Vallone di San Grato

Valle del Lys

17 settembre


In un baleno

Escursione in un bel vallone sospeso, dove si possono anche ammirare le architetture walser

Benekoadi
Benekoadi

Diario di viaggio

Il vallone di San Grato, nella bassa valle di Gressoney, fu in passato popolato dai Walser, una popolazione germanica emigrata a sud delle Alpi durante l'optimum climatico bassomedievale, per stabilirsi nelle parti alte di alcune valli in Ossola e attorno al Monte Rosa. Vi hanno lasciato la propria architettura e la propria organizzazione, cosa che rende meritevole di visita questo vallone, in aggiunta alle sue valenze naturalistiche e bellezze paesaggistiche.
I Walser rappresentarono una cultura della montagna, adattandosi a vivere unicamente alle alte quote, senza transumanza con i fondovalle, modellando l'aspro ambiente per addomesticarlo. Praticarono una sorta di nomadismo stanziale, in quanto migrarono dai loro luoghi d'origine, per dissodare regioni lontane e stabilirvisi. La loro esperienza si iscrive nel grande movimento verso la colonizzazione di terre incolte del Basso Medioevo, in cui furono l'esempio paradigmatico del colono, con i suoi diritti speciali, che consentiva alla società di gestirsi con una certa autonomia.

Decido di fare il purista e di partire da Issime (Eischeme in titsch, la lingua dei walser), sul fondovalle. Il paese è ancora in ombra, ma non fa fresco. Ai margini ha una chiesa medievale, con una facciata affrescata con scene del Giudizio Universale. Il bar è molto rigoroso nel far rispettare le norme igieniche contro la pandemia e serve un buon caffè. Riempio la borraccia alla fontana lungo la strada, dove incredibilmente c'è scritto che l'acqua è potabile.
L'imbocco del sentiero è indicato da un cartello che indirizza tra le case, dove prendo subito la direzione sbagliata, ma per fortuna la cartina è precisa e dalla strada che intercetto mi consente di rientrare in breve sul percorso corretto. Seguo una mulattiera lastricata, bordata di muri a secco, che sale diritta tra prati e case sparse, ciascuna col suo nome bizzarro al mio orecchio italiano. In un punto raggiunto dagli spruzzi di uno degli innaffiatori, che hanno sostituito i ru per l'irrigazione dei prati da sfalcio, il fondo è tappezzata di lumaconi, che devo fare attenzione a non calpestare.
Arrivo alla Grotta dell'Agonia di Gesù, una cappella scavata nella terra e rivestita di massi. Una scritta in francese invita il viaggiatore a fermare il cammino e a riflettere sul fatto che prima o poi dovrà anche lui trapassare. L'anello comincia e si conclude qui, per cui si può anche salire in auto fino a questo punto. Poco più in basso della grotta, al tornante un cartello indirizza al percorso che seguirò in discesa, mentre nessuno a quello che voglio seguire in salita, indicato solo da scolorite tacche gialle. Il primo è un sentiero molto diretto, mentre il mio sale gradualmente a tornanti. Questa doppia via di accesso si ritrova anche in altri luoghi walser: il sentiero diretto era una via rapida per le persone, mentre quello regolare era la via delle vacche. I Walser furono anche grandi costruttori di ardite vie tra i monti. Ad essi di deve la nascita del traffico merci attraverso le Alpi Centrali, con l'“invenzione” dei passi Gottardo e Sempione, tramite la posa di ponti notevoli per l'epoca, tanto da essere annoverati tra i ponti del diavolo, in grado di superare gole impervie, fino ad allora ritenute invalicabili per le some. La someggiatura tra sud e nord delle Alpi ebbe infatti per loro un'importanza non trascurabile: il vino e il sale intersecavano i formaggi e il bestiame. Questa occupazione venne meno a causa del progresso, quando fu resa obsoleta dalle vie ferrate e dai loro ponti per passare sotto i colli, per rubare la metafora a un vagabondo ottocentesco.
La mulattiera sale tagliando la strada asfaltata, nel bosco misto a prevalenza di larici, con frassini, noccioli, pini silvestri e abeti, tipica vegetazione della media montagna. In parte è stata anche mangiata dall'asfalto; da questi tratti più aperti fa capolino la chiesa di San Grato che raggiungerò più tardi. Un tratto su asfalto si fa lungo, finché una freccia gialla mi indirizza su una lastricata che sale a tornanti.
Incontro la prima baita, dove è ancora presente l'arredamento in legno della stalla, e che ha le caratteristiche liste di legno davanti ai balconi, su cui era posto a seccare il fieno. Questo mi fa pensare che qui non dovesse esserci il bosco, che ora le circonda. Successivamente aggiro una baita in rovina e ne trovo una con una panca e un tavolo, con sopra delle bottiglie. Seguono alcuni rascard, i caratteristici granai di legno costruiti sopra quattro funghi di pietra, che servivano a impedire l'accesso ai roditori. Traverso anche attraversando delle pietraie, dove la mulattiera è ben livellata. Trovo sul sentiero un bruco a strisce verdi e bianche, che l'infallibile app del cellulare mi dirà essere una falena dei pini (Sphinx pinastri).
Sbuco su prati pianeggianti tra edifici sparsi e mucchi di pietre, su cui pascolano delle vacche. Ci arrivo abbastanza sudato, nonostante l'ombra del bosco e i giorni autunnali, perché fa decisamente caldo. In breve sono alla cappella di San Grato, costruita sul ciglio della valle sospesa. È una configurazione che si trova spesso nei valloni laterali della valle d'Aosta, specie in questa zona dove le rocce sono molto resistenti all'erosione. Il vallone laterale fu scavato da una lingua glaciale più piccola rispetto a quella che scavò la valle principale, con una minor forza erosiva e il solco fu pertanto meno profondo. La chiesa è molto semplice, con un esterno intonacato, ma non verniciato, e un campanile in pietra con un tetto aguzzo. Accanto alla chiesa c'è una casa molto curata, con fontana, vasi di fiori e tavoli esterni.

Raggiungo la baita del pastore a Ruassi e finisco sul sentiero che resta in quota, senza accorgermi del bivio con quello che passava più in alto, che mi sarebbe interessato. Taglio un ripido pendio tra prati e boschi di larici e abeti rossi, con qualche casetta walser sparpagliata. L'insediamento diffuso, senza paesi, è quello tradizionale dei Walser. I nuclei addensati nacquero solo durante la Piccola Era Glaciale, come difesa dalle valanghe. Gli edifici hanno di solito una base in pietra e una struttura superiore in larice a blockbau a più piani, combinando così i due modelli di casa latina e germanica. La tensione tra legno e pietra era un bilanciamento tra la disponibilità di materiali e la necessità di costruire case resistenti alle valanghe e al fuoco. Il piano terra in pietra serviva da stalla, cucina (senza camino) e soggiorno invernale, mentre il sottotetto da granaio e fienile. Tuttavia era la Stube, l'ambiente riscaldato dalla stufa, il vero centro vitale della casa: «Qui i coloni trascorrevano le giornate invernali, applicandosi ai piccoli lavori manuali d'intaglio, di filatura o di cucito; mangiavano e talvolta dormivano al tepore del fornetto; cantavano e pregavano; nascevano e morivano» (E. Rizzi). Va detto che non esiste un modello universale di casa Walser, ma ogni comunità si adattava alle caratteristiche dell'ambiente. Questa variante aggregata nacque nelle valli attorno al Monte Rosa in seguito al raffreddamento climatico, mentre in altre zone Walser è più comune la separazione tra funzione abitativa e edifici rurali. L'azienda agricola walser era organizzata in maniera verticale, con la casa al centro del podere e le varie quote assegnate alla produzione più adatta. Questa doveva avvenire nei pochi mesi di tempo clemente, mentre l'inverno era trascorso in una sorta di letargo. Incontro un pastore che sembra balcanico, intento a sistemare il filo di contenimento. Lo saluto e lui ricambia con un cenno. Il traverso termina in corrispondenza di un fascinoso bosco di cembri tra i roccioni, prima di una rampa secca, che, tra roccioni e baite, mi porta a un gradino della valle, dove anche stavolta è edificata una chiesa, in questo caso bianca e dedicata alla Madonna delle Nevi, in località Munes.
A monte vedo il canale, un po' erboso e un po' roccioso, che porta al colle, mentre sulla mia destra ci sono i ripidi pendii di erba e pietre che salgono alla Becca Torchè 3015 m, che richiederebbe altre tre ore di salita; sarei dovuto salire in auto fino alla sbarra, se avessi voluto conquistarla, perché da Issime sono oltre 2000 m di dislivello e probabilmente mi mancano anche le ore di luce, a meno di non correre e scendere dalla medesima via di salita. Mi fermo a fare un spuntino. Da Siawa, dove passerò più tardi, scende intanto di buon passo un pastore e si dirige a valle.
Salgo nel ripido canale diretto al colle, su una traccia molto marcata nel fitto rodoreto-vaccineto. I naturalisti hanno già intuito la scorpacciata che mi ha rallentato in questo tratto: il nome oscuro non indica infatti altro che la comune associazione tra rododendri e mirtilli, che spesso si trova sopra il limite dei boschi, perlomeno nelle zone più sassose o comunque magre, dove i pastori non lo bruciano per far posto ai prati. Un romanticone lo preferirebbe forse a luglio, quando sono fioriti i primi, che i tedeschi chimaano significativamente rosa delle Alpi, mentre adesso sono maturate le succose bacche dei secondi.
Una brezza fresca anticipa il vento gelido che mi aspetta al col Dondeuil, affacciato sul vallone omonimo, che precipita molto più ripido e ampio di questo. Resto solo per poco ad ammirare la valle centrale visibile dal colle (l'unica nuvoletta copre il Bianco, come al solito), prima di riprendere la marcia in una zona più protetta dalla mole del Siahnare o Corno del Lago. Un escursionista più avventuroso di me potrebbe anche tentare di salirlo (a leggere le relazioni in rete, c'è persino qualche segnalazione, utile in discesa, dove bisogna imbroccare l'unico canale erboso che consente di superare un salto). Sceso invece di qualche metro a ritroso, imbocco una traccetta che rimane in quota, in un ambiente dove si alternano cespugli e pietrame. Punta verso un canalino sassoso in ombra, a causa del quale, credo, questo sentiero è indicato come EE sui cartelli. Lo risalgo senza patemi per comode tracce, affacciandomi su dossi di macereto alternato a zone più verdi. È il punto più alto dell'escursione. All'inizio la traccia non è molto marcata, con qualche freccia gialla ed ometti ad aiutare, ma ben presto diventa evidente.
Tagliando una pietraia, mi affaccio sui Piccoli Laghetti, visti già da lontano, dove stanno pascolando i vitelli del pastore incontrato a Munes. Sceso tra magra erba, mi fermo al primo laghetto, poco più di una pozzanghera, ma con vista sulla Torchè che vi si riflette. La salita a questa cima sembra bella ripida, vista da qui. Fu ufficialmente salita la prima volta il 14 agosto 1872, in un limpido giorno di forte vento, a piedi da Verrès per il vallone Dondeuil, pernottando in un alpeggio, come si usava allora. Pranzo quando sono già le 14 con un panino alla frittata, che non ha nulla da invidiare a quelli di “Basilicata coast to coast”, almeno con la fame che mi attanaglia da un po'.

Scendo quindi al lago più grande, dove mi perdo ad ammirare e fotografare i riflessi sulla superficie increspata. Le forme appaiono e si dissolvono incessantemente, costringendomi a rincorrerle sempre in ritardo, come in un mio sogno ricorrente.
Subito oltre il dosso che delimita i laghi, affacciato a valle c'è l'edificio in pietra dell'alpeggio. Oltrepassato il filo del bestiame, percorro un lungo traverso discendente, per dossi solatii coperti da rododendri e impluvi ombrosi rivestiti di ontani. Poco alla volta compaiono i cembri e i larici, sempre più alti e fitti a mano a mano che scendo. Alla fine arrivo a un piano acquitrinoso con massi sparsi, oltre il quale la valle sembra fare un salto. Piego a sinistra e per dossi scendo a Munes, visibile solo all'ultimo istante. Termino l'acqua della borraccia e per un bel po' dovrò fare senza.
Ripercorrendo per un tratto la via dell'andata, scendo al pianoro di Reich, un laghetto interrato dove i rii scorrono sinuosi nel prato. Dal pianoro fino allo sbocco sulla sterrata, più o meno dove termina la valle sospesa, il sentiero non è molto marcato e le tacche sono rade. Sembra di essere nelle valli di Lanzo o in Valchiusella, piuttosto che in Valle d'Aosta, ma per fortuna non ci sono bivi, per cui non è difficle restare sull'unico sentiero.
Entro in un bel bosco di larici e cembri, dove sono baciato dall'ultimo sole che vedrò oggi, e scendo quindi a un alpeggio, dove la cartina riporta una fonte che però dev'essere nell'area cintata. Attraverso un grande prato con l'aiuto degli ometti e rientro nel bosco. A quota 1700 m incontro dei bovini con un pastore indiano, o forse pakistano, visti i metodi rudi con cui sta tentando di non farli disperdere. Non oso chiedergli nulla, perché sicuramente non saprà se sono ancora sull'1F indicato sulla cartina o se ne sono uscito. Scendo poi ripidamente lungo una dorsale boscosa, fino a una radura prativa, dove trovo altre vacche e bolli con il numero del sentiero. Superando dei rii, cambio sponda e mi inoltro in un bosco ombroso e umido, tra molte frecce che indicano il sentiero. Ad un gruppo di baite, con l'altimetro e la carta faccio il punto e capisco che non mi manca molto a trovare l'acqua. Avrò persino un ponte per varcare il rio che sto costeggiando.
Lo raggiungo con una discesa su pietre umide e scivolose, su cui c'è una fatta di volpe. Mi rimetto parallelo al torrente e imbocco un sentiero costruito, nella totale assenza di segnavia. Proseguo più o meno in quota, mentre il torrente sprofonda in una forra. Il sentiero si fa sempre più esile, ma vedo una freccia e in breve raggiungo delle case. Un cartello mi conferma che è proprio la borgata a cui porta il sentiero. Tendo l'orecchio e sento il caratteristico rumore dell'acqua corrente. Seguo il soave suono e raggiungo una fonte, che prosciugo avidamente. Mi siedo poi su dei gradini di una casa deserta a fare merenda.

Salgo alla sterrata e la seguo in discesa. Ad un curva con vista sulle baite presso San Grato, ma non sulla chiesa, imbocco un sentiero, che scenderà ripidamente fino alla Grotta dell'Agonia, senza tregua, seguendo un costone. Nei passaggi più ripidi, che non sono pochi, è gradinato con scalini in pietra, a testimonianza della maestria walser. Supero una borgatina con rascard e case e ho qualche squarcio sulla valle principale. Su una roccia umida vedo quel lichene giallo quasi fosforescente, che si ritrova a volte nelle zone ombrose. Ad un certo punto noto una traccetta secondaria, che mi consente di fare un detour ad un punto di vista (panoramico per modo di dire, dal momento che è nel fitto bosco di pini silvestri) sulla cascata con cui il torrente supera il salto della valle sospesa.
Dalla cappella percorro a ritroso il sentiero del mattino, stavolta senza perdermi. Il tramonto è abbastanza nuvoloso. In paese il traffico è scarso, essendo ormai conclusa la stagione delle ferie. Al bar del mattino prendo un altro caffè seduto a uno dei tavolini esterni, insieme a due vecchi. Mi dimentico di fare una puntata alla chiesa per ammirare i dipinti.

Per approfondire

E. Rizzi, I Walser, Anzola d'Ossola 2003

Galleria fotografica

A monte di Issime
A monte di Issime
Grotta dell
Grotta dell'Agonia
Monte Mars
Monte Mars
Casa walser
Casa walser

Benekoadi
Benekoadi
Rascard
Rascard
Bûhl
Bûhl
San Grato
San Grato


Ruassi
Ruassi


Madonna della Neve
Madonna della Neve
Munes
Munes
Munes
Munes
Piccoli Laghi
Piccoli Laghi
Becca Torchè
Becca Torchè

Siawa
Siawa
Cembro nel nascondiglio della nocciolaia
Cembro nel nascondiglio della nocciolaia

Col Dondeuil
Col Dondeuil
Reich
Reich


Cascata del Walkchunbach
Cascata del Walkchunbach

Issime
Issime

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Sergio Chiappino

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