Monterosso-Riomaggiore

Appunti di maccaja

5 dicembre


Vernazza
Vernazza

Diario di viaggio

I liguri designano come maccaja quelle giornate invernali di alta pressione, in cui arrivano nubi basse dal mare e ristagnano a ridosso dell'Appennino. Il cielo è coperto, ma non piove, e il mare è piatto e insignificante come un lago. Tutto assume una tinta bluastra, che in certi Paesi è il colore della tristezza. Non c'è vento e l'aria marina è mite, anche se molti liguri girano sempre intabarrati come se fossimo a -5°C.

Quale giorno migliore per fare la traversata delle Cinque Terre? L'inverno scorso scelsi con cura le giornate radiose, mentre stavolta voglio vedere come sono in quei giorni che ti invitano a stare sotto le coperte. Il treno antelucano, che dalla nebbiosa pianura mi porta in Riviera, intercetta a Genova le prime luci del giorno. Non si capisce ancora dal blu del cielo quanto esso sia coperto o limpido, ma già a Nervi scompaiono le illusioni. Avevo fantasticato nubi particolarmente basse, che avrebbero avvolto i pini decimati dalla cocciniglia lungo l'Alta Via in una nebbia spettrale; le nubi però sono solo uno straterello sottile e misero in quota, quanto basta a oscurare il sole, ma senza l'epica densità dei giorni di scirocco o libeccio.
Dopo l'immancabile focaccia, comincio a risalire le erte gradinate all'uscita di Monterosso. Subito supero due francesi che stanno alleggerendo l'abbigliamento. Saranno partiti intabarrati dopo aver visto come vanno vestiti i liguri, ma l'aria mite invita alla maglietta. Hanno un'attrezzatura minimale, con uno solo piccolo zainetto in due e scarpe da ginnastica. Più avanti vedrò anche gente vestita quasi da città; di persone così che fanno la passeggiata da un borgo all'altro ce ne sono parecchie, da tutto il mondo: incrocerò anche due indiani e sentirò tante lingue di cui non riuscirò a identificare la provenienza. Molti meno sono quelli che fanno camminate più lunghe: ho già notato altre volte che basta allontanarsi dalle vie più accessibili per trovare il deserto.
Terminata la salita, segue un tratto in quota che porta a un'isolata colonia felina, dove i gatti sono senza famiglia. Tuttavia c'è chi provvede a loro e li rifornisce di sacchi di crocchette che i passanti sono invitati a riversare un po' alla volta nelle ciotole accessibili ai mici. Due di loro, magri e malaticci, mi osservano con circospezione. In un tratto stretto incrocio una coppia di mezza età che mi parla in inglese. Lei è molto intimorita dal vuoto e cammina quasi strisciando contro il muretto a secco a monte del sentiero. I sentieri delle Cinque Terre, che sono moderatamente impervi, attirano molta gente che non abituata alla montagna, per cui nel passato i soccorritori hanno avuto i loro grattacapi. Oggi i tratti più esposti dei sentieri battuti sono stati messi in sicurezza. A Vernazza, che è il borgo che preferisco tra i cinque, faccio in giro al porto e visito la buia e frugale chiesa, dalle cui bifore si vede Punta Mesco racchiusa tra il blu delle nuvole e del mare. Ci sono molti turisti. Alcuni locali e negozi sono chiusi per ferie, ma c'è lo stesso animazione. La gente del posto si raduna attorno ad alcuni bar.

Una salita tra le case conduce al punto panoramico dove si vede Vernazza allungarsi nel mare come la prua di una barca. È quell'immagine con le agavi in primo piano e punta Mesco sullo sfondo vista un milione di volte, meglio se in una grandangolata al crepuscolo, con le luci del paese già accese. Neanche io mi esimo, ma devo aspettare che il fotografo prima di me abbia bollato la sua cartolina. È vestito in tuta aderente e scarpette da corsa e sembra desideroso di non perdere troppo tempo con lo scatto: già mezzo voltandosi verso la direzione di marcia, afferra velocemente la fotocamera e preme il pulsante. Fa mezzo giro e scompare.
Il sentiero si inerpica a gradini per un lungo tratto e poi procede in saliscendi. Molti tratti in quota sono protetti a valle da una staccionata. Oltrepasso il borgo di Prevo, dove passeggiano diversi turisti di varie nazionalità; degli operai anch'essi stranieri stanno costruendo un muro a secco. Su una delle staccionate vedo delle scritte che segnalano l'imbocco del sentiero per la spiaggia di Guvano. Fatti pochi passi, incrocio una ragazza seduta con una reflex al collo. Il sentiero, che non rientra tra quelli ufficiali del parco, è una traccia miserrima, abbondantemente sconnessa, erosa e infrascata (ma un minimo segnalata), ma porta a una bellissima spiaggia rocciosa, che però negli ultimi anni si è erosa molto. A leggere la stampa locale, nella stagione balneare non sembra particolarmente frequentabile, ma ora conto di non trovarci nessuno. E in effetti è così, anche se restano vari scampoli degli accampamenti estivi, più o meno abusivi. Poi scopro il motivo di tanta solitudine: la galleria, che la collega alla stazione di Corniglia, è sprangata da un'inferriata chiusa col lucchetto. Contavo di percorrerla per abbreviare il percorso, mentre mi toccherà percorrere a ritroso lo scomodo sentiero. Mesto per la scoperta, che tra l'altro la rende inavvicinabile nelle uscite lunari, non tento neppure di scendere in riva al mare, ma resto ad ammirarla dall'alto e non la fotografo. Il mare placido quasi non fa schiuma né rumore, mentre accarezza gli scogli. Le nubi si sono un po' diradate sopra la costa e lasciano filtrare un sole molto pallido, che a stento fa ombra.
L'imprevisto allunga non di poco i tempi programmati. Mi concedo pertanto solo un frugale spuntino e riparto senza nemmeno il tempo di digerire. Se mi fossi concesso un pasto, avrei penato non poco su per la ripida salita che mi riporta sul Sentiero Verdeazzurro. Probabilmente è qui che perdo la cartina dalla tasca laterale dello zaino, mentre striscio sui canneti o mi impiglio nei rovi. Per fortuna non ne avrò bisogno, tanto che me ne accorgerò solo alla stazione, riordinando lo zaino. La salita mi sembra più breve della discesa; non so perché, ma ho sempre questa sensazione quando scendo dalla stessa via di salita, ma non mi sarei aspettato di averla anche quando salgo per la via di discesa. Forse stavolta è così perché salgo a passo di trotto e arrivo all'imbocco sudato.

In breve sono a Corniglia. Per prima cosa mi disseto a una fontanella, perché la salita mi ha asciugato. Anche se il pasto è stato parco, un caffè ci vuole. Entro in un bar e mi accorgo di esserci già stato anni fa. Purtroppo avevo rimosso che qui hanno una marca che non mi piace. La barista sta discutendo del turismo con due conterranee. «Si punta sulla quantità anziché sulla qualità». «I sentieri sono malridotti come cinque anni fa [prima dell'alluvione, ndr]. Una volta a settembre-ottobre c'era la stagione dei tedeschi, che ti chiedevano i prodotti tipici, ma chi li ha più visti» «Una volta i nostri nonni riparavano subito i sentieri. Ora invece lavorano con gli appalti». Apparentemente non si accorgono che ho uno zaino e potrei fornire loro un'opinione aggiornata; mi ignorano fino al momento in cui vado alla cassa col portafogli in mano. Saluto ed esco.
Da qui a Manarola il sentiero costiero è chiuso per frane e chissà quando sarà aperto. Poco male: è assai più bello quello a monte che attraversa i celebri vigneti terrazzati. Mi inerpico per un tratto verso l'Alta Via per andare a raggiungerlo. Attraverso fasce di ulivi abbandonate e invase dall'inestricabile macchia mediterranea. Non è la prima volta che oggi mi imbatto in questo paesaggio. I vecchi riparavano sì i sentieri, come dicevano le signore al bar, ma solo perché per loro ogni angolo sperduto di questi ripidi pendii era fonte del sostentamento necessario a sopravvivere. Oggi invece la mobilità è permessa dalla ferrovia e dalle strade asfaltate, che portano anche il reddito sotto forma di turisti. Quelli che ciondolano nei paesi sono più che sufficienti a garantire buoni guadagni, rendendo superflui i sentieri. Sono conservati in buono stato dove si produce non più per la sopravvivenza ma per l'export, come nei vigneti dello Sciacchetrà che attraverserò a breve.
Salendo, la vegetazione cambia e si passa in un bosco di pini decimati dalla cocciniglia. Riconosco l'ambiente che mi ricordo attorno al bivio e infatti in breve ci arrivo. Il sentiero continua a procedere in lieve salita, a volte scalando dei vecchi muri a secco con stretti scalini di pietra. Superato un impluvio, in breve arrivo a Case Pianca, dove il tracciato passa quasi nei cortili prima di addentrarsi nei celebri vigneti terrazzati. In questo tratto trovo molti ragazzi stranieri che passeggiano. «Ciao!» «Sciao!» «Hi!». Il sole più vivace e le ultime foglie gialle sui tralci mi suggeriscono qualche scatto più ilare, tanto più che questa zona è assai panoramica. Mi piacerebbe portare il CAI qui a novembre durante la stagione dei colori autunnali, se non fosse che è anche la stagione delle alluvioni, per cui programmare una gita in quel periodo è sempre un azzardo. Mentre sono fermo a godermi il panorama mi sorpassano di corsa un uomo di mezza età e un anziano, che ritroverò a Volastra intento a rinfrescarsi a una fontanella.

Da Volastra imbocco il sentiero gradinato per Manarola costruito a inizio Novecento, come spiega un cartello posto all'altro capo, a valle. I vecchi liguri dovevano avere una taglia simile alla mia, perché il mio passo è intonato al ritmo dei gradini. Poco prima di sbucare sulla strada, trovo l'indicazione per un sentiero panoramico per Manarola, non segnalato sulla carta. Lo seguo senza indugio, perché ricordo che quello gradinato finisce in mezzo alle macchine. Questo invece percorre un lungo traverso in quota sino a portarsi proprio sopra il presepe di sagome illuminate, che attraverso per un ripida discesa gradinata. Il sole è ormai basso e accecante quando si gli si cammina incontro. Il percorso punta poi verso il porticciolo, dove mi fermo a fare uno spuntino, per radunare le ultime forze in vista della via della Beccara. Mi siedo su una panchina accanto a una famigliola, il cui bimbo si diverte a inseguire i piccioni. Mi prendo una sola in una focacceria (ma lo scoprirò solo a Riomaggiore). Il sole intanto scompare dietro alle nuvole all'orizzonte e dà il la all'ora blu.
La via della Beccara è il vecchio sentiero che univa i due borghi più orientali delle Cinque Terre, prima che i lavori della ferrovia regalassero la comoda e franosa Via dell'Amore. Supera il promontorio che separa i due paesi, arrampicandosi su ambo i versanti con gradini alti e sconnessi. Proprio quello che ci vuole a fine giornata. Per di più vengo assalito da una frenesia che me li fa affrontare a passo arrembante, col risultato che arrivo in cima coi capelli sudati, anche se il sole è ormai un ricordo e l'aria si è rinfrescata. Riesco giusto a notare dei cartelli che invitano al rispetto delle proprietà e degli operai che ne stanno cintando una con una barriera contro i curiosi. In discesa incrocio una donna e poi un uomo con accento veneto, che mi chiede notizie della prima e della distanza dalla sommità. Faccio meticoloso uso dei bastoncini per ammortizzare i gradini e in breve sono al termine della gita.
Dato che ho corso e mi avanza tempo prima che passi il treno, faccio una puntata al porto e al vicino punto panoramico, dove scopro che un'agave, che avevo fotografato in una gita dell'inverno precedente, è fiorita e morta. Mi siedo sul muretto a godermi l'assopimento del dì, tra i turisti qui sempre numerosi.

Postilla. Quando ho percorso questo giro non lo sapevo, ma probabilmente è stato l'ultima gita in giornata alle Cinque Terre. Con l'entrata in vigore dell'orario invernale 2015/2016, infatti, il taglio dei treni ha reso possibili solo dei giri da gnomi: solo Monterosso è raggiungibile comodamente al mattino e la coincidenza per l'ultimo treno per Torino parte a metà pomeriggio.

Galleria fotografica

Monterosso - scoglio di Torre Aurora
Monterosso - scoglio di Torre Aurora
Monterosso - vigneto
Monterosso - vigneto
Punta Mesco
Punta Mesco
Vernazza
Vernazza
Tra Vernazza e Corniglia
Tra Vernazza e Corniglia
Maccaja
Maccaja
Sciacchetrà
Sciacchetrà
Costa Corniolo
Costa Corniolo