Rifugio Giaf-rifugio Padova

Forcella Scodavacca

20 luglio


Cima Urtisel Est - Enrosadira
Cima Urtisel Est - Enrosadira

Diario di viaggio

Tappa breve, ma con una magnifica salita tra i torrioni dolomitici. Secondo i gestori del Giaf, è ancora più bello il tracciato che passa dal bivacco Marchi-Granzotto. Tuttavia questo non rientra nella Weltanschau del capogita, che sceglie sempre il percorso più breve. Pra di Toro è un luogo magnifico per un pomeriggio di relax, trascorso a leggere o a sonnecchiare all'ombra dei frassini: oggi sarà l'unica volta in cui non mi dispiacerà arrivare presto.

Al mattino mi alzo priam della sveglia ufficiale, per fotografare la prima luce rosata che illumina Cima Urtisel. Persino troppo presto: devo aver sbagliato qualcosa nell'inserire le coordinate del rifugio nel planetario, perché l'aurora arriva circa mezz'ora più tardi di quanto mi ero appuntato. Grazie all'ondata di caldo torrido, anche la prima mattina nel bosco non è davvero fredda, pur se umida; posso anche fare qualche passo nell'erba, senza inzupparmi le ciabatte, perché non ha fatto abbastanza freddo da permettere la condensazione della rugiada. Dopo la partenza sperimenterò però il lato negativo dell'anticiclone africano. Devo nervosamente aspettare un po', col timore che la luce migliore si dissolva, prima che il sole salga abbastanza da illuminare il soggetto prescelto; la pazienza e la perseveranza sono ripagate. La colazione è tassativamente alle 7, anche se il tragitto di oggi è breve e avremmo potuto poltrire ancora un po'. Ad ogni modo, dopo le foto torno ancora al riparo del sacco lenzuolo e mi alzo buon ultimo, per smaltire l'umidità assorbita e sonnecchiare ancora dieci minuti.
La salita è esposta ad est. Il sole la scalda fin dalle 6 e così già coliamo di sudore dopo pochi passi. Inutile l'ombra del bosco, perché soffocante, inutili gli spazi aperti, perché senza brezza. Dopo neanche un'ora di cammino già sento il bisogno di scolare mezza borraccia. Tra alberi e ghiaioni guadagniamo in fretta quota e andiamo ad affacciarci su un grandioso anfiteatro di picchi. Alle 9 già giocano a nascondino con le nuvole, che con questo gran caldo umido sono salite molto presto. A me sembra che le cime siano più cime quando sono avvolte dalle nubi, perché perdono il contatto con la terra e sono interamente comprese nel cielo. Inoltre, ma questo è un commento più da fotografo che da escursionista, i chiaroscuri delle ombre donano spessore alle pareti altrimenti piatte per la luce verticale dell'estate.
Con un bel sentiero a zig-zag guadagniamo quota, restando sul ghiaione sempre più brullo, dove neppure più i mughi sopravvivono al terreno ostile. Di questo tratto non ho appunti sul notes, forse perché sulla nostra pelle non sperimentiamo altro che la lenta successione di passi verso il colle. Ma è tutt'intorno che avviene qualcosa: le nuvole corrono veloci, avvolgendo e liberando le cime, lasciandoci al sole o in ombra, facendoci sudare ancor di più o rinfrescare, generando brezze termiche, creando cangianti scenari, che questi sì, sono da ricordare, ma con la macchina fotografica più che con la biro. È uno di quei posti dove è facile portare a casa buone foto: basta non commettere errori da principianti, come il voler includere tutto nell'inquadratura, oppure farsi prendere dall'emozione e fotografare senza riflettere tutto quello che si vede. Certo poi bisogna anche andare piano, fermarsi spesso e alzare lo sguardo. Non sempre sono atteggiamenti ovvi tra chi cammina e nemmeno tra chi fotografa, che spesso fa la coda al punto panoramico sulla vetta, per scatenarsi. Invece l'esperienza insegna che non sono questi i punti di ripresa migliori. Al colle ci fermiamo mezz'ora, ma appunto non è il luogo migliore per la contemplazione, perché qui siamo troppo incassati e schiacciati ai piedi delle pareti: le montagne vanno ammirate da una certa distanza.

Il percorso di discesa ripropone a ritroso gli ambienti attraversati in salita. Il primo tratto è nel ghiaione incolore e arido, con solo qualche vivace papavero alpino a donare spruzzate di colore, insieme alle alghe che chiazzano di rosa un piccolo nevaio. Compaiono poi i pungenti mughi e ginepri e solo in basso la faggeta ci regala alcuni sprazzi ombreggiati. Il tracciato è molto più ripido e diretto che in salita: vediamo la gente in direzione opposta salire lentamente, centellinando i passi e i respiri. Il fondo, ghiaioso fino al bosco, richiede cautela nella scelta degli appoggi e l'aiuto dei bastoncini.
Vediamo il ghiaione che sale alla forcella Montanaia, che dovremo risalire domani. Tutti i pendii visti di fronte sembrano pareti e c'è chi s'inquieta più del necessario; passerà il pomeriggio al rifugio cercando conforto nelle guide della zona.
Nell'ultimo tratto il gruppo corre senza indugio verso la tavola. Ci facciamo sistemare in stanza, dove siamo ben ammassati perché il rifugio è quasi pieno; mi accaparro il letto vicino all'unica finestra per ventotto polmoni (dormirò sopra il sacco lenzuolo). Ci dividiamo anche stavolta tra chi fa la doccia subito e chi prima pranza, per poi ritrovarci tutti insieme dopo il bucato, all'ombra degli abeti e dei frassini, nell'ameno prato antistante il rifugio. Leggiamo, chiacchieriamo, giochiamo a calcio, scorriamo le guide. Durante la nostra permanenza telefonano due ragazzi tedeschi per chiedere il soccorso alpino, perché uno non riesce più a muovere una gamba. Verso sera dalla nostra meta di domani arrivano due donne tedesche, a cui il gestore ha sconsigliato il nostro prossimo percorso in favore di uno più lungo, che aveva consigliato anche a noi, per le vedute mozzafiato sugli Spalti di Toro. Scolano un po' di birre prima di andare a farsi la doccia.

Galleria fotografica

Cima Urtisel Est - Enrosadira
Cima Urtisel Est - Enrosadira

Gruppo del M. Cridola
Gruppo del M. Cridola

Verso Forcella Scodavacca
Verso Forcella Scodavacca
Monte Cridola
Monte Cridola
Crodon di Giaf
Crodon di Giaf
Rifugio Padova
Rifugio Padova
Pra di Toro
Pra di Toro
Pra di Toro (recubans sub tegmine fraxinus)
Pra di Toro (recubans sub tegmine fraxinus)