Monte Vailet

Valchiusella

17 giugno



Succinto

Magnifica gita su una cima facilmente accessibile e con percorso segnalato (un'eccezione in Valchiusella). Oltre che per il panorama della vetta, che appare all'improvviso solo quando manca poco, grazie all'elevato dislivello è possibile osservare come cambiano la vegetazione e la stagione al mutare della quota. Assolutamente da fare in una giornata senza risalita di nebbie, altrimenti è solo una purga per conquistare una vetta di scarso interesse geografico, estetico e alpinistico.

Lascio l'auto nello spiazzo della strada per Fondo, di fronte a cui c'è l'imbocco della mulattiera che sale a Succinto. Penso che questa mulattiera di raccordo sia relativamente recente, costruita dopo la strada, perché il collegamento originario con l'alta e la bassa valle passava a mezzacosta sul lato solatio, per i Piani di Cappia. C'è solo un pick-up nel parcheggio: in questo sabato senza una nuvola, sui sentieri non vedrò nessun escursionista, ma solo pastori. La mulattiera sale a tornanti e a gradini. Grondo di sudore sin dai primi passi, perché per questa escursione ho scelto un giorno di quegli anticicloni africani, che i siti meteo sensazionalistici amano battezzare con nomi ululanti presi dalla mitologia classica. Non volevo rischiare di perdermi nelle nebbie estive quasi eterne, in queste valli brevi affacciate sull'umida Pianura Padana.
Succinto è un borgo ben tenuto, in favorevole posizione solatia. Secondo i racconti locali, fu fondato nel XIV secolo da margari che volevano sottrarsi ai soprusi dei signorotti di Brosso; il luogo fu scelto perché facilmente difendibile, tra le gole dei torrenti Tarva e Chiusella. L'episodio si colloca verso la fine del periodo storico in cui per la prima volta, l'alta montagna fu colonizzata in maniera stabile. Da una manciata d'anni è raggiunto da una pista sterrata, come scopro con sorpresa. Già dal 1966 i trasporti non avvenivano più solo a dorso di mulo, ma con una teleferica mossa da sola energia idraulica. Secondo la migliore tradizione italiana, la strada ha distrutto l'imbocco della mulattiera per l'alpe Vaccares, che non è neppure segnalata. Solo per la GTA hanno messo un cartello, bontà loro. La strada sembra voler continuare in alto: speriamo non facciano ulteriori danni. Capisco la necessità di non essere isolati dal mondo, ma non deve essere ottenuta a scapito del patrimonio storico: le mulattiere sono infatti un retaggio materiale di una cultura passata, in cui ci si muoveva a piedi o a dorso di mulo. Come gli archivi parrocchiali registravano la vita sociale, o gli ex-voto i problemi e le preoccupazioni della gente comune, così i sentieri e le mulattiere testimoniano le reti di collegamento delle attività economiche e sociali e vanno preservate nel medesimo modo.
Seguendo una linea di edicole votive riesco a trovare l'imbocco della mulattiera. Quasi subito vedo indicato su un masso il bivio per l'alpe Reje, da cui conto di scendere. Terra smossa di recente, fatte fresche e rumore di campanacci mi fanno pensare che davanti a me ci sia una mandria di mucche in transumanza. Infatti poco dopo mi trovo in coda a una trentina di vitelli da carne, con qualche vacca più anziana. Quando raggiungo la fila, i pastori più esperti stanno aiutando una vacca, che è scesa a valle della mulattiera e ora non riesce più a risalire da sola: cerca di andare su per la più dritta, ma è troppo ripida e scivolosa per la sua mole. La dirigono allora verso un punto in cui il gradino del sentiero è più scavalcabile, da cui riesce a tornare su. A chiudere la fila c'è una pastora insieme a una cagnetta pezzata, che a ogni suo cenno o parola scatta per radunare con spietata efficienza le mucche che si allontanano per mangiare. Più avanti ci sono una bimba con un cappello nero da cowboy, che sembra divertirsi un mondo, e un'adolescente. In mezzo alla mandria c'è un trentenne un canottiera, con la pelle bruciata dal sole, che trasporta a spalle delle assi e delle corde. La testa della mandria mi è invisibile. In origine avrei voluto alzarmi un'ora prima di quanto ho poi fatto, per sfruttare le ore più fresche; stavolta la pigrizia mi ha premiato con questa esperienza. I pastori non scambiano con me nessuna parola, nemmeno quando li saluto o vedono che fotografo loro e le bestie. Molti montanari sono chiusi, ma già altre volte ho constatato che in Valchiusella battono tutti i record. Parlano tra loro in dialetto piemontese, anche se non capisco tutte le parole, non solo per il chiassoso sottofondo di campanacci; soprattutto i comandi secchi ai cani mi risultano incomprensibili. La mandria si ferma all'alpe Vaccares, nome appropriato, dove ci sono alcune baite e i soliti frassini secolari che fornivano il nutrimento delle foglie negli anni magri. Saluto i pastori seduti su una roccia e i giovani del gruppo mi rispondono.

Il bosco, che finora mi aveva tenuto tra sole e ombra, si dirada proprio mentre il sentiero diventa più ripido. Il caldo è asfissiante e il sudore che sa di sale cola alle labbra dalla testa. Faccio un pausa sotto l'ultimo acero, per bere e spalmarmi di crema solare, per cui è giunta l'ora. Non indosso il cappello perché mi fonderebbe la testa in un effetto serra personale. Poco a monte passo per uno spiazzo panoramico bordato di pietre. Chissà se serviva a qualcosa o se hanno solo voluto marcare così il luogo con miglior vista della salita. Terminati gli alberi, arriva l'alpe Giaret, l'alpeggio più a monte già caricato. Odo dei campanacci, dei richiami di bambini e vedo una pastora mentre svuota una stalla dal letame. Noto un sasso di lucente marmo cristallino che ne è quasi coperto. Da qui il sentiero di fatto scompare, ma le tacche sono frequenti. Arrivo poi nei pressi di un cocuzzolo, all'alpe Tajant, dove sale pure una teleferica. Il sentiero prosegue tra due muri a secco mai poi si perde, così come le segnalazioni. Dalla carta capisco che devo restare vicino alla dorsale che sale dal cocuzzolo, ma non lo faccio abbastanza e proseguo allora brado fino all'alpe Pianezza. Così facendo disturbo due pernici. La sua chiesa di san Pietro in Vincoli è priva di simboli religiosi all'esterno ed è perciò riconoscibile solo perché è l'unico edificio a piano unico, mentre le baite hanno la stalla al piano terra e l'abitazione al primo. La chiesa fu costruita dai montanari come ex-voto per liberarsi di un male che affliggeva il bestiame. La vista sulla pianura è strepitosa, ma sarà ancor meglio al pomeriggio, quando la foschia si sarà diradata. Faccio la prima pausa consistente della giornata, bevendo e mangiando roba salata e tanta frutta per compensare la sudorazione.
Quel che è successo dall'alpe Pianezza all'alpe Vailet mi è quasi uscito di mente, perché tutti i miei ricordi sono stati assorbiti dalla sfacchinata successiva, sotto il sole cocente delle ore peggiori del giorno. Peggiori per qualunque cosa, tranne una siesta all'ombra di un faggio tra il ronzio degli insetti, ascoltando l'indolenza di Spirit of summer di Deodato. Poco dopo l'alpeggio mi faccio ingannare da un sentiero ben lastricato che piega a destra, che però serve alle bestie per andare a bere, mentre il percorso segnalato prosegue diritto. Quando arrivo all'alpe Truch mi sembra strano essere salito solo di 250 m dall'alpeggio precedente: le mie gambe flaccide direbbero molto di più. La fioritura, che mi aveva accompagnato dall'alpe Vaccares, va esaurendosi. Restano la Gentiana acaulis, i cui esemplari ancora chiusi mi accompagneranno fin quasi in cima, gli anemoni e la Primula pedemontana, un endemismo delle Alpi piemontesi. Una cosa che adoro delle escursioni che partono da bassa quota è che sono come fare un lungo viaggio verso nord: permettono di osservare i cambiamenti di clima e vegetazione al crescere della quota. Inoltre, nelle stagioni intermedie come questa, sono anche un viaggio a ritroso nel tempo: a Succinto era già estate, mentre qui sta appena arrivando la primavera; intorno alla cima vedrò qualche chiazza di neve residua. All'alpe Vailet finisco la prima borraccia da un litro e mezzo. Mi sembrava di essere stato prudente portando tre litri d'acqua, ma scoprirò che anche cinque mi avrebbero fatto comodo. Sento il bisogno di una nuvola che faccia un po' di ombra, ma sarò accontentato solo in cima e per poco tempo. Se non altro c'è qualche refolo di brezza. Dopo vari alpeggi, ho la conferma che c'è una siccità preoccupante: anche se siamo appena a giugno, dalle sorgenti dove si abbevera il bestiame esce solo un filo d'acqua; dove c'è la vegetazione nitrofila, il terreno non è il solito paciocco viscido, ma è polveroso e secco. Speriamo che piova, o i pastori non potranno salire agli alpeggi superiori. Solo nei boschi in basso si è conservato un po' di umido.
Da qui in poi scompare del tutto il sentiero, che peraltro da un bel pezzo non era così tanto tracciato. Le tacche comunque sono frequenti; quando da una non vedo la successiva, mi basta andare a istinto e dopo pochi passi la rintraccio. Il percorso prosegue lungo la dorsale fino a dove diventa rocciosa. Salgo due canalini; nel secondo, che affronto come arrampicando su rododendri, mi inquieta un po' come affrontarlo in discesa. In realtà scoprirò che la difficoltà viene solo dallo scemare delle energie e della lucidità mentale, a cui questa salita sotto il solleone mi sta portando. Poi è solo prato non spietrato, solo sole, solo fatica, solo sudore. Mi impongo di non guardare l'altimetro; sarebbe come emulare quelle piattole che nelle gite chiedono sempre quanto manca. Lo faccio solo quando sono sicuro di aver superato i 2500 metri. Quando meno me l'aspetto sono sul displuvio con il vallone del Fer: la cima è alla mia quota, poco più in là. Sono così ansioso di arrivare per riposarmi, che neanche mi fermo a guardare il panorama. Tuttavia sono così cotto che i pochi massi da superare mi sembreranno una pietraia infinita e rognosa. Alla croce di vetta hanno fissato una bandiera italiana, che da lontano mi sembra una maglietta stesa da misteriosi predecessori che non ho mai visto.

Dopo che mi sono ripreso, posso finalmente ammirare il panorama. A Nord troneggiano il Rosa e il Cervino, con il Grand Combin un poco discosto. Riconosco le cime della basse valli Walser, come lo Zerbion con l'aprica conca di Antagnod, il Mars e le Dame di Challand. Sotto di me c'è il verdissimo Giassit di Mouilla, dove serpeggia il torrente. Ci separa un pendio dirupato di pietraie e poca erba. Verso ovest il vicino Debat, il Monte Marzo e più dietro le cime della valle di Champorcher. A sud il vallone del torrente Burdeiver dove corre il selvaggio sentiero del gallo forcello; tento invano di individuare il lago Liamau. Sullo sfondo sbuca la piramide del Monviso. In pianura si riconoscono il lago di Viverone e le risaie verde chiaro, tra cui spiccano le monumentali torri di raffreddamento della centrale Galileo Ferraris; più dietro la macchia scura del medievale Bosco della Partecipanza. Il dentino della basilica di Superga da qui è troppo piccolo per essere riconosciuto a occhio nudo. Quando me ne andrò la luce sarà ancora più limpida, passata la caligine del mezzodì. Sono troppo rintronato per cercare il libro di vetta, ammesso che ci sia. Forse, salire dritto per dritto è stata una strategia sbagliata: sotto questa canicola, avrei dovuto abbozzare qualche tornante, senza puntare subito alla tacca successiva.
Lascio a malincuore la cima dopo quasi un'ora e mezza di contemplazione. In discesa i segni sono più facili da individuare che in salita. Prima del canalino critico, c'è un traverso esposto di un paio di metri a cui non avevo fatto caso in salita. Poi il passaggio in discesa si rivela elementare: non devo nemmeno appoggiare le mani sulle rocce. All'alpe Vailet devo bere di nuovo; ho quasi finito anche il secondo litro e mezzo. Poco più a valle, la traccia si smarrisce in una sorgente (quasi secca) tra le tracce del bestiame che viene a bere. Stavolta l'istinto non funziona, per cui provo con il reverse engineering: trovo una tacca per chi sale dal basso e punto verso la direzione da cui è più visibile; trovo allora la tacca successiva, che mi era sfuggita nei cinque minuti di vagabondaggio in zona. Prima di arrivare all'alpe Truch, con la coda dell'occhio noto due camosci che fuggono alla mia comparsa: qui in Valchiusella si caccia e gli animali sono molto schivi. All'alpe Pianezza mi fermo per la merenda. Vorrei della frutta, ma già in cima l'ho terminata e non mi resta che la frittata di mele. Anche stavolta perdo il sentiero a valle di qui: troppo sbiadite le tacche e troppo esile la traccia. Per fortuna il terreno non è molto pendente e abbastanza regolare. Molti passeriformi hanno eletto questa zona a nido o zona di caccia, a giudicare da quanti ne sento cinguettare attorno a me o ne vedo scappare al mio passaggio.

Al termine del tratto tra i due muretti già percorso all'andata, cerco il sentiero per l'alpe Reje. Mi aiuta la carta, in quanto la sua direzione non è per nulla ovvia: l'alpe è a sud-ovest proprio sotto di me, mentre il sentiero punta a sud-est, in salita verso il cocuzzolo citato in precedenza. Sapendo questo, non è difficile trovare le tacche fresche di vernice. Il sentiero corre tra i rododendri e arriva a un colletto dove si perde un po'. Di nuovo lo rintraccio con il reverse engineering, fino a trovare una tacca nascosta dalla vegetazione. Da un secondo colletto, tra fioriture di gigli di monte, il sentiero svalica sul versante di discesa. Il tracciato è quanto più di simile vi sia a un percorso nei prati fuori sentiero. Ciò mi costa una fatica supplementare, per mantenere l'equilibrio precario sull'erba ripida, ma il posto brilla di una bellezza selvaggia e agreste: il pendio infatti è ripidissimo, ma tutto verde e spietrato. A volte il sentiero sembra segnato più che altro per chi sale e ciò mi costa dei giri supplementari. Sento gli scampanii delle vacche e le urla dei pastori venire da una zona verso un impluvio, ma non li vedo. Finalmente arrivo alla base dell'alpeggio, dove una fila di lose piantate nel terreno marca l'attacco del sentiero di accesso: di qui il fondo sarà più regolare.
Il primo tratto in traverso mi costa una pena supplementare, perché ormai non vedo l'ora di arrivare. Nell'ultima pausa all'ombra (finalmente!) finisco la poca acqua rimasta e attivo il ricircolo. L'ombra del bosco non significa frescura, tuttavia. Dopo un punto panoramico, infine il sentiero prende a scendere decisamente: non vedevo l'ora. Proseguo senza prestare particolare attenzione a ciò che mi circonda, ma non me ne faccio una colpa. Quando arrivo a Succinto il mio unico pensiero è la fontana. Bevo quasi due litri senza che mi venga lo stimolo della pipì. Mentre mi riposo sulla panchina accanto alla chiesa, noto l'insegna di un rifugio, a cui al mattino non avevo fatto caso. Chiedo se mi possono dare una cena. «Vuole una pasta o delle cosette buone che faccio io?» mi chiede la signora. Senza neanche riflettere opto per le seconde e ceno senza sapere cosa mi attende alla portata successiva, ma senza il rischio di delusioni. Intanto una flautista francese accompagna il mio pasto con la Syrinx di Debussy e altri brani. Nel frattempo ho preso a sentire così freddo da aver bisogno del pile: che gioia! Poco prima che faccia buio, prendo il caffè, saluto cuoca, flautista, uditorio e parto. Il gestore esce per consigliarmi il sentiero del cimitero, più diretto e meno scalinato di quello percorso all'andata, a suo dire. Sul diretto forse posso concordare, ma sul meno scalinato assolutamente no. La prossima volta non lo ascolto.

Riferimenti

M. Antonicelli, Valchiusella a piedi, Montalto Dora 2009
Gianmarco Quacchio, Succinto fra storia e realtà, Traversella 2016 (da stampare e leggere su carta)
Dopo l’acqua e la luce finalmente la strada per la piccola Succinto
Stefano Carnelli, Transumanza, Berlino 2016

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La mulattiera per Succinto

Succinto

Transumanza

Transumanza

Alpe Vaccares

Panorama dal Monte Vailet

Mont Debat

Alpe Vailet

Alpe Pianezza

Alpe Pianezza

Alpe Reje

Succinto



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Sergio Chiappino

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