Sentiero A

Parco del Beigua

30 aprile - 1 maggio


In un baleno

Il sentiero A è come l'assolo di Paul Gonsalves al concerto di Newport

Sentiero A
Sentiero A

Diario di viaggio

Il sentiero segnato con una A rossa in campo bianco congiunge la cappella di Sant'Anna a Lerca con il santuario di Nostra Signora del Romito venerata sotto il titolo dell'Annunziata nel suo Santuario delle Olivette a Arenzano, serpeggiando lungamente nel massiccio del Beigua, la porzione di Appennino in cui il crinale più si avvicina al mare e la cui roccia è ancora alpina. Attraversa una gran varietà degli ambienti del versante marittimo del parco: dopo aver guadagnato quota sulle pendici del monte Rama e aver solcato la conca sommitale della Valle Scura, disegna ampi semicerchi nelle valli del Lerone e quindi del Cantarena, due brevi intagli dagli scoscesi fianchi, molto diversi tra loro, per terminare un po' ingloriosamente tra lo svacco residenziale della costa.
Non tocca nessuna delle molte cime del gruppo, ed è pertanto un perfetto percorso escursionistico, ovverosia in cui non c'è una meta da conquistare, ma un'estesa e incessante successione di spunti per i sensi e la mente, senza momenti di stanca, come nell'interminabile assolo di Paul Gonsalves al concerto di Newport.
Scrive Milan Kundera che la strada asfaltata percorsa in automobile si limita ad unire due punti ed è pertanto una «colossale svalutazione dello spazio», mentre ogni tratto di strada percorsa a piedi «ha senso in se stesso e ci invita alla sosta»: chi cammina solo per conquistare una meta va sui sentieri con lo spirito di uno spostamento in automobile. Il sentiero A non è per loro e non li attirerà mai, mentre, per chi percorre i sentieri con lo spirito del viaggiatore, è un invito continuo alla fermata e alla contemplazione di «una bellezza sempre mutevole», per citare ancora Kundera.

L'opera della forestale

Il sentiero A si snoda in larga misura lungo spettacolari mulattiere, dall'architettura caratteristica delle opere della Forestale, che hanno richiesto una gran mole di lavoro per superare molti passaggi impervi. Furono costruite nei primi Anni Trenta del Novecento, nell'ambito della creazione di una grande foresta in val Lerone.
Verso la fine dell'Ottocento, in Italia si era posta l'urgenza di rimboschire le montagne. Nel corso del secolo, la popolazione italiana era raddoppiata e il problema di sfamarla era stato affrontato aumentando la superficie coltivata, con un vero assalto alla montagna, le cui pendici erano state estesamente devolute all'agricoltura e alla pastorizia e pertanto si presentavano quasi completamente prive di vegetazione arborea. Una qualunque foto dell'epoca lo illustra chiaramente. Ciò aveva prodotto gravi fenomeni di regime idrico disordinato, come si diceva allora, ovverosia di erosione estesa e frane. In quegli anni si intravedeva inoltre la possibilità di sfruttamento idroelettrico dei bacini montani, il «carbone bianco» che avrebbe potuto liberare l'Italia dalle importazioni di carbone da paesi potenzialmente nemici, per cui il dissesto idrogeologico era visto come un serio limite al suo potenziale. I boschi erano considerati la principale forma di difesa del suolo. (Purtroppo non sono riuscito a scoprire se la foresta e l'abortito progetto di captazione del Lerone fossero in qualche modo collegati.) Inoltre, durante la Grande Guerra si era visto quanto importante fosse il legno nelle costruzioni militari e, anche in questo caso, il nostro paese era dipendente dalle importazioni. Uno dei compiti della Forestale di allora era quello di garantire l'approvvigionamento di legname in pace e in guerra agli altri corpi dello Stato. Questa concezione di derivazione illuministica, che riduceva la foresta puramente a riserva di legname a beneficio delle attività umana, portò a trascurare del tutto le considerazioni naturalistiche: le specie da impiegare furono infatti scelte in base alla loro valenza economica e non in base al loro ruolo nell'ambiente, parola che non compare mai nei documenti d'epoca. Di qui il grande impiego di pino nero, una specie rustica che già nei primi esperimenti di inizio Novecento aveva dato buoni risultati, o addirittura di specie alloctone oggi considerate invasive, come l'eucalipto, la robinia o l'Arundo donax (una canna usata per stabilizzare i versanti).
Per queste ragioni l'ampliamento della superficie boscata era una priorità del Fascismo, tanto che nell'amministrazione forestale operarono esponenti di primo piano del regime e la Forestale era inquadrata militarmente come milizia nelle Camicie Nere (gli addestramenti prevedevano tiri di mitragliatrice e lancio di bombe a mano). Nonostante queste priorità, l'amministrazione operava sotto organico rispetto a realtà analoghe di altri paesi europei e con fondi limitati, come era ripetutamente segnalato nelle relazioni annuali, e ribadiva di svolgere i lavori «in economia».
La missione della Forestale non era particolarmente condivisa dalle comunità rurali, perché rimboschimenti e invasi sottraevano terra al pascolo e alle coltivazioni, senza contare i vincoli al prelievo di legna imposti sulle foreste vecchie e nuove, tanto che le istanze in opposizione ai suoi piani erano comuni. Per compensare il disagio e non creare controproducente dissenso, la milizia si impegnò in una serie di opere a beneficio dei montanari. Le mulattiere furono una di queste, in quanto miglioravano la viabilità in zone disagiate e impiegavano forza lavoro, nei duri anni della Grande Depressione. La stessa amministrazione rilevava come l'80% delle spese dei rimboschimenti andassero alla forza lavoro e nei rapporti annuali elencava le ore di lavoro impiegato come merito, oltre a mostrare schiere di operai all'opera nelle foto a corredo.
Tuttavia tali rimboschimenti non conseguirono risultati eccelsi: nei rapporti compaiono numeri trionfalistici, come i milioni di semi dispersi annualmente, ma se si mettono in rapporto le superfici rimboschite con l'estensione delle montagne italiane, si vede che si tratta di dati irrisori. I rimboschimenti si fecero poi da soli dopo la Seconda Guerra Mondiale, quando l'abbandono della montagna fece crollare la pressione antropica e il bosco si rigenerò per conto proprio.

Lerca - Colle Camulà

L'autobus diretto a Lerca mi lascia solitario al capolinea, presso un complesso residenziale formato da case basse e lunghe, accatastate sul pendio, meste per i colori fiacchi e i parapetto dei balconi in cemento grezzo. Dato che parcheggio qui l'auto quando vengo per gite in giornata, non devo scervellarmi per trovare il passaggio pedonale diretto all'inizio del percorso, alla piccola cappella tenuta in perfetto ordine e sempre sprangata, tranne magari per la ricorrenza patronale. Un'ora e mezza prima il treno mi aveva scaricato alla stazione di Cogoleto, dove ero andato alla rosticceria raccomandata dall'ordalia social, a sperimentare la focaccia e la torta di bietole. Nell'attesa dell'autobus avevo quindi passeggiato sul lungomare, tra molti vecchi a spasso e uno stabilimento con le sdraio allineate in file ordinate. Credo sia la prima volta che vengo sulla costa ligure a partire per un'escursione, a stagione balneare già avviata.
Una scritta di vernice su un cartello arrugginito marca l'inizio del percorso e segnala che è lungo 23790 m e richiede 8 ore (io ce ne metterò 9 e mezza, oltre alla digressione per raggiungere il riparo dove passare la notte). Mi chiedo come abbiano fatto a ottenere una misura con così tante cifre significative, ben prima del GPS a giudicare dalla vetustà del cartello: certo non con uno spago sulla cartina, forse con una ruota trainata da qualcuno. Procedo per una stradina, che passa accanto a un complesso edilizio rimasto incompiuto, con tanto di ponteggi montati, cataste di materiale edile imballato e container dell'ufficio vendite, ormai tutto preda dell'abbandono. Lo ricordo immutato dal mio primo passaggio qui, anni fa. Segue un complesso simile portato invece a termine, con un giardinetto d'angolo con tre cani ormai familiari, che si fanno i fatti loro e non abbaiano contro lo straniero di passaggio. A bordo strada crescono delle robinie, con fiori ancora piccoli e senza profumo.
Il sentiero sale subito con decisione risalendo il pendio, in un ambiente solatio di pini radi e erica fiorita. I pini mi sembrano quelli neri. Piego poi a destra in traverso, dove osservo il primo tratto lastricato e sorretto da muri a secco di lose. Il panorama si spinge già subito fino al mare e comprende una porzione di bosco bruciato, un lembo del vasto incendio di poche settimane fa, sviluppatosi fra le frazioni a monte dell'autostrada; ha prodotto non poca devastazione, non solo al bosco e alle sue creature, ma anche tra gli insediamenti umani. Lascio sulla destra il sentiero che sale nell'incassata valle Scura, a cui mi affaccio da un punto panoramico, dove il profumo dei minuscoli fiori dell'erica è così intenso da togliere quasi il respiro, come se fossi finito senza preavviso sott'acqua. Ammiro il nudo versante meridionale del Rama, scorgo di lontano l'alta valle che attraverserò più tardi e individuo i terrazzamenti costruiti sempre dalla Forestale, per sistemare il bacino, nel pendio che a quei tempi si presentava assai più sassoso, privo di vegetazione arborea. Un tratto di ombra è troppo breve per darmi refrigerio, poco prima di un sterrata, da seguire brevemente, passando sotto una linea ad alta tensione che mi perseguiterà domani pomeriggio. Il sudore comincia a scorrere sulla mia pelle e il suo sale misto a crema solare a bruciare i miei occhi. In un paio di punti fiuto l'acre odore di pipì di selvatici. Dopo neanche un'ora di cammino, sono già fermo a smaltire un po' di calura, in un punto del sentiero dove la vista si apre verso la costa a occidente, fino a Capo Noli.
Mi imbatto quindi in una fioritura minuscola e rosata, dall'odore delicato, vagamente simile alla dafne odorosa endemica del parco, oltre ad altra abbondante erica intensamente profumata. Il terreno del bosco alla partenza presentava un po' di umidità, ma va seccandosi quando passo in una zona più aperta. Il panorama arriva a comprendere Madonna della Guardia di Varazze, Bergeggi e il monte Carmo, più o meno in contemporanea alla comparsa di fronte a me del glabro e roccioso Bric Camulà, di cui mi accingo a compiere il periplo. Il fondo della mulattiera è a tratti in buone condizioni e a tratti più eroso e incavato, ma meno di quanto ricordassi. Spesso cammino nella fitta erica bianca e profumata. Durante l'aggiramento della cima, la mulattiera supera alcune protuberanze rocciose con spettacolari tratti sopraelevati, mozzafiato specialmente quando mi giro e li ammiro con il mare e il precipizio sullo sfondo. Mi galvanizzo così tanto da procedere quasi in un uno stato di trance, euforico e svanito, fino a che lo scroscio di un torrente mi ridesta. Sono ormai sbucato alle spalle del Camulà, dove parte la direttissima per il Rama. Affacciandomi su un poggio per scattare una foto al primo (da qui mostra una profilo perfettamente equilatero e un buon equilibrio di luci e ombre), mi imbatto in una pelle di serpente dura e secca, persa nella muta.

Colle Camulà - Riparo Fasciun

Proseguo ancora qualche centinaio di metri e poi faccio una pausa nei pressi della sorgente del Rama, che mi regala dell'acqua fresca e mi restituisce lo stimolo della pipì, scomparso dalla partenza, nonostante le bevute. Il sentiero A incontra numerose sorgenti di queste montagne ricche d'acqua, che nella preistoria furono anche oggetto di culto, e consente perciò di viaggiare senza carichi eccessivi, anche in giornate calde e assolate come oggi: un litro e mezzo è sufficiente. Peraltro il caldo asfissiante è già un ricordo delle quote inferiori, perché qui soffia una piacevole brezza rigenerante, che congiunta alla sosta, mi farà provare una sensazione di frescura. Passo un po' di tempo a scrutare il mare, ma senza risultato: avrei voluto capire se le macchioline bianche all'orizzonte siano le montagne innevate della Corsica o solo nuvole. Oggi viaggio senza binocolo, per contenere le dimensioni e il peso dello zaino, già gravati dal corposo sacco a pelo da 0°C, che si rivelerà provvidenziale.
Il sentiero prosegue assai aereo, tagliando un ripido pendio di pini ed erba, con vegetazione arborea più fitta che nel contorno del Bric Camulà, e costeggiando la base di una parete di roccia, per prendere poi quota con uno zig-zag. I tornanti del sentiero A si contano sulle dita di una mano, perché in genere non risale i fianchi delle montagne, ma li taglia restando in quota. In un punto il manufatto è purtroppo franato e si è resa necessaria la creazione di un passaggio alternativo, che sovrappassa il punto critico. Arriva quindi alla dorsale, dove si stacca il ripido sentiero segnalato diretto al Rama. Qui si apre la vista sull'austera conca compresa tra il Rama e l'Argentea, caratterizzata dagli estesi fiumi di pietre tipici del parco. Non si tratta di detrito di falda franato da una parete soprastante, qui inesistente, come le pietraie che vedo solitamente sulle Alpi, né di morene, perché i massi sono tutti di dimensioni analoghe, mentre in queste ultime è presente una maggiore gamma di dimensioni, dalla sabbia fine ai grandi blocchi. I geologi ritengono che siano fratturazioni della roccia dovute al freddo delle ere glaciali, ma senza l'azione dei ghiacciai. Il termine “fiumi di pietre” è dovuto a Charles Darwin e ai suoi compagni di viaggio del Beagle, che ne videro di colossali nelle isole Falkland, durante la circumnavigazione della Terra. Il naturalista britannico li descrisse con queste parole (trad. F. Marenco): «In alcuni punti un letto continuo di questi frammenti ha risalito il corso della valle e si è persino esteso alla cresta della collina. Su quelle creste giganteschi massi, superiori per dimensioni a una piccola casa, sembrano essersi arrestati nella loro corsa precipitosa; qui, anche gli strati curvati a volta giacciono ammucchiati l'uno sull'altro come le rovine di qualche vasta e antica cattedrale.» Oltre a questi la conca è occupata da una vegetazione mista di latifoglie ancora quasi in veste invernale, perché solo i faggi sono inverditi.
Il sentiero prosegue molto bello anche sul versante settentrionale del Rama, anche se una luce balenga, che arriva appena da sopra il pendio e pure filtrata dalle velature, limita la possibilità di trarne foto efficaci. Trovo un altro passaggio dove la costruzione ha ceduto. Entro quindi in una zona ombrosa e infine nella faggeta fresca e umida, dove è fiorita la dentaria pinnata, una piantina tipica di questo habitat, che sopravvive per larga parte dell'anno come rizoma (un fusto sotterraneo) e adesso presenta dei graziosi fiori bianchi a quattro petali. Arrivo ai ruderi di Casa Carbunè, un edificio della Forestale. Costruire edifici di servizio era una delle attività a beneficio dei montanari. Prende il nome dalla presenza di carbonaie nella zona, alimentate con la legna di faggio. Accanto ce n'è appunto un monumentale pollone, non più tagliato da così tanto tempo, che anche i singoli getti sono divenuti imponenti.
Dopo un breve tratto dove le piene del rio hanno causato erosione, attraverso il primo fiume di pietre, che è quello con i blocchi più grandi. Arrivo alla fonte Spinsu, dove riempio la borraccia. Poco più avanti ho una sgradita sorpresa: il terreno è franato per qualche metro di larghezza e ha creato una conca terrosa. Da questo lato riesco ad accedervi, mentre dall'altro il sentiero è irraggiungibile e mi tocca scendere di qualche metro, per poi andarlo a recuperare lungo una traccia di passaggio che si è già formata. È una evento recente, dell'ultimo anno: passai infatti di qui lo scorso aprile e tutto era a posto. Un po' sconfortato per la scoperta, proseguo in un boschetto di alberi striminziti, querce e altro che non so identificare, forse ontani; le prime ancora spoglie, gli altri con le foglie ancora allo stadio embrionale. Su un paio di fiumi di pietre, che già ricordavo dalle volte precedenti, mi fermo per un paio di scatti. La luce non è delle migliori, perché la regione di cielo dove c'è il sole è tutta occupata da velature, che lo offuscano. È un peccato, perché ci sarebbe una bella luce a raso sui pendii settentrionali del Rama. Adoro questi pointe de vue, perché mi danno l'impressione di essere in un luogo isolato e impervio di una montagna remota, lontano mille miglia dalla civiltà, mentre sono appena partito a piedi dalla Riviera. Temo che ben pochi dei numerosi turisti che affollano queste stazioni balneari abbiano mai considerato l'ipotesi di salire fin qui, perché gli italiani fanno al massimo brevi passeggiate lungo l'Alta Via, a portata di automobile. Anche molti escursionisti che frequentano le Alpi o la costa spesso ignorano l'esistenza di queste montagne in riva al mare, ma dalla morfologia alpina: al passo del Faiallo erano sorpresi che un torinese le conoscesse e le apprezzasse.
Arrivo al riparo Padre Rino, dove ho un'altra sgradita sorpresa: lo trovo infatti inagibile e chiuso con i lucchetti, a causa del tetto pericolante, come scoprirò alle Olivette. La notizia mi era del tutto sfuggita. Avrei voluto passare la notte qui e ora mi trovo costretto a ripiegare sul decisamente più spartano e disagevole riparo Fasciun, non lontano da questo, che posso raggiungere con una breve digressione dal sentiero. Mi fermo un po', rammaricato, chiedendomi senza risposta il perché di questa situazione e sperando che il CAI e il Parco possano rimediare, anche se, in una fase di strette economiche, non sarà facile trovare fondi per una struttura che non dà ritorni. Sono affezionato a questo riparo, perché mi offrì protezione e calore durante un'epica gita in un giorno di gaigo, dopo che la tramontana fradicia mi aveva sferzato per tutta la mattina. Tuttavia è stato un bene essere ignaro della situazione, perché magari non sarei partito, con la prospettiva di trascorrere la notte al Fasciun; ora invece sono in ballo e accetto volentieri il ripiego d'emergenza, per non rinunciare al viaggio. Il rifugio è intitolato a un frate, socio del CAI di Arenzano, caduto sul Gran Combin negli anni Ottanta. Dalla sua edificazione, avvenuta nel 1895 come casa di un contadino, che d'estate portava le pecore in questa zona, ha avuto vari nomi, seguendo la storia dei suoi proprietari. L'ultimo la battezzò Casa Leveasso, dal termine dialettale per lepre: questo, come anche il pascolo delle pecore, fa pensare che allora ci fossero molti più prati nei dintorni e non un bosco fitto e continuo come oggi. D'altronde sulla vicina dorsale sono presenti specie vegetali favorite dall'intenso pascolamento. Inoltre gli alberi qui intorno sono tutti molto piccoli e ciò potrebbe non essere causato solo dal clima ostile ostile del crinale, visto che invece i faggi sono più grandi; per di più sembrano pressappoco coetanei, come se all'improvviso si fosse smesso di tenere i prati falciati e il bosco avesse cominciato a crescere.
Il sentiero prosegue in lieve salita, attraversando altri fiumi di pietre; solo in un punto un grosso masso ha invaso il tracciato, mentre per il resto la costruzione originale resiste magistralmente. La luce sul Rama e sulla conca è migliorata e questa è la posizione ideale per riprenderla, perché si apprezza in pieno l'infilata e i faggi verdi brillano per il controluce, tra gli altri alberi spogli e le pietre. Raggiungo il culmine di questa porzione, da cui ammiro un vicino picco di roccia nuda e nuovamente il Bric Camulà e la costa verso occidente. Scendo brevemente e raggiungo la Collettassa, una conca erbosa con radi pini, lungo una cresta molto bella. Sale da Campo verso l'Argentea, ed è percorsa dal sentiero segnato da una stella bianca, probabilmente il mio preferito tra quelli che salgono diretti dalla costa verso le cime del massiccio. L'erba della conca è verde, mentre le latifoglie sulle pendici dell'Argentea sono ancora spoglie. Il sole comincia già ad abbassarsi e disegnare le ombre delle sera. Lascio qui per ora il sentiero A, che scende verso la val Lerone, e proseguo invece verso il riparo Fasciun, lungo un sentiero in quota non segnalato, ma sempre ben individuabile. Non è altro che la continuazione di quello che sale dalla Ca' da Gava per le sorgenti del Leone; è per la maggior parte segnalato con tre pallini rossi (il segnavia dei collegamenti con il crinale dove corre l'Alta Via dei Monti Liguri), che però se ne distaccano nei tratti iniziale e finale: qui seguono invece delle tracce per escursionisti, anziché dei sentieri storici di montanari. Non penso proprio a scattare foto all'ambiente che attraverso, un alternanza di boschi e fiumi di pietre, perché sono un po' in ansia per l'ignoto a cui vado incontro.

Al riparo Fasciun

Arrivo al riparo Fasciun e lo trovo agibile e deserto (d'altronde oggi l'autista del bus è stata l'ultima persona che ho visto). Misura ad occhio tre metri scarsi per nemmeno due, o anche meno, e riceve luce solo da una minuscolo pertugio tappato con plastica opaca, oltre che dalle ampie fessure della rudimentale porta di legno a liste. All'interno ci sono solo del battuto di cemento, in buona parte ricoperto da terriccio umido, e qualche panca di legno lungo i bordi, su cui giace una losa di pietra che mi sarà utile per appoggiare il fornello a pastiglie. Ci sono infine dei sacchi su cui non indago oltre. Manca un quaderno del rifugio. Dentro l'umidità è repellente, ma almeno fa più caldo che fuori. All'esterno, infatti, nonostante il sole ancora in cielo l'aria è frizzante, anche per la brezza, che per fortuna non soffia dal lato della porta.
Poso lo zaino e estraggo le masserizie, con cui mi accingo a preparare una minestra calda. Non potendo reperire dello scucuzum a Torino, come pastina ho scelto quella più compatta che ho scovato. Nel frattempo vado alla fonte a levarmi di dosso la crema solare. Centellino il minuscolo flacone di sapone liquido tuttofare, un campioncino di un albergo, il contenitore più piccolo che ho trovato in casa. Dopo cena scopro che l'erba, che cresce alla sorgente, è ottima per fregare i residui del brodo dalla ciotola: infatti non ho portato nessuna spugna, contando di trovarla al Padre Rino. Riesco così a pulirla bene e a scaldarmi una tisana che sa di zenzero e limone, anziché di brodaglia industriale. Tutte le operazioni sono accompagnate dai frequenti richiami dei caprioli, che non vedo, ma sento molto da vicino.
Mi godo quindi il limpido tramonto, accompagnato da nuvole marittime sulla costa, che per fortuna se ne stanno più in basso, arrivando al massimo a lambire la vetta del Tardia. Questo posto è senz'altro molto più panoramico di casa Leveasso: se avessi pernottato lì, avrei dovuto andare alla Collettassa per le foto serali. Prende anche il cellulare, così posso cercare notizie di queste nuvole, che ieri non comparivano nei bollettini meteo. La cosa mi pareva strana, visto che erano previsti venti dal mare, ma volevo sentirmi ottimista e ci avevo creduto. L'ombra dell'Argentea sulle nuvole genera anche il fenomeno della gloria o spettro di Brocken, un aureola dai colori dell'arcobaleno, che nel passato ha colpito la fantasia dei montanari, generando molte ipotesi magiche sulla sua origine. Riguardo a quella scientifica, ho provato a leggere i modelli proposti per spiegarla, ma mi sono perso tra troppe ipotesi creative e oscure. La brezza intanto si quieta e il clima si fa pertanto più gradevole. Mi godo la sera finché c'è luce e poi vado a stendermi.
Ripongo molte speranze sul foglio di poliboll con cui conto di isolarmi dall'umidità. Mi corico con la testa accanto alla porta, la zona meno umida, con indosso il berretto di lana per proteggermi dagli spifferi. Quando suona la prima sveglia, ho come l'impressione di non essermi mai addormentato sul serio, ma di essere rimasto con la testa immersa in pensieri errabondi, senza sogni definiti, ma anche senza l'oblio del sonno, anche se al suono ero chiaramente addormentato. L'unico rumore che ho sentito è stato il rombo lontano di qualche aereo: è incredibile quanto è pervasivo l'inquinamento acustico, anche in un luogo isolato come questo. Mi sento solidale con gli dèi sumeri, che mandarono il Diluvio Universale perché infastiditi dal rumore prodotto dalle attività umane. Ho puntato la prima sveglia alle 3,30, l'ora a cui la Via Lattea sarà alle spalle di Arenzano. Per la verità non nutro particolari speranze di vederla, perché ho già notato altre volte che le luci della costa sono intense, come confermerà l'esposimetro. Infatti non comparirà in cielo, tuttavia le nuvole marittime compenseranno la sua mancanza. Torno a letto e, da sveglio, sento allora chiaramente il freddo umido lacerare la protezione del sacco a pelo e farmi tremare, nonostante i caldi strati protettivi.
Riesco ancora ad assopirmi prima che suoni la seconda sveglia delle 5,50. Conto di fotografare la falce di luna calante appena sorta e poi l'aurora. Sbirciando dalle fessure della porta, vedo però tutto grigio, capisco che le nuvole sono salite fino qui e mi giro dall'altra parte. Più tardi, quando mi alzo tra i cinguettii, le nuvole vanno espandendosi ancora e al momento della partenza avranno avvolto il crinale, nascondendo il vicino Argentea. Queste nebbie, frequenti nelle stagioni primaverile e estiva (non a caso il rifugio del Faiallo si chiama “La nuvola sul mare”), contribuiscono a tenere bassa la temperatura del crinale; permettono così la sopravvivenza di specie vegetali delle regioni circumpolari, rifugiatesi qui durante le glaciazioni e poi scomparse da altitudini analoghe nell'Europa meridionale. Nonostante il suo prezioso ruolo ecologico, oggi non la apprezzo perché mi fa rinunciare alle foto mattutine. Mi preparo allora la colazione. Mi sono portato anche del caffè, contando di trovare una moka al Padre Rino; per la disperazione provo a prepararmi del caffè turco, ma non sono pratico delle dosi, per cui non ottengo che una brodaglia insapore.

Riparo Fasciun - Riparo Leveé

Ritorno alla Collettassa schiacciato tra nubi basse tanto sotto quanto sopra di me, restando ben coperto da pile, guanti e cappello. Oggi ho lo spirito per scattare qualche foto a questa zona impervia, dove la nebbia accresce la sensazione di terra selvaggia e solitaria. Dopo averne sentito altri richiami, finalmente alla Collettassa riesco a vedere un capriolo, intento a brucare sul prato a monte del riparo Benedetta. Alla mia comparsa, fugge immediatamente nel bosco facendo ballonzolare il culetto bianco. Restano invece invisibili le cime circostanti e la costa, celate da un densa atmosfera grigia.
Riprendo il sentiero A, che scende inizialmente per morbidi dossi prativi con pini sparsi, dove sono comparse le prime orchidee, bianche e gialle. Prosegue con l'aggiramento di un costone, tagliando quindi dei ripidi pendii, dove si alterna la vegetazione della Collettassa con un bosco più fitto di querce e credo carpini, sui cui rami stanno spuntando le foglie. Probabilmente da qui c'è un gran bel panorama sul mare, ma lo posso solo fantasticare, perché la visibilità è di pochi metri. Arrivato sull'espluvio della Costa Argentea, passo attraverso un intaglio di roccia e mi inoltro nella discesa, che ho visto ieri dal Fasciun. O almeno lo suppongo, visto che la zona del bivacco è nascosta da nubi che si rincorrono veloci e tutto inghiottono voracemente. Qui la mulattiera ha richiesto ingenti lavori di costruzione e sopraelevazione, a causa dell'ambiente rupicolo attraversato; la sua architettura, nell'atmosfera raccolta della nebbia, mi invita a qualche scatto. Mi chiedo quale fosse la ragione di costruire un sentiero in questa zona di scarso interesse agricolo o pastorale, perché troppo impervia: qui sembra evidente il ruolo di ammortizzatore sociale. La mulattiera scende al rio Cu du Mundu, che sento scrosciare da un bel po' prima, molto incassato e dal letto inframezzato da numerose deliziose cascatelle, che mi fermo a fotografare. Lo attraversa in una strettoia che rende elementare il guado. Salito di qualche metro, mi fermo per togliermi almeno guanti e cappello; ripartendo provo anche a fare a meno del pile, ma devo ben presto ritornare sulla mia decisione. Nella sosta che i pantaloni sono pieni di minuscoli esseri scuri, raccattati dalla rigogliosa vegetazione invasiva, che mi accompagnerà fin quasi al Leveé, comprendente molte eriche e molti asfodeli fioriti. La mia vista con presbiopia incombente è ancora sufficiente a farmi contare sei zampe e a indurmi perciò a escludere che siano zecche. Illusoria consolazione, perché a casa scoprirò che sono cimici e quattro riescono a superare la barriera dei vestiti e a piantarsi nella pelle; per liberarmi di una finita sulla schiena, dovrò anche ricorrere all'assistenza dei familiari.
Il sentiero prosegue lungamente in quota contornando varie dorsali rocciose e insinuandosi in altrettanti impluvi incassati. I due rii successivi sono più magri del primo, ma i dintorni dell'ultimo, molto impervi e avvolti nella fitta nebbia che rapida si addensa e dirada incessantemente, sono di fascino andino. Il costone successivo, la Costa Perrassa, è formato da rocce scistose, che gli agenti atmosferici hanno modellato in lastre sottili e arrotondate in cima. Purtroppo qui la luce pessima non mi consente di fotografare: infatti la zona è sovrastata da una nuvolaglia uniforme, che genera un cielo piatto come poltiglia e una luce diffusa che pialla la trama delle superfici, priva sia della profondità della nebbia che della tridimensionalità della luce diretta. Il sentiero è quindi interrotto da un pino caduto, che aggiro dall'alto, mentre poco più avanti la caduta di un altro è stata arrestata da altri alberi, che lo lasciano sospeso per aria e gli impediscono di occludere il sentiero. Superati due torrentelli in rapida successione, raggiungo un'altra zona di rocche, poco oltre la quale mi fermo in quello che sarebbe un punto panoramico sulla valle. Invece questa è nascosta da spesse nubi, che avvolgono anche i pini a monte del sentiero nell'atmosfera delle pinete sacre coreane di Bae Bien-U. Questi pini mi sembrano avere il portamento di quelli silvestri, ma la loro corteccia non è rossiccia La mia sosta si rivela fruttuosa, perché le nubi a valle un si diradano parzialmente e mi offrono un po' di vista sul versante opposto, meno boscoso e ondulato di questo. Odo anche dei richiami di caprioli (poco prima ne avevo visto un altro).
Riprendo a camminare e incontro una coppia preceduta da una cagnetta nera guardinga. Noto che loro sono in maglietta e calzoncini, mentre io indosso il pile, nonostante il sentiero sia quasi in piano e stiamo facendo quindi lo stesso sforzo. Evidentemente non ho ancor smaltito l'umidità della notte, cosa del resto non semplice, visto che mi ha perseguitato anche durante il giorno. Tra la vegetazione di pini ed eriche, che stamattina non sono profumate, noto un leccio soliario. Quest'ultimo è l'essenza che copriva gran parte della Liguria prima dell'intervento umano, mentre i primi sono la vegetazione risultante dalla pratica del debbio, l'incendio controllato per creare spazio per i pascoli e le coltivazioni, in quanto sono quella che meglio si rigenera dopo il fuoco. Questo mi fa pensare che questa zona, oggi a beneficio dal bosco e dalle sue creature selvagge, in passato fosse intensamente occupata dalle attività agricole e pastorali.
Le nuvole si sono un po' alzate e, mentre contorno la testata della valle, vedo in lontananza Lerca e la costa, anche se offuscate come attraverso un velo grigio. Odo nuovamente scrosciare un torrente e capisco di essere in prossimità del Leone. Lo guado sfruttando alcune pietre in una zona di acque placide, un bellissimo laghetto verde. Appoggio lo zaino a terra e torno in equilibrio sulle pietre per fotografarlo. Purtroppo ho dimenticato il polarizzatore, che ne esalterebbe i colori: l'ho riposto sovrappensiero nello zainetto del lavoro prima della partenza, anziché in quello da escursione (ieri sera l'avevo svuotato tutto alla sua vana ricerca). Il sentiero tende poi a riprendere quota con dei saliscendi, tra cui una breve e ripidissima discesa lastricata, anche con famigerate pietre verdi, che mi consigliano prudenza, nonostante siano asciutte. Questo tratto offre vari scorci sulla cascata del Leone, che si trovo poco a valle del guado.

Riparo Levee - Riparo Scarpeggin

Il sentiero transita poco a monte del riparo Leveé, che decido di visitare. Anche stavolta il nome fa riferimento alle lepri e quindi a un ambiente aperto di prati, oggi ripreso dal bosco. Il rifugio è piccolo, ma decisamente più accogliente del Fasciun. C'è una stufa, c'è del pentolame, ci sono frasche e legna per accendere il fuoco. L'unico inconveniente, in una notte qui, sarebbe il pavimento lastricato con pietre un po' bitorzolute. C'è persino una caffettiera che metto subito in azione, restando però gabbato, perché la guarnizione perde un po' e produce un caffè dal sapore bruciacchiato. Lascio un messaggio sul quaderno e rabbocco la borraccia alla fontana recentemente attivata accanto all'edificio. Riesco finalmente a fare a meno del pile.
Il sentiero si porta sul versante meridionale della valle, in un ambiente più aperto di prati con eriche sparpagliate, e prosegue per un lungo tratto in quota. Purtroppo le cime delle montagne sono avvolte dalle nubi, ma lasciano comunque in vista lungo le pendici varie interessanti formazioni rocciose. Faccio caso alla fitta rete di sentieri che corre sul versante da cui arrivo. Anche questi confermano che oggi queste zone sono selvagge, ma in passato dovevano essere sfruttate diffusamente dagli agricoltori e dai pastori, che li hanno edificati. Questo paesaggio agricolo verticale caratterizzava buona parte delle montagne italiane, dopo il grande boom demografico ottocentesco, che portò a una colonizzazione estesa delle alte quote. Una volta che però queste ebbero opportunità migliori, prima con l'emigrazione verso la Francia e le Americhe, quindi verso i vicini centri industriali, scomparve sotto l'avanzare del bosco.
Nei pressi di un affioramento roccioso rossastro a forma di pandolce, lascio la mulattiera seguita finora, che prosegue in quota, lasciandomi con la curiosità di scoprire in un'altra occasione dove va a finire. Proseguo invece per un sentiero minore in salita, verso la soprastante strada della Gava. Incrocio un gruppo di giovani e un paio di gruppi familiari con cani entusiasti; anche costoro sono molto più scoperti di me, anche se sono io in salita e loro in discesa. Con il crescere della quota si amplia il panorama sul mare, che arriva a includere un molto etereo Capo Noli. Arrivo sulla sterrata in corrispodenza di un traliccio della linea ad alta tensione, che ho già incontrato ieri e oggi pomeriggio mi perseguiterà per un bel tratto. Arriva quindi distinto un invasivo rumore di radio. Non ci sono segnavia, ma la cartina è chiara sul fatto che devo tralasciare il sentiero diretto al centro ornitologico di Casa Vaccà e seguire invece la strada fino al secondo tornante a destra.
Fu costruita anch'essa dalla Forestale nei medesimi anni e progettata come camionabile, non so bene con quali propositi. La percorro per un breve tratto e la lascio perciò nel punto indicato, dove ritrovo la A, per un sentiero decisamente più sconnesso e pietroso di quelli percorsi finora, anche questo edificato dalla Forestale, che sale in un ambiente spelacchiato. Sulle montagne è nuvolo, sulla costa è soleggiato; qui mi trovo sulla linea di confine, dove un pallido sole ogni tanto filtra tra i lembi delle nuvole e finalmente mi scalda le ossa. Un traverso mi porta a dominare il Pian del Curlo, da cui arrivano la musicaccia delle radio e gli effluvi dei barbecue (e se volessi odorare l'erica, che ha ricominciato a profumare?). Per fortuna questa gente, che esporta in montagna i modelli urbani, non si allontana dall'auto, per cui mi basta girare l'angolo per uscire dal loro campo di disturbo. Arrivo sulla dorsale che delimita la val Lerone, da cui c'è una gran vista sulla costa; dato che il vicino bivacco Scarpeggin sembra molto affollato, deciso di fermarmi qui a pranzare, godendomi il panorama e il sole che ora si fa largo con più determinazione. Anche due vecchi di passaggio vengono nei pressi ad ammirare il paesaggio; il più esperto enumera i luoghi visibili, da Portofino a Capo Noli.

Riparo Scarpeggin - Santuario delle Olivette

Dopo pranzo, nei momenti di ombra l'aria resta frizzante, ma mi impongo di riprendere il cammino in maglietta, perché, diamine, a portata di mano ci sono i bagnanti. Allo Scarpeggin c'è molta gente, tra cui anche un signore con un corredo di moschettoni in cintura, perché la parete soprastante è attrezzata. Quando fu costruito il riparo, era invece tutta coperta d'edera, tanto che il primo nome dell'edificio vi faceva riferimento. Butto l'occhio all'interno, anche qui molto zen, con un romantico caminetto per rustici innamorati.
Segue un lungo tratto sulle scabre e dirupate pendici meridionali del Tardia, dove sono preceduto da una coppia che più avanti prende un sentiero sulla destra, che scende più direttamente verso le Olivette. Trovo anche l'ultima sorgente della giornata, dove bevo e rabbocco la borraccia. I saliscendi e le risalite pomeridiane sono sempre faticosi, ma il luogo è di una bellezza essenziale, oltre che di una grande ariosità, e il panorama sul mare blu intenso riempie il cuore. Dove guadagna quota, alcuni passaggi aerei sono poi molto spettacolari. L'unica cacofonia è la linea ad alta tensione. Raggiunto il culmine, il sentiero scende verso il rio Cantarena, dove la traccia si fa più labile e devo seguirla con attenzione, facendo anche affidamento a qualche scolorito segnavia. Ad ogni modo, resta sempre unica e non si disperde mai in mille rivoli, come nei terreni di pascolo (tra questi sassi la vedo dura anche per le capre). Dopo aver attraversato dei piccoli prati, si cala in un una forra pietrosa a guadare il modesto rio e risale sul versante opposto. Da qui ammiro l'ambiente circostante, quanto mai selvaggio e primordiale. Entro quindi in una fascia di fitta vegetazione, impenetrabile, dove il sentiero è l'unico passaggio possibile, per cui diventa facile da seguire, anche se i segnavia scompaiono. La sensazione di selvaggio si accresce ulteriormente e mi porta come in uno stato di euforia, che mi fa distrarre dall'osservazione del paesaggio. Diversi alberi secchi giacenti accanto al sentiero mi fanno apprezzare il lavoro di chi mantiene percorribile questa zona.
Sempre in lieve salita, il sentiero va a ricongiungersi con quello proveniente dal Dazio, in corrispondenza del Collettu Gabba, da cui prende a seguire una dorsale inizialmente in salita graduale. La vegetazione diventa ora un pineto rado, che lascia trasparire una magnifica vista su Genova. Mi fermo ad ammirarla presso un vecchio riparo in cemento dei cacciatori di Crevari. Proseguendo, in pochi minuti arrivo ad un altro riparo di cacciatori, chiamato Oxellea, fatto costruire da una famiglia di industriali di Voltri per praticare la caccia agli uccelli con le reti. Prima dell'istituzione del parco, il massiccio era infatti prediletto dagli uccellatori, in quanto è scelto come rotta migratoria da tantissimi volatili. Oggi invece sono i pacifici birdwatcher ad aspettarli, armati di imbelli binocoli e teleobiettivi. Il sentiero punta verso il cocuzzolo più alto, caratterizzato da qualche semplice riparo in pietre a secco, dove l'ambiente più spoglio mi consente qualche scatto alla città.
Sulla dorsale transita anche un metanodotto, ma per fortuna il sentiero se ne discosta e rimane sul versante marino, dove il fondo pietroso eroso è un po' disagevole, ma il panorama ampio. Tornato sulla dorsale, entra in un bosco più fitto. Trovo un cartello che indica un belvedere e ci faccio un pensiero, ma mi accorgo ben presto che punta verso un traliccio di una linea ad alta tensione, per cui declino l'invito. Raggiungo le prime case, di recente costruzione, dove gli abitanti stanno trascorrendo nei giardini la giornata festiva. Un qualche passaggio pedonale è stato preservato, ma la tracciatura del sentiero è scomparsa e il percorso lasciato all'incuria e al degrado. È anche scomparsa la «terra fruttifera olivata, vignata e castagnativa» citata in un documento parrocchiale del 1839 e a cui il nome del santuario faceva riferimento. Sovente mancano i segnavia a indicare la via da seguire, ma il percorso da seguire è intuitivo. Passati i primi due gruppi di villette sparse, entro in una zona con orti e serre, almeno rimasta terra fruttifera, lungo una crosa, che al centro conserva una striscia della tradizionale lastricatura in mattoni rossi. Qui capisco che devo seguire le M bianche della Maremonti di Arenzano, per restare sul percorso corretto. Saltuarie A me lo confermano. Mi conducono a un ponticello pedonale sull'autostrada: è davvero una buona cosa che sia stato conservata la via dei pedoni, anche se immagino che non la usi quasi nessuno dei locali, perché purtroppo le autostrade sono degli Attila dei percorsi tradizionali. Entro nel paese denso. I primi abitanti che incontro, mentre tento invano di scattare una foto al campanile delle Olivette escludendo i fili della luce, sono due gatti che escono ora ora da una baruffa. Il vincitore insegue lo sconfitto con la coda gonfia e ritta. Alla prima casa mi imbatto in un gruppo di adolescenti, che stanno programando un gelato, e poi in due signore accompagate da vari cani, che raggiungono il sagrato insieme a me.

Santuario delle Olivette

La chiesa delle Olivette ha forse origini medievali, ma l'aspetto attuale è dovuto a ampliamenti posteriori. Il primo documento che la cita è di fine Cinquecento e la descrive come una piccola e misera cappella, vetusta e malridotta. Riguardo al termine Romito contenuto nel nome completo, non presente in questo primo documento, ma solo a partire dal Settecento, si possono fare solo colte speculazioni, in quanto non c'è documento storico ad attestare la presenza di eremiti in questo luogo preciso. Tuttavia nel 1205, in una fase storica di rifioritura del monachesimo, ne era presente un convento nella vicina Vesima, come risulta da un atto notarile. Ben strani eremiti, visto che si trovavano lungo la via di comunicazione romana, voluta da Emilio Scauro, che attraversa la Liguria. Tuttavia nel medioevo si costruivano un monastero sui resti di una villa romana ed erano convinti di essere nel “deserto”, come chiamavano allora l'isolamento e la natura selvaggia. La cappella fu ampliata una prima volta nel Seicento, ma dovette restare ancora modesta, in quanto nel 1833 il Casalis, di solito molto puntiglioso nel citare le chiese dei paesi descritti, si limita solo ad accennare a «cappelle rurali». Un sostanziale ampliamento di metà Ottocento la trasformò in un santuario, aggiungendo campanile, scala santa e decorazioni interne, e le donò l'aspetto attuale.
Al mio arrivo, trovo la porta della chiesa serrata e un foglio ad informare che ha chiuso da 10 minuti, e non fra 50 come riportato sul sito della diocesi. Mi siedo su un muretto per predndere gli ultimi appunti e mettermi in configurazione da focaccia e caffè, portafogli in tasca e bacchette appese allo zaino, quando esce un signore dalla canonica. Mi chiede che giro ho fatto e gli racconto di aver percorso tutto il sentiero A. Mi chiede allora se voglio visitare la chiesa: si dichiara ben contento di accompagnare il primo visitatore di questo pomeriggio balneare. Gli rispondo con entusiasmo e gratitudine e lo seguo nella canonica, che apre con sei giri di chiave. Appoggio lo zaino in un angolo, poso gli occhiali da sole e Franco mi conduce tra i cimeli conservati nel retro: gli ex-voto marinari, vari attrezzi da pesca, un modellino delle lese e dei relativi chiodi, su cui veniva trasportato il legname dell'Olba diretto ai cantieri navali, foto e ricordi dell'ultima guerra e molto altro, su cui mi fornisce interessanti ragguagli. Tra i vari opuscoli in vendita, adocchio il libro sui ripari del Beigua, che ho potuto consultare alla Biblioteca Nazionale del CAI, ma poi penso che non posso comprare un libro di ogni posto che visito, altrimenti devo traslocare a Versailles. Mi conduce al passaggio che porta sotto il gruppo scultoreo dell'Annunciazione, ad «abbracciare la Madonna», come dice lui. Mi rendo conto che stavolta è lui ad essere ben coperto da una giacca, mentre io sono in maglietta e provo una piacevole sensazione di tepore, grazie a tutto il caldo e il sole assorbiti nell'ultima discesa. Mi fa infine un timbro del santuario sul notes. Avrei anche voluto accendere un lumino al sentiero, ma qui hanno quelli elettrici, che poco si conciliano con il mio amore per i classici e l'obsoleto. Prima di congedarmi, mi chiede informazioni sullo stato del sentiero. Lo conosce bene, perché in passato è stato iscritto al CAI e lo ha percorso, ma ora un ginocchio malandato gli impedisce di camminare sui monti. Mi spiega che il Padre Rino è stato sigillato per problemi al tetto e non so se mi ammiri o compatisca per aver affrontato la notte al Fasciun, il riparo più disagevole della zona. Mi dà le indicazioni per raggiungere la stazione e ci salutiamo. Non mi resta che cercare della focaccia e intraprendere il laborioso viaggio in treno verso il continente.

Per approfondire

M. Agnoletti, Storia del bosco. Il paesaggio forestale italiano, Bari 2018
M. Armiero, Le montagne della patria, Torino 2013
G. Bellincioni, Perché si deve rimboscare?, Firenze 1901
A. Biamonti (a cura di), Ripari dei nostri monti: appunti intorno a un recupero, Comunità Montana Argentea 2003
G. Casalis, Dizionario geografico storico-statistico-commerciale degli stati di S.M. il Re di Sardegna, Torino 1833-1856
Corpo forestale dello Stato, La milizia forestale nell'anno VIII, Roma 1931
Corpo forestale dello Stato, La milizia forestale nell'anno IX, Roma 1932
Corpo forestale dello Stato, La milizia forestale nell'anno X, Roma 1933
Corpo forestale dello Stato, La milizia forestale nell'anno XI, Roma 1934
C. Darwin, Viaggio di un naturalista intorno al mondo, Torino 2017
M.A. Guido, P. Petroni, Flora e vegetazione della valle del torrente Lerone, Firenze 1975
M. Kundera, L'immortalità, Milano 1990
A. Parodi, vette e sentieri del béigua geopark, Cogoleto 2013
G. Roggero, L. Giacchero, Regina dell'olivo: "Nostra Signora del Romito venerata sotto il titolo dell'Annunziata nel suo Santuario delle Olivette in Arenzano", Arenzano 2002

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Cogoleto
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Collettassa e Monte Argentea
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Cascata del Leone
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Gole del rio Cantarena
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Zena
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Ex-voto marinari alle Olivette
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