Le mie montagne del coronavirus

Visioni lontane oltre tangenziale e inceneritore


Alcune montagne visibili da casa mia, nella periferia di Torino.


La Bisalta (2231 m) è il Musiné dei cuneesi. Qui serve premettere ai forestieri cosa è il Musiné per i torinesi. Si trova all’imbocco della valle di Susa ed è perciò la montagna più vicina alla città. Per questo la sua via di accesso più diretta è molto frequentata da chi si allena; fra questi anche personaggi illustri, come l’ex sindaco Sergio Chiamparino. Inoltre intorno ad essa, negli anni d’oro dell’ufologia, sono fiorite leggende di basi aliene all’interno. La Bisalta è lo stesso per i cuneesi: ci vanno su e giù a tutta birra per allenarsi e ci sono leggende di ufi. Tuttavia, mentre per il Musiné sono totalmente inventate (non è un luogo in cui ci sono più avvistamenti della media né ci sono mai stati casi famosi, ma è tutto nato dagli scherzi di un gruppo di goliardi), nel caso della Bisalta sono legate a un episodio della mia infanzia: la caduta di un meteorite, inizialmente scambiato per un aereo precipitato. In comune hanno anche la leggenda che li vorrebbe dei vulcani spenti.


L’Argentera (3297 m) - la cima sulla sinistra, sulla destra c’è il Monte Matto (3097 m), ma i locali riconosceranno anche il Corno Stella - è la montagna più alta delle Alpi Marittime e si trova in una valle molto rocciosa e poco verde che mi piace molto, anche se in genere prediligo proprio il contrario. Qualche anno fa sono salito su una cima vicina, credo quella che spunta sopra il pilone con i fari, da cui si vedevano il mare della Costa Azzurra e la Corsica.


Per il Monviso (3841 m) non c’è bisogno di presentazioni: è famoso anche tra chi bazzica i centri commerciali e le spiagge, come Ronaldo per me, che ho visto l’ultima partita di calcio quando Platini era magro. Il mio primo trek itinerante è stato il giro intorno ad esso. Nelle giornate più limpide, è visibile anche da Bergamo e dalle Cinque Terre.


Il Rocciamelone (3538 m) è la montagna delle Alpi con maggior dislivello tra la sua base e la vetta, circa 3000 m. Fu salito la prima volta nel lontano Medioevo, secondo la tradizione per un voto contratto nelle Crociate (che però al tempo erano finite da un pezzo). È consuetudine salirlo mettendosi in cammino alle prime luci dell’alba, perché le nuvole di calore lo avvolgono già a metà mattina. In vetta c’è un frequentato bivacco. La Sacra di San Michele (la chiazza luminosa in basso a sinistra) è un’abbazia medievale, posta su un cocuzzolo così impervio che ha una sua colonia di camosci nonostante sia alto appena 900 m. Si dice abbia ispirato l’ambientazione del “Nome delle rosa”. Ci sono andato a piedi per sentieri partendo dalla periferia di Torino (precisamente da Rivalta).


Le Levanne (3619 m), la montagna piatta in cima sulla destra, sono tre e di qui è visibile quella orientale. Compaiono nella foto sulla tomba di mio padre, che gli scattai da ragazzo durante una gita.


Il Gran Paradiso (4061 m) è la montagna più alta visibile da casa mia (il Rosa è nascosto da un palazzo) ed è l’unica salita alpinistca per cui rimpiango di non praticare questa attività. Questo perché lo si può raggiungere partendo da quota 1000, senza incontrare strade o strutture turistiche, ma pernottando in un bivacco edificato nel 1947 dove ho dormito l’estate scorsa.