Bassa di Narbona

Bedale Tibert - Valle Maira

27 ottobre


Valle Maira con Monviso
Valle Maira con Monviso

Diario di viaggio

Quel giorno i colori autunnali erano così sfolgoranti che mi sarei fermato già sulla statale di fondovalle, più o meno all'altezza di quella cappella al margine sinistro della strada, per fare l'escursione sull'asfalto.

Dalla borgata Chiesa, il capoluogo di Celle di Macra, la salita segue interamente una stradina, mentre la discesa percorre la GTA classic, com'è chiamato adesso questo tratto, ora che il percorso ufficiale è stato spostato più a monte.
Prima di partire, può valere la pena di visitare il museo degli acciugai, se è aperto (secondo la guida crucca della GTA la referente è Paola Martini, 347 138 03 96). Come in molte valli povere, gli abitanti dovettero ingegnarsi per integrare il reddito dell'agricoltura, davvero misero: d'altronde il nome della valle significa 'magra'. Mentre i dirimpettai di Elva si specializzarono nelle parrucche per le ricche europee, qui si diedero al commercio di acciughe, ed ebbero così successo che oggi questi pesci sono entrati nei piatti tipici piemontesi, come nella bagna caoda o accompagnate con salsa verde, anche se qui non c'è il mare. La chiesa parrocchiale inoltre conserva una pala di Hans Clemer, il famoso maestro di Elva.

Nel primo tratto la strada costeggia una semplice cappella in pietra, che all'interno cela affreschi magnifici, restaurati di recente: sull'abside è dipinto il martirio di San Sebastiano, a cui la chiesa è dedicata, mentre sui lati vi sono scene del Paradiso e dell'Inferno di evidente ispirazione dantesca.
Nel pianoro di Chiotto (toponimo che indica appunto un luogo pianegggiante) termina l'asfalto. Di qui il vallone si restringe e si cammina all'ombra, tra ripidi fianchi dai colori sgargianti, che culminano in salti di roccia chiara o ombrosi picchi aguzzi. Queste montagne calcaree, facilmente erose dall'acqua piovana acida di anidride carbonica, offrono forme ardite ed eleganti, dal portamento dolomitico, come le vicina Rocca la Meja o la Rocca Provenzale.
Intanto in alto si iniziano a vedere dei pascoli verso i dossi sommitali, con le loro baite dei pastori, come le Grange Penagua, poste su una cresta contro il cielo, accanto ad un prato che sta per essere ricolonizzato dai larici. Si passa quindi ai piedi un grosso acero con molti tronchi, purtroppo già spoglio. Salendo il bosco lascia spazio a una delle poche zone di pascoli di questa valle, punteggiata di baite, che sembrano tutte dirute.
Ad un certo punto il cielo sembra velarsi inesorabilmente, ma è solo un attimo, il tempo sufficiente a fare qualche foto da autunno fosco.

Al colle ci aspettano un vento non freddo ma tempestoso e una panorama mozzafiato sulle nuvole basse, che si addensano all'imbocco delle valli che si susseguono verso sud. Ci fermiamo a mangiare dentro una delle molte baite diroccate, dove un gentile predecessore ha costruito qualche panca con le lose crollate. Quella su cui mi siedo sembra collocata da un fotografo previdente, perché è rivolta proprio verso un'apertura affacciata sul mare di nuvole: non serve neanche alzarsi, ma basta solo puntare l'obiettivo e aspettare che il vento sposti l'ombra delle nuvole dai muri. Ci illudiamo che i mezzi muri ci riparino dalle folate, ma il sogno svanisce presto, così come il pranzo, inghiottito rapido come in un giorno feriale sommerso di pensieri.

Intabarrati ripartiamo per andare a rifugiarci lungo il sentiero, che corre sotto la cresta ed è più riparato. Da qui comincia la parte più spettacolare dell'escursione, perché, dopo un traverso molto panoramico, si va a cavalcioni di una cresta aguzza che precipita verso Celle di Macra. Gli spazi sono sconfinati, perché i versanti assai erti consentono allo sguardo di spaziare a nord fino al versante opposto della valle, verso Elva e la displuviale con la valle Varaita, a est verso il mare di nuvole basse che si addensano all'imbocco delle valli.
In discesa incontriamo un indigeno che resiste all'invasione della sua terra, come si definisce. Non usa il termne multinazionali, che forse non fa parte del suo vocabolario alpino, ma il concetto è quello. Piemontese segaligno, modi secchi da buon montanaro, delicatamente scontroso, sta cercando di recuperare i suoi tredici cavalli murgesi, una razza robusta, frugale e docile, molto adatta alla montagna. Lui li preferisce agli avelignesi per il carattere migliore (per non parlare dei muli). Chiacchiera un po' con noi e poi si allontana per una scorciatoia.

Il sole sta ormai sparendo dietro i monti, quando raggiungiamo le grange Fumei: solo le nuvole, le dorsali e il Monte Rosa all'orizzonte sono illuminati. Il prossimo tratto sarà in ombra, ma troveremo lo stesso la luce nelle piante di lamponi e nelle felci: sembrano come brillare tra il rosso scuro delle foglie di faggio morte. Prima di Castellaro, che prende il nome da una struttura fortificata oggi scomparsa, troviamo alcuni cartelli incisi nel legno, posti da un anonimo, con massime di saggezza; il primo è una citazione del celebre profeta occitano Steve Jobs. Seguono poi dei cartelli di altra fattura con detti locali. Tra i due, un riquadro di legno consente di ammirare la borgata come di fronte alla TV.
Il crepuscolo è ormai avanzato, per cui ci tocca allungare il passo, ma di malavoglia, perché la mulattiera che scende a Chiesa è molto bella, come del resto il paesaggio lontano immerso nel blu della sera, coperto da un cielo autunnale con le ultime pennellate di rosso.

Bibliografia

P. Boggia - G. Boggia, La valle Maira. Ambiente, cultura, escursioni, Cuneo 2006
, La cappella di San Sebastiano,

Galleria fotografica

Ugo (Celle di Macra)
Ugo (Celle di Macra)
Celle di Macra e Monte Chersogno
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Autunno nel Bedale Tibert
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Dolomiti cuneesi
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Autunno livido
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Bassa di Narbona
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Valle Maira con Monviso
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Bedale Tibert
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Valle Maira
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Panorama dal Monte Bastia
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Grange Fumei
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Tramonto con larice
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Felci in faggeta
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