Narbona e Valliera

Val Grana

25 ottobre


In un baleno

Narbona è più una Pitcairn che una Canaan

Vallone di Narbona
Vallone di Narbona

Diario di viaggio

Certi luoghi nel passaparola hanno acquisito un'aura leggendaria. È sufficiente osservare i resti di Narbona dalle rocche Bercia, le rocce del diavolo, sprofondati nell'antro più infelice di un vallone da slavine, oppure risalire i suoi ruderi sul versante così ripido da stirare i polpacci, per percepire immediatamente quanto quest'aura sia più che meritata. Come del resto afferrare in un solo sguardo il perché, terminata l'era dell'assalto alla montagna, questa borgata sia stata per prima restituita dal duro lavoro umano di mantenimento, che la conservava al prezzo di titaniche fatiche, al perenne mutamento della natura. Piano piano la dissolverà, come da sempre pialla con vento e neve le rupi dei monti, le disgrega e le trascina a valle come melassa alluvionale: quando sarò vecchio, solo i geologi e gli archeologi sapranno distinguere questo mucchio di sassi da una pietraia qualsiasi.

È una limpida mattina feriale di fine ottobre, un'altra dell'ennesima siccità, che ha lasciato i castagni quasi senza frutti, il Varaita completamente secco e il Maira quasi, quando risalgo in auto la profonda gola della valle a monte di Pradleves. Tra vivaci colori autunnali, raggiungo con angusti tornanti la rocca ai cui piedi sorge Colletto, l'ultimo luogo edificabile prima che il costone tra i valloni di Narbona e Valliera salti nella valle. Volendo avrei potuto partire da un ponticello lungo la provinciale, ma, non avendo un'idea precisa della lunghezza del tragitto, ho preferito salire in auto nel luogo più alto possibile, in violazione ai miei convincimenti, per avere più tempo da dedicare ai numerosi centri di interesse dell'escursione. Il parcheggio è risicato, sul pendio quasi verticale, ma oltre a me c'è solo una coppia di escursionisti con un cane, che mi precederà sul diario di Narbona, e in paese non incontrerò che due vecchi. La piccola frazione è disseminata di ricordi di un passato affollato di gente e operosità, come la bici di un signore, che la portava a spalle dalla borgata soprastante e la inforcava qui, penando non so quanto per la salita con l'unico rapporto. Gira una signora con due barboncini e una cagnetta più grande, alla quale non sto particolarmente simpatico. «Mara non morde», mi rassicura. I barboncini sono riccioluti, ma non maniacalmente pettinati e infiocchettati come richiederebbero Frank Zappa o una madama della Crocetta. Ad ogni modo, il loro sporco amore per la mamma lo dimostrano calorosamente.
Le casette sono curate, ma solo per le fine settimane; il museo è aperto solo d'estate, nonostante sia questa la stagione migliore per godere di questi posti; pure l'osteria solo il sabato e la domenica a pranzo, perché campa su quelli che arrivano qui unicamente per mangiare e non sugli avari escursionisti al rientro.
Prima di partire, faccio una puntata al punto panoramico sopra la chiesa, da cui ammiro Campomolino, verso la testata della valle, ancora sotto la linea d'ombra. La valle si presenta interamente prativa fino alla cime più elevate. Osservando invece il vallone sull'adrech, che si diparte da qui, vedo le varie borgate di Valliera da cui passerò più tardi. Il vallone è boscoso e incassato lungo il rio, per poi aprirsi in arrotondati crinali ai margini laterali, erboso e solatio al di sopra di esse. Come vedrò in discesa, ma avrei potuto ben immaginare a priori, il ripido pendio boscoso meglio esposto in passato era terrazzato e coltivato.

Imbocco uno stretto sentiero in quota, che taglia un ripido versante arido e solatio. In breve raggiungo un punto panoramico su Colletto, dove c'era una posa dei morti: uno spiazzetto allungato, lastricato in pietra, su cui i portatori potevano appoggiare le bare dei morti di Narbona e consegnarle al prete, per essere sepolte nel cimitero di Colletto. Più avanti, c'è un piccolo altare con croce, in ricordo di un montanaro morto per lo scoppio di una mina. Stava lavorando per sbancare la roccia e creare dei terrazzamenti: per quanto possa sembrare inconcepibile, questo versante riarso era coltivato e in primavera biondeggiava di messi. Quasi uno sport estremo, coltivare qui: il campo non andava solo arato e mietuto, ma creato dal nulla, costruendo una sorta di culla in cui farlo nascere riportando della terra. Era passata da poco la metà dell'Ottocento, quando la popolazione alpina andava esplodendo e, in assenza di sviluppo agricolo, come invece avveniva in pianura grazie al miglioramento dell'irrigazione, bisognava sfamare le nuove bocche mettendo a coltura anche le rocce. I cascami del secolo della modernità e del progresso erano arrivati sin qui sotto forma di esplosivo, ma non avevano portato un miglioramento della condizione dei contadini.
Oltre, dove comincia il vallone, c'è un pilone votivo in buono stato, secondo testimonianze eretto o restaurato nel 1881 e poi recentemente nel 2016, detto della Rėina, ovverosia della cengia. Tra i santi scelti, dipinti con stile ingenuo, compare l’immancabile sant’Antonio abate, fondamentale patrono del bestiame, mentre manca san Giuda, patrono delle cause impossibili, che ci starebbe a meraviglia. Tento qualche scatto, ma mi accorgerò da più lontano che il pilone viene bene come puntino, inserito in questo ambiente senza altra evidente presenza umana.
Da qui, come detto, mi inoltro nel vallone di Narbona, molto scosceso, stretto e infossato. Il torrente corre più in basso, con qualche cascata. Due sentieri salgono alla borgata: oltre a questo, un secondo corre nei pressi del torrente e non è praticabile con ghiaccio o piene; peraltro neanche questo, nei suoi tratti ombrosi dove anche adesso ho bisogno del pile, doveva essere agevole d'inverno. Fu proprio una slavina, scesa dopo le nevicate dei giorni di Pasqua 1960, che isolò il paese, a far decretare ai suoi abitanti che non avrebbero più trascorso l'inverno quassù. Sull’asprezza dell’inverno su questi monti, circola anche una farsesca storiella, che vede una delegazione locale andare a Saluzzo a impetrarne l’abolizione per decreto marchionale. Per un po' qualcuno trascorse ancora i mesi estivi in paese, poi l'abbandono fu definitivo. Dal punto di vista estetico, invece, nulla da obiettare sui bitorzoluti valloni, sugli spuntoni rocciosi, sui radi alberi rilucenti nel controluce. Un po' diversamente dovevano vederla i valligiani, che chiamarono Infernetto una zona di fienagione di difficile accesso, posta sopra i dirupi; ancora si vede qualche rudere. Ci salivano solo gli uomini: nemmeno le capre osavano portare.
Il sentiero prosegue in quota, con passaggi molto esili, dove si è coadiuvati da corde o staffe infisse nella roccia. I narbonesi solevano dire che le vacche erano arrivate in paese dentro una gerla: è pur vero che una volta si allevavano razze adattate ai monti, più piccole e agili, ma qui le vedrei comunque molto a disagio. Presso una croce il sentiero originario è franato e occorre aggirare dall'alto il punto. Raggiungo quindi un boschetto di aceri e frassini e supero una zona impaludata, nonostante la siccità. A occhio direi che qui fosse impossibile coltivare, perché troppo ripido e ombroso.

A Narbona arrivo dal basso, accolto dall'unico edificio ancora in piedi: una rustica chiesa dai dipinti scrostati. Lascio lo zaino sull'uscio ed entro. Dal diario leggo che due persone vorrebbero aprire una struttura ricettiva qui. Spero caldamente per loro che abbiano un progetto imprenditoriale ben chiaro e non siano dei romantici attratti dal fascino dei vinti e delle rovine: la montagna non ha alcuna pietà per gente del genere.
Nuto Revelli, mi sembra commentando le foto di Kalischer agli ultimi contadini, scrisse che alcune realtà della montagna non sarebbero state comunque salvabili, anche se ci fosse stata la volontà politica: credo che Narbona rientri a buon diritto tra queste. Troppo dura la vita, troppo estrema anche per gli standard dell'epoca: la vicenda di Narbona è senz’altro interessante come esempio di adattamento estremo, di capacità dell’uomo di colonizzare e vivere in condizioni ambientali molto difficili. È stato possibile tramite la simbiosi con la segale e le patate, ma soprattutto con gli animali e grazie alla tecnologia del formaggio, che permettevano di sfruttare con il pascolo un terreno inadatto all’agricoltura e troppo in quota per il castagno (i narbonesi avevano però il diritto di raccogliere le castagne rimaste a terra dopo i Santi, nei castagneti della bassa valle). La valle circostante è così ripida che i bovini non potevano pascolare nei prati, ma erano tenuti in stabulazione per l’intera vita, come oggi le vacche da latte degli allevamenti industriali, per essere foraggiati tramite lo sfalcio a mano. Dei terreni buoni per la verità esistono, in alto, verso lo spartiacque, ma una contesa quasi millenaria con Celle di Macra (non che con gli altri confinanti fossero in pace) li rendeva inaccessibili: una storia di povertà, conflitti irrisolti per le magre risorse, violenze, carte bollate, sangue amaro, baruffe, agrimensori sconsolati, frustrazione, udienze papali, gias smarriti. Intervenne inoltre un adattamento culturale all’ambiente, tramite una tecnologia e delle pratiche in grado di garantire la continuità delle risorse. Un gruppo che, come molti altri, si è fatto montanaro, ma in maniera più radicale, forse ancor più dei Walser. Le condizioni erano talmente difficili che non era possibile farlo in maniera sostenibile, perché una parte del reddito doveva arrivare dall’esterno tramite l’emigrazione stagionale e parte della popolazione doveva emigrare in maniera permanente.
Osservando lo sprofondo di questa valle, il pendio così ripido e ostile, mi viene da chiedermi perché mai della gente sia venuta a vivere qui in prima battuta. Nella memoria orale dei suoi ultimi abitanti non è rimasta traccia dei motivi che spinsero i loro avi a fondare Narbona. Dai pochi dati disponibili sembra che la fondazione avvenne nel XVII secolo, ovvero ben prima dell'esplosione demografica che costrinse a mettere a coltura i terreni marginali. Questa zona non aveva nessuno dei requisiti normalmente richiesti per un luogo adatto a una nuova colonia: sembra più una Pitcairn che una Canaan. I suoi abitanti formularono appunto alcuni racconti leggendari su primi fondatori in fuga da vari destini: eretici, disertori, scampati alla peste manzoniana, ma non è rimasta una memoria storica precisa, né c'è qualcosa di documentato. La storia comincia da immigrati e termina come emigrati. L'emigrazione fu a lungo un fenomeno stagionale, come ovunque in montagna, verso la Provenza e la pianura (ad un certo punto alcuni si specializzarono come lustrascarpe a Torino). All'epoca della decisione definitiva, ormai solo cinque famiglie trascorrevano tutto l'inverno qui.

Mentre risalgo le case, mi rendo conto di essere venuto con qualche decennio di ritardo: ora non ci sono che muri sbrecciati. Quell'atmosfera di abbandono precipitoso, come dopo un fallout nucleare, senza nemmeno ritirare i panni stesi, che dava una personalità alle rovine, è andata perduta per sempre e non si possono più intuire le vive stagioni, ma solo la presente, e morta, e il silenzio di lei. Dovrò venire d’estate a visitare il museo ricavato con ciò che è stato recuperato, dopo i saccheggi e prima del collasso.
A monte della borgata, il sentiero taglia verso est più o meno in quota, per prati ripidissimi, con qualche frassino sparpagliato. Dei muretti a secco attenuano la pendenza, ma puramente come gesto simbolico. Raggiungo un primo punto panoramico, da cui Narbona risulta nascosta, e poi grange Coubertrand, dove dei ciliegi sopravvivono a 1600 m, grazie alla protezione di un avvallamento e all'assenza di montagne alte a sud. Tra i pendii appena percorsi, sopravvivevano degli isolati alberi da frutto, ma i loro prodotti erano troppo acidi e insipidi persino per una fame atavica. Le grange sono in parte ristrutturate e dotate di pannelli solari, grazie alla presenza di una sterrata proveniente da Valliera, che ora seguirò.
Raggiungo un secondo poggio, da cui appare Narbona e posso farmi un'idea del contesto, sicuramente molto romantico nel suo idillio alpestre, visto da lontano e dall'esterno.

Superando un costone, lascio il vallone di Narbona ed entro in quello di Valliera, due luoghi confinanti, ma con destini opposti: prima la rovina, ora il recupero. Se infatti anche qui l'agricoltura di montagna è scomparsa, le borgate sono state adattate al turismo delle seconde case e delle strutture ricettive, senza snaturare l'architettura originaria, naturalmente tarate su chi sale in automobile. Il vallone si mostra subito come ampio e arioso, almeno in alto, mentre subito a monte di Colletto è più infossato.
Per un filare di frassini raggiungo Batuira, la più elevata, un gruppetto di case in parte abitate e in parte in cerca di amatore. In particolare una con archi risulta disabitata. Bevo volentieri un sorso d'acqua fresca alla fontana, dotata di specchio, perché l'aria è divenuta mite. Di Batuira era Joanìn ‘d Toi, delle cui abilità venatorie si raccontavano aneddoti quasi leggendari: a crederci, avrebbe sconfitto tanto Ulisse quanto Achille. Il suo adattamento alla montagna non gli risparmiò il destino dell’emigrazione, perché come i vicini finì a fare il lustrascarpe alla stazione di Porta Nuova a Torino.
Seguo un sentiero indicato da un vecchio cartello in legno, ma mi faccio ingannare dalla pista più battuta che a tornanti scende alla strada; magari ci sono più a monte vecchie tracce che la evitano. La strada prosegue un po' noiosa, non fosse che per belle vedute sul vallone e le sue frazioni superiori, immerse in fitti boschi nel fulgore autunnale. Raggiungo con un lungo taglio in lieve salita il margine del vallone. Imbocco un sentiero in discesa, subito non molto marcato né univoco, tanto da richiedere dei vagabondaggi, prima di capire di dover costeggiare il lariceto sul versante ovest.

Scendo per prato fino a un terzetto di alberi monumentali di un'alpe diruta, un larice, un abete e un faggio, quest'ultimo fittamente rivestito di licheni, un fatto non comune sulle Alpi Occidentali, meno piovose della media alpina. L'insediamento si trova proprio sul costone, che separa due valloni affatto diversi: di qua prati, oltre boschi e dirupi. Un sentiero, diretto a Cialancia via Cauri, un'altra Narbona meno celebrata, lo taglia a mezzacosta e potrebbe rivelarsi interessante. Vado ad affacciarmi fin dove la dorsale fa un salto. Nonostante la foschia delle ore centrali offuschi i dettagli, il paesaggio è coinvolgente per le profonde incisioni vallive, che donano un carattere epico a questa porzione di fondovalle, in netto contrasto con l'aspetto ameno dei molti borghi della bassa valle e delle distese pascolive dell'alta. Direi che è forse la porzione più alpina della valle, che per il resto ha uno spirito appenninico.
Su alcuni massi si trovano coppelle e antropomorfi a volte sessuati, a malapena visibili. Le coppelle sono la forma di petroglifo più diffusa sulle Alpi. Dai reperti non è possibile trarre informazioni cronologiche, in quanto ottenuta per sottrazione di materiale. Tuttavia, l’analisi dei contesti in cui sono state rinvenute, ha permesso di datarle tra Bronzo tardo (sono assenti tra i petroglifi neolitici del Bego), fino al tardo Ferro. Sono normalmente poste lontano da insediamenti, lungo vie di comunicazione, in posizioni di confine e dominanti sul paesaggio, come in questo caso (il ruolo di confine perdurava fino all’abbandono ed era rimarcato dalla presenza di pietre apposite). A volte le lastre erano spostate nel luogo prescelto, se non vi era disponibilità in loco. Questa scelta così curata del luogo ha fatto pensare gli archeologi a funzione di patti territoriali, magari con sacrifici, oppure di offerta alle divinità montane. Anche gli antropomorfi sembrano risalire al Bronzo: se fossero del Ferro, probabilmente sarebbero armati come quelli del Rocciamelone.

In questo punto, dove con un singolo sguardo si possono abbracciare i contrasti dell'escursione, mi fermo a pranzare. Riprendo con un traverso nel prato, con vista su borgate sia a monte che a valle. A Grange la prima casa ricorda il tempo che fu, mentre in basso domina una grandiosa ristrutturazione di una struttura ricettiva deserta, con edifici in pietra dalle grandi vetrate. La chiesa è altissima.
La discesa continua a stretti tornanti in un bosco di ripopolamento, costeggiando l'alpe Bellacosta, in completa rovina, e poi bordeggiando degli spettacolari terrazzamenti sospesi sul precipizio (vale la pena andare ad affacciarsi). Le abbondanti foglie per terra scricchiolano e paiono più rinsecchite che normali foglie morte autunnali.
A Croce trovo un'architettura da castellaro, rinserrata, e una sola casa abitata. Il paese è raggiunto da una teleferica, ma non è bastato a salvarlo. Le teleferiche si diffusero dopo la Grande Guerra, grazie al riutilizzo di impianti militari dismessi e fornirono un grande aiuto ai montanari, ma oggi serve la strada. Abbozzo una merenda su una panca di cemento coperta di muschio e foglie, accanto a una casa intonacata e abbandonata.
Proseguo quindi verso l’impluvio, fino a un piccolo ponte di pietra, e risalgo nel bosco ombroso. L’improvviso freddo, dopo tanto sole, mi procura del mal di testa. A Colletto stavolta Mara mi ignora, mentre un barboncino viene ad annusarmi. Faccio una seconda puntata al pilone, per fotografare la valle con la foschia del controluce e le profonde forre boscose e rocciose a monte di Pradleves, un paesaggio da sublime orrore romantico, specie adesso con i colori accesi degli alberi.
Rientrando in auto al calar della sera, noto che Pradleves e Monterosso si trovano strategicamente in zone dove il sole giunge fino a tardi, quando ormai i dintorni sono in ombra. Passo in un bar dove fanno un ottimo caffè, ma né clienti né personale si sognano di indossare una mascherina.
La mascherina è una tecnologia inadatta all’impiego nella popolazione generale, in quanto attiva, che richiede cioè un agente motivato e addestrato ad adoperarla correttamente, come dei chirurghi, che sono ben consci di mettere altrimenti a repentaglio la vita di un paziente. Nelle situazioni quotidiane, si è invece praticamente certi di trovare svariate persone che la indossano malamente, in qualsiasi contesto ci si trovi. Per la gente qualsiasi è meglio puntare su tecnologie passive, che funzionano da sole, senza intervento umano. Ricordo ad esempio come una volta si insegnasse agli ingegneri che i trasformatori elettrici andavano staccati quando non erano sotto carico, perché altrimenti avrebbero consumato corrente per nulla e si sarebbero surriscaldati. Quando si sono diffusi tra le gente comune nei caricabatterie, è stato fiato sprecato spiegare che andavano staccati, perché si continuava a lasciarli attaccati per pigrizia e lassismo; si è piuttosto dovuto modificarli in modo che rilevassero la condizione e si staccassero da soli. Credevo che le mascherine FFP2 fossero quasi impossibili da indossare erroneamente, ma, quando sono state rese obbligatorie sui mezzi pubblici, mi sono dovuto presto ricredere.
L’escursione, in un certo senso, si conclude solo il giorno successivo, quando contatto la libreria di Caraglio e mi faccio mandare dei titoli su Narbona non reperibili sui canali generalisti, né nella biblioteca nazionale del CAI.

Per approfondire

A. Arcà - F. Rubat Borel, Rocce e tavole a coppelle nella regione alpina, contesti archeologici e ambientali, Bulletin d’etudes prehistoriques et archeologiques alpines XXV-XXVI (2014-2015)
P. Laguzzi, Andare per borgate in Valle Grana, Cuneo 2018
R. Lombardo, L'Arbouna la nosta. Narbona la nostra. Ciò che è stato, Cuneo 2016

Galleria fotografica

Rocca Cucuia
Rocca Cucuia
Croce
Croce
Pilone della <em>Réina</em>
Pilone della Réina

Chiesa di Narbona
Chiesa di Narbona
Narbona
Narbona
Vallone di Narbona
Vallone di Narbona
Grange Coubertrand
Grange Coubertrand
Vallone di Narbona
Vallone di Narbona
Vallone di Valiiera
Vallone di Valiiera
Valliera
Valliera
Faggio a q. 1622
Faggio a q. 1622
Grange
Grange
Alpe Bellacosta
Alpe Bellacosta
Croce e Colletto
Croce e Colletto
Campomolino
Campomolino
Val Grana
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