Un placido e turbinoso senso per la neve

Gennaio 2021


Per usare un eufemismo, non sono un grande estimatore delle escursioni con ciaspole, perché, dopo un’ora che le trascino sotto i piedi, mi verrebbe voglia di lanciarle dalla rupe Tarpea.
Tuttavia, nel cuore della seconda ondata della pandemia:

Dopo aver ponderato e scartato un giro di nebbia in un bosco medievale tra le risaie, spinto dalla disperazione, il venerdì prendo un giorno di ferie e vado a scovare le racchette in uno scaffale della soffitta, rimuovendo gli spessi strati di muffa cresciuti negli ultimi anni. Contavo anche sul sostegno morale di un caro amico, che ha un giorno di riposo dai suoi deliranti turni, incuranti della sacralità dello shabbat e delle feste comandate, ma tira pacco. Visto che il bollettino ARPA preannuncia temperature rigide e valanghe spontanee sopra il limite del bosco, alla fine opto per un giro a bassa quota all’inizio delle valli di Lanzo, da Mezzenile 650 m all’alpe Belvedere 1420 m, dov’ero stato la scorsa primavera, nel periodo della fioritura. La meta è un edificio trasformato in anni recenti in struttura ricettiva, con alcune camere e un’area comune con la cucina. È posta su un pendio estremamente solatio e panoramico sulla bassa valle e la pianura, in un breve vallone che culmina con la Rocca Moross 2134 m e la bucolica alpe del Conte. I proprietari hanno anche provveduto a segnare alcuni sentieri dei dintorni. Mezzenile è invece nota per la trascorsa produzione pre-industriale dei chiodi. Il proprietario delle fonderie dei bassi fuochi che la rifornivano, il conte Luigi Francesetti, percorse a piedi tutte le tre valli di Lanzo, quando ancora non c'erano carrozzabili e le gambe di uomini e some erano l'unica forma di locomozione possibile. In un caso arrivò fino alla cima del Rocciamelone 3538 m, importante meta devozionale. Descrisse questi viaggi a una sua corrispondente, in quella che è oggi considerata un’importante opera del pre alpinismo, le Lettres sur les Vallées de Lanzo (1820-1822).




Capella della Consolata
Capella della Consolata




Parcheggio l’automobile alla periferia di Mezzenile, mentre è raggiunta dal primo sole, intorno alle 9. Faccio un po’ di portage, come dicono gli scialpinisti, per la strada che risale Catelli, perché voglio tenere aperta l’opzione di scendere da una via diversa da quella di salita, da cui avevo raggiunto l’alpe in primavera. Terminata la strada spazzata, indosso finalmente le ciaspole e risalgo a tornanti nel bosco, dove incrocio delle signore a passeggio, alcune con il cane. Mi faccio tentare dal sentiero che taglia i tornanti, ma ci trovo subito in mezzo un albero abbattuto dalla copiosa nevicata dei giorni scorsi, per cui ripiego sulla strada. All’inizio è talmente arata dal passaggio che credo ci sia salita la motoslitta dell’alpe Belvedere, con cui d’inverno accompagnano i clienti. Attraverso fitti boschi, con i rami carichi di neve, che il sole radente fa ogni tanto cadere in una nuvola farinosa e luccicante. Degli ambienti innevati della montagna apprezzo solo questo: i pendii tanto amati dagli scialpinisti mi sembrano un paesaggio informe e i boschi senza neve sui rami tristi. Per questo mi piace camminare solo durante una nevicata o subito dopo. Salgo a tornanti, passando accanto a gruppi di rustiche case in pietra, sommerse dalla neve e dal silenzio. Silenzio che non sento, sommerso come sono dai pensieri di questa esperienza come nuova. Continuo a tralasciare il sentiero, nonostante lo trovi battuto.
Poco sopra quota 1000 raggiungo la bella cappella della Consolata, molto ben tenuta. Si trova sul versante nord ed è perciò quasi completamente in ombra, tranne che per uno sprazzo di luce sul campanile. Qui, sopraffatto da un afflato di ottimismo, seguo la traccia degli sciatori che taglia qualche tornante, seguendo l’invisibile sentiero marcato da tacche biancorosse sugli alberi. Attraverso un boschetto di rade betulle e sottili faggi, sotto una luce radente. Superate alcune baite, sbuco nuovamente sulla strada presso un tornante e riprendo a seguirla. Cammino da un’ora e mezza e l’ancestrale repulsione per le ciaspole comincia a farsi sentire. Tra l’altro mi rendo conto di non averle regolate bene e che pertanto si stanno sfilando dai piedi. Faccio una sosta per fissarle. Poi peraltro la sensazione che si stiano sfilando mi accompagna per tutta la giornata, perché non riesco mai ad appoggiarle di piatto sul fondo.
Faccio, come già da prima della cappella, anche delle pause per fotografare le forme della neve intonsa e i suoi chiaroscuri. Trascorrerei tutto l’inverno a riprendere le ombre di un bosco sulla rugosa superficie innevata, non toccata da uomo. Magari nella mia vita precedente ero un carbonaio, o forse piuttosto un pittore astrattista, perché adoro artisti come Kandisky o Mondrian, che dal rigore geometrico fantastico hanno estratto i propri capolavori. Stranamente invece non apprezzo Pollock, sebbene i suoi quadri si avvicinino di più alle geometrie frattali e caotiche del bosco. Retrospettivamente, mi sembra strano non aver pensato ad andare in montagna solo per questo scopo, vagabondando senza una meta prefissata, guidato dal fiuto come una volpe, anziché per una escursione tradizionale con un percorso strutturato. È passato così tanto tempo dall’ultima volta sulla neve, che ho dimenticato questa mia passione e ho avuto bisogno di trovarmici in mezzo per resuscitarla. È una passione assassina, perché per fotografare un soggetto bisogna entrarci dentro e distruggere tutto il contorno, come dei cacciatori di tesori armati di metal detector, impedendo ai successori di essere catturati dalla visione e scoprire i propri tesori. E pure a sé stessi un’ora più tardi, con altre ombre e altre forme. Fino alla prossima nevicata, quando tutto si rinnova in maniera diversa da prima.
In ambiente più aperto, sono raggiunto e superato da tre signori, proprio mentre scendono due giovani, creando un mini assembramento. La strada raggiunge la dorsale dove spiana e si affaccia a nord. Non riesco a scorgere il santuario dedicato a santa Cristina, su un picco aguzzo proprio qui di fronte, alla mia stessa quota, perché la neve e la luce frontale uniformano i colori delle montagne.
I tre signori si fermano per un conciliabolo e un consulto della carta poco prima dell’alpe, al bivio con il sentiero diretto all’alpe del Conte, che segue la morbida cresta tra il vallone e la val d'Ala. Li aspetta uno sforzo non da poco, perché la pista è tutta da battere e, oltre al dislivello, anche la distanza non è trascurabile. Io invece ho già quasi esaurito le energie solo per arrivare sin qui, perché è da prima dei blocchi natalizi che non faccio una gita e da ottobre che non cammino sei ore. Imbocco la pista in piano, che bordeggia dall’alto un grande prato ripido, solcato da alcune tracce di sci a uovo, e porta agli edifici dell’alpe Belvedere, naturalmente tutta sprangata. Non c’è nessun posto dove accomodarmi, per cui mangio in piedi in uno spiazzetto battuto, sotto dei grandi frassini. Il pranzo è magro, perché l’impossibilità di fare gite mi ha impedito di smaltire i pranzi delle feste ed è ora di cominciare. Il panorama è molto ampio verso la bassa valle, dove si vedono il santuario di sant’Ignazio, un luogo di culto molto importante di queste valli, legato agli sconvolgimenti climatici della Piccola Era Glaciale, e i gradoni imbiancati dell’Amiantifera di Balangero, una grande cava naturalmente oggi fuori servizio. Sullo sfondo, nella foschia, ci sono le colline blu del Monferrato. Per sprofondare un po' meno, non ho portato il pesante binocolo e non posso pertanto analizzare i dettagli del panorama, ma solo godere della vista d'insieme.

Sart (casa della digitale)
Sart (casa della digitale)

Resto un po’ a godere il tiepido sole. Nonostante ci fossero -5° alla partenza e lo zero termico sia a 800 m, sopra la neve al sole la temperatura è gradevole, tanto che due magliette tecniche e un pile sono abbondanti. Per la discesa ho in mente di passare da dove ero salito lo scorso giugno, ma voglio prima accertarmi che la pista sia stata battuta. Ritorno sui miei passi per una decina di minuti, fino a trovare l’imbocco della pista che mi interessa. La sbarra che la chiude emerge a malapena dalla superficie della neve. (Va detto che la strada percorsa in salita non ha nessun cartello di divieto, apparentemente neanche invernale.) Vi trovo delle tracce di sci e scendo perciò con ottimismo. Quando sono calato quanto basta a non aver più voglia di risalire, mi accorgo che le tracce sono dei tre scesi nel prato e risaliti solo per questo tratto, e non da valle come mi ero illuso. Oltre è tutto intonso. Un ciaspolatore gioirebbe, mentre io penso alla fatica e alla scomodità che mi aspetta, perché la neve è farinosa e abbondante, tanto che sprofondo almeno fino al ginocchio. Posso almeno consolarmi di non aver avuto la malaugurata idea di percorrere questa via in salita, perché sarei collassato e mi avrebbero trovato a primavera. Non mi godo questo tratto e non scatto nessuna foto, anche se su qualcuna ci rifletto. Seguo la pista, ricalcando le orme di due animaletti. Il primo è un ungulato dalle zampe sottili, credo un camoscio, perché il cacciatore dell’alpe Restreit, dove mi ero riparato con gli amici durante un acquazzone primaverile, mi aveva detto che sulle pendici di Rocca Moross ce ne sono in abbondanza e adesso saranno scesi. A differenza degli stambecchi, che stanno sempre abbastanza in alto, i camosci scendono anche fino al livello della pianura, se trovano una zona sufficientemente impervia e ignorata dagli uomini. Il secondo potrebbe essere una martora o qualche altro parente mustelide, ma è difficile esprimersi, perché le orme, per la neve soffice, hanno contorni incerti e sono più grandi di quelle di un lupo.
Raggiungo il termine della pista, da cui devo seguire una poco pronunciata dorsale boscosa fino all'edificio di un’alpe, da cui parte una sterrata. Per fortuna ricordo bene il luogo e il percorso, perché altrimenti non saprei dove andare, contando solo sulle rade tacche sugli alberi. Nel bosco di betulle la neve si è accumulata nell'incavo del sentiero e in un paio di punti sprofondo fin oltre la cintola, emergendo non senza sforzo. Grazie al cielo, resto tuttavia in piedi, perché sollevarsi da soli dalla neve farinosa e profonda è più laborioso che partorire il primo figlio, in quanto non ci si può appoggiare con le mani a terra e le ciaspole impacciano non poco. Quando vedo l’edificio, lascio la dorsale, attraverso un prato e, seguendo le tracce di un animale, trovo il passaggio per scendere alla strada, aggirando un salto. Per la verità, avrei potuto accorciare sensibilmente il percorso proseguendo lungo la dorsale, ma lì il passaggio è molto stretto e obbligato per un pendio ripido: se avessi trovato un albero caduto, sarei stato panato e avrei dovuto arrancare penosamente all’indietro. Visto che ero già sufficientemente affaticato anche senza tutto questo fuori pista, decido di risparmiarmi l’avventura. Lungo questo tratto evitato, ad un certo punto si trova una suggestiva edicola votiva in una nicchia di una balma, che magari adesso avrà pure delle fotogeniche stalattiti.
Per la strada è salito un singolo sciatore, che poi è sceso per il bosco più direttamente, come scoprirò più avanti. Ricalco la sua traccia, rovinandogliela, perché mi illudo di sprofondare un po’ meno che prima. Percorro due lunghi rettilinei separati da un tornante, senza poter tagliare dal prato, che è cintato, e raggiungo una bella casetta, dove in primavera vidi una rigogliosa fioritura di digitale, e a cui è salito un secondo sciatore. Vi sarei arrivato dall’alto se fossi rimasto sul sentiero. Sono sempre più determinato a rovinare le loro tracce, perché ora trovo anche quelle della discesa del primo sciatore e sono quindi passati quattro volte, pestandola in maniera sufficiente a farmi percepire concretamente, e non solo con la speranza, il solido della pista battuta. Secondo un cartello, non dovrebbe mancare molto alla cappella del Giardino, dove conto di trovare più passaggio. Infatti qualche tornante più in basso la vedo fare capolino tra gli alberi e in breve ci arrivo.

Cappella del Giardino
Cappella del Giardino

Uja di Calcante
Uja di Calcante
Goletto
Goletto

È ancora baciata dal sole, per cui, fatta una foto di rito senza infonderci creatività, mi accomodo sulle panche del porticato, una struttura comune a molte chiese delle piovose zone prealpine. Ci resto in beata solitudine fino a quando il sole non scompare dietro il muro, per un’oretta, facendo una merenda con tisana e biscotti e soprattutto la vera pausa contemplativa della gita. Dal lato solatio, con tonfi sordi continuano a cadere blocchi di neve dallo spiovente del tetto, così come fruscianti spolverate di neve dai rami del bosco. Non succede nient’altro nel frattempo, ma non mi annoio: non ho bisogno di guardare video di incidenti stradali su youtube, perché il tempo corra via velocemente in questa beatitudine che vorrei fermare e vivere indefinitamente. Per fortuna non c'è Mefistofele appostato dietro l'angolo, che del resto mi avrebbe sottratto l'anima molto tempo addietro, perché momenti come questi sono comuni nelle mie escursioni. Anche se a volte sono uno spirito un po' irrequieto, riesco anche a fermarmi.
Mi rimetto in marcia sulla sterrata di accesso, dove, come auspicavo, trovo due ampie arature e scendo agevolmente. Attraverso una zona ombrosa molto fredda, nel bosco. Incrocio tre adolescenti che stanno salendo a piedi, chi con sci, chi con tavola in mano. Passo alle falde di un roccione, sulla cui sommità l’ultima luce del sole illumina alcuni alberi ancora carichi di neve. Tra le aperture del bosco compare la piramide dell’Uja di Calcante, che mi mostra il suo versante nord, quasi tutto colorato dal blu dell'ombra, se non per piccole pennellate di sole sulla cima e alcune rocche. Raggiungo il cartello di divieto di transito, fin dove è salito il trattore che sgombera la neve. Tolgo le ciaspole e proseguo a piedi, non senza finire rovinosamente ma innocuamente a terra, scivolando distrattamente su un lastrone. Incrocio una signora con una femmina di cane lupo cecoslovacco, che tiene stretta a sé, e una coppia di anziani a passeggio. Cammino una mezz’ora tra casette sparse con i comignoli ricoperti di neve e apparentemente deserte. Arrivo alla piazza del paese, dove il bar è chiuso (peraltro il loro caffè non è indimenticabile), e vado a recuperare la macchina, tra il primo traffico di rientro dei pendolari.
Tanto per cambiare trovo un incidente sulla trafficata tangenziale, sembra però con danni trascurabili. Gli effetti benefici della COVID tuttavia si vedono, perché all’interscambio la coda è minima, nonostante l’ora di punta dei pendolari. Il mattino dopo mi sveglio con vari dolorini da ottuagenario, non solo dove ho picchiato scivolando, ma soprattutto nei muscoli ciaspolatori che avevano ormai meno tono di quelli degli astronauti.

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Sergio Chiappino

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