Il vallone del Roc

Valle Orco - Parco del Gran Paradiso

31 agosto/6 settembre


Scuola di montagna a Maison
Scuola di montagna a Maison

Diario di viaggio

Gli anelli del vallone del Roc sono escursioni con molti sapori. Portano in zone poco frequentate e paesaggisticamente molto belle, dove è anche facile avvistare animali selvatici. In più raccontano storie che partono dalle cacce reali di metà Ottocento e arrivano fino agli ultimi abitanti di borgate sperdute, passando per una campale battaglia partigiana e alpinisti ribelli.
Le gite descritte qui sono due, perché tali sono le possibilità. La prima è partire da Balmarossa e scendere facendo il giro dal colle Sià, come descritto sulla guida di Blatto&C. La seconda è di partire da Noasca e, dall'alpe Foges, calare per l'esile traccia che scende per il vallone (descritta in salita sulla medesima guida). Entrambi gli anelli sono parecchio lunghi, mentre i dislivelli sono medi, perché circa un bel tratto di entrambi si snoda in quota, quasi in piano.

Anello da Balmarossa

Volendo fare i puristi si parte da sopra i quattro tornanti di Noasca, dove la mulattiera si stacca dalla strada. Tuttavia l'escursione è già abbastanza lunga anche salendo in auto fin sopra Balmarossa, dove termina l'asfalto. Ad ogni modo, si imbocca la bella mulattiera lastricata, che taglia le curve. Si cammina nel bosco, tranne che per uno scorcio sulla valle Orco. Stamattina è immersa in un'atmosfera bigia, mentre al pomeriggio la luce sarà decisamente migliore. Solo ben un breve tratto la mulattiera storica è stata sostituita dalla stradina per Panda 4X4 che porta a Crestet. È l'unica delle borgate del vallone ad avere edifici ristrutturati e abitati, anche se immagino solo come seconde case. Qui si lasciano la mulattiera e la GTA, che proseguono entrambe verso le altre borgate e poi verso Ca' Bianca. Si percorrerà questo tratto in discesa, nel pomeriggio.
Si sale invece per un sentiero che monta deciso nel bosco, con una fugace vista sulla Levanna Orientale, illuminata da una strana luce chiara e spenta che filtra attraverso le nubi. Gli alberi si fanno poi meno fitti, finché il sentiero sbuca sui prati di un alpeggio. Le costruzioni sono diroccate, ma il bestiame passa ancora di qui. La traccia si fa incerta, ma per chi sale le segnalazioni sono sufficienti (un po' meno per chi scende). Si attraversa una zona di grandi massi, per poi superare su un ponticello di legno il torrente Ciamousseretto, alimentato dall'omonimo ghiacciaio alla testata del vallone.
Ancora un breve tratto e si sbuca sulla mulattiera di caccia fatta costruire da Vittorio Emanuele II. Come è noto, il Parco del Gran Paradiso nasce da una riserva personale di caccia che si il re si era ritagliato per salvaguardare e poter continuare a cacciare gli stambecchi, allora in via di estinzione per la caccia indiscriminata. Oltre alla mulattiere si era fatto costruire dei rifugi, in parte diroccati e in parte ripristinati, come quello del Gran Piano, che oggi è un ricovero dei guardiaparco.
Il tracciato sale molto gradualmente, attraversando pietraie lastricate in maniera mirabile. Mi viene quasi da pensare che i valligiani abbiano volutamente cercato questi attraversamenti, forse per mostrare al re la propria abilità di costruttori. L'ambiente che attraversa sono infatti pascoli alternati ai detriti di falda che cadono dalle pareti sovrastanti. I massi sono di notevoli dimensioni, com'è caratteristico delle pareti di gneiss. Intanto il cielo si va lentamente aprendo: si alternano zone al sole e zone nella nebbia; lo stesso capita nelle blu montagne di fronte. Varie marmotte fuggire al mio arrivo; un camoscio in un canalone di slavina fischia al mio distratto passaggio rivelando così la sua presenza.

Al Gran Piano mi riposo su una roccia montonata non ricoperta dalle fatte delle mucche che pascolano in zona. I guardaparco hanno protetto la propria casa con un filo elettrificato, ma altrove regnano le bestie. Il pastore tedesco delle guardie viene ad annusare nel mio zaino e a cercare un po' di coccole, ma viene prontamente richiamato dal padrone. Le mucche invece si arrampicano come alpiniste su un dosso roccioso, alla ricerca dell'ultima erba non brucata.
Riprendo a camminare, scendo al rio che supero in corrispondenza di una parete rocciosa. Il sentiero riparte poco oltre il ponte, costeggia a monte un pianoro che termina con un salto e sale a zig-zag verso la dorsale che separa il vallone del Ciamousseretto da quello del Roc. I meteorologi prevedono più soleggiato nel pomeriggio. Volutamente ho aspettato fino alle 11 al Gran Piano, ma ora la nebbia non vuole saperne di diradarsi. Mi tocca percorrere così questo traverso, che la guida descrive come panoramico, senza poter vedere che il ripido pendio verde che sto tagliando.
Poi però, con precisione svizzera, verso mezzogiorno le nubi si dissolvono in fretta. Arrivo così all'alpe Foges potendo ammirare i vasti prati rocciosi, le pareti verticali, le cime aguzze e i dossi pascolivi a valle. Più lontano riconosco le borgate che attraverserò al pomeriggio. Tra me e loro intuisco un salto, ma non riesco assolutamente a prevedere la bellezza della bastionata rocciosa e erbosa che vedrò dal basso. Lasciato sulla destra il sentiero che porta al bivacco Giraudo e al colle della Porta, giungo su alcune rocce montonate, che si trovano sul dosso che chiude il circo glaciale in cui si trova l'alpe Breuillet. Un posto fantastico. Un pianoro circolare, il tipico lago glaciale colmato dai detriti, dove il torrente si ramifica e serpeggia, circondato da pendii erbosi e rocciosi che culminano in picchi rocciosi, rosseggianti per l'ossidazione dei minerali a contatto con l'aria. Le nuvole corrono veloci e ora nascondono, ora disvelano le cime. Peccato aver lasciato a casa il grandangolare, ma ieri sera mi sentivo minimalista.
Il torrente esce dal piano scorrendo tra rocce rosse. Lo si supera su massi che facilitano il guado (altrimenti bisognerebbe affrontarlo a piedi nudi). Si procede più o meno in piano, tra vari pianori e baite diroccate, fino al colle Sià. Poco oltre il torrente, sul sentiero giacciono i resti scarnificati di un cucciolo di stambecco. Oltre l'alpe Loserai si trovano rocce gneissiche con le caratteristiche fratture per piani paralleli, che le rendono facili da tagliare lungo di essi e resistenti nelle altre direzioni, facendone così un'ottimo materiale da costruzione. In questo tratto incrocio anche la prima escursionista della giornata, finora solitaria.
Al colle ci si affaccia sulla conca di Pra del Cres e Ca' Bianca, che si possono ammirare dall'alto. Questa zona, comodamente raggiungibile da Ceresole, è più frequentata di quelle attraversate finora. Vi si scende per ampi tornanti nei prati. A Pra del Cres si stacca il sentiero che mi riporterà a Balmarossa, ma decido di fare un puntata a Ca' Bianca e in particolare al laghetto nella radura che ho visto dall'alto. Lo si raggiunge con una traccia, che si stacca dal sentiero poco prima di arrivare alle baite. La sua posizione è anche intuibile dalla conca di Ca' Bianca. Il laghetto è poco più di una pozzanghera, ma le Levanne vi si riflettono. Adesso sono in ombra, sotto una nuvola, ma lo spettacolo merita lo stesso. Accanto al laghetto c'è una baita diroccata da cui però esce del fumo. Mentre mi rilasso su una pietra, ammiro le evoluzioni a pelo d'acqua di alcune libellule, che sembrano inseguirsi e cacciarsi reciprocamente.

Tornato a Pra del Cres, imbocco la GTA in direzione di Noasca. Al mattino deve essere moderatamente affollata di tedeschi, mentre ora è deserta. Il proprietario del posto tappa di Noasca, dopo avermi servito un colossale panino con le acciughe al verde, mi dirà che in effetti sono al 90% tedeschi coloro che la percorrono. Recentemente è passato da lui un tedesco appena andato in pensione, partito da Quincinetto e diretto a Varazze. Ci sono poi alcuni inglesi e pochi italiani; è appena passato un esotico gruppo di 14 romani.
Si rimane un po' in quota, attraversando un rado lariceto che cresce tra grandi massi. Alcune nuvole sembrano voler risalire la valle, ma si dissolvono prima di aver raggiunto Ceresole. Si è proprio sopra pareti di arrampicata rese famose dagli alpinisti del Nuovo Mattino, che qui cercavano una via diversa dalla lotta con qualunque mezzo professata allora dall'alpinismo italiano (consiglio la visione del filmato uffciale del K2 per farsene un'idea abbastanza agghiacciante: sembra un filmato di propaganda fascista). Portano curiosi nomi che scimmiottano il famoso El Capitan della valle di Yosemite, teatro d'azione degli alpinisti fricchettoni a cui si ispiravano. Anni prima questi luoghi erano stati invece teatro della battaglia di Ceresole, un cruento scontro tra i reparti di elite della Repubblica di Salò e le formazioni partigiane, che tentavano di sbarrare loro l'ingresso nella valle. La battaglia fu molto cruenta e quasi costò la vita anche a un gerarca di primo piano; tra i morti partigiani si annovera invece un ragazzo ceco, che chissà come era finito a combattere qui. I partigiani riuscirono a inchiodare a lungo i fascisti, finché entrarono in azioni gli Alpenjäger (gli Alpini tedeschi), che con una manovra di aggiramento, costrinsero i partigiani a sganciarsi e a ritirarsi in Val Grande prima di finire accerchiati. Il bosco si fa più fitto e il sentiero scende più deciso, a tornanti, verso il fondo del vallone del Roc. Le nuvole tornano a velare il sole. Una zona di vegetazione più bassa, di malefici ontani, consente di vedere le borgate che saranno raggiunte a breve. Infatti al termine della discesa si sbuca in un dosso prativo con alcune costruzioni in rovina e la cappella di Sant'Antonio. In questa zona, il vallone spiana in una grande conca chiusa da un salto di erba e roccia, da cui cade un'imponente cascata. Faccio voto di tornarci verso fine maggio, durante la piena del disgelo, per fotografarla.
Oltrepassato il torrente su un ponte, commetto l'errore di proseguire libero sull'erba, anziché seguire i segnali, e così mi trovo a sprofondare nel fango: l'acqua, non più regimentata dai contadini, corre libera per il prato, divenuto un acquitrino. A Potes mi fermo a curiosare tra le case fantasma. La legna ordinatamente accatastata fa pensare a un abbandono improvviso, imprevisto. Plastica, bombole di gas, madreviti di lampadine, pali elettrici ancora in piedi raccontano un abbandono nemmeno troppo remoto. La mulattiera prosegue quasi in piano, attraversando antichi terrazzamenti dove si coltivavano i cereali adattati alla quota. A Maison è stata ricostruita una scuola di montagna, una pluriclasse in cui conivivevano tutte le età e i più grandi insegnavano ai più piccini. In molte scuole di montagna è ancora così. Incrociando un gruppo di persone che si fanno una passeggiata pomeridiana, capisco che sono ormai al termine della gita. Infatti ben presto mi trovo a Crestet, dove avevo imboccato il sentiero per il Gran Piano. Ripercorro il tragitto dell'andata in una luce solare dolce, che ben presto scomparirà dietro le nubi che vanno nuovamente addensandosi. Al parcheggio rivedo le stesse auto che c'erano al mattino, nessuna di più.

Anello reale da Noasca

L'alternativa che sale da Noasca presenta un dislivello maggiore e richiede una giornata senza nebbia, perché la discesa nel vallone avviene a vista su una traccia labile o assente e senza segnalazioni. Una porzione di questo percorso è stata chiusa per alcuni anni a causa della minaccia di una frana. Tuttavia non si è mai materializzato nulla, per cui nel 2013 il sentiero è stato riaperto.

Subito sopra i quattro tornanti di Noasca si trova l'ampio imbocco della mulattiera reale, che Vittorio Emanuele II si era fatto costruire per andare a caccia di stambecchi, il suo hobby preferito (a parte intrattenersi con le fanciulle del luogo, s'intende). Il primo tratto, fino a borgata Sassa, è molto ampio, tanto che può essere percorso con i mezzi motorizzati dai residenti stagionali. La pendenza è assai moderata e sarà così fino al Gran Piano, con grande scorno di chi cerca i sentieri che “rendono”, ma somma gioia di chi va in montagna per chiacchierare senza guardarsi intorno. Si sale con ampi tornanti in un bosco di larici, fino al gruppo di case, diverse delle quali sono ancora tenute. Mentre andiamo a bere alla fontana, ci imbattiamo in un boxer sovreccitato, che fa le feste alla mia amica ma sembra intimorito da me, forse per le bacchette. Bevendo chiacchieriamo un po' con la padrona e riprendiamo poi a marciare.
A mano a mano che prendiamo quota e lasciamo l'ombroso fondovalle, compaiono alberi più termofili, come i noccioli, i frassini, le betulle e financo qualche pino silvestre. Dove il bosco è più rado, si gode della vista sulla magnifica infilata della stretta valle, che culmina nelle Levanne. L'attenzione della mia amica è attratta da una specie di linea senza vegetazione che si vede sul versante opposto. Dibattiamo un po' se si tratti di una mulattiera (ma quella zona è impervia e non ci sono pascoli) o forse della condotta forzata (ma salendo scopriremo che è più in alto della diga). Alla fine, consultata la cartina, concludiamo che è una formazione naturale. Durante una pausa, ci supera un guardaparco che sale seguito a ruota da una signora.
A quota 1500 circa, lasciamo la mulattiera diretta nel vallone di Noaschetta, anch'essa una mulattiera di caccia reale, che conduce fino a una remota postazione oggi diroccata, nei pressi di un lago a 3000 metri. La mia amica è attratta da un grosso pinaiolo e va a toccarlo, ma dall'alto il guardaparco la vede e subito la ferma con un preventivo rimprovero. Passiamo sotto la parete che minacciava di franare e raggiungiamo e superiamo i due, che hanno rallentato. In questo tratto il pendio è molto ripido e alterna tratti di lariceto a spogli canali di slavina.
In ambiente più aperto guadagniamo quota avvicinandoci alla fragorosa cascata del rio Ciamousseretto, oltre cui si intravedono le baite dell'alpe Pian Leva', che però non raggiungeremo. Dove incrociamo la bretella che sale da Balmarossa, facciamo una pausa ristoratrice e poi riprendiamo per i graduali tornanti. In questa ultima sezione si attraversano alcune pietraie, dove la mulattiera è mirabilmente lastricata. Si capisce che manca poco quando si vedono alcuni dossi di rocce montonate, le rocce levigate dai ghiacciai durante le passate ere fredde. Il massiccio del Gran Paradiso è formato da rocce cristalline provenienti dalla placca africana, una delle due che scontrandosi hanno dato origine alle Alpi, che sono molto resistenti all'erosione dell'acqua, per cui in esse le forme acquisite con l'erosione glaciale si sono conservate immutate per migliaia di anni.

La casa di caccia del Gran Piano, oggi utilizzata dai guardaparco, è dipinta con colori vivaci, che dovevano piacere molto al re, perché anche quella del Valasco nelle Alpi Marittime è tinteggiata con questo stile. Sulle panche pranziamo e siamo raggiunti dal guardaparco con la donna.
Qui conviene lasciare brevemente la mulattiera e seguire invece le indicazioni del sentiero 550/AVC, perché così si può superare il rio Ciamousseretto su un ponte anziché con un guado. Tra l'altro il ponticello di legno è in un posto splendido, dove il torrente scorre in una gola di rocce dai colori vividi. L'acqua invece è di un verde pallido molto desaturato, com'è tipico delle acque di fusione: il torrente si origina infatti da un piccolo ghiacciaio posto alla sommità del vallone, che chissà per quanto potrà ancora alimentarlo. Ripresa la mulattiera, si transita a monte di alcuni pianori erbosi, dove pascolano delle vacche. Da questa prospettiva sembrano come sospesi sulla valle. Altre vacche le vediamo invece più in alto, dove i pastori le stanno radunando: i prati si stanno ingiallendo e forse è già ora di scendere ai pascoli inferiori.
Con un paio di svolte la mulattiera prende quota e va a doppiare il costone che separa il vallone di Ciamousseretto da quello del Roc. Spettacolare la vista che appare all'improvviso, con i picchi rocciosi del Courmaon e dei Grand Etret a chiudere la verde V del vallone che sprofonda sotto di noi. Questo panorama è nuovo anche per me, che l'altra volta percorsi questo traverso immerso nelle nuvole. Il sentiero prosegue in quota tagliando il pendio. Qualche punto sembra sul punto di franare, ma per il resto è in buone condizioni. Disturbiamo due uccelli simili a pernici con le punte della coda arancioni; il libro consultato a casa suggerirà che si tratta di starne. Poi sotto di noi volteggia qualcosa di molto grande, forse un'aquila.

Arriviamo all'alpe Foges, dove, secondo la cartina, dovrebbe partire la traccia non segnalata che discende il vallone. In breve la rintracciamo: è davvero esile, appena visibile. Ci fermiamo poco sotto l'alpe per un pausa e vediamo passare i due amici del mattino, che sembrano voler proseguire verso il colle Sià. Loro invece non ci scorgono e scompaiono dietro una curva. La labile traccia gira intorno a un salto, alla cui base ci sono alcune baite in rovina, e continua a perdere quota. Ogni tanto compaiono delle scolorite tacche gialle, molto rade, più che altro d'incoraggiamento. La traccia resta esile, ma ogni tanto qualche tratto sistemato con gradini di pietra ci fa capire di essere sulla strada giusta. Spaventiamo un camoscio che se ne stava presso delle baite. Più in basso vediamo il traverso che avevamo individuato sulla carta, dove il sentiero è più tracciato. Finisce poco sopra l'alpe Pianes, dove il invece scompare del tutto, come indicato sulla carta. Nella zona precedente l'erba era bassa e c'erano delle fatte di vacca, mentre qui l'erba non è brucata e non ci sono segni recenti di bestiame: significa che i pascoli sono raggiunti dall'alto e questa zona del vallone è abbandonata. Peccato, perché la zona è accuratamente spietrata. Un altro camoscio ci vede e scompare tra i dirupi verso la cascata.
Tra noi e l'alpe Roc, dove il sentiero dovrebbe essere di nuovo tracciato, c'è un salto di roccia che dobbiamo aggirare. Attraversiamo il prato, dal fondo reso irregolare dal calpestio delle mucche, e proviamo a destra. Arriviamo a un torrente oltre cui c'è una traccia che scende: se è un vecchio sentiero che sale all'alpe Truna siamo a posto, mentre se è una traccia di camosci finirà tra i dirupi. Va verso una forra, ma la supera senza difficoltà e porta ai prati a monte dell'alpe Roc. Guardando in alto, sembra di capire che se avessimo preso a sinistra all'alpe Pianes, saremmo arrivati qui per prati. Da verificare.
All'alpe c'è una edicola degli anni Trenta con una statua e un'iscrizione che ricorda un voto di una famiglia, oltre a qualche rimaneggiamento in cemento che rievoca tentativi relativamente recenti di conservarlo produttivo. Il posto è fantastico, a picco sulla conca sottostante: dà l'idea di un mondo perduto. Poco sotto l'edicola riprende il sentiero, che diventa persino ben curato in certi punti. Traversa allontanandosi dalla cascata, che diventa ben visibile in tutta la sua magnificenza; va poi però quasi morire in una zona devastata dalle slavine. Di qui diventa una traccia che taglia giù dritto per il pendio; una solitaria tacca gialla verso il fondo sembra quasi una presa in giro. Alla base della cascata si confluisce in una mulattiera tra due muretti a secco. Per i prati arriviamo fino al ponte, dove ci immettiamo nella GTA. Un capriolo si rifugia nei boschi guadando il torrente.

A Potes facciamo merenda prima che il sole scompaia dietro i fianchi del vallone, che da qui appaiono altissimi: ci sono volute quasi due ore di discesa dall'alpe Foges. Le borgate che seguono mettono un po' tristezza, perché sembra che siano state abbandonate da poco: ci sono dei pali della corrente elettrica di fine Novecento. L'origine delle borgate risale probabilmente al Settecento, il periodo in cui, con la ripresa demografica dopo l'ultima ondata di peste nera, le montagne furono colonizzate fino agli ultimi angoli sperduti. Intorno ci sono molti frassini monumentali. Questi alberi erano molto importanti nell'economia montana non solo per il legno, ma anche perché negli anni magri le loro foglie venivano raccolte prima che seccassero e usate come mangime per il bestiame. In una magnifica luce serale percorriamo la bella mulattiera, ci fermiamo a rimirare la chiesa e la scuola ricostruita, a tentare di decifrare quello che resta delle iscrizioni sui muri. Infine scendiamo alla statale, per la vecchia mulattiera che taglia i tornanti asfaltati che salgono a Balmarossa.

Bibliografia

U. Bado - M. Blatto, Valle dell'Orco - Gran Paradiso, Rimini 2008
La descrizione è accurata, ma non bisogna assolutamente fidarsi dei tempi di percorrenza indicati, che sono da mitomane o corridore: 450 m/h in salita e 800 m/h in discesa. La guida contiene anche informazioni naturalistiche e la storia della battaglia di Ceresole

Galleria fotografica

La mulattiera per Crestet
La mulattiera per Crestet
Levanna orientale
Levanna orientale

Torrente Ciamousseretto
Torrente Ciamousseretto
Gran Piano
Gran Piano
Torrente Ciamousseretto
Torrente Ciamousseretto
Scistosità e lichene
Scistosità e lichene
Pian Leva
Pian Leva'
Vallone del Roc
Vallone del Roc
Alpe Foges
Alpe Foges
Alpe Breuillet
Alpe Breuillet
Levanne da Ca
Levanne da Ca' Bianca
Cascata del Roc
Cascata del Roc
Frassini
Frassini
Cappelle
Cappelle
Scuola di montagna a Maison
Scuola di montagna a Maison
Maison
Maison
Panda 4X4
Panda 4X4
Valle Orco e Noasca
Valle Orco e Noasca