Laghi del Seone

Vallone di Vassola

3 luglio


Chiappili
Chiappili

Diario di viaggio

È una vera sciagura che un vallone di così grande valenza naturalistica abbia un sentiero così respingente. Il vallone di Vassola ha infatti conservato nel suo gneiss l'impronta del ghiacciaio che lo scavò nel Pleistocene. Consente pertanto di ammirare le tipiche forme del modellamento glaciale e di quello torrentizio che vi si è sovrapposto. Inoltre numerosi indizi fanno capire che il sentiero oggi parzialmente compromesso era in origine un'importante via dei pastori, oggi consegnata all'oblio.
Purtroppo c'è pochissimo interesse a modificare lo status quo. I problemi furono segnalati sulla stampa locale quindici anni or sono, a più riprese, ma nulla è cambiato. L'unico progetto per la zona, per fortuna abortito, è stato di creare un piccolo impianto idroelettrico, come ne stanno nascendo molti sulle Alpi.

Dal parcheggio superiore di Vonzo torno indietro lungo la strada, per imboccare il sentiero indicato da una palina. Tra le varie mete riportate, c'è il Colle della Terra di Unghiasse, al termine del sentiero 324 che percorrerò quasi per intero; il tempo di percorrenza indicato è di circa 4 ore, decisamente sottostimato. Il sentiero risale antichi terrazzamenti, ormai riconquistati dall'ombra dei faggi. Molti massi, anche di considerevoli dimensioni, mi fanno domandare se sono su una morena preistorica vegetata. Sbuco sulla strada poco prima della biforcazione per Chiappili e Ciavanis. Prendo a sinistra e in breve sono alla borgata. Le case sono ordinate e restaurate, ma una Panda su cui è appoggiata una falciatrice è l'unico segno di presenza umana, perché le imposte sono tutte sprangate. Bevo un paio di bicchieri alla fontana, supero le baite e prendo la traccia sulla destra. In questo tratto, fino alla strada che corre alla sommità dei prati, è molto rovinata. Le bestie e il deterioramento delle canalizzazioni dei ruscelli hanno trasformato alcune zone in un acquitrino fangoso. Lascio il sentiero 325, che sembra attraversare una zona ancor più rovinata della media, e punto dritto alla strada. In cima ai prati trovo un pastore dall'aspetto balcanico, che sta lavorando con delle pietre. Mi sorride e mi indica la via migliore per raggiungere la strada. Ringrazio con un saluto.
Seguo quindi la strada diretta verso il piano di Vassola. Noto con piacere e non poca sorpresa che sono state ridipinte le segnalazioni all'imbocco del sentiero 325 diretto a Testarebbo e al colle della Forca. Negli anni scorsi lo avevo percorso un paio di volte in discesa, cercando di trovarlo a intuito. Presto andrò a verificare com'è lo stato attuale. La strada mi porta nel vallone, ai piedi della parete di roccia liscia con un dado in cima. Supero il filo che delimita la zona in cui sono al pascolo le mucche. Qui come anche più avanti i pastori non hanno pensato a predisporre un passaggio comodo per gli escursionisti, come fanno invece in Alto Adige. Un cartello invita a tenere i cani legati. È un'accortezza che non va solo a beneficio del bestiame, ma anche delle persone: gli attacchi di mucche si verificano quasi sempre a spese di gruppi in cui ci sono cani liberi.
All'inizio del piano alcuni bolli invitano a lasciare la strada e imboccare un sentiero sulla destra. Se invece la si segue ancora per qualche decina di metri, si può ammirare un ponte in pietra a schiena d'asino. Una volta aveva un fratello, ma l'alluvione dell'ottobre 2000 se l'è portato via. Generalmente i ponti antichi sono resistenti, perché sono arrivati fino a noi solo quelli che sono sopravvissuti indenni alle piene passate. Quelli fragili, invece, sono già scomparsi da tempo, sotto i colpi dei frequenti eventi estremi della Piccola Era Glaciale. Tuttavia anche i migliori talvolta se ne vanno.

Fino al guado il sentiero è ben tracciato, tutto sommato anche nell'attraversamento degli alpeggi, dove di solito i sentieri si perdono. Tagliando il pendio, guadagna quota fino a un primo alpeggio, chiamato la Liagi, costruito appoggiandosi a una parete di roccia. Si avvicina quindi a una piccola cascata, che supera dall'alto, giungendo così ad un ripiano. Al suo fondo si trova l'alpe Balmot (balma è il nome locale dei ripari sotto roccia). Qui il percorso del sentiero deve essersi modificato nel tempo, perché la traccia principale evita una losa posta a mo' di ponte sul ruscello. Vicino all'alpeggio sgorgano alcune fresche sorgenti. Attorno alle baite trovo alcune mucche, senza pastore. Il sentiero aggira le costruzioni tenendosi sulla sinistra e poi imbocca una cengia panoramica che, prima in quota a e poi in discesa porta al guado. Qui devo camminare sulle placche bagnate, ma un cavo metallico mi dà una mano. Tuttavia i pali che lo sorreggono sono stati parzialmente piegati dalle slavine. Magnifica l'infilata del vallone, dal piano di Vassola alle dorsali delle altre valli di lanzo che si perdono nel blu della prospettiva aerea.
Oltre il guado la traccia si perde quasi del tutto e occorre prestare attenzione agli ometti che indicano la via. Con la nebbia può essere un problema. Guadagnata quota, entro in una stretta gola di rocce montonate, come sono chiamate le rocce levigate dall'erosione dei ghiacciai. Le rocce di questo vallone sono gneiss, una roccia metamorfica molto resistente all'erosione che ha conservato nei millenni l'impronta delle ere glaciali. Il torrente ha poi proseguito l'opera scavando una V infossata al centro del vallone. Qui la traccia diviene di nuovo più evidente e mi porta in breve ad affacciarmi sul grandioso piano di Vailet. Il sentiero si perde di nuovo un po' (al ritorno è più facile seguirlo), ma mi basta restare in quota per arrivare in vista delle baite, verso cui punto. Qui trovo i segnavia biancorossi, invero scoloriti, dell'Alta Via Canavesana che arriva da Pian di Lee e le tacche blu del sentiero dei Mohai, che unisce i decolli dei parapendio di questa valle. Queste ultime saranno davvero utili nel prossimo tratto, perché sono i segni più recenti, anche se il loro colore non le rende visibili a prima vista.

Dall'alpe la traccia torna più marcata. Aiutandomi con bolli e ometti, con buona visibilità non ho difficoltà a seguirla. Il sentiero fu chiaramente costruito dai pastori e pensato per le mucche, come si capisce da alcuni gradini di pietra che facilitano la salita ed evitano l'erosione. Era un collegamento in quota con l'alpe Mese d'Agosto al culmine del vallone di Unghiasse (il nome dice tutto). Guadagnando quota riesco ad avere una visione complessiva dell'alpe Vailet e a intuire la traccia del sentiero diretto all'alpe Pian di Lee, che un giorno vorrei percorrere. Oggi però no, perché ho prenotato cena a Vonzo alle 20 e non voglio fare tardi. Ho già superato da un po' le quattro ore di salita, quando il sentiero costeggia il più basso dei laghi del Seone. Lo lascio e risalgo il pendio di rocce e erba che in un paio di minuti mi porta al secondo lago, il più bello. Le foto viste su Internet lo dipingevano come un luogo mesto, ma non gli rendono giustizia.
La discesa richiederà quasi lo stesso tempo dell'andata: dove il sentiero è poco marcato, devo spesso rallentare per accertarmi di essere sulla via giusta; dove è più evidente è così sconnesso che devo procedere con molta prudenza. A Chiappili arrivo quasi disidratato, perché non mi sono fidato a caricarmi d'acqua all'alpe Balmot, per via della presenza di bestiame. Ho perso il conto dei bicchieri d'acqua bevuti alla fontana, ma ricordo bene che lo stimolo della pipì non mi è venuto. Un vecchio, il secondo incontro durante le otto ore di marcia odierne, mi parla con nostalgia dei tempi in cui il paese era frequentato dalle mandrie e dai pastori nelle mezze stagioni, che si fermavano qui per un mese durante la transumanza. Oggi è popolato quasi solo in occasione della festa di inizio giugno.
Riposti i bastoncini nel fodero, scendo a Vonzo per la strada. La proprietaria dell'agriturismo mi racconta la difficoltà di far decollare l'escursionismo nella zona, a causa del disinteresse generale per la cura dei sentieri. Per sua fortuna, il suo locale è stato scelto come posto tappa di un trek descritto in una guida di lingua tedesca. Parte da Lanzo, arriva qui via Bellavarda e prosegue verso la testata della valle, per poi scendere verso Viù. La guida dev'essere fatta davvero bene, se gli escursionisti foresti non si perdono nonostante le segnalazioni carenti.

Bibliografia

Beppeley, Laghi del Seone e Colle della Terra di Unghiasse,
Marco Blatto, Il Vallone di Vassola: un museo del “paesaggio naturale” a cielo aperto,
Pier Luigi Mussa, Vassola un mondo dimenticato,
Eleonora Degano, Cosa devi temere da una mucca,
Serpillo1, Vassola ed idroelettrico,

Galleria fotografica

Chiappili
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Maggiociondolo
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Gneiss
Gneiss
Piano di Vassola
Piano di Vassola
Imbocco dell
Imbocco dell'Alpe Vailet
Laghi del Seone
Laghi del Seone
Alpe Vailet
Alpe Vailet
Alpe Vailet
Alpe Vailet
Cascata all
Cascata all'alpe Balmot
Maggiociondolo
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