Finalborgo-Noli

Sentiero Liguria tappa 19

10 dicembre


La baia dei Saraceni dalla Torre delle Streghe
La baia dei Saraceni dalla Torre delle Streghe

Diario di viaggio

Mi avevano messo in guardia dai ciclisti, che girano a frotte sulla Iulia Augusta e sui sentieri del Pollupice. A volte procedono come mandrie di bisonti alla carica, irrispettosi dei pedoni, che devono essere lesti a scansarsi. Per fortuna però il ponte dell'Immacolata deve essere bassa stagione, stranamente senza tedeschi in ferie e con gli italiani incastrati dai doveri prenatalizi. Ne incontrerò solo esemplari sparuti ed educati. Troverò l'unico gruppo di assatanati fortunosamente fermo al bivio per san Lorenzo, mentre se la tira in uno stentato inglese con degli omologhi stranieri. Quelli sì, se li avessi trovati sul sentiero, mi avrebbero travolto senza alcuna pietà. Anche le motociclette da cross sono insolitamente dimenticate in garage.
Invece di gente a piedi ne ho vista abbastanza, meno tra la val Ponci e le Manie, di più sopra capo Noli. Quasi tutti però facevano brevi passeggiate, a giudicare dagli zaini e dal vestiario. Naturalmente la gran parte delle persone stava a ciondolare tra i lungomare e i locali aperti per la stagione dei pensionati.
Tutto questo lungo la tappa 19 del Sentiero Liguria, un tracciato che unisce i due estremi della regione di montagne rivierasche, restando prevalentemente sulla costa. Questa tappa in parte se ne discosta, perché nel primo tratto si inoltra per la val Ponci lungo un percorso storico, tracciato già in epoca romana, per poi doppiare l'aspro promontorio di capo Noli.

L'unica volta che rischio sul serio un investimento è invece appena sceso dal treno, sulle strisce pedonali dell'Aurelia: tuttavia per colpa di ciclisti da asfalto, che non ci pensano due volte a strapparmi il diritto di precedenza con la forza del branco, prontamente imitati dall'auto in coda a loro. Per fortuna però quasi tutta Finalmarina è pedonalizzata, cosicché posso gironzolarla in tranquillità tra le serrande che si alzano, in questa fresca mattina di maccaja natalizia; così i liguri designano i giorni di alta pressione, in cui il vento marino accumula innocue nuvole basse di colore blu contro le montagne. Sbocconcello due fette di focaccia non troppo unte, comprate in panetteria. Per il caffè scelgo un bar rivestito di eccessive luminarie natalizie, che si rivela essere un posto raffinato, che serve una miscela molto acida ma di pregio. Seguo il lungomare fino alla chiesa di Finalpia (Finale Ligure è divisa in tre, come la divinità cattolica e la Gallia).
Il sentiero lascia quasi subito le case e risale la collina tra fasce (terrazzamenti, nella parlata locale) di ulivi, la maggior parte abbandonata. Raggiunge Monte, dove un'auto con carrozzeria ligure occupa ligurescamente l'unico slargo, cioè il sagrato. Oltre il borgo il sentiero procede in quota per altre fasce e per piccole zone di bosco. Dal mio passaggio di due anni e mezzo or sono ho rimosso quasi tutti i ricordi, tranne due: il primo è il panorama sul promontorio di Caprazoppa; il secondo quel muro a secco, dove una coturnice in amore venne verso gli umani incurante del pericolo, attratta dai richiami del partner sull'altro lato del sentiero. La mulattiera scende poi molto erosa verso Verzi, ai piedi del Monte Corno, un cupolone di calcare molto frequentato dai rocciatori svernanti. Passandoci ai piedi, sentirò le loro voci, ma non riuscirò a vederli. Nel paese alcuni cartelli vietano le scalinate ai ciclisti: quando c'è bisogno di un avviso esplicito per proibire qualcosa, è segno che i destinatari lasciati bradi tendono a esondare. Mi ero dimenticato che ai margini di Verzi c'è una colonia di gatti randagi, altrimenti mi sarei provvisto di crocchette.
Imbocco la pista sterrata che ricalca il percorso della via Iulia Augusta, costruita verso la fine del I secolo a.C. in questa zona interna, per evitare le asperità di Capo Noli. Sono rimasti alcuni ponti, in vario stadio di conservazione. Il primo, detto delle Fate, è quello meglio preservato. Il secondo è invece stato come scarnificato e permette di vedere la struttura interna, fatta di pietre di fiume e malta, sopra cui venivano poste le rifiniture in pietra di Finale. La cava da cui erano estratte è poco distante, ma oggi non posso andarci perché rischierei di arrivare col buio. Le mura romane della mia città, che sono coeve, hanno una struttura simile, con l'unica differenza che la copertura è in cotto, a causa della diversa disponibilità di materie prime tra le due zone.
Al ponte delle Voze lascio la pista romana e risalgo una valletta che conduce all'altopiano delle Manie. Il primo tratto è stato recentemente oggetto di disboscamento, che ha portato alla luce molti muri a secco prima nascosti: questa zona ora boschiva era una volta coltivata, come del resto molte zone anche impervie sulle Alpi. La fine dell'agricoltura di sussistenza le ha rese non più remunerative e sono state riconquistate dalla natura. Mi chiedo che effetto avrà questo disboscamento a raso sulla stabilità dei versanti.

La pista arriva all'altopiano nei pressi dell'Arma delle Manie, una caverna (arma è il termine locale per grotta o caverna) dove sono stati condotte diverse campagne di scavo archeologico. Questa zona calcarea è ricca di cavità naturali, che sono state abitate fin dall'Homo heidelbergensis, l'antenato dei Neandertal; ha poi conosciuto tutta l'evoluzione culturale umana, dal paleolitico in poi. Il Museo Archeologico del Finale raccoglie tantissime testimonianze; è vecchio stile, con molti testi e senza interattività, ma chi ha la pazienza di leggere tutti i cartelli può scoprire molte nozioni interessanti sulla vita dei nostri antenati. Alla grotta mi fermo per una pausa.
La pista che seguo di qui attraversa l'altopiano, purtroppo evitando la vicina Isasco, dove c'è una bellissima casa in stile mediterraneo. Mi affaccio poi sulla scarpata sopra Varigotti e per ripidi e stretti passaggi scendo verso Pino. Odo ripetuti spari tra le case e il sentiero, sempre più vicini. All'ennesimo, urlo contro il cacciatore, che la smette ma resta celato. Dopo un oliveto secolare, Pino si mostra arroccato su un colle e affacciato sul mare. Anche stavolta il sentiero segnalato evita il paese, anche se una bretella che lo attraversa c'è. Stranezze della FIE, la federazione di associazioni che segna i sentieri liguri. In breve sono a Varigotti. Il Sentiero Liguria resta tra le strade interne, ma io preferisco il lungomare. Sulla spiaggia giocano i bimbi. La linea di sabbia si arresta al promontorio di punta Crena, alla cui sommità troneggia una torre saracena.

Riprendo poi a salire, prima su asfalto e quindi su una mulattiera selciata. Al bivio per la chiesa preromanica di san Lorenzo, come anticipato, trovo un gruppo di bikers che si vanta di imprese da duri. Per fortuna alla chiesa non scendono e io mi posso godere una pausa beata a picco sulla baia dei Saraceni. La chiesa purtroppo è chiusa, nonostante un cartello all'imbocco della mulattiera me l'avesse venduta aperta. Forse però vale solo per il periodo estivo, quando solo una lucertola proverebbe piacere nel salire fin qui. In ogni caso, riesco lo stesso a gettare uno sguardo sullo spoglio interno, attraverso le grate della porta. Riprendo poi a salire sul sentiero, in parte ancora lastricato e in parte eroso. Incrocio persone in senso opposto, tra cui una famiglia di tre generazioni, con la nonna in evidente difficoltà sulle rocce nude di un tratto dilavato, e un terzetto di giovani immerso in una fitta discussione sui vizi italiani.
Durante la torrida estate del 2003, questa zona fu devastata da un esteso incendio, che distrusse le pinete. Oggi la macchia mediterranea ne ha preso il posto; alcuni pini anneriti si sono ripresi, ma portano ancora evidenti sul tronco le bruciature. Ad un tornante faccio una breve deviazione fino a un punto panoramico su Punta Crena, anche se la vista migliore arriverà dalla prossima Torre delle Streghe. Streghe che non arebbero altro che le donne di Varigotti, almeno secondo i costruttori della torre, gli abitanti di Noli, che all'epoca ne erano rivali: i primi infatti erano fedeli al marchesato dei Del Carretto, i secondi a Genova.
Ormai alla sommità di capo Noli, in traverso arrivo all'ex semaforo, dove adesso c'è una stazione dei carabinieri. Qui comincia la discesa, che si svolge gradualmente su comode piste. Devo evitare il segnavia FIE, che taglia via i luoghi più interessanti (altra loro stranezza), preferendo un percorso diretto senza sugo. Arrivo ad un punto panoramico, con una romantica vista vista su Noli e l'isola di Bergeggi, insieme a due innamorati saliti dal basso. Li fotografo mentre guardano il paesaggio. Lei non si accorge delle mie intenzioni, mentre lui, che al collo porta un Nikon D700 con il normale, è simpatetico con i miei propositi e abbraccia l'amata mentre inquadro.
Al bivio per l'Antro dei Falsari lascio il percorso principale e calo per il ripido sentiero che vi punta. All'imbocco di una grotta, trovo una famiglia con due infanti che sta uscendo e si dice poco convinta che la meta sia quella. Fidandomi inopinatamente di loro, senza controllare di persona, li seguo mentre scendono ulteriormente. Sono completamente allo sbaraglio: i bimbi hanno scarpe inadatte e devono strisciare sul sedere ogni volta che il sentiero si fa più ripido. Ad un certo punto decido che per me il sentiero è troppo deteriorato, mentre loro proseguono ancora. Risalgo all'imbocco e, affacciandomi, scopro che quella è la grotta giusta: la visione che ho di fronte coincide con l'immagine della guida. Difficile dire sei sia più abbelinòu io o lo siano loro. Me ne resto un bel po' ad ammirare la superba architettura naturale. Quando esco, la famigliola sta risalendo, incolume solo grazie al motore a propulsione d'improbabilità, che il papà nasconde nello zainetto. Affermano di essere arrivati quasi all'Aurelia. Li rassicuro che quello è proprio l'Antro e li saluto. La gita fin qui non ha richiesto gravoso impegno, per cui la ripida risalita non mi crea problemi. Penso tuttavia che, se ci portassi il CAI, che aborre le risalite pomeridiane, potrei rischiare il linciaggio.

Tornato al bivio riprendo a scendere e non mi faccio convincere dal bivio per l'eremo che si fece costruire il capitano D'Albertis, estroso personaggio di tempi perduti. Alla diroccata chiesa di Santa Margherita faccio merenda, perché le 16 sono ormai arrivate; il sole calante sta già dorando le nuvole. La discesa di qui a Noli propone qualche scorcio panoramico sul borgo medievale e gonfi muri a secco in procinto di crollare.
Prima di mangiare un boccone in un locale, gironzolo per i vicoli. Non mi resta poi che proseguire per la stazione di Spotorno, per il percorso pedonale accanto all'Aurelia. Lungo il tragitto, incrocio un ragazzo giapponese che sta facendo il giro del mondo in bicicletta. Mi chiede se conosco un posto dove può piantare la tenda, perché i campeggi sono tutti chiusi a causa della stagione invernale. Purtroppo non so come aiutarlo: in spiaggia c'è senz'altro posto, ma probabilmente è vietato. Fa anche un timido tentativo di autoinvitarsi a casa mia, prima di scoprire che vivo a oltre 100 miglia da qui. Verso la stazione, passo casualmente davanti a una pizzeria aperta, dove posso fare scorta di farinata (alla focaccia avevo già provveduto a Noli).

Bibliografia

M. Tomassini, Sentieri di Finale, Milano 2013
, Sentiero Liguria,
, Museo Archeologico del Finale,
, Capitano d'Albertis (Wikipedia),

Galleria fotografica

Finalmarina
Finalmarina
Finalpia
Finalpia
Monte
Monte
Promontorio di Caprazoppa
Promontorio di Caprazoppa
Verzi e Monte Corno
Verzi e Monte Corno
Ponte della Fate
Ponte della Fate
Ponte delle Voze
Ponte delle Voze
Arma delle Manie
Arma delle Manie
Arma delle Manie
Arma delle Manie
Altopiano delle Manie
Altopiano delle Manie
Oliveto secolare “A casassa du Doniu”
Oliveto secolare “A casassa du Doniu”
Pino
Pino
Varigotti
Varigotti
Varigotti
Varigotti
San Lorenzo
San Lorenzo
La baia dei Saraceni dalla Torre delle Streghe
La baia dei Saraceni dalla Torre delle Streghe
Noli e Bergeggi
Noli e Bergeggi
Antro dei Falsari
Antro dei Falsari
Santa Margherita
Santa Margherita