli e non si fanno sfuggire nessuna occasione per beccare ciò che cade per caso o benevolenza dei commensali. La cameriera non si capacita di avere dei torinesi, che per di più sanno tre parole di tedesco in cinque, per cui ci tempesta di domande sulla nostra esotica patria.
Ripresa a fatica e quasi controvoglia la marcia percorriamo un tratto di asfalto prima di reimmergerci nel bosco. Ci sorpassano due ragazze tedesche, che ormai ci sono familiari; vedendoci a ranghi ridotti, ci chiedono dei M.I.A. e così raccontiamo loro dell'incidente di ieri. Molestato un povero orbettino che se ne stava tranquillo sul sentiero, la marcia prosegue senza storia, se non fosse per una telefonata in patois a un parente.
Altri masi precedono l'ultima rampa che conduce al nostro, dove veniamo confinati in un confortevole lager per italiani… Nella stalla ci sono dei maiali, mentre la parte per le mucche è vuota: devono essere all'alpeggio. Nel solito ripido prato a valle pascolano delle capre, che ci fanno temere per il nostro bucato steso al sole. Ci sono poi dei gattini; una gattina specialmente è molto socievole e affettuosa. La sera raggiungo anche il mio secondo obiettivo del trek (il primo era il Kaiserschmarren): riesco a capire le indicazioni in tedesco del padre del proprietario, che ci dà un suggerimento su una bretella per raggiungere il sentiero principale dell'Alta Via.

Galleria fotografica

Bergkristall
Bergkristall
Pfeldererbach e Hohe Wilde
Pfeldererbach e Hohe Wilde


Ulvas
Ulvas
Ulvas
Ulvas

Egger
Egger
Arrivo al Valtelhof
Arrivo al Valtelhof