Alpe Vailet

Vallone di Vassola

fine ottobre


Li Arrè
Li Arrè

Diario di viaggio

«Il vallone che si percorre è assai pittoresco, per le molte cascate che vi fanno i torrentelli, per i successivi balzi a picco che presenta la roccia gneissica caratteristica della zona del Gran Paradiso». Così descrive il vallone di Vassola un alpinista che nel 1901 salì sul monte Bessun (partendo a piedi da Chialmberto all'una di notte e rientrando alle 19, per inciso). Si trova sul versante solatio della Val Grande di Lanzo, tra il vallone del rio Paglia a est e quello di Unghiasse a ovest. A nord confina con l'alta valle dell'Orco, a cui però non è unita da alcun sentiero; solo a est esiste un passaggio verso la bassa valle, attraverso il colle della Forca. La sua attrattiva nasce da un misto di elementi naturali e antropici. Ha infatti conservato nel suo duro gneiss l'impronta del ghiacciaio che lo scavò nel Pleistocene. Consente pertanto di ammirare le tipiche forme del modellamento glaciale, mentre il torrente scorre sul suo fondo senza incidere ulteriormente le rocce. In passato il suo territorio è stato colonizzato dall'uomo con numerosi alpeggi, alcuni dei quali sono ancora sfruttati per l'allevamento bovino.
Due sentieri principali lo risalgono, congiungendosi all'alpe Vailet: il primo restando in prossimità del fondovalle, il secondo a mezza costa sul versante orientale. Entrambi presentano architettura che li qualificano come più di semplici tracce e raccontano la storia delle fatiche degli alpigiani per superare le asperità della montagna. In parecchi punti la traccia è appena accennata, a causa della scarsa frequentazione, ma le segnalazioni sono sufficienti, purché la visibilità sia buona. Purtroppo c'è pochissimo interesse a modificare lo status quo. I problemi furono segnalati sulla stampa locale quindici anni or sono, a più riprese, ma nulla è cambiato. L'unico progetto per la zona, per fortuna abortito, è stato di creare un piccolo impianto idroelettrico, come ne stanno nascendo molti sulle Alpi.

Dal parcheggio superiore di Vonzo torniamo indietro lungo la strada, per imboccare il sentiero indicato da una palina. Tra le varie mete riportate, c'è il Colle della Terra di Unghiasse, al termine del sentiero 324; il tempo di percorrenza indicato è di circa 4 ore, apparentemente stimato da una persona che marcia a testa bassa: un escursionista medio le impiegherà solo per arrivare all'alpe Vailet. Il sentiero risale antichi terrazzamenti, ormai riconquistati dall'ombra di faggi imponenti. Questo con tutta probabilità non era il sentiero principale per Chiappili, che invece saliva da Candiela, come testimoniato dai piloni votivi lì presenti. Inoltre mi sembra che i primi metri qui non siano sul sentiero storico, che vedo ricongiungersi al mio dalla destra, dopo averne visto l'imbocco presso Vonzo. Molti massi, anche di considerevoli dimensioni, mi fanno domandare se siamo su una morena pleistocenica vegetata. In val Grande non è sempre facile individuarle, perché la successiva erosione meteorica le ha profondamente rimodellate. Per la lunga estate secca, proseguita fino all'autunno avanzato, il terreno è duro e scivoloso e le foglie morte accartocciate scricchiolano sotto i nostri piedi. Sotto il loro tappeto, la traccia è a malapena visibile in certi punti e dobbiamo perciò ricorrere ai segni sui faggi. In vista di una dorsale questi sono poi sostituiti da specie più eliofile, come le betulle. Sbuchiamo sulla strada poco prima della biforcazione per Ciavanis.
Prendiamo a sinistra e in breve siamo alla borgata, con un traverso molto panoramico sulla testata della Val Grande, le cui sole cime più alte sono spruzzate di neve, nonostante l'autunno inoltrato. Le case, tutte sprangate, sono ordinate e restaurate, così come la bella chiesetta bianca dedicata a san Vito, citata per la prima volta nel 1752. Il santo è un martire siciliano di Diocleziano, ma nell'iconografia devozionale della valle è anche assimilato a san Vittore, uno dei popolari martiri della legione tebea. Dentro una cassetta su una finestra della facciata è conservato un quaderno, su cui chi vuole può annotare i propri pensieri. Alle 10 un faggio monumentale ombreggia la chiesa dalla luce del sole, appena sorto dietro la dorsale della Bellavarda. La frazione era un maggengo, come sono chiamati a volte i luoghi di stazionamento durante le stagioni intermedie della monticazione. Una volta incontrai un vecchio del posto che ricordava con nostalgia quei momenti, in cui la sonnacchiosa borgata si animava di vita. A ricordo di quelle stagioni, al centro della frazione troneggia ancora un grande frassino, le cui foglie fornivano il foraggio nelle stagioni magre di erba. Oggi non ha residenti stabili e si ravviva quasi solo in occasione della festa patronale di giugno.

Beviamo un paio di bicchieri alla fontana, cambiamo l'acqua cittadina della borraccia, superiamo le case e prendiamo la traccia sulla destra. Al masso con un segnavia a monte, mi faccio sempre ingannare dalla traccia più evidente che prosegue in piano, mentre bisognerebbe salire in diagonale verso il varco tra due alberi, dove si ritrovano le tacche. Sui prati a monte la traccia è molto incerta e occorre fare attenzione ai segnavia, tacche e ometti. Le bestie e il deterioramento delle canalizzazioni dei ruscelli hanno trasformato alcune zone in un acquitrino fangoso. A un gruppo di baite il sentiero piega a sinistra e taglia in quota il bosco. Vi troviamo due vecchi che stanno lastricando con lose un tratto, dove il fango è perenne, persino in quest'annata secca. Li ringraziamo per il loro lavoro gratuito e proseguiamo a tornanti tra le betulle, giungendo alla strada diretta al piano di Vassola. Verso monte si stacca il sentiero 325 diretto a Testarebbo e all'alpe Pian di Lee, i cui segnavia sono stati recentemente rinfrescati, dopo un lungo oblio. In qualche modo lo si riusciva a seguire anche prima, ma ora è divenuto tutto più semplice e accessibile, per quanto la traccia sia ormai quasi scomparsa. Ne percorreremo una porzione in discesa.
La strada aggira appunto Testarebbo e arriva allo sbocco del vallone sospeso, dove la lingua glaciale, che lo scavò, confluiva in quella con maggior forza erosiva della valle principale, incisa più a fondo. Allo sbocco notiamo delle rocce montonate affioranti, che in passato avranno delimitato un lago glaciale, poi colmato dai detriti alluvionali e gravitativi. Prima di arrivarci, godiamo di una bella vista su Chiappili, circondata da boschi in veste autunnale, e, oltre il vallone, sulle pareti di roccia nei pressi della Daia, lungo il sentiero che sale a San Bernè. Ben presto ci troviamo ai piedi di una liscia parete di roccia, con un dado in cima. Ai suoi piedi c'è una grande pietraia di massi enormi; i geologi ritengono che pietraie come questa si formarono quando venne meno la pressione del ghiacciaio e la roccia franò. Un cartello avvisa delle mucche al pascolo durante la stagione estiva e invita a tenere i cani legati. È un'accortezza che non va solo a beneficio del bestiame, ma anche degli escursionisti: gli attacchi di mucche, a volte mortali, si verificano quasi sempre a spese di gruppi in cui ci sono cani liberi.
A metà del piano alcuni bolli invitano a lasciare la strada e imboccare un sentiero sulla destra. Proseguiamo ancora brevemente lungo di essa, per gettare lo sguardo su un ponte in pietra a schiena d'asino. Rinuncio all'idea di andarlo a fotografare, perché dovrei attraversare una zona melmosa piena di sterco di vacca. Una volta aveva un fratello, ma l'alluvione dell'ottobre 2000, che più in basso a Germagnano si era presa il cimitero e con esso la memoria dei paesani, nel piano di Vassola portò via una testimonianza della civiltà dei montanari. Generalmente i ponti antichi sono resistenti, perché sono arrivati fino a noi solo quelli che sono sopravvissuti indenni alle piene passate. Quelli fragili, invece, sono già scomparsi da tempo, sotto i colpi dei frequenti eventi estremi della Piccola Era Glaciale: ad esempio qui nel 1838 un'alluvione fece non pochi danni alle frazioni sottostanti. Tuttavia, sotto i colpi del cambiamento climatico, anche i più resistenti cedono, come questo o quello detto “delle Scale” ad Ala di Stura.

Fino al guado il sentiero è tracciato a sufficienza, tutto sommato anche nell'attraversamento degli alpeggi, dove di solito le tracce si perdono nei mille rivoli prodotti dal calpestio del bestiame. Risalendo un pendio di erba frammista a pietre, ai piedi di pareti incombenti, guadagna quota fino a un primo alpeggio non riportato sulla carta Fraternali, chiamato la Liagi, costruito appoggiandosi a una parete di roccia. Si avvicina quindi a una piccola cascata, che supera dall'alto, giungendo così ad un ripiano. Lungo il percorso notiamo alcune fioriture fuori stagione. L'attraversamento del piano presenta qualche tratto lastricato, forse perché in condizioni normali dovrebbe essere acquitrinoso, ma in questa stagione secca è asciutto. Qui il percorso del sentiero deve essersi modificato nel tempo, perché la traccia principale evita una losa posta a mo' di ponte sul ruscello, su cui sono finito una volta. Al suo fondo si trova l'alpe Balmot (balma è il nome locale dei ripari sotto roccia), caratterizzata da un grande masso piramidale a base triangolare. Attorno agli edifici c'è del Rumex alpinus secco, all'interno di una zona separata dal sentiero da grandi lose infisse nel terreno a coltello. In queste valli il Rumex era usato come verdura in cucina. Vicino all'alpeggio sgorgano alcune fresche sorgenti.
Ci fermiamo per una pausa. Gironzolando con lo scopo di trovare il punto migliore per fotografare l'alpeggio, mi imbatto nell'imbocco del sentiero non segnalato, ma riportato sulla carta, diretto all'alpe Rocciapian, da cui transiteremo al pomeriggio. Guardando verso valle dall'alpe, situata su un dosso ai piedi di una zona rocciosa, ammiro dall'alto il piano di Vassola e il fondo del vallone, dove il torrente scorre su alcuni rocce gibbose.
Oltre l'alpe il sentiero prosegue in lieve salita restando su una sorta di ampia cengia, sospesa molto sopra il torrente. Compare la brughiera a rododendro e mirtillo, che caratterizzerà buona parte del tratto superiore del giro. Dovrebbe essere il climax di questa fascia altitudinale, anche se è difficile sapere quale sia la vegetazione naturale in un ambiente profondamente modificato dall'uomo, diversi secoli prima che cominciassero le osservazioni naturalistiche. Il Gastaldi riferisce ad esempio di aver visto tronchi di pino uncinato, al fondo dei laghi della zona o impiegati come travi nelle costruzioni, ma oggi di questa specie non c'è più traccia nei dintorni. La necessità di pascolo, di legna per il riscaldamento, per non parlare dello sfruttamento minerario, ha spinto gli alpigiani a intervenire pesantemente sulla vegetazione locale. Anche questo tipo di brughiera è stata spesso estrirpata o bruciata a beneficio del prato. Ad ogni modo, i mirtilli sono molti apprezzati dalle volpi, di cui vediamo diverse fatte piene di essi, da qui fin oltre Pian di Lee. Questi vezzosi e adattabili animali non erano molto apprezzati dai montanari, perché erano predatori del bestiame minuto e da cortile: basti pensare che il lichene verde, che si vede spesso crescere sui tronchi dei larici, nella nomenclatura scientifica è detto Letharia vulpina, perché era usato per preparare bocconi avvelenati. Questa avversione travalicava le culture: nella raccolta di novelle tradizionali cinesi intitolata “I racconti fantastici di Liao”, è contenuta una storia analoga alla leggenda contemporanea della donna disponibile che si rivela essere un'untrice dell'AIDS. La protagonista in quel caso è una volpe trasformatasi in donna, per succhiare l'energia vitale del suo ignaro partner.
Il sentiero passa ai piedi di una parete di roccia nera, dove di solito cola abbondante acqua, mentre oggi è quasi secca. A monte di una piccola cascata oltrepassa quindi il torrente, su una placca rocciosa gradinata, sui cui salti l'acqua forma amene cascatelle. Il guado, che in presenza di molta acqua può essere difficoltoso, è facilitato da qualche masso fissato a staffe; è però scomparso il cavo d'acciaio che proteggeva a valle, trascinato via dalle slavine. Una cosa che ricorderò di questa gita è il silenzio assoluto di buona parte del percorso, interrotto solo in questo tratto dallo scroscio del torrente. Il rombo degli aerei in quota, che in città neanche si sente, in questo vallone sembra quasi assordante e senz'altro irritante, da quanto brutalmente squarcia la quiete. Magnifica l'infilata del vallone, che ammiriamo da questa zona, dal piano di Vassola alle dorsali delle altre valli di Lanzo che si perdono nel blu della prospettiva aerea e dell'ombra. Dopo un breve tratto in cui è ancora evidente, la traccia si fa più esile fino a scomparire del tutto, a tratti. Così, per prati e sassi, seguendo tacche biancorosse e ometti, arriviamo ai miseri resti dell'alpe Rossa, poco più di un paio di muri in bilico. Di qui il sentiero è nuovamente individuabile.
A monte dell'alpe la valle si restringe e il solco del torrente si approfondisce. Attraversate delle placche fessurate, dove il sentiero è delineato da strisce di pietre, lo spazio per un passaggio si riduce sempre più e piante di veratro seccate marcano il passaggio obbligato del bestiame. Voltandoci indietro, vediamo la gola del torrente, delimitata dalle rocce arrotondate e levigate dal ghiacciaio, mentre più in alto mostrano bordi più spigolosi. C'è un punto dove vediamo la rocca su cui sorge Santa Cristina in fondo all'infilata. Il sentiero, costruito con lose e massi, si avvicina poi al torrente, che alterna cascatelle a pozze verdi.

Prima di entrare nella conca dell'alpe Vailet, non vediamo le tacche scolorite che ci indirizzano in alto, su una traccia poco marcata, ma seguiamo invece il sentiero più evidente che resta in piano. Poco prima di arrivare al torrente che scende da sinistra, ci accorgiamo dell'errore e risaliamo fino a intercettare la pista corretta, ora di nuovo evidente. Restando alti sul fondo entriamo nella vasta conca e ci dirigiamo verso l'alpeggio, edificato su un dosso, al riparo dalle slavine. Non noto camini, per cui deduco che non producano formaggi, ma alleviano vitelli da carne. Non ci sono escrementi di pecore o capre, che invece un secolo e mezzo fa erano la netta maggioranza del bestiame.
A questo punto si può fare una digressione dall'anello e salire ai laghi del Seone, come feci in una gita solitaria. Le foto dei laghi viste sul web sono parecchio meste (né io sono riuscito a fare di meglio), ma sono menzognere, almeno per quanto riguarda il lago maggiore. Alle baite intercetto i segnavia biancorossi, invero scoloriti, dell'Alta Via Canavesana che arriva da Pian di Lee e le tacche blu del sentiero dei Mohai, che unisce i decolli dei parapendio di questa valle. Queste ultime saranno davvero utili verso i laghi, come del resto fino a Pian di Lee, perché sono i segni più recenti, anche se il loro colore non le rende visibili a prima vista.
Dall'alpe la traccia torna più marcata. Aiutandomi con bolli e ometti, con buona visibilità non ho difficoltà a seguirla. Il sentiero fu chiaramente costruito dai pastori e pensato per le mucche, come si capisce da alcuni gradini di pietra che facilitano la salita ed evitano l'erosione. Era un collegamento in quota con l'alpe Mese d'Agosto al culmine del vallone di Unghiasse (il nome dice tutto). Guadagnando quota riesco ad avere una visione complessiva dell'alpe Vailet. Ho già superato da un po' le quattro ore di salita, quando il sentiero costeggia il più basso dei laghi del Seone. Lo lascio e risalgo il pendio di rocce e erba che in un paio di minuti mi porta al secondo lago, il più bello.

Per puntare verso Pian di Lee, seguiamo il sentiero che aggira la conca sul lato settentrionale, restando un poco a monte del fondo. Dobbiamo attraversare alcune zone paludose, che, come abbiamo notato, sui questi pascoli non sono rare e in passato avevano attirato l'attenzione di chi voleva rendere più moderna l'agricoltura montana, perché erano improduttive e potevano essere focolai di infezioni. Lo stesso si può dire dei molti sassi che abbiamo incontrato nei prati attraversati, di cui si auspicava un duro ma remunerativo lavoro di rimozione. Il sentiero inizialmente è poco evidente e dobbiamo affidarci ai bolli blu. Più avanti migliora decisamente: tratti gradinati e lastricati ne fanno un manufatto pregevole. Arriviamo al piccolo alpeggio di Li Arrè, affacciato verso valle, con una vista strepitosa sulla successione blu delle creste. Vediamo anche le vicine baite dell'alpe Biolla. Da qui il sentiero diventa decisamente più ripido e meno lavorato, giusto una striscia di terra nei prati. Arrancando con gran pena ci trasciniamo verso il colle, dove la fatica è ampiamente ripagata. Abbracciamo con un solo sguardo tutta la conca di Vailet e, sul versante opposto, vediamo le alpi che ci aspettano e il lago Pian di Lee, quasi secco. Soffia una lieve brezza, molto gradevole: nonostante sia fine ottobre, fa davvero caldo, quasi come a luglio. L'anno scorso in questa stagione ero salito sferzato da un vento gelido e avevo apprezzato la tisana del termos sopra ogni cosa.
Verso valle c'è una grande pietraia, che il sentiero aggira tenendosi sul prato alla sua destra. L'attacco non è evidente, ma seguendo i segnavia finiamo su una traccia marcata, per poi trovare tratti lastricati e gradinati. Lungo di essi abbonda la genziana maggiore, inutile per il bestiame, ma apprezzata dai montanari per la sua radice amarissima, usata nella farmacopea e per un liquore. Passata una sorgente, arriviamo all'alpe Balma, dove ci fermiamo a leggere le date e i nomi incisi dai pastori nei primi decenni del Novecento. Anche prima, lungo il sentiero, una grossa losa presentava un'incisione con un nome. Da quest'alpeggio vediamo la Bessanese, mentre la Ciamarella è nascosta da una nuvola. Il sentiero si insinua in una pietraia, che attraversa con un percorso tortuoso e giunge al dosso che chiude il lago Pian di Lee. Qui la traccia scompare nuovamente; i segnavia blu restano a valle del dosso, senza permettere di vedere il lago. È anche bello salire in cima al dosso, dove alcuni massi erratici sono posati sulle placche montonate.
All'alpe omonima facciamo una lunga pausa. Mentre il mio amico fa un pisolino con la testa sullo zaino, resto un'ora con la faccia al sole, a farmi inondare dalla luce autunnale. Quest'alpe è caricata e ha due stalle in ottimo stato, che d'inverno sono lasciate aperte. Entrando vedo l'architettura del tetto, con un'architrave centrale e due falde ricoperte da lose: è pressoché uno standard, in queste valli. La scistosa roccia gnessica ben si adatta alla produzione di lose per i tetti e i muri, perché si sfalda facilmente lungo un piano ed è resistente nelle altre direzioni. Il pavimento è stato accuratamente lavato. Verso valle è riconoscibile una canaletta per l'acqua, in disuso. Le fatte delle vacche sui prati si spingono fino a poco sopra l'alpe precdente, mentre non arrivano al colle; sull'altro versante la situazione è analoga. Parte del bestiame è portato attorno al lago Bojret, che si trova dietro la montagna, oltre il facilmente individuabile colle della Forca.

Dalle baite proseguiamo in discesa, restando sul culmine di un dosso. Puntiamo verso una zona pianeggiante, stretta e lunga, ricolma di grossi massi, tra cui il torrente scorre luminoso per il controluce. Costeggiamo il piano e scendiamo quindi alla minuscola alpe Trai, da cui il sentiero procede in lieve discesa, tagliando i ripidi pendii che scendono dalla punta Pian Spigo. Sul versante opposto del vallone sono ben visibili i bonhom di San Bernè, le grandi pile di pietra devozionali di derivazione celtica, un'usanza poi cristianizzata nei piloni votivi. Prima che il 325 pieghi verso l'alpe Rocciapian, lo lasciamo insieme ai segnavia biancorossi, diretti al ben visibile ometto di Testarebbo, che domina l'imbocco del piano di Vassola. Restiamo invece sul sentiero più evidente, che continua ad aggirare la punta Pian Spigo, entrando a poco a poco nel vallone del rio Paglia e scendendo gradualmente. L'aspetto di questo nuovo vallone si mostra profondamente diverso da quello del precedente: la morfologia è fluviale, con una profonda incisione a V anziché un fondo piatto, e i versanti sono molto più erbosi. Un passo alla volta raggiungiamo il versante sud, passiamo a monte di una stazione meteorologica e arriviamo in vista delle baite di pian Quarchietto. A volte la traccia si confonde e disperde, ma con buona visibilità non si può sbagliare. Il panorama di questo tratto è il più ampio dell'intero giro e abbraccia tutto l'inverso della valle fino alla testata, per includere successivamente la Bellavarda. All'alpeggio di Pian Quarchietto raggiungiamo la strada sterrata, da cui puntiamo verso il santuario di Ciavanis. Lungo la strada notiamo che gli alpigiani hanno dato fuoco ai rododendri, per arrestare sul nascere la loro naturale tendenza a riprendersi i pascoli. Qui i pastori producono il formaggio: ricordo che una volta che passai dall'alpeggio vicino, diretto al lago Bojret, tentarono di vendermene una forma.
Gli ultimi tiratardi se ne stanno andando dal santuario, proprio ora che arriva l'ora che volge al disio i camminanti, etc. etc., di luce incisa e dolce. Questo limpidissimo tramonto autunnale è quanto di meglio ci potessimo attendere, per chiudere in gloria l'escursione. La bianca chiesetta, illuminata da una luce vivida, brilla quasi di luce propria, contro i prati scuri sulle pendici della Bellavarda. Il nome fa riferimento alle capanne dei pastori, che aveva il compito di proteggere. Naturalmente è chiusa. Mi piacerebbe una volta vedere gli ex-voto conservati all'interno: adoro leggerli, perché si vede come cambiano le preoccupazioni delle persone nel corso del tempo. Temo però che dovrò venirci il giorno della festa, il 12 luglio, in mezzo alla folla anziché nella pace di oggi. Seduti sulle panche facciamo merenda, consumando gli ultimi scampoli di tisana calda.
Scendiamo i 366 ripidi gradini, lungo i quali è stato eretto un pilone in memoria di un sacerdote, aggirando lo sperone roccioso su cui è edificato il santuario. Notiamo delle rocce appartenenti al gruppo delle pietre verdi originate dai vulcani oceanici. Tra rade betulle, il sentiero scende diretto verso le baite di Culet, dove per prima cosa mi preoccupo di catturare la luce radente che le bacia. Riempiamo quindi la borraccia alla fresca sorgente di acqua da portare in pianura. Il sole è quasi sull'orizzonte e tinge d'oro il Ciavanis. Le ombre della sera, quando il sole scompare dietro la Ciamarella, spengono gli alberi alla nostra destra e risalgono poi verso la cima della Bellavarda. Il sentiero scende ripido lungo la dorsale boscosa alla nostra sinistra, da cui cala a secchi tornanti verso il torrente. Sul rio è stata costruita una captazione dell'acquedotto, che ha comportato la tracciatura di una sommaria strada, successivamente lasciata alle erbacce, con la concomitante distruzione di una porzione della mulattiera storica. Un poco più avanti finiamo sul tratto preservato, che inizialmente corre a fianco della pista. Il fondo è a tratti sconnesso.
Raggiungiamo il bivio per il Roc d'le Masche, un grosso affioramento roccioso dove l'erosione chimica differenziale dei minerali ne ha consumati alcuni e preservati altri, restituendo dei curiosi incavi nelle rocce più resistenti. Come suggerisce il nome, questi in passato hanno colpito la fantasia dei montanari, che le hanno interpretate secondo i loro modelli magici. Le masche (termine dialettale comunemente tradotto come “streghe”) avevano infatti l'importante ruolo di rendere interpretabili una serie di fenomeni altrimenti incomprensibili, come le stranezze e le avversità della natura, ma sopratutto le frequenti botte morali e materiali della dura vita di montagna. La maggior parte delle persone non riesce a contemplare le presenza della casualità e dell'imponderabile nella propria vita, ma ha bisogno di attribuire ogni effetto a precisi agenti coscienti e consapevoli. È anche il modo per convincersi di poter esercitare un controllo su tali eventi nefasti, in quel caso tramite i rituali magici che la cultura contadina aveva ideato per tenere le masche in riga: uno è lou biancoùn, la pietra chiara posta sopra il colmo del tetto o sul camino degli edifici, che abbiamo visto sulle baite di Pian di Lee. È una convinzione ben viva anche oggi, nella cultura urbana, che pure liquida le masche come una superstizione da sempliciotti: le masche si sono infatti darwinianamente evolute in rettiliani, adattandosi a una civiltà materialista e tecnologica. Probabilmente non è un caso che il santuario di Ciavanis sia stato costruito su una rocca di fronte al Roc d'le Masche (dobbiamo immaginarceli in passato, quando il bosco non avvolgeva il Roc), per segnare, con la forza della civiltà cristiana, una natura selvaggia allora percepita come ostile e demoniaca. Il Roc è una meta che ancora mi manca, come del resto le non lontane piramidi di terra del Castel d'le Rive. Seguiamo ancora la mulattiera e la lasciamo nella parte bassa, dove non è percorribile, passando invece su un prato che ci riporta al parcheggio di Vonzo.

Bibliografia

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Società storica delle valli di Lanzo, n. 84

Galleria fotografica

San Bernardo di Vonzo
San Bernardo di Vonzo

Val Grande di Lanzo
Val Grande di Lanzo
San Vito
San Vito
Chiappili
Chiappili
Chiappili
Chiappili
Chiappili
Chiappili

San Bernè da Chiappili
San Bernè da Chiappili

La Daia e Ciamarella
La Daia e Ciamarella

La Liagi
La Liagi
Alpe Balmot
Alpe Balmot
Piano di Vassola dall
Piano di Vassola dall'alpe Rossa
Alpe Rossa
Alpe Rossa
Gola del rio Vassola
Gola del rio Vassola
Alpe Vailet
Alpe Vailet
Alpe Vailet
Alpe Vailet
Piano di Vailet
Piano di Vailet
Li Arrè
Li Arrè
Alpe Balma
Alpe Balma
Alpe Balma
Alpe Balma
Alpe Pian di Lee
Alpe Pian di Lee
Alpe Pian di Lee: <em>lou biancoùn</em>
Alpe Pian di Lee: lou biancoùn

Santuario di Ciavanis e Bellavarda
Santuario di Ciavanis e Bellavarda
Santuario di Ciavanis e Bellavarda
Santuario di Ciavanis e Bellavarda

Culet
Culet