Mica i tedeschi…



«Mica i tedeschi possono perderli così!» Siamo tornati al bivio notato e snobbato, dopo esserci accorti che il ramo scelto da noi per primo saliva anziché traversare, come indicavano l'infallibile carta MU e il buonsenso, ed era pure privo di tacche biancorosse. Guardando più attentamente, ci rendiamo ora conto che queste conducono proprio verso la selva oscura di noccioli, dove la diritta via si smarrisce in un intrico di rami e terriccio spoglio. Un cartello di legno slavato e raggrinzito dal tempo reca un'incisione di colore oscuro, che solo dopo vari tentativi, provando a leggere ad alta voce i brandelli meno consunti, riusciamo a decifrare come “Escursionisti esperti”.
Di qui transita la GTA (Grande Traversata delle Alpi), il sentiero a lunga percorrenza dell'arco alpino piemontese. È frequentata ogni anno da numerosi escursionisti, soprattutto tedeschi, in quanto negli anni Ottanta del Novecento la patria del pareggio di bilancio la conobbe grazie all'opera di un geografo di nome Bätzing, autore di diverse ricerche e di una monografia sulle Alpi. Secondo i miei vaghi ricordi, la guida rossa Rother afferma che questo tratto dinnanzi a noi sia stato ripristinato e ripulito in anni recenti, dopo essere stato a lungo impraticabile. La Regione ha investito su questo tracciato: negli ultimi anni ho letto e visto di persona i lavori di miglioramento dei sentieri coinvolti. Sono pertanto moderatamente ottimista sulla percorribilità di ciò che ci attende.

Le mie speranze sono destinate a svanire come un sogno all'aurora, solo pochi passi più avanti. La vegetazione esuberante costringe a continua ginnastica, le segnalazioni sono rade e sbiadite, la traccia è quasi assente nel sottobosco glabro, ma almeno la via di passaggio è più o meno obbligata, unico varco in questo labirinto vegetale. Comincio ben presto a pensare che potremmo anche tornare sui nostri passi e scendere da dove siamo saliti, una bella mulattiera lastricata tra il fondovalle e Meinardi. Ora la frazione è abbandonata e in gran parte diroccata, tranne che per qualche casa ancora tenuta e la chiesa dedicata a sant'Anna. C'è anche una teleferica ancora in buono stato, indizio evidente che almeno per la festa patronale qualcuno ancora viene. Prima di addentare il panino, ho pensato di lasciare qualche euro nella fessura delle offerte, ma poi mi sono dimenticato il proposito.
Penso di ritirarmi ma non oso richiederlo, perché so quanto la mia compagna di mille escursioni sia più determinata e più avvezza di me a sentieri difficoltosi come questo. Arriviamo a un poggio dove la vegetazione si dirada per pochi metri. Il sentiero prende quindi a precipitare verso un impluvio, in ambiente più aperto di balze contornate da vegetazione. Apprezziamo qui la lunga siccità estiva, che ci ha fatto salire tra terreni induriti e foglie seccate anzitempo, dove non so cosa potesse trovare la grossa vipera che stazionava sul tracciato. Ora però ci preserva da umidità scivolosa e guadi impegnativi. Ammiriamo intanto il frastagliato spigolo alla cui sommità ci eravamo affacciati poc'anzi, un'ardita ammucchiata di rocce aguzze e fratturate, precipite sulla valle. Faccio fatica ad apprezzare come la mia amica il fascino tumultuoso di questi paesaggi selvaggi, perché mi mettono in soggezione per la mia inferiorità. Fantastico di affrontarli, ma quasi ogni volta mi mettono in fuga, come il cavaliere di bronzo il miserabile impiegato di Puškin. Provo infatti una sensazione sgradevole di minaccia incombente ma immateriale, come per una paura irrazionale di rettiliani rapitori nelle notti di luna in cui esco a fotografare. Secondo Burke, i sentimenti di fronte alla natura terribile e minacciosa, che poi ci grazia, sono gli ingredienti del Sublime Romantico, la forma più alta di godimento estetico. Invece a me il sollievo dello scampato pericolo lascia solo un ricordo sgradevole e un terrore sottotraccia che rivive al ripresentarsi di un'esperienza analoga, immemore dei passatti successi. L'antierore di Puškin era però solo di fronte alla forza della natura e del potere zarista, io invece sono in compagnia e oso proseguire.
Passato un secondo rio, ci troviamo davanti a una frana. L'ultima tacca indirizza verso un ammasso impenetrabile di rami spezzati, con attaccate le foglie ancora verdi. Dopo un po' di esplorazioni congiunte avanti e indietro per elaborare un piano sensato, la mia amica attraversa la frana e passa a monte dell'intrico (a valle c'è la gola rocciosa del ruscello). Si inoltra nel fitto della vegetazione, che fa da ostacolo, ma offre anche degli appigli per non rotolare giù dal ripido versante di terriccio incoerente. La sua sagoma si spezzetta in brandelli sempre più piccoli, fino a quando si eclissa del tutto dietro i rami e le foglie. Sento infine la sua voce attenuata in un borbottio indecifrabile, senza poter capire le sue parole. Deduco o forse spero che abbia trovato qualcosa, perché altrimenti sarebbe tornata indietro. Mi calo anch'io tra prudenza, incertezze e timori, cercando di indovinare la sua posizione. Ad un certo punto, mi trovo sospeso su una scarpata franosa e troppo ripida per poter essere discesa senza scivolare. Mi lancio perciò ad afferrare un ramo orizzontale di un nocciolo all'altezza della mia testa e, facendo pendolo, vado a sbattere con gli stinchi su quelli più bassi. Lo zaino strisciando sul terreno contribuisce alla frenata. Arriverò a valle con qualche escoriazione ed indolenzimento equamente sparpagliato tra gambe e schiena. Probabilmente, se avessi strisciato di sedere per la scarpata puntando i bastoncini, sarei stato meno wagneriano ma più avveduto. Per fortuna i noccioli sono resistenti e flessibili. Intanto anche la mia amica è scivolata, ma senza conseguenze. «Siamo stati bravi», mi dice. «Sei stata brava tu, io sarei tornato indietro da un pezzo». «Ah, potevi dirmelo, anche io ho pensato a tornare indietro, ma non ho osato dirtelo perché ti stavo seguendo». «Veramente eri tu in testa».
Abbiamo ora raggiunto un sentiero ampio, che corre come un tunnel nella vegetazione avvolgente, dove compaiono persino delle tacche più fresche ed evidenti. Con la mente più lucida, finalmente sgombra da timori cupi, ci chiediamo come possano essere i sentieri diretti ad Ambrella, descritti sul sito di un accompagnatore di escursionismo del posto come franosi e difficilmente praticabili, e che purtuttavia la cartina riporta. Raggiungiamo la frazione Coste, ancora in piedi ma invasa dai rovi, che però doveva essere popolata fino a pochi decenni fa, almeno nel tempo libero: sono ancora ancora presenti un lampione simile a quelli che vedevo in città da ragazzo e un filo della luce. Qui troviamo una devastazione nel bellissimo castagneto da frutto intorno alle case, in quanto molti alberi monumentali sono spezzati a livello delle radici o del tronco e sono franati rovinosamente a terra sulla mulattiera. Vaghe tracce sul terreno sdrucciolevole aggirano i patriarchi abbattuti. «È il clima degli ultimi anni, con la siccità alternata alle piogge violente e al vento, che ha prodotto questo sfacelo. Con il sentiero in queste condizioni ora non ci verrà più nessuno», commenta sconsolata la mia amica. È tipico della cultura delle nostre classi dominanti distruggere il presente nel nome di un futuro mirabolante (la successione di generazioni di cellulari o fotocamere ne è un esempio alla portata di tutti). Anche il clima si è allineato a questa filosofia e contribuisce ad annientare il passato da seppellire. Alla frazione sottostante, dietro una porta spalancata scorgiamo un bastoncino da escursionismo spezzato, che non ha retto agli sforzi di questi sentieri. Ci stupiamo di non vederlo in mano a un cadavere. Più a valle i castagni sono ancora tutti in piedi e ci lasciano perciò immaginare come dovevano essere i dintorni dei paesi una volta, con grandi alberi distanziati e i muri a secco a delimitare la mulattiera e degli appezzamenti; probabilmente era un pascolo arborato, dove le capre coesistevano con gli alberi del pane, o magari una coltura mista con la segale o l'avena nelle zone più pianeggianti.

A casa vado a leggere cosa dice la guida GTA tedesca di questo tratto: «sentiero aperto di recente e ben segnalato, facile escursione sia in quota che in valle». Non mi stupisce che abbiano rapidamente riacquistato la supremazia in Europa dopo ogni sconfitta nelle guerre mondiali.