Santuario di Santa Cristina 1340 m

Valli di Lanzo

4 maggio


In un baleno

Le Valli di Lanzo dalla u di uja alla double u di Willy il Coyote

Santa Cristina
Santa Cristina

Diario di viaggio

«Dietro Ceres si alza un picco molto aguzzo, alto all'incirca 711 tese sul livello del mare, alla cui sommità, orribilmente scoscesa, si trova una cappella dedicata a Santa Cristina. […] Mi è difficilissimo descrivervi le sensazioni sublimi che si provano di solito dalla cima di questi picchi svettanti; capisco facilmente come in ogni epoca siano stati scelti per edificarvi templi o cappelle. Secondo l'opinione del signor de Sayve, in questi luoghi si è preda involontaria di un fascino indefinibile: l'anima si libera, per così dire, dai suoi legami materiali; prova diletto nel sentirsi isolata dal mondo; la lontananza da ogni vestigio umano, facendoci momentaneamente dimenticare le meschinità e le miserie di quaggiù, pare ci avvicini maggiormente a Dio». È il 1820 quando Luigi Francesetti, conte di Mezzenile, descrive così nelle sue Lettere sulle Valli di Lanzo, la vetta della mia prima escursione dopo il blocco per coronavirus. Non ci salivo da una decina d'anni, e ho scelto questa meta per motivi simbolici: il suo culto è infatti legato al ruolo protettivo dalle calamità, e lungo la salita si transita per un'altra cappella, connessa a un'epidemia di peste.

Arrivo a Ceres nel giorno di mercato, per cui devo retrocedere a parcheggiare fuori del centro, facendo un po' di manovre nelle strette viuzze. È il primo giorno della fase due dell'emergenza sanitaria da Covid-19, in cui dopo un confino di due mesi posso spostarmi nella regione per fare attività fisica. È un lunedì, che i turni ideati per adattare il gruppo di lavoro di cui faccio parte alla pandemia mi lasciano libero e sfrutto al volo. Nella tarda mattina c'è un po' di gente in giro per compere, tutti con la mascherina indosso, anche all'aperto. Mi copro anch'io naso e bocca e mi fermo a comprare un dolce nel negozio di alimentari (un panino è fuori questione perché li farcisco preferibilmente con verdura e non con la toma e i salumi che potrei reperire qui). Non voglio limitarmi a una fruizione di rapina della montagna, che ne sfrutta le opportunità come sfogo della città, ma lasciare un segno tangibile del mio passaggio all'asfittica economia provata dall'assenza del turismo invernale. Non so quanto oltre il bancone apprezzino le mie intenzioni e il contatto umano con il primo forestiero da due mesi a questa parte. Dallo sguardo che filtra oltre la fessura e dal modo balbettante di porsi sembrano un po' atterriti dal possibile untore, o almeno più di quanto la solita introversione e ritrosia di queste valli ripiegate su sé stesse farebbe pensare. Ad ogni modo il banco dei dolci freschi è desolatamente vuoto, per cui da una cesta pesco degli amaretti morbidi biellesi.
Attraverso la piazza pedonale del paese, svuoto la borraccia e mi rifornisco di acqua buona alla fontana. Le case dalle rustiche architetture in legno e pietra sono molto ben tenute, ma non rileccate. Imbocco un vicolo che porta il nome della mia meta e sbuco su una strada di periferia, dove altra gente gira con la mascherina. Una vecchia mi scruta di lontano mentre il suo bellissimo gatto color cenere fugge alla mia comparsa, mettendosi al sicuro dietro un cancello da cui mi controlla ad occhi sbarrati e zampe flesse pronte allo scatto. Eppure questa è la via obbligata per Santa Cristina: dovrebbe essere abituato al via vai (avrà metabolizzato la ritrosia dei suoi compaesani bipedi…). Poco prima che la strada termini, godo di una vista del paese a mo' di drone.
La strada si trasforma in una bella mulattiera lastricata, che si inoltra in quello che doveva essere un castagneto da frutto, ipotizzo con coltura mista di patate o segale per la presenza di terrazzamenti; l'abbandono l'ha reso un bosco misto di bassa quota. Il fresco odore della vegetazione novella tenta invano di stimolare le mie insensibili narici; il canto degli uccelli e il ronzio di una sega elettrica lontana, ovattato dalla densa vegetazione primaverile, fanno vibrare il più collaborativo timpano alla mai dimenticata musica montana. In costante ascesa, raggiungo un'isolata grande casa in pietra a secco. Da uno squarcio del muro perimetrale posso ammirare il possente pilone centrale, che sorregge il colmo del tetto, ancora sul posto. Attorno alla casa ci sono ulteriori terrazzamenti. La bellissima mulattiera taglia una sterrata e passa sotto una linea elettrica, poco prima di Pian del Cres. Qui la baita è di nuovo disabitata, ma sembra solo provvisoriamente, perché è integra, anche nel balcone di legno, dove c'è della legna accatastata. Oppure potrebbe essere stata abbandonata all'improvviso e inaspettatamente, una sorte comune dove il riferimento umano è garantito dai vecchi superstiti. Altra legna, tagliata di recente, sta stagionando sul retro.
Vedo transitare sul sentiero uno sterocorario verde iridescente (o un altro scarabeo che gli assomiglia, almeno al mio occhio incompetente). Seguo per un tratto una sterrata fino a ritrovare l'imbocco del sentiero. Qui, un poco discosta, noto la Cappella della Peste. Si tratta di una semplice cappella profonda poco più di un metro e aperta su un lato, su cui un cancello metallico protegge degli affreschi. Secondo la tradizione orale, la cappella fu costruita per permettere di seguire la messa alle persone senza assembrarsi in chiesa, evitando quindi i contatti, durante un'epidemia di peste cinquecentesca: una targa la data infatti al 1577. Ci tenevo a passare di qui nella prima gita dopo la fine del blocco rigido, mi sembrava un luogo consonante con il periodo attuale di divieto delle cerimonie cattoliche come di quelle consumiste (saldi, partite di calcio, spiagge, …). Sul fondo è raffigurata una Madonna con Bambino affiancata da un ragazzo in abiti rinascimentali, che tiene in mano una spada e un libro, chiaramente qualcuno legato alla committenza (gli storici lo ritengono il figlio). Committenza che era poi l'intraprendente famiglia Castagneri, che aveva fatto fortuna con le miniere, era in procinto di fondare il borgo di Balme con l'edificazione della casaforte del Routchass e sarebbe anche emigrata nella Maurienne, dove avrebbe fatto fortuna e acquisito titoli nobiliari. Sui lati invece ci sono figure di santi, tra cui riconosco san Michele Arcangelo che uccide il drago-Satana e sant'Antonio Abate con il fuoco (alternativa al più comune maiale). Ci sono poi san Giovanni Battista, la Trinità e santa Cristina. Gli affreschi sono opera di Giovanni Oldrado Perini, uno dei tipici pittori erranti, che lavoravano per una committenza di gente contadina devota, in forte ritardo culturale rispetto alle correnti artistiche del tempo, per cui utilizzava perciò schemi dei secoli precedenti (ad esempio non conosce la prospettiva).

Ripreso il cammino, attraverso una zona di grandi massi erratici, sotto cui sono stati ricavati dei rudimentali ripari, chiudendo il lato aperto con un muro a secco. Questi ripari qui sono detti balme o barme, un termine di origine celtica, che dà anche il nome al già citato paese più a monte nella val d'Ala. Entro nel più grande, dove noto sul muro una nicchia, che doveva essere usata per riporvi degli oggetti. Anche se la valle, a differenza della confinante val Grande, ha oggi una morfologia prettamente fluviale, con uno stretto fondovalle dove il torrente scorre incassato in gole, i ghiacciai hanno lasciato anche qui tracce della loro espansione. In questa zona sento un forte profumo di fiori, senza però capirne l'origine.
Da questo punto in poi il termina la mulattiera bordata di pietre e il sentiero diventa una semplice traccia terrosa. Non sono ancora salito a monte del deposito glaciale, e quindi non è venuta meno la disponibilità di pietre, ma credo piuttosto che qui ci fossero dei prati e la mulattiera si interrompesse. Interseco più volte la pista, la cui costruzione potrebbe aver contribuito al danneggiamento della mulattiera storica. Supero il primo bivio per Monti di Voragno (troverò diverse tracce lì dirette, nel corso della salita), dove c'è una baita abbandonata ma ben conservata, costruita tra grandi massi erratici; la stalla al piano terra è ancora in buone condizioni. Continuo a incontrare grandi castagni da frutto, la cui coltura è abbandonata da tempo immemorabile, perché si sono estesi tantissimo verso l'alto, divenendo una via di mezzo tra quelli da frutto, piccoli e tozzi, e i cedui alti e sottili. Il sentiero sale per la massima pendenza tra balze, gradinato in anni recenti con uso di legno. Forse qui il tracciato originale è andato perduto con l'erosione delle terrazze ed è stato così rimpiazzato. Infatti poco a monte, aggirata una dorsale e rientrato nel bosco, riprende il sentiero lavorato con uso di pietre.
Tra fischi di merli, raggiungo la cappella di Madonna degli Angeli, dove sono fioriti i giaggioli. Riprendo a salire nel bosco misto, dove ci sono anche dei ciliegi, che una volta dovevano essere assai numerosi, tanto da dare il nome al paese da cui sono partito, e trovo una sorgente ai piedi di balze riprese dal bosco. Vi sorga appena un filo d'acqua, nonostante siamo in primavera, nella stagione più piovosa dell'anno. Sul margine del sentiero è spuntato un curioso fungo dalle cappelle multiple sovrapposte, che assomigliano a una pila di castagne schiacciate. Il profumo dei fiori si fa più intenso. Dove cominciano i larici sento i corvi gracchiare sottovoce e le cince schioccare. Trovo un'indicazione per il punto panoramico del Roc d'la Dent e non mi faccio pregare.

Dopo un breve traverso, mi insinuo tra rocce aguzze fratturate e arrivo a uno spiazzo roccioso a picco su Ceres, su cui veglia una madonnina bianca. Ceres si trova nel punto di confluenza tra la val d'Ala e la val Grande; pochi chilometri più a valle si uniscono anche alla valle di Viù e tutte insieme vanno a sfociare in pianura in una strettoia nei pressi di Lanzo, che dà il nome collettivo a tutte e tre. Un altro aspetto che le accomuna è la morfologia estremamente accidentata, con fianchi ripidi e assai elevati rispetto ai fondovalle. Verso la Francia sono sbarrate da una catena di montagne di roccia e ghiaccio alte oltre 3500 m, che tuttavia non sono mai state una barriera insormontabile: già in età romana e poi anche medievale erano varcate da vie di transito che svalicavano a oltre 3000 metri, percorse anche d'inverno, quando la neve copriva i crepacci. Le testimonia un'iscrizione dedicata a Ercole, a cui ci si affidava per le imprese rischiose, ritrovata nel Settecento nei pressi del lago della Rossa, verso il colle d'Arnas. Un altro colle deve il suo nome alla presenza di altari, oggi scomparsi. Lungo il percorso francese per il passo del Collerin, invece, il ritiro del ghiacciaio nei primi Anni Duemila ha restituito una statua lignea molto deteriorata, di significato e datazione discusse (il proprietario non ha concesso il permesso per l'esame al carbonio 14). Gli autori classici come Polibio, che percorsero queste vie, ce le descrissero come estremamente difficili e pericolose, caratteristica che hanno mantenuto ai nostri giorni: il Tour della Bessanese, un breve trek di alta montagna che si snoda attorno al crinale su questi percorsi, è di decisamente impegnativo. I montanari hanno pertanto sempre intrattenuto stretti rapporti con i vicini savoiardi, anche dopo che la regione transalpina passò alla Francia: si limitarono a farlo in maniera illegale, con il lucroso contrabbando. Questa dimestichezza con le alte quote li rese guide eccellenti per i primi alpinisti ottocenteschi.
Ora sto risalendo il contrafforte che separa le prime due valli citate, al cui culmine, su uno sperone roccioso, è edificato il santuario dedicato a santa Cristina. A sud, sull'inverso, poco distante dal capoluogo, c'è la piccola frazione di Almesio, sprofondata in un grande versante di fitti boschi verde scuro. Volgendo lo sguardo verso monte, a far da quinta della profonda incisione a V della valle, la vetta della piramidale Uja di Mondrone (uja vuol dire guglia in dialetto), spruzzata di neve, emerge da una nuvoletta, che quasi nasconde la Bessanese, una delle cime sullo spartiacque alpino. Il verde tenero delle foglie giovani contro il biancore della neve, nella luce intensa di un mezzogiorno insolitamente limpido e perciò quasi privo di ombre e prospettiva aerea, crea una scena di vigore primaverile. Rispecchia la mia ebbrezza nel trovarmi qui, in questo giorno di rinascita dopo due mesi di clausura in città, monti visti con il binocolo e passeggiate a bordo tangenziale. Ben diversa appariva questa valle a Emilio Martelli e Luigi Vaccarone, quando, insieme alle guide Antonio, Giuseppe e Pietro Castagneri, proprio sull'Uja di Mondrone portarono a termine la prima ascensione invernale di una montagna, la vigilia di Natale del 1874. La cima appariva «acuminata, nevosa, selvaggia e sinistra, con tutta l'orrida apparenza del Cervino veduto dal Breuil». Alla partenza, alcune ore prima dell'alba, «brillava nel suo più fulgido ammanto di stelle le regina del silenzio, che faceva l'aria tutt'all'intorno biancheggiante, ed i monti, e le valli, e i colli, e le cascate dalle immani stalattiti di ghiaccio tinti di bella luce argentina» (la luna piena era infatti alta nel cielo). Il rapporto tra alpinisti e guida è paradigmatico: sono i beneficiari della Rivoluzione Industriale a pensare di compiere una prima, ma è la guida locale a scegliere la meta ritenuta più accessibile, contro il loro parere, e a guidare la cordata. I montanari erano in grado di cavarsela tra quelle difficoltà meglio dei cittadini, ma non si sarebbero mai sognati di intraprendere un'impresa per conquistare l'inutile, che invece allettava chi aveva la pancia piena. Lo facevano solo per ragioni concrete, per integrare i magri redditi della montagna e raggiungere il benessere con il contrabbando e la guida. All'arrivo in vetta non stettero in silenzio contemplativo come me adesso, ma «con grida di gioia e con spari di pistola salutavamo la superba vetta», spari che ripeterono al trionfale rientro a Balme, a notte fatta.
Poso lo zaino e mi fermo un quarto d'ora ad assaporare il panorama, il sole, l'aria pura e il silenzio, sbocconcellando gli amaretti acquistati a Ceres, con lo sguardo volto a monte. Se non fosse che lasciare cibo in giro è nocivo all'equilibrio ecologico, perché insegna alla fauna selvatica a cercare nutrimento nei luoghi frequentati dall'uomo, sarebbe davvero il caso di lasciare un amaretto al genius loci di questo poggio.

Torno al bivio e riprendo a salire nel bosco, ora a prevalenza di larici. In una zona rada trovo una fatta fresca, che potrebbe essere di volpe, insieme ad altre più secche assalite dagli stercorari. In salita a tornanti raggiungo il col Balance, da cui imbocco la ripida traccia nella fitta vegetazione, che sale al punto panoramico dirimpetto la rocca del santuario. Incontro un signore con al collo una reflex Nikon e zoomone standard, che mi dice di essere salito con la figlia, che vedrò al santuario. Aggirando dei roccioni, arrivo al poggio, dominato dallo sperone roccioso strapiombante, in cima al quale è costruito il rustico edificio del santuario; è sostenuto da muri costruiti a metà Ottocento, che gli conferiscono un aspetto da fortezza della fede in un territorio nemico. Tali muri furono edificati su richiesta dell'unico vescovo che venne di persona di persona a visitarlo (gli altri mandarono dei delegati), Francesco Luserna Rorengo di Rorà, nel 1769, «per uno scabroso, aspro e quasi impraticabile sentiero». Egli aveva osservato che la tradizione devozionale di compiere un giro attorno all'edificio era assai pericolosa su questo lato, per l'angustia del passaggio e il precipizio, e l'aveva perciò vietata fino a quando non fosse stato allargato e protetto. Scatto una foto, ma mi rendo conto che non resterò a lungo qui, perché muoio dalla voglia di raggiungere l'edificio, anche se la mia etica mi vorrebbe ostile alle escursioni per raggiungere una meta, ma predilige piuttosto dei percorsi variegati senza un preciso punto d'arrivo, né una cesura tra andata e ritorno.
Torno perciò sui miei passi e dal colle scendo brevemente, per poi salire a tornanti fino ai piedi della breve ma erta scalinata per il santuario. La prima rampa è interamente in lastre di pietra, più irregolare e antica, mentre la zona superiore è stata rifatta anche con cemento in anni recenti. La chiesa all'esterno è molto grezza, come una cappella costruita con scarso impegno. Invece non dovettero essere da poco gli sforzi necessari a trasportare fin quassù tutto il materiale per attrezzare il cocuzzolo e costruire l'edificio, a due ore di marcia da Cantoira, la comunità di riferimento. Il culto di santa Cristina «sita in rupe supra Villa de Ceres» era già considerato antico alla fine del Trecento, ma dai vaghi cenni pervenutici non è ben chiaro che genere di struttura ci fosse all'epoca; l'aspetto attuale è dovuto ai ripetuti ampliamenti documentati dal Cinquecento in avanti. La festa era tradizionalmente celebrata con una processione il 24 luglio e oggi, nell'era del weekend e delle seconde case, è anticipata al sabato precedente. Inoltre la santa era considerata protettrice degli eventi calamitosi, come carestie, pestilenze, sterilità, e per questo potevano essere indette processioni straodinarie. Questa «santa amica», come la definisce Piercarlo Jorio, specializzata in una funzione precisa, sembra più reminiscente delle dee madri della fertilità dell'animismo, piuttosto che del monoteismo maschile cristiano.
La tradizione orale che vuole la santa avesse risposto alle invocazioni di un pastore minacciato dai lupi. I bambini molto piccoli, che erano mandati da soli a custodire gli armenti al pascolo, spesso in condizioni servili, erano possibili prede dei grandi carnivori. In questo caso, la santa venuta in soccorso non era scelta a caso: era una martire dei primi secoli cristiani, che si era dimostrata invulnerabile alle ripetute angherie dei suoi persecutori pagani. La storia del suo supplizio, che si perde nella notte della leggenda e delle diatribe esegetiche, oltre a fondersi con culti animistici a varie dee italiche, vuole infatti che la ragazza (al tempo sarebbe stata in età pre-adolescenziale), si rivelasse del tutto invulnerabile alle atrocità dei suoi persecutori, che anzi ne finivano vittime. Nel Novecento questo schema narrativo è stato ripetuto all'infinito in chiave farsesca da cartoni animati che ho amato in gioventù, come Willy il Coyote o Dick Dastardly e Muttley e le macchine volanti. Nel primo caso l'analogia è molto forte, perché i coyote del West erano percepiti dagli allevatori come minacce per gli armenti, analogamente ai lupi, e per questo additati come creature malefiche da eliminare. Nella civiltà contadina, che aveva cristianizzato la visione del mondo classico, i grandi carnivori, emblema di tutta la natura selvaggia fuori dal controllo umano, erano visti come forze minacciose per la comunità e come tali demoniache, non diversamente dagli dèi pagani.
Il luogo doveva essere già sacro ai culti animisti, come dimostra il ritrovamento di una faccia scolpita nella zona, e la sacralità è stata solo trasferita e inculturata nel cristianesimo cattolico. L'attuale religione consumista ha invece operato una cesura: anziché distruggere i precedenti edifici sacri per edificare i propri nello stesso sito, oppure di riadattarli ai nuovi scopi (si pensi ad esempio a Montecassino e al Pantheon) o fanno ancora oggi certi radicali islamici, li ignora bellamente. Edifica invece i propri nonluoghi cerimoniali nel deserto inteso in senso medievale, ovverosia slegati da ogni luogo vissuto, agli svincoli delle nonstrade costruite a puro beneficio delle automobili, tipo autostrade e circonvallazioni, dove non è previsto o è mortalmente pericoloso il transito pedonale, tanto che anche la processione annuale per le compere di Natale o i saldi di stagione si fa sul sedile.
Sui gradini dei accesso trovo gli zainetti dei due congiunti, che poco dopo compaiono e si apprestano a mangiare il panino. Più per motivi di riservatezza che di distanziamento vado a sistemarmi sulla panca dietro l'abside, dove il sole arriva solo di sguincio, mentre la fresca brezza in pieno. Il risultato è che loro pranzano in maglietta, io con il pile. Prendo quindi in mano il binocolo, che raramente mi ricordo di portare e ancor più raramente di estrarre dalle profondità dello zaino. Verso la val Grande, che vedo da qui per la prima volta nell'escursione, la cima del Gran Bernardè, sgombra di neve almeno fino a San Bernè, sta per essere liberata dalla nuvoletta che ancora la nasconde. Anche il vallone di Vassola sembra avere neve solo dai dintorni dell'alpe Vailet: la stagione è molto più avanzata del solito. Scruto poi le pendici della Bellavarda, senza più neve ma ancora in buona parte ingiallite, per vedere se qualcuno la sta salendo, ma non mi sembra di scorgere nessuno tra San Domenico e la vetta. Da qui noto chiaramente che Lities è stata costruita in un punto in cui cambia la pendenza della montagna, forse la spalla glaciale, perché a valle ricordo le rocce granitiche e gneissiche della morena trasportate dall'alta valle, mentre a monte il fondo del sentiero è di pietre verdi. Spostandomi mi accorgo che posso identificare il dentino della basilica di Superga, sulla collina torinese, poco riconoscibile per la foschia sulla pianura e intorno alle cime più vicine ad essa. Mi chiedo se sia possibile il contrario, ovvero individuare Santa Cristina dal balcone alla base della cupola. Verso sud si vedono la rocciosa Uja di Calcante e il versante nord del Civrari ancora coperto da chiazze di neve.
Intanto i due se ne sono andati e resto ad assaporare il silenzio e la solitudine: o beata solitudo, o sola beatitudo. Mi mancava il piacere della solitudine in un grande spazio aperto, anche se ancora non sarà completo fino a quando non portò farlo di notte sotto la Via Lattea o nella luce argentina della luna. Questo posto non sarebbe però adatto, perché vedo dei fari elettrici. Purtroppo qui i montanari si dimostrano culturalmente subalterni alla città, che chiama notte il giorno artificiale delle violente lune elettriche; le montagne invece non ne hanno bisogno, perché sono già illuminate dalla mite luce di luna e stelle, come ben raccontato dalla precedente citazione di Vaccarone. Vado quindi a gettare lo sguardo al semplice interno, grazie alla finestrella. Riesco a scorgere il dipinto che raffigura la Madonna con il Bambino, che una volta, come risulta dai verbali delle visite pastorali, copriva anche la volta e conteneva anche figure di santi, tra cui santa Cristina. Sulla fiancata sono invece appesi i quadretti degli ex-voto. Noto poi la cassetta con il quaderno di vetta; lo estraggo e osservo due cose. La prima è che è quasi finito: devo prendere l'abitudine di girare con un quaderno al fondo dello zaino, da devolvere alla comunità in queste occasioni. La seconda è che alcune pagine sono state firmate durante i giorni del blocco totale, qui non così sorvegliato da poliziotti e vicini come in città. Provo poi anche a fotografare il primordiale ambiente di bosco e rocce sul ripido versante sotto il punto panoramico, dove ero stato prima di salire alla chiesa.

Lascio quindi il santuario, scendendo la scalinata e imboccando i gradini diretti a Cantoira. Quasi subito mi faccio incantare da uno stercorario intento a raccogliere delle fatte a forma di pallina, credo di capriolo, deposte su un gradino. Lo contemplo un po' mentre tenta goffamente di scalare il gradino, o mentre spinge le palline intorno, apparentemente senza avere un piano definito. Il sentiero scende dapprima gradinato e ripido come il versante, nella fitta e ombrosa faggeta. Mi faccio ingannare da un ometto, credendo che indichi il bivio per Senale, mentre manda solo al termine di una pista forestale di recente costruzione, che secondo descrizione e cartina dovrei invece intersecare. Torno perciò indietro e riprendo il sentiero, per trovare il bivio corretto più a valle, indicato da un cartello. Proseguo in quota su un sentiero e raggiungo nuovamente la pista.
Questa sterrata è stata costruita come altre analoghe negli anni scorsi, sfruttando dei fondi europei per lo sviluppo rurale, con la motivazione di avviare lo sfruttamento boschivo, suscitando non poche opposizioni. Lungi da me considerare il bosco come un'entità intangibile, un sacrario della natura: si tratta di una mitologia ottocentesca. I montanari l'hanno sempre ceduato per produrre legna (nei casi associati allo sfruttamento minerario anche in maniera non sostenibile), ma qui non si vede nessun progetto economico, nessuno sviluppo, per quanto questa parola non mi piaccia perché evoca la distruzione dei beni per trasformarli in denaro. Ad ogni modo, il bosco non è sfruttato e d'altronde la legna di faggio si presta solo all'impiego come combustibile. Tuttavia non può certo essere esportata nella vicina pianura, in quanto la biomassa è di gran lunga il combustibile con la maggior produzione di micropolveri per unità di calore sviluppato, e non è quindi certo raccomandabile dove l'inquinamento è elevato. Potrebbe al massimo essere sfruttata per autoconsumo qui in valle, ma non porterebbe certo reddito. Ho visto fare una cosa analoga nelle faggete dei Sibillini, in Umbria, ma lì è ancora viva la cultura del mulo per il trasporto e sfruttano i sentieri, senza costruire piste per i mezzi. Inoltre queste piste, oltre e a tranciare i sentieri, che portano il reddito dell'escursionismo e il suo indotto, compromettono l'aspetto paesaggistico, già colpito dall'abbandono.
Seguo la pista per qualche metro in salita e ritrovo il sentiero, indicato da una tacca, che in breve mi porta a Senale, un gruppo di case in pietra diroccate. Era un insediamento temporaneo delle stagioni di transumanza, intermedio tra i pascoli in quota e gli stanziamenti invernali. Si trova sul versante ombroso, ma in posizione solatia: è uno dei pochi posti della discesa dove sono raggiunto dalla luce del sole in pieno e non di striscio. Mi faccio subito attrarre dalla casa di fronte alla fontana, che presenta delle irregolari decorazioni geometriche rosse, una ricerca del bello semplice e rustica. Fotografarla mi richiede un po' di ginnastica ed equilibrismo: infatti da questa escursione ho deciso di portare con me solo un mediotele fisso, con cui mi trovo a mio agio nelle foto introspettive; a me non interessa portare a casa foto dei posti che mi piacciono, ma foto che mi piacciono. Per chi non fosse pratico di fotografia, c'è la stessa differenza tra un ritratto di una bella ragazza (o di un vecchio pescatore rugoso, se è per questo) e un bel ritratto. Devo dire che in questa occasione non sono riuscito nel mio proposito, perché ho finito con lo scattare le foto solite che riprendo con prospettiva tele. Un paio di escursioni più tardi abbandonerò il proposito, tornando alle consolidate abitudini. In questo caso, l'obiettivo mi richiederebbe di posizionarmi proprio dentro la fontana ed essere alto tre metri per avere lo scatto ideale.

Da Senale partono due sentieri: il primo fa un giro per Pian Uccello (una torbiera) ed è indicato da un cartello; il secondo, che mi interessa, è segnalato solo da tacche biancorosse, ma la cartina non dà adito a dubbi. La mulattiera passa accanto al classico filare di frassini di questi insediamenti, che tramite il fogliame fornivano il foraggio negli anni magri d'erba. Oltre il ramo della pista diretto a Senale (neanche qui mi sembra di aver notato sviluppo, ma solo baite in rovina), c'è un grande castagno che sta per essere soffocato dai faggi. Evidentemente fu innestato completamente al fuori del suo areale, per la sua fondamentale importanza dove non era possibile coltivare cereali, prima dell'introduzione della patata. Altri simili ne vedrò più in basso. Ci sono alcune edicole votive molto rustiche e malridotte, a indicare che questo era un percorso devozionale per il santuario; qualcuno vi ha posto delle invocazioni a santa Cristina scritte su lastre di pietra. Supero un impluvio dove c'è una captazione dell'acquedotto e, nei tratti meglio esposti, il bosco misto del piano sub-montano comincia ad alternarsi alla faggeta, per poi prendere definitivamente il sopravvento. La faggeta pura, anche non sfruttata recuperando il legno morto, ha un aspetto ordinato e più aperto, grazie all'uniformità e all'assenza di sottobosco e rami bassi. Il bosco misto, invece, si presenta più caotico, ma ha una maggiore biodiversità vegetale, anche se la massima è ottenibile da un'alternanza di bosco e radure gestite estensivamente, senza fertilizzarle con il letame. Di questo habitat beneficiano anche i caprioli e i cervi. Le radure però si vanno riducendo, per la mancanza del carico del bestiame pascolante a meno che gli ungulati non diventino così numerosi, da impedire la rigenerazione del bosco, con la loro predilezione per le gemme e le giovani piantine. Oggi gli ungulati ci sembrano tantissimi, rispetto a quando la montagna era interamente devoluta alle necessità umane e questi si erano pressoché estinti. Tuttavia i primi coloni che arrivarono nel Nordamerica riferirono che i cervi erano di gran lunga più numerosi, nonostante il continente fosse estesamente abitato da popolazioni di cacciatori-raccoglitori. Dobbiamo quindi attenderci che aumentino ancora.
Arrivo in una zona di massi erratici, sopra uno dei quali è stata edificata un'edicola votiva; nella nicchia c'è una foto scolorita di una ragazza. Trovo quindi un'indicazione per il Roci Fueri e vado a vedere di che si tratta: un affioramento roccioso proteso sulla valle, costituito da prasinite, una roccia metamorfica appartenente alle pietre verdi oceaniche, di cui è formata anche la dirimpettaia Rocca di Lities; ci sono poi dei massi erratici, questi portati invece da monte dal ghiacciaio pleistocenico.
Riprendo a scendere nel bosco e giugno alla fontana del rio Combin, dove ci sono anche un maceratoio per la canapa e un dolmen preistorico, oltre a delle panche su cui mi fermo a fare merenda. La canapa era la principale fibra tessile della cultura montana, insieme alla lana, e i maceratoi, prima tappa della lavorazione, erano comuni. Il dolmen è invece uno dei due maggiori reperti preistorici delle valli di Lanzo (l'altro è un menhir). Fu costruito sovrapponendo una lastra di serpentite, una pietra reperibile in loco, sopra alcuni affioramenti rocciosi naturali. Il luogo è stato oggetto di indagine una decina d'anni or sono, ma non ha restituito reperti, perché si trova in una zona soggetta ad erosione. In base al confronto con altri simili in Maurienne, gli archeologi ritengono che fu edificato come luogo di sepoltura nell'Età del Rame, un periodo di progressi nell'agricoltura che causarono una certa differenziazione sociale. Le montagne erano popolate già da tempo, sia per l'estrazione di minerali (le miniere di giadeitite, una pietra verde, del Monviso erano sfruttate già nel Neolitico per produrre asce di pregio da esportare in tutta Europa), sia per la pastorizia stagionale, con l'intervento attivo dell'uomo nell'attività di disboscamento, soprattutto con l'uso del fuoco. Nell'Età del rame, la diffusione massiccia delle greggi aveva anche portato alla nascita della figura del guerriero razziatore, che aveva assunto un ruolo preminente nella gerarchia sociale.
Tralascio il sentiero dei sensi, in quanto mi attirano maggiormente i prati solatii in riva al torrente, che questo taglia via in parte. Vi arrivo poco dopo, in corrispondenza di un ponte in legno, su cui sta transitando un vecchio con mascherina insieme a un cane al guinzaglio. Senza andargli incontro, svolto a destra e imbocco la sterrata che mi porterà a Ceres. L'ambiente è quanto più possibile conforme all'immaginario romantico delle Alpi, che mi affascina anche se lo so decostruire: prati di fondovalle tra boschi scuri, noci isolati tra l'erba alta, un verde torrente, fragoroso per lo scioglimento delle nevi in quota, casette in pietra, testimonianze religiose, vacche al pascolo tra i massi erratici, con le montagne ancora innevate sullo sfondo. Manca giusto una seraccata fino ai prati e potrei credermi de Saussure nei suoi viaggi per le Alpi, con pochi trascurabili anacronismi, come il pastore al telefonino accanto al filo elettrico attorno alla sua mandria, anziché il pastorello a piedi nudi con il bastone in mano. Dimentico di prendere appunti, perché sono concentrato a fotografare le fugaci scene sul limite dell'ombra, che sta per avvolgere tutto, ora che il sole è in procinto di scomparire dietro la catena al confine con la val d'Ala. In particolare riesco a fotografare un pilone votivo costruito su un masso erratico a Luminate, baciato dall'ultimo sole. Fu edificato come gesto di ringraziamento a santa Cristina, dopo che una frana distrusse una casa, ma lasciò incolumi gli occupanti. Questi miracoli per devastazione incompleta colpiscono molto l'immaginazione di chi crede in entità soprannaturali benevole: nei periodi in cui tutto fila liscio sembrano dimenticarsene e non attribuire loro alcun merito, mentre quando un evento avverso li sfiora senza colpirli, allora se ne ricordano e li omaggiano. I quadretti di ex-voto per questo genere di sciagure mancate per un soffio sono anche oggi molto più numerosi di quelli per semplici eventi lieti o per la quotidianità. «L'uomo della terra è credente (in particolare momenti persino sovraeccitato) nella misura in cui necessita di interventi superni a profitto della proprietà e della salute», sintetizza Jorio.
Dove la sterrata diventa sentiero, incrocio alcuni padroni di cani bellissimi e affettuosi, uno dei quali è più lezioso di quanto sarebbe lecito persino a un peluche. Prima di confluire sulla strada asfaltata, trovo un sentiero sulla destra, che in breve risale tra terrazzamenti abbandonati al cimitero di Ceres, da cui rientro in paese, preceduto in lontananza da una vecchia. Prima di arrivarci, godo di uno scorcio così bello che desidero ritornarvi per fotografarlo al tramonto, salvo ricordarmi che l'attività ricreativa non è ancora consentita. A quest'ora serale in paese c'è molta meno gente in giro che al mattino, ma c'è un certo traffico di auto, forse di pendolari al rientro, o di gente che dopo il lavoro va a fare commissioni: nelle zone a urbanizzazione sparpagliata si prende l'auto anche per andare a comprare il giornale, come a Los Angeles. Se non altro qui i pedoni non sono ancora guardati con sospetto dalla polizia.

Bibliografia

A. Audisio (a cura di), Sui sentieri della religiosità, Lanzo 2006
P. Barocelli, La via romana transalpina degli alti valichi dell'Autaret e di Arnas, Lanzo 1968
W. Bätzing, Le Alpi. Una regione unica al centro d'Europa, Torino 2005
A. Cattabiani, Santi d'Italia, Milano 2018
C. Chiariglione - L. Duva - G. Silanos, Chiese e cappelle nella Val Grande di Lanzo : comuni di Groscavallo, Chialamberto, Cantoira : schede d'inventario, Lanzo Torinese 2000
L. Francesetti di Mezzenile, Lettere sulle Valli di Lanzo, Lanzo 2017
D.G. Haskell, La foresta nascosta, Torino 2014
ISPRA, Fattori di emissione per le sorgenti di combustione stazionarie in Italia
H. Küster, Storia dei boschi, Torino 2009
P. Massaglia, Chiese e cappelle in Val d’Ala, Lanzo 2006
A. Molinengo, Bambini affittati, Scarmagno 2012
F. Rubat Borel, Cinquemila anni di preistoria e protostoria delle Valli di Lanzo, Società Storica delle Valli di Lanzo, n. 120
F. Tracq - G. Inaudi, Bergers, contrebandiers et guides entre Savoie et vallées de Lanzo, Torino 1998
F. Tracq, La statua del Ghiacciaio del Collerin (Haute Maurienne). Una straordinaria scoperta a tremila metri di quota, Società storica delle valli di Lanzo, n. 100
L. Vaccarone, Ascensione invernale dell'Uja di Mondrone in Val d'Ala, L'Alpinista, anno II n. 2, febbraio 1875

Galleria fotografica


Ceres dal Roc d
Ceres dal Roc d'la Dent
Almesio
Almesio
Uja di Mondrone
Uja di Mondrone
Santa Cristina
Santa Cristina
Santa Cristina
Santa Cristina
Gran Bernardè
Gran Bernardè
Santa Cristina
Santa Cristina
Scarabeo stercorario
Scarabeo stercorario
Verso Cantoira
Verso Cantoira
Senale
Senale



Case Luminate
Case Luminate
Ceres e Uja di Calcante
Ceres e Uja di Calcante