Diario del Lago Piccolo di Avigliana


18 novembre 2017

Un pomeriggio a due facce


Il caneto

Il pioppo dei cormorani


La Zanzara

Dodo

5 novembre 2017: la prima pioggia del mondo

Sembra la prima pioggia da quando c'è il mondo. Il terreno non la conosce e non sa come accoglierla: indurito e compattato dalla lunga siccità, non la lascia fluire dentro di sé; scorre invece sulla sua pelle e si riversa nei rii ancora limpida. Nelle anse si accumula schiuma bianca, sostanza organica lavata dal terreno. La battigia è indietreggiata oltre ogni ricordo e ha scoperto massi e tronchi neri mai visti. La bruma nasconde le montagne.
A precedermi c'è solo un pescatore; acquattato nella sua tenda, nemmeno fa capolino per scrutarmi. Resto un po' sulla spiaggetta e mi dirigo quindi ai canneti. Svassi isolati si tuffano nel lago, uno stormo di morette vi plana sopra, un airone bianco decolla da un ramo, mentre un secondo vi resta. Tra i cespugli bottiglie vuote di birre scadenti. Mi fermo a lungo, più di quanto sia abituato, aspettando che gli uccelli collaborino alle mie inquadrature. Non ricordo di essere mai stato così paziente.
La pioggia cessa e resta il solo sgocciolio dai rami, sulle vivaci foglie morte, una cromia incongrua in questa mattina gaiamente uggiosa. Il sentiero collinare è un ruscello senza fango, come se l'acqua scorresse tra sterili rocce.
Riprende a piovere poco prima che arrivi al capanno di avvistamento. Alcuni cormorani hanno occupato dei tronchi affioranti e li difendono dai pretendenti. Altri, che non aspirano alla scalata sociale, si posano sul consueto pioppo. Resto un po' a prendere la pioggia, in attesa di qualche planata decisiva.
Imbocco la sterrata sull'istmo tra i due laghi, costeggio la villetta del cane esagitato e sono sul sentiero accanto alla statale. Sono le 10 e il traffico è aumentato, rispetto a due ore fa. In una domenica di pioggia tutti restano a letto fino a tardi, ma non si esimono dal giro in auto. Il bar è chiuso, tanto oggi non sono previsti clienti. Il pescatore riceve la visita di un amico. Gambali e scarponi sono zuppi e puliti, come se avessi camminato sull'asfalto.





La casaforte di Sada



Lo svasso

Il pioppo dei cormorani

29 aprile 2017

Stasera vengo per ripiego: avrei voluto fotografare il Maira nel controluce lunare, ma all'ultimo momento è stato previsto un blando fronte nuvoloso proprio al crepuscolo. Tutto rimandato. Anche qui si prospettano nuvole fastidiose, ma sento proprio il bisogno di una boccata d'aria, dopo un sabato di sole trascorso ingabbiato in città; il lancio della pallina al gatto è stato l'unico svago.
Arrivo dopo il tramonto, sperando che la prevedibile folla di merenderos sia già sciamata. Mi accoglie un odore di acqua stantia, come di un porto-canale, ma senza il salmastro. Il livello è basso e la superficie invasa dai detriti vegetali, come quando non piove da molto. Ad un tavolo di fronte alla Zanzara dei ragazzi stanno ascoltando della musica tump-tump a palla, mentre a riva due pescatori hanno montato le tende e chiacchierano accanto alle canne. Cerco un luogo più appartato e sulla via m'imbatto in due tipi sdraiati tra i canneti che si palpeggiano. Hanno percorso pochi metri da un'area picnic affollata e già credono di essere in un posto solitario in mezzo alla natura. Su un prato evidenti tracce di automobili mi suggeriscono che forse questa stagione non è riservata a persone come me. Sulla riva cerco invano l'ispirazione, fino a quando decido che non vale la pena; opto per fare il periplo del lago al crepuscolo, senza pensare alle foto.

Mi infilo perciò nel bosco, ma senza tenere fede al mio proposito, perché butto l'occhio sugli accessi al lago, per vedere se posso rimediare qualche scatto. Tuttavia lo faccio senza convinzione né concentrazione, tanto che non riesco nemmeno a individuare gli angoli dove vado più spesso a fotografare su questo lato. Mi secca quando non so staccare e godermi la passeggiata.
Il terreno è duro e c'è poco fango. Per ripristinare il bilancio idrico, servirebbe una pioggia convinta di tre-quattro giorni, di quelle per cui la gente si lamenta come se piovesse da un mese, anche se non lo fa da sei. Quando smetto di riflettere, sento il canto degli uccelli. Ne percepisco solo l'armonia caotica, mentre questi suoni sono un messaggio per i propri simili che non so decodificare: quanto è superficiale il mio apprezzamento della natura! Chissà come i piccioni percepiscono il vociare di piazza San Marco o i corvi il rombo delle auto, che procurano loro lepri e ricci spiaccicati.
Mi piace il colore acquamarina dei boschi al crepuscolo, come la luce diffusa e tridimensionale che arriva dalle radure. Estraggo la fotocamera, ma dopo un po' di esplorazione dal mirino mi convinco a lasciar perdere. Meccanicamente, anche al punto di osservazione ripeto il gesto, senza sapere il perché. Con più determinazione, in una radura cespugliosa lungo la 589 medito un po' se scattare una foto, ma il cielo piatto mi fa desistere. Le nuvole infatti, che al mio arrivo erano a pecorelle, hanno coperto tutto il cielo. Formano uno strato uniforme, senza chiaroscuri, che annienterebbe ogni foto. Anche la collina boscosa è di un verde piatto, perché la fioritura è ormai finita.

È passata quasi un'ora da quando il sole si è spento dietro le nuvole, al mio ritorno alla spiaggetta. Manca poco prima che il blu del crepuscolo ceda il passo all'arancio del giorno artificiale. Analizzo nel mirino i soliti soggetti, ma il cielo non è cambiato. Non resta che aspettare che tornino l'autunno e la sua bruma. Speriamo che lunedì sera il Maira mi sia più propizio.

5 aprile 2017

Ecco il sereno
Rompe là da ponente, alla montagna;
Sgombrasi la campagna,
Giacomo Leopardi

La pioggia cessa mentre esco dal lavoro. Negli ultimi passi prima di casa le nubi a grumi mi suggeriscono che in serata dovrebbe schiarire, o almeno me ne suscitano la speranza. Mi accodo perciò agli ingorghi del rientro, diretto al lago. Sabbia umida, fango, germani acquattati, fioriture collinari, aria calma e tersa mi attendono, mentre già il sole squarcia le nubi. E non me ne voglia Leopardi se già mi piaceva la tempesta del fronte freddo, che ha preceduto questi momenti.
Coppie di innamorati e un pescatore affluiscono alla spiaggetta e ai suoi dintorni. Le nubi si dissolvono anche troppo in fretta per i miei desideri, ma la sera è così limpida e il lago così quieto, che non ci bado più di tanto. Al crepuscolo l'umidità penetrante genera una rarefatta nebbiolina, che mi trattiene oltre il prevedibile. Ormai calpesto la mia ombra lunare, quando come al solito me ne vado per ultimo.







31 marzo 2017

Vengo per sfruttare il Wi-Fi della fotocamera in maniera creativa. L'intenzione è di controllarla da lontano, per poter fotografare con il normale gli uccelli acquatici, senza infastidirli con la mia presenza. Non mi piacciono i ritratti di animali fatti con il tele, per cui cerco di ambientare le inquadrature con una focale più corta. Purtroppo però le cose non vanno come speravo. Il posto tranquillo che scelgo è molto fotogenico, ma poco frequentato dagli uccelli, che passano lontano. Inoltre il segnale della fotocamera svanisce così celermente, che basta avere in mezzo due alberi con poche foglie, per farmi perdere il contatto. Morale: devo stare nei pressi e pertanto l'unica volta in cui passano due germani sono infastiditi dalla mia presenza e si allontanano. Fiasco totale.


Mi dedico allora ai riflessi. Certe foto vengono primaverili mentre altre cupe. Non è il mio stato d'animo a plasmarle. Quando fotografo da solo, sono in pace e mi lascio catturare dal fascino solare come da quello tenebroso senza eseere spinto dall'umore a preferirne uno. Da qualche parte ho letto che algoritmi possono diagnosticare la depressione, analizzando le foto pubblicate sul profilo social di una persona. Per me non è così: non potrei mai fare una serie con The Solitude of Ravens di Masahisa Fukase, mentre sono in preda alla disperazione per un lutto. Non fotograferei e basta, mentre posso scattare immagini cupe e apriche in sequenza, mentre sto bene con me stesso. D'altronde, nulla mi dà benessere come fotografare gli scuri paesaggi delle notti di luna.


Primavera

L'ombra

Torno allla spiaggetta, che al calar del sole si è svuotata dalla folla di un tiepido pomeriggio primaverile. Al mio arrivo ho dovuto percorrere il piazzale fino in fondo per trovare parcheggio, mentre al rientro la mia auto avrà solo la compagnia di una Panda, dentro cui confabulano due persone. L'ultima luce del giorno tinge di viola gli spazi tra le nubi, che si vanno addensando sulle montagne e annunciano il secondo fronte freddo primaverile.


25 febbraio 2017

«Arrivati in cima al mare, dove il mondo diventa piccino, la mela lasciò il suo vecchio vestito e prese l'abito da sposa più rosso. Più rosso!»
Area, La mela di Odessa

All'ultimo momento decido di svuotare la borsa e di portare solo l'unico obiettivo che avevo lasciato fuori: il telobiettivo più estremo che possiedo, un fisso puramente meccanico coevo dei Led Zeppelin. I preparativi per ogni scatto sono macchinosi, perché devo anche montare il collare dell'adattatore, indispensabile per un buon bilanciamento sul cavalletto. Tuttavia la visione, offerta solamente da una prospettiva così ristretta, consente di cogliere sfumature del paesaggio che a un passante occasionale sfuggono. Cerco anfratti lasciati liberi dai merenderos di un sabato pomeriggio, che già regala i primi tepori di una prossima primavera, ma anche dai germani e dalle folaghe, per non disturbarli. Monto l'ambaradan ed esploro i dintorni dalla visione privilegiata e assorta del mirino.



Mi fermo al punto d'osservazione, affacciato sul pioppo usato come posatoio dai cormorani, che svernano al lago. Tuttavia non ho la pazienza di aspettare che qualcosa movimenti la scena statica di loro beati a godersi il sole del tramonto. Aspetto volentieri anche un'ora o più la luce ideale, ma non potrei mai acquattarmi come un fotografo naturalistico.


Il pioppo dei cormorani

Neanche mi accorgo del fitto traffico che corre alle mie spalle, mentre nell'ultimo sole esploro il lago dal sentiero al margine della statale, protetto solo da una siepe. A momenti non vedo neppure le persone che aggirano il cavalletto mezzo nella traccia.



7 gennaio 2017

Conto che in questa gelida mattina il lago ghiacci. Arrivo non appena schiarisce un po', per poter esplorare con calma le sponde. Disturbo degli aironi bianchi e cinerini, mentre i germani e le folaghe si mostrano indifferenti alla mia presenza. Alla spiaggetta non c'è traccia di ghiaccio; ce n'è tra i canneti, dove il fondo digrada più dolcemente, ma non c'è galaverna su tronchi e pietre a riva: la notte è stata troppo secca. Guardando nel mirino, mi accorgo subito che in una foto che include le montagne non si noterebbe nulla. Dopo qualche tentennamento, quando manca ormai poco all'aurora, mi dirigo lungo la strada; mi accorgo però presto che sui cespugli non c'è la brina che adornava i prati a monte dei canneti. Le cime dell'Orsiera sono già rosate e dall'incavo di Trana s'intuisce che il sole sta per arrivare anche al lago. Mi viene in mente il pioppo bianco dei cormorani, che potrebbe rilucere. Scendo allora lungo la traccia infrascata che porta all'emissario. Quando sistemo il cavalletto, il sole l'ha già quasi raggiunto. Scoperto qual è il set ideale di lente e filtri, la fotocamera al solito litiga con lo scatto remoto, per cui per la posa B devo ripiegare sul controllo via telefono, che vuol dire senza guanti. Mi viene in mente che, in un impeto di masochismo, ieri sera misi un termometro nello zaino; lo estraggo e lo lascio un po' all'aria: segna -8°C. In ogni caso, la foto riesce prima che abbia perso del tutto l'uso delle mani (non che i piedi stiano meglio). Il tè caldo del thermos è più o meno inutile.


Il pioppo dei cormorani

riparto e il movimento mi fa guadagnare qualche grado. Tra tentativi abortiti e ripensamenti, riesco a fotografare qualche moretta che riposa a centro lago. La temperatura è salita a -5°C e sono le nove passate, ma la luce è ancora calda.


Morette

Trovo una sponda con del ghiaccio fotogenico, raggiunta dalla luce che filtra dal bosco. Mi fermo e aspetto che illumini una pietra che emerge sulla superficie. Sono quasi le 10 e siamo ormai a -3°C.



Sulla sponda meridionale due persone stanno armeggiando con una rete. I prati sono raggiunti dal sole; non mi sembra vero che il sole di gennaio possa essere così tiepido, dopo che sono rimasto sempre in ombra. Mi fermo e me lo gusto. Alla spiaggetta scatto una foto già fatta con luce migliore, ma la visuale è così bella che non resisto. Alla fine dell'uscita mi accorgo di aver usato le lenti che ero incerto se portare, mentre ho lasciato in borsa quelle su cui contavo di più.

Santo Stefano 2016: quei due alberi

Eppure qui ci sono stato tante volte. Come posso essere ancora convinto che il canneto sulla riva opposta sarà traslucido al tramonto? È troppo schiacciato contro il bosco, perché il sole radente arrivi a illuminarlo da dietro. E come ho fatto a non notare mai quei due alberi riflessi sulle onde?



Me lo ripeterò più e più volte, in questa sera precoce, non appena si sarà eclissata la famiglia molesta, venuta a fare caciara nell'attesa del cinepanettone, e sarò rimasto da solo a contemplare la luce sempre più fioca.



L'umidità trapassa poco alla volta gli strati che mi proteggono. Le mani sono quasi intirizzite e inutilizzabili quando mi allontano, senza disturbare due adolescenti che, nel buio del parcheggio ma nella protezione dell'abitacolo, conversano guardandosi negli occhi.

Vigilia di Natale 2016

Due passi fino ai canneti oltre l'immissario mi convincono subito che non è questo il luogo giusto. Per sfruttare le velature previste al tramonto, devo salire al poggio panoramico sopra il lago, lungo quel traverso su cui non ho mai incrociato nessuno. Gli escursionisti raramente percorrono i traversi, perché preferiscono invece il sentiero più breve e diretto per la cima. Dal poggio si domina la conca ai piedi della Val Sangone.
Dato che è presto, allungo passando dal col Buchet, dove transitano ciclisti e un papà con il figlioletto. Penso anche di fermarmi qui, ma poi ritorno sulle mie decisioni iniziali. Fa molto caldo per la stagione: solo dopo che il sole sarà calato dietro al Monte Cristetto, sentirò il bisogno del cappello e di un pile in più; per le mani basteranno le tasche. Non resta che una paziente e asciutta attesa della luce. Sarà ripagata con una foto imprevista.


Col Buchet

Torbiera di Trana

8-9 ottobre 2016

Nella stagione della luce che muore, in una sera senza preventivo finisco alla spiaggetta. La luna splendeva sopra casa mia, mentre ai piedi delle Alpi nubi spesse e uniformi oscurano il cielo: non lasceranno intravedere che un paio di stelle, per pochi istanti. Tuttavia il chiarore della pianura urbanizzata, riflesso dai cumuli, permette lo stesso di girare senza pila. Il traffico del sabato sera è frenentico e incessante: impossibile scattare dal lato della strada, perché solo spizzichi di secondi sono liberi dalle luci dei fari. Passano auto persino sulla pista sterrata, che finisce ad una manciata di case. Però quaggiù non scende nessuno. Il bagliore di villette dietro la collina mi sembra l'unico soggetto fotografabile: la luce notturna mi attrae anche quando è giorno artificiale. Le riservo un paio di pose B, sperimentando i primi piani per trovare il migliore: la lunga siccità ha fatto arretrare la battigia e ha scoperto sassi e tronchi normalmente sommersi. Le due ore di vana attesa delle stelle trascorrono così in sordina. Solo verso la fine la falce di luna che tramonta filtra arancione tra le nubi, ma per non più di mezzo minuto e senza proiettare ombre.


Anche nella tarda mattinata la spiaggeta è popolata solo da germani e folaghe, complici la giornata bigia e la chiusura della Zanzara. Quattro ciclisti in astinenza da caffeina lo scoprono con rammarico. Un fotografo con cannone e testa a bilanciere se ne sta acquattato in una baia riparata. Avanzo sul terreno duro e secco, tappezzato delle ghiande delle farnie, esplorando tutti gli accessi al lago. Sono un po' diversi dal solito per il livello basso delle acque. La brezza da est increspa la superficie e mantiene bassa la temperatura. Dopo una manciata di foto mi dedico alla passeggiata; disegno un lungo giro tra i sentieri noti dei boschi della collina. Penso a Primo Levi, che al dinamitificio qui vicino lavorò tanti anni come chimico. Amava camminare in montagna e chissà se avrà calpestato i miei stessi sentieri. La mia meta sono i prati di borgata Battagliotti e il loro masso erratico. Tuttavia riservo loro solo uno sguardo fugace, tanto per avere un ricordo evanescente del passaggio, da fondere con quelli passati. Solo un cane rumoroso mi osserva passare tra le rurali Case Cordero. Mentre torno all'auto, gente affluisce alla spicciolata alla spiagetta. Bastano due foto e quattro passi per sentirsi bene.



19 aprile 2016

Tersa giornata di primavera, mezza libera. Verso le 14 il parcheggio è pieno: una folla rumorosa sta ancora banchettando sui tavoli della spiaggetta e un bus ha scaricato ragazzi sui prati intorno. Basta però fare pochi passi e non s'incontra che una signora a spasso col cane: dei merenderos non resta che un sommesso brusio, che un passo alla volta impercettibilmente scompare. In un angolo riparato tre folaghe si impettiscono, si fanno minacciose arcuando le ali e si corrono incontro per confrontare la propria prestanza, indifferenti allo spettatore a riva. Dal terreno sale un aspro odore di aglio. Non tutti gli alberi hanno le foglie, ma il verde tenero copre lo stesso il cielo e invita a una passeggiata a ritmo contemplativo. Percorro il sentiero costiero, quindi risalgo il percorso collinare deviando per i prati di borgata Battagliotti. I noci del filare a bordo sentiero sono fioriti e inverditi, i ciliegi hanno ancora un po' di bianco. Tento di costruire immagini bidimensionali dai brandelli di natura che più mi attraggono: onde, foglie novelle o chiari ruscelli. Le foto riescono invece quando è la scena intera che si ordina al mio cospetto come un'epifania e io non devo fare altro che ritrovarla nel mirino.


Bosco di pianura

Un forte desiderio del primo gelato della stagione conclude le due ore di meditazione deambulatoria.

7 febbraio 2016

Dopo mesi di siccità, finalmente alle 5 mi sveglio al suono del ticchettio della pioggia sulla grondaia. Ripiombo nel sonno fino alle 9. Al pomeriggio vado a fare il giro del lago. A Trana alcuni bambini in maschera sono l'unica incarnazione delle sfilate di Carnevale, con tutta probabilità rimandate alla prima domenica di Quaresima.
Al parcheggio la pioggia è già cessata. Mi incammino lungo il sentiero sul bordo della 589 e i miei piedi sentono subito che il terreno è rimasto duro, non solo dove è calpestato, ma anche sul prato. L'acqua è si è insinuata a malapena nella massa compatta. L'atmosfera è pienamente invernale, con la neve sul Ciabergia e i dossi della montagna seminascosti dalle nubi: nei giorni di sole non è mai davvero inverno, per quanto faccia freddo. Per una delle tracce che vanno alla riva, scendo sulla sponda. I germani, che nuotano un poco più in là, si inquietano e a gruppi si involano protestando con starnazzi. Calo poi anche verso l'imbocco dell'emissario, senza arrivarvi.
Mi fermo un quarto d'ora al punto di osservazione. Le folaghe nuotano avanti e indietro e ogni tanto si immergono. I cormorani, invece, se ne stanno indolenti e silenziosi, appollaiati sul pioppo bianco che hanno scelto come casa. In tutto il tempo, ne vedo solo un paio arrivare dal lago e unirsi agli altri, annunciando l'atterraggio con un breve verso acuto e stridulo. Uno se ne sta quasi immobile in cima a un tronco che sbuca dall'acqua. Non so quanto questa pioggia sia apprezzata da loro, che dipendono da un lago che non ha patito la siccità.

Odo picchettare sul tetto del riparo: sta riprendendo a piovere. Aspetto che l'intensità aumenti quanto basta a percepirla sul corpo e riprendo la marcia. Oggi ho preferito il cappello al cappuccio della giacca: ripara di meno ma isola anche meno dal mondo. Col cappuccio in testa si crea un microcosmo ovattato che mi fa rinchiudere nei miei pensieri, esperienza a volte è piacevole, mentre oggi voglio assaporare il ritorno dell'acqua.
Il cielo ha il blu stinto delle nuvole, il verde dei prati è un po' sommesso, i tronchi bagnati sono scuri. Il colore più acceso è quello delle foglie morte, che ancora non sono potute decomporsi per rientrare nella catena alimentare e sono di un arancione vivo come a novembre. Non si sente infatti il caratteristico odore della marcescenza. Da lontano sento scorrere l'acqua nel torrente che sto per attraversare. Nonostante la pioggia, ce n'è davvero poca ed è limpida, perché il terreno duro non si lascia dilavare. Meno male che ha piovuto poco, perché non sarebbe stato in grado di fare da spugna alla massa d'acqua di un nubifragio; speriamo che ora ci siano altre piogge simili e un po' per volta riescano a penetrarlo e ad ammorbidirlo. C'è fango, e poco, solo nei posti in cui è quasi perenne: persino la terra del bosco sembra impenetrabile. Speravo di provare il piacere dimenticato di cercare l'incerto equilibrio sul fango scivoloso, ma l'esperienza va rimandata.
Prendo a costeggiare il lago. Quando mi fermo a contemplare gli anelli di onde formati dalle gocce che cadono, con la coda dell'occhio scorgo uno svasso che si tuffa. Emerge poco lontano e avanza dondolando il collo flessuoso. Mi accorgo che l'ontano tra me e la riva è già fiorito. Il rio Giacomino lo sento solo quando ci mi calo nel suo fosso e lo varco sullo scivoloso ponte di legno. Sollevo la testa per cercare un uccello che volando fa dei versi e sento le gocce di pioggia sul naso.
Sono già alle spiagge del lato sud. Mi infilo nel fitto bosco per raggiungerle e percorrerle camminando sulla linea della battigia. Riconosco i soggetti fotografati con mille luci. Oggi no, però, perché la fidanzata è in rianimazione: al termine di una gita ha smesso di accendersi e ho dovuto portarla al pronto soccorso. Anni fa, dopo una sera nell'umidità salmastra di Punta Chiappa, era morta, ma il terzo giorno era risuscitata: chissà come, avevo scoperto un rito magico che le ridonava vita quando rifiutava di accendersi. L'ho officiato varie volte, quando l'ho fatta inzuppare sotto le nevicate o le piogge. Tuttavia in un tramonto freddo e secco di gennaio non ne ha più voluto sapere.

Da lontano avevo visto gli ombrelloni tra le panche e avevo sperato che la Zanzara avesse aperto, dopo la pausa invernale, ma i ragazzi sono venuti solo a dare il bianco. D'altronde sarei stato l'unico cliente: forse per la prima volta non ho visto nessuno lungo tutto il giro. Anche nelle uscite notturne qualche pescatore l'avevo sempre incontrato. Resto a rimirare gli uccelli che si godono la spiaggetta tutta per loro: le folaghe razzolano tra la ghiaia alla ricerca di insetti, mentre l'oca del Canadà vista a Capodanno se ne sta discosta dalla riva a mangiare erba. Senza disturbarli rimango un po' fermo sotto la pioggia a osservarli. Infine vado a cambiarmi le scarpe inzaccherate e salgo in auto.

1 gennaio 2016

Da tempo ho in mente di raggiungere il Lago Piccolo a piedi, dai sentieri della collina morenica di Rivoli. Se fossi un purista, partirei a piedi da casa, ma non ho voglia di sorbirmi i sette-otto chilometri di asfalto, lungo la pista ciclabile del Sangone. Prendo perciò il bus che mi porta a Rivalta, dove cominciano i sentieri. Qualche fermata dopo la mia, sale una vecchia conoscenza che non vedo da tempo: una signora nata in un alpeggio delle valli valdesi, perché i suoi genitori erano pastori e praticavano la transumanza. Mi chiede se nel frattempo ho trovato lavoro e si rallegra della risposta positiva. «A me invece non lo danno più. Mi son baluba».
Il bus mi scarica in mezzo alle villette delle zone residenziali per benestanti. A memoria imbocco la via pressoché deserta che porta all'attacco del sentiero. L'unico incontro è con una persona che porta a spasso il cane, un'incombenza che come la mungitura delle vacche non conosce né Natale né Pasqua. D'altronde la carenza di pedoni non è dovuta solo alla mattina di Capodanno: qui gente a piedi non è che ne abbia mai vista tanta, perché chi abita in questi romitori di lusso prende l'auto anche per andare a comprare il giornale. In questa distesa di case come in fotocopia, senza punti di riferimento come negozi o luoghi pubblici, provo la sensazione di essermi perso, anche se sono sicuro che la strada giusta sia questa. Sono passato tante volte di qui, ma sempre in auto o bici, mentre oggi l'andare a piedi sembra dilatare gli spazi oltre misura. La sensazione di straniamento aumenta quando, dopo aver sempre proceduto diritto, mi trovo all'incrocio con la via che dà il nome alla fermata a cui sono sceso. Sto iniziando a meditare di consultare il GPS del cellulare, quando trovo la familiare via che porta in campagna.


San Sebastiano

Via San Sebastiano

Cascina Rifoglietto


Strada Comunale Antica di Bruino

La cappella di san Sebastiano fu posta, come spesso capita, all'incrocio tra due strade: la prima segue il margine della collina, la seconda la risale. Per ora la crescita suburbana sembra essersi arrestata ed essa volge ancora l'abside ai prati. Seguo la via bassa, una pista antica, che in certi punti conserva ancora la lastricatura in sassi di fiume levigati dalla corrente. Il tracciato costeggia cascina Roncaglia e poi prosegue come sentiero nel bosco. L'ambiente è quello della foresta di pianura, con querce, i carpini dalla corteccia liscia e nera e le moderne robinie; il sottobosco è un intrico impenetrabile di cespugli e rovi. Gli alberi sono di dimensioni medie o piccole. Accanto al sentiero corre un canale d'irrigazione per i campi sottostanti. Tra le fronde di una quercia vedo muoversi qualcosa e scrutando noto che è uno scoiattolo rosso. L'invasione di quelli grigi ha preso il via a pochi chilometri da qui, da una coppia regalata a una famiglia, per il giardino della loro villa. Fa piacere constatare che qualche esemplare autoctono ancora resiste, non solo in montagna, dove per ora gli invasori non sono arrivati. Incrocio quindi una signora in tuta, che si sta godendo una passeggiata solitaria come la mia.
Confluisco in una strada sterrata, chiamata Strada Comunale Antica di Bruino. Su questa collina ne conosco diverse che portano nomi del genere (un'altra la incrocerò a breve). Le strade per le automobili costruite successivamente hanno seguito percorsi diversi, più rettilinei e in zone più pianeggianti. Questa puntava ad un guado oggi scomparso, mentre la strada recente varca il Sangone su un ponte in cemento, in una zona in cui non è guadabile per via delle sponde alte. Questo vecchio tracciato è rimasto così com'era, per chi ha voglia di girare a piedi, a cavallo o in bici. Corre tra la collina e un bosco ai margini del torrente Sangone, dove c'è una zona di protezione, perché ci sono i pozzi dell'acquedotto di Torino. La situazione non è così preservata dappertutto: poco a valle, accanto al torrente alcuni anni or sono è stata trovata una discarica abusiva di rifiuti tossici, sotto un parco dove la gente andava a fare le grigliate. Oggi la zona è cintata, in attesa di una bonifica. A mezza strada c'è poi un'industria premiata da Federchimica per il rispetto ambientale, che è stata chiusa a causa degli scarichi che riversava nel corso d'acqua.
Un secondo scoiattolo, che intravedo ai margini di un canale, quasi non mi fa notare che supero l'imbocco dell'antica strada che univa Bruino con Villarbasse, che allora ne era una frazione. La strada è scomparsa verso Bruino, per via della zona riservata all'acquedotto, come anche il guado sul Sangone. È invece ancora percorribile verso Villarbasse. Univa i centri dei paesi per la via più breve, mentre il percorso moderno fa un giro più lungo, passando dove è stato possibile tracciare una carreggiata più ampia. Nel tranquillo paese di Villarbasse fu commesso l'ultimo delitto punito in Italia con la pena capitale (si trattò di un'orrenda strage durante una rapina, poco dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale). L'esecuzione avvenne pochi giorni prima che la Costituente votasse l'articolo che la abrogava dal codice penale.


Tra Sangano e Reano

Muro a secco

Reano

Moncuni

Proprio su quella strada termina la mia. La attraverso e noto che c'è più gente in giro: alle otto e mezza la trafficatissima provinciale che taglia il mio quartiere era deserta, mentre adesso passano alcune auto su questa strada secondaria. Risalgo un pendio per una traccia, a tratti molto erosa dalle moto, per finire su un altro antico percorso diretto a Reano. La stretta stradina è bordata da file di pietre e muri a secco ricoperti di muschio, dove crescono le felci. Procede quasi in piano fino a sfociare fuori dal bosco ai margini del paese. Sotto gli alberi qualcuno ha ricavato una tettoia con tavoli e panche. È giunto il momento di mettere alla prova la carta Fraternali, perché da qui al Moncuni il percorso è nuovo per me: noto con piacere che è precisa. Attraverso un vigneto e arrivo a un tabernacolo posto su un quadrivio, dove seguo la strada in discesa. Sembrerebbe possibile arrivare al sentiero per il Moncuni anche percorrendo quello che scende fino a Trana, dove ci dovrebbe essere una stradina che vi risale. Lungo la via vedo alcuni cippi di confine con una T e una R incise sui due lati: Trana e Reano. Ce ne sono di analoghi nella parte alta della collina, tra Villarbasse e Rosta, con una B e una R (Bruino e Rosta o Rivoli). Finisco tra alcune case dove si apre la vista su Reano, con il suo castello che nella caligine odierna è di un rosa molto pallido. Scendo alla provinciale, che percorro in discesa. Tra la vegetazione sento dei fruscii e scorgo l'inconfondibile sedere bianco di un capriolo, che fugge al mio passaggio. Anche qui la Fraternali si rivela provvidenziale, perché mi segnala con grande precisione l'attacco del sentiero per il Moncuni, pur in assenza di cartelli.
Il sentiero è segnalato approssimativamente da scolorite tacche gialle, ma non c'è il rischio di perderlo, perché i motociclisti l'hanno eroso fino a renderlo profondo anche trenta centimetri, in certi tratti. In altri la terra è completamente scomparsa e ha lasciato affiorare le rocce sottostanti. Per fortuna a quest'ora stanno ancora smaltendo la sbornia della notte precedente e non sono in giro. Mi domando che senso abbia girare in moto per questi sentieri, visto che con questo mezzo non ci si rende minimamente conto di ciò che ci circonda, ma si mette solo alla prova la propria abilità nel superare le difficoltà tecniche. La natura è usata solo come palcoscenico per esibirsi, senza apprezzarla e senza capirla. Avrebbe più senso girare su una pista artificiale.
L'ambiente si fa più arido, con querce rade su un terreno quasi spoglio. La terra è molto dura per la prolungata siccità. Per la prima volta da stamattina la salita ripida mi fa sentire caldo e mi spinge a togliere lo strato esterno. Non che prima facesse tutto questo freddo, anzi (la notte non era neppure gelato), ma l'umidità e l'assenza di sole invitavano a stare coperti. Tra le panche sotto alla cima trovo un po' di gente, tra ciclisti ed escursionisti. «Buon anno!» «Odio la feste perché persone che di solito neanche si salutano si scambiano salamelecchi». Un signore sta preparando il parapendio per il decollo. «Di solito partiamo da Valgioie, ma oggi c'è nebbia». Impiego un attimo a orientarmi, perché non sono mai salito da questo versante e poi mi dirigo verso la cima panoramica: si vedono a malapena la conca sotto Trana e il Lago Piccolo, mentre davanti a tutto il resto c'è un muro grigiastro. Su una delle panche mi fermo a pranzare.


Case Olivero

Oca del Canadà

Lago Piccolo di Avigliana

Scendo al col Buchet e imbocco il sentiero verso il Lago Piccolo, che nel primo tratto è scivoloso perché ricoperto di pietrisco. Sarebbe molto interessante anche scendere direttamente verso Borgo San Pietro per la Via dei Pellegrini, perché si attraversa un condensato di cultura locale: un pianoro dove si dice si radunassero le masche, un masso erratico in parte sfruttato dai picapera e un altro che prende il nome dai lupi che vivevano in zona. I massi erratici in particolare, depositati dal ghiacciaio che ha scavato la bassa valle di Susa, sono una peculiarità di questa collina morenica e hanno sempre alimentato la fantasia delle persone, che non riuscivano a spiegarsi come fossero arrivati lì. Questo velo di mistero non ha loro impedito di sfruttarli prosaicamente come comode cave di pietre da costruzione. Lungo il percorso ne ho visti diversi, ma i più imponenti sono tra Villarbasse e Rosta. Prendendo verso il lago, rientro in ambiente boschivo e supero un paio di bivi, dove hanno messo dei cartelli solo in dialetto, perché evidentemente pensano che ai forestieri questa zona non interessa. Sbuco a Case Olivero, dove ci sono case contadine e un complesso cintato e sorvegliato da videocamere. Pochi passi e sono nel parcheggio del lago. Sulla spiaggetta non c'è quasi nessuno, anche perché è ora di pranzo (la Zanzara è chiusa per ferie). Tra la riva e i primi metri d'acqua è pieno di pezzi di pane, che un'oca del Canadà sta avidamente ingurgitando, mentre folaghe e germani sembrano disinteressati.
Mi fermo sulle panchine e, letta la cartina, decido di fare il giro del lago e riallacciarmi al sentiero nei pressi dell'imbocco della galleria della statale. Vado ad una spiaggia dove mi scopro attratto da un soggetto che, visto nel mirino, si rivela già fotografato in passato. Con la bruma però è una foto diversa. Percorro distrattamente il resto del giro, fino al punto di avvistamento. Qui mi fermo a guardare l'albero dove stanno appollaiati alcuni cormorani, che lo usano come base quando svernano su queste sponde.


Avigliana. Piazza Conte Rosso

Da qui comincia la parte meno interessante del giro, perché si svolge prevalentemente su strade tra le ville fortificate con telecamere e cani oltre i 110 decibel. L'unico momento da ricordare è l'avvistamento di un airone cinerino su un albero. Ad una curva lascio la via perché sono attratto da una stradina sterrata in discesa, che mi porta su corso Laghi. La deviazione casuale si rivela ispirata: passo infatti accanto a una cremeria aperta, dove non resisto alla tentazione e mi faccio servire una cioccolata con panna, un po' dolce ma buona. Ad un tavolino sono seduti dei ciclisti di ambo i sessi che parlano di cyclette, che però ora si chiama spinning, da pronunciare all'italiana, con la gh finale. Prima di salire sul treno, faccio due passi per il borgo medievale e salgo fino alle rovine del castello, tra gruppi di ragazzi e famiglie con i bimbi piccoli. Le viuzze, come ho già notato altre volte, sono molto trafficate di automobili, che si spingono fino ai recessi più reconditi. La piazza principale del borgo è un grande parcheggio.
Un giro senz'altro da riprovare in una giornata meno bigia, magari proseguendo fino alla Sacra, quando le ore di luce lo consentiranno.

π day 2015

Oggi è un giorno di bruma, che precede l'ultima perturbazione invernale. Secondo le previsioni, arriverà domani e porterà copiose piogge in pianura e neve in montagna, con rischio valanghe in salita a 4.



Attorno a casa mia sono fiorite le primule.
Sperando che lo siano anche al lago, nel primo pomeriggio vado a fare una passeggiata lungo il sentiero collinare. Un po' di gente popola la Zanzara e la spiaggetta, insieme ai germani che salgono a riva per mangiare il pane. Poco distante regnano invece il silenzio e la solitudine. Di primule ce ne sono parecchie.


Primule

Primule

Primule

Prima però esploro un po' la riva e le forme create dall'acqua increspata. Uno spunto interessante.



Cannucce di palude

Al rientro, nel tardo pomeriggio, qualche persona passeggia per le rive o lungo il giro del lago. Due cani, che vorrebbero dare l'assalto ai germani che nuotano vicino alla riva, sono tenuti a stento dai padroni. Un gruppo di mezza età, dall'aria vagamente cittadina e alternativa, se ne sta in piedi a bere birra attorno tavoli esterni. Sorseggio un tè accompagnato da una torta alla panna, mentre il proprietario già comincia riporre i tavoli esterni.

27 febbraio 2015

Al lago ho provato a venire diverse volte di notte, ma alla fine gli scatti buoni sono sempre stati quelli crepuscolari, con luce mista lunare. In piena notte non mi era mai riuscito nulla di buono. Ora ho deciso di provare con la luna e le nuvole, dopo che a ottobre ho ottenuto dei buoni risultati in una notte del genere. Scelgo una sera con il quarto. L'umidità non manca mai, ma non fa troppo freddo. Non ci sono i pescatori notturni: sono solo, anche se il venerdì sera la strada è abbastanza trafficata. Tuttavia i versi degli uccelli notturni sovrastano il rumore delle auto.
Vado alla spiaggetta e alla casetta solitaria sulla riva, lungo la passeggiata accanto alla strada, che non mi aspettavo di trovare abitata; il cane ogni tanto mi scorge e abbaia brevemente.
Da principio la sera è velata, mentre più tardi il cielo si copre di nubi più spesse. Mi accorgo che avrei bisogno di esposizioni più lunghe dei quattro minuti concessi dalla mia fotocamera, ma qualche risultato buono lo ottengo lo stesso. Le nuvole che brillano sopra la terra buia mi piacciono sempre di più.


Lago piccolo Bei Mondschein

Quarto di luna

Prima che le mani si intirizziscano per la fredda umidità, due porcherie in birreria concludono degnamente il venerdì sera, quando ormai è già sabato.

9 aprile 2014

Sperando che gli alberi siano fioriti, arrivo alla spiaggetta una sera di luna gibbosa per cogliere il momento in cui si intersecano la sua luce, con gli ultimi bagliori del crepuscolo e le luci artificiali.
Solo un pescatore notturno, che ogni tanto rimbrotta il figlio, mi tiene compagnia lontana.


Poi la luna dona a 'La Zanzara' l'atmosfera delle Summer Nights di Robert Adams. Quanto sono belli gli edifici illuminati dalla sola luna! Peccato che dalle mie parti sia quasi impossibile trovarne, perché le luci elettriche sono pervasive. Mi piacerebbe tanto che i ruderi del borgo medievale di notte fossero bui per poterli fotografare. Come vorrei avere qui i muri diroccati della abbazie inglesi da fotografare in queste notti terse!
Alcune coppie di innamorati vengono a godersi la luce, anche se magari nemmeno sanno chi è Adams. Chissà se la mia figura buia che, dopo aver armeggiato sulla riva, si allontana frettolosa li meraviglia, li incuriosisce o li turba. Che diavolo va uno a fotografare di notte, quando non si vede niente?

26 gennaio 2014

Ho trovato il posto da cui fotografare le cannucce di palude (l'erba acquatica con i pennacchi), quando il sole le attraversa e le rende traslucide. Ora mi serve una sera invernale tersa e senza vento. Oggi l'aria era limpida ma soffiava un po' di tramontana.
Il lago ha molti punti di accesso alla riva che sono nascosti al passante distratto, ma si svelano solo se non si ha paura di infrascarsi un po'.


Astrazioni lacustri

25 gennaio 2014

Una sera tersa.



La nuvola rosa

15 gennaio 2014

Vista dal col Buchet, nei pressi del Moncuni


Panorama dal col Buchet

12 novembre 2013

Anche stavolta la luna piena sarà coperta dalle nuvole. Qualche giorno prima, tento di godermi un pomeriggio limpido per una passeggiata. Non fa neppure freddo.


Crepuscolo con germano


25 giugno 2013

La fine settimana di luna piena, solstiziale per di più, è coinciso col passaggio di un fronte. Amen.
Tento di sfruttare le ore che sono mattina solo in questa stagione. La luna gibbosa ancora illumina il tronco e il sasso mentre già il cielo del nord si rischiara per la prima luce del giorno.
Al ritorno trovo sulla strada un tasso investito. Sigh.


Alba con luna

23 maggio 2013

La prima giornata di sole caldo, dopo una primavera più piovosa del solito. Le uova di zanzara tigre si sono schiuse tutte assieme. La spiaggetta è affollata di gente che prende il sole e fa il picnic, ma al solito basta spostarsi dove non arrivano le auto e si ritrova la tranquillità.
Mi colpisce questa scena che bene trasmette la sensazione della luce ritrovata.


Estate

1 maggio 2013

L'amata bruma, col verde sfavillante della primavera


Sogno primaverile

28 aprile 2013

Un giro per provare il filtro a infrarossi.



2 aprile 2013

Le previsioni sono di un crepuscolo velato, il migliore. Non posso lasciarmi sfuggire l'occasione. Provo esposizioni più lunghe possibili, perché il crepuscolo merita un'atmosfera sospesa. Alla fine ne scelgo una di tre minuti, l'ultima prima che si accendano troppe luci artificiali.


Canneto

Quando mi allontano è ormai buio e mi rendo conto di essermi dimenticato la pila. Districarmi tra il fango formato dalle abbondanti piogge del mese scorso richiede un po' di immaginazione. Attraversando il rumoroso ponte di ferro faccio prendere un coccolone a due innamorati che si sono appartati sulle rive del lago. Li saluto e salgo al parcheggio.

π day 2013

Aspettavo questo giorno da un bel po'. Una sera di vento, in cui fare lunghe esposizioni all'acqua increspata. Ho anche la fortuna di trovarla una sera in cui il bar è aperto, così da potermi riparare in attesa che arrivi il crepuscolo e la luce cali quanto basta.
Poi tutto quello che serve è un tele, per isolare i soggetti a riva, ma non troppo lungo, per includere una porzione maggiore di acqua e darle più trama.


Sulla riva

Sulla riva

3 marzo 2013

Con una pila di filtri grigi l'esposizione di dilata e nasconde germani e folgahe. Il lago acquista un'atmosfera sospesa in attesa della notte.


Crepuscolo

18 novembre 2012

Sono tornate le brume autunnali: il lago è come piace a me.
Una domenica mattina vado a farci due passi, avvolto in spessi strati per resistere un paio d'ore all'umidità fredda e penetrante. A un'estremità della spiaggetta un pescatore si ripara nella sua tenda, mentre i pesci ignorano l'esca; all'altra un fotografo con Can(n)on(e) bianco riprende i germani e le folaghe. Per non disturbarli giro al largo.
Gli alberi hanno ormai quasi perso tutte le foglie, che cominciano a macerare a terra.

Percorrendo le rive, mi accorgo che tutto è inesorabilmente mutato: non riconosco più le cale in cui avevo scattato le foto lo scorso inverno. La natura è un sistema dinamico, in cui gli elementi fisici e biotici mutano e si rinnovano: le rive si sono spostate, i canneti sono cresciuti, alcuni alberi sono caduti e altri sono stati inghiotti dalle placide ma attive acque. Trovo diversi pescatori a riva: dev'essere in corso una gara. Il cane di uno di loro mi corre incontro, mi fa le feste e mi annusa, sordo ai vani richiami del padrone.



Purtroppo la vista migliore è verso la spiaggetta, che però è sempre nascosta. Il sole velato genera una luce autunnale, ma non scalda. Provo a percorrere il sentiero collinare. Si attraversano boschi con maestosi esemplari di farnia, galleggiando su un tappeto di foglie morte. Oltre il rio Giacomino, secondo torrente scorre in piano tra dossi gialli e arancioni. Sulle quiete acque si riflette un intrico di rami, tra cui si fa strada un livido sole che non riesce a fare ombra.

Vado al bar della spiaggetta a prendere qualcosa di caldo. Un giudice della gara sta gustando un cappuccino con occhio fisso sulla sua postazione, controllando che non arrivi un partecipante mentre è in pausa. Vede la mia piccola borsa fotografica a tracolla, una roba minima, macchina e fisso, che si può scambiare per una bridge. «Quel tizio col cannone che costerà 5000 € lo vedo qui da tre giorni che fotografa le papere, ormai conosce tutte per nome».

4 febbraio 2012: il gelo

Subito dopo la neve è arrivata un'ondata di freddo, come non si vedeva da trent'anni. Così tutto è rimasto fissato a lungo nell'istante in cui la neve ha ricoperto i posti che conosco. Ritrovo il lago quasi come l'ho lasciato una settimana fa, perfetto per rifare un giro.
Il lago è gelato e alla spiaggetta molti bimbi vi corrono sopra, come in un quadro di Bruegel il Vecchio. Faccio il solito giro del lago, dove invece non incontro quasi nessuno, solo tracce, anche di sci e ciaspole.


Inverno

Quasi al termine del giro, passo per quel tratto al margine della strada da cui la vista sul lago non è chiusa dagli alberi. Il sole sta lottando con le velature per offrire un tramonto. I colori sono appena accennati in una scena di sottili variazioni di grigi medi. Decido di fotografare. Mentre monto il cavalletto, passa uno sciatore accompagnato da una bella cagnetta, che comincia ad annusare la mia attrezzatura.
«È arrivato proprio nel momento magico», commenta.
Chissà se imparerò mai a riprodurre questi momenti nelle foto.


Tramonto

29 gennaio 2012: nevica!

Era da novembre che non si vedeva una precipitazione vera, al massimo due gocce. Dicembre e gennaio miti e secchi. Poi, finalmente, il primo passaggio dell'inverno.
Così ho avvolto la fotocamera in un sacchetto da frigo, alternativa economica a una fotocamera tropicalizzata. Ci ho montato una focale amata senza elettronica, che non dovrebbe patire troppo l'umidità. Ho puntato la sveglia anche se era domenica e di buon mattino sono venuto al solito posto.
Andi di QTP lo dice molto meglio me: «Alcune nevicate hanno un lato caratteristico unico: il silenzio, mentre il mondo dei colori che abitualmente conosciamo viene inghiottito in un bianco uniforme, dove a stento spunta qualche nero. La neve nei fenomeni diffrattori dei suoi cristalli, confonde i raggi luminosi e ci trasporta in un'altra dimensione percettiva».
È esattamente per questo che starei sempre fuori casa quando nevica, così come quando c'è nebbia fitta. Che per fortuna sono eventi abbastanza sporadici dalle mie parti, così da farmeli sentire speciali.




Perché la neve non si distribuisce uniformemente ma si addensa in grumi?


26 novembre 2011

Oggi giornata poco ispirata. Nonostante la bella alba, con magnifiche tonalità viola, non riesco a realizzare nessuno scatto decente. Provo con i colori dell'aurora riflessi, i dettagli a pelo d'acqua, le lunghe esposizioni, ma niente. La nebbia non mi è amica, troppo tenue per ricavarci qualcosa.
Casualmente noto gli alberi dietro la spiaggetta, inondati dalla luce del sole appena sorto dietro. Il bosco è anonimo, ma la luce accecante fa dei tronchi in controluce presenze eteree, quasi ultraterrene.


Bosco obliquo

17 novembre 2011

Le condizioni meteorologiche non mutano, così mi concedo volentieri, a breve distanza di tempo, un'altra levata nel buio della notte per venire alla spiaggetta. Cercherò di cogliere la nebbia mattutina, ma stavolta dal di dentro.
Non so se sia la diversa prospettiva, ma oggi l'effetto mi sembra molto più mogio: dall'alto gli addensamenti della nebbia sembravano grandi, ma visti da qui si dissolvono poco sopra la superficie. Dovrò usare un tele lungo per avvolgere i miei scatti con la nebbia.
Dapprima provo uno scatto che avevo già fatto in primavera, con gli stessi soggetti e la stessa luce, ma un'atmosfera decisamente autunnale.


Autunno

Poi mi lancio sulla nebbia. Non è una coltre uniforme e impenetrabile, è sottile, modesta, incerta. Come il fiato condensato, è densa al contatto con la sorgente e svanisce non appena si allontana.


Mosso

Il canneto

Poi provo ad andare in un prato brinato nei pressi del lago. Fa freddissimo, le mani guantate a malapena resistono al gelo. Fili d'erba sono interamente rivestiti di cristalli di ghiaccio. Mi attira in particolare un fiore completamente rivestito di aghi sottili: ingannato da un clima ancora mite, aspettava che le ultime farfalle venissero a succhiare il suo polline. Invece si è trovato completamente gelato in questa mattina umida e fredda. Lo riprendo nella tenera luce del mattino.


Inverno a sorpresa

15 novembre 2011

Dopo un'estate trascorsa a fotografare sui monti1,2, un'amica mi chiede di provare a scattare qualche foto insieme. Combiniamo per una mattina limpida al colle d'Ancoccia, nei pressi della Sacra di San Michele, da cui si ha anche una bella vista sui laghi di Avigliana.
Prima del sorgere del sole, si ha la classica vista della pianura ancora immersa nell'oscurità e illuminata dalle luci artificiali. I due laghi emergono come due specchi di luce viola riflessa dal cielo dell'est, che come un arcobaleno sfuma da un sottile rosso all'orizzonte fino a un blu molto carico. Un cliché che conserva immutata la sua attrattiva, nonostante sia stato visto mille volte, dal vivo e in cartolina.


Alba ai laghi (colle d'Ancoccia)

Dopo il breve momento del sorgere del sole, in cui mi concentro sulla Sacra magenta, torno a osservare l'evoluzione della luce sui laghi. Il sole si solleva e riesce a penetrare fin sul fondo della conca. Il calore dei raggi fa evaporare l'acqua del lago. L'aria intorno è però fredda e satura d'umidità, come ho imparato a mie spese, così il vapore condensa subito in nebbiolina. Come uno strato di fiocchi di cotone dorati, ricopre il lago piccolo.


Nebbia sul lago

9 aprile 2011

Le previsioni meteo danno venti deboli da nord, che dovrebbero significare aria tersa. Inoltre a casa mia è arrivata la primavera, gli alberi sono fioriti e spuntano le prime foglie, perciò spero che le sponde siano un piacevole patchwork di colori.
Oggi è il mio compleanno e lo festeggio così svegliandomi alle 5.20. Quando arrivo al parcheggio, mi imbatto nell'insolita presenza di alcune auto. Una è di una coppia di fotografi, che mi hanno preceduto e sono sulla spiaggetta intenti a fotografare. Scendo e li scruto mentre sono indaffarati col cavalletto. Uno dei due mi percepisce e si volta verso di me, salutandomi con un sorpreso e imbarazzato 'Buongiorno', l'unica parola che intercorrerà tra noi in oltre un'ora di incroci. Per fortuna sono lontani dal punto in cui voglio scattare la prima foto, cosicché non dovremmo intralciarci.
L'aria è davvero molto nitida e noto con piacere che, come speravo, è arrivata la primavera: nella zona della prima foto gli alberi formano una trama di verdi, turchese e violetto. Il lago è increspato e temo di non poter scattare foto di riflessi, ma per fortuna le brezze sono irregolari e lasciano spazio a momenti di quiete. Per prima cosa, però, vado all'albero sommerso per capire se si può riprendere la scena. L'acqua è arretrata parecchio rispetto alla piena, non dovrei avere problemi ad avvicinarmi al tronco; lo sfondo è vario e gradevole. Torno al punto prestabilito e armeggio col cavalletto per ottenere l'inquadratura desiderata. Imposto l'anello dell'apertura sul valore di massima nitidezza, il fuoco a infinito per ottenere il massimo dettaglio sugli alberi in fiore; a casa scoprirò di avere fatto male i conti, perché le pietre in primo piano sono leggermente sfocate, avrei dovuto chiudere di uno-due stop in più. Inizia quindi la lunga attesa della luce, mezz'ora buona. Nel frattempo i due fotografi mi girano intorno e scattano. Vengono anche vicino a me, sembra quasi che desiderino il mio posto, ma muto e immoto resisto. La luce infine arriva, aspetto un minuto che il rosso delle montagne si faccia più intenso e poi scatto. Aspetto un altro po' e ripeto l'operazione per trovare il momento con la luce migliore. Peccato che ho sbagliato la messa a fuoco.

Abbandono il posto e cambio obiettivo per riprendere tutta la corona di montagne verso la val Sangone. Voglio che risaltino contro il vuoto del lago, ma che non siano troppo piccole. Armeggio un po' con lo zoom prima di trovare la focale che esprima il concetto. Metto in primo piano le ultime vestigia di un albero e col polarizzatore mostro un po' di fondale per non creare una zona troppo grande senza punti fermi.


Ora ritorno all'albero sommerso. C'è una folaga che gironzola dietro il canneto e perturba il riflesso, ma tutto il resto è perfetto. Scelgo l'angolo giusto per inquadrare la parte di sfondo che mi interessa, imposto la focale che ormai so valutare senza guardare nel mirino, sistemo alcuni dettagli, l'esposizione e scatto. Riguardo la foto. Ma porca p!°@$! Non avevo visto il solito ramo che spuntava a sinistra. E dire che mi aveva già fregato la prima volta. Sono proprio un avventato. Se scattassi con la pellicola butterei l'80% delle foto che mi sembravano buone al momento dello scatto, non solo quelle che scatto per il gusto di sperimentare nuove soluzioni. Devo essere più lento e riflessivo. Mi riposiziono e ripeto lo scatto.


Decido di provare a scattare dove avevo visto uno dei due fotografi. Raggiungo il posto. Mah, potrei riprendere un piccolo canneto contro il riflesso giallo dei monti. Devo abbassare il cavalletto. Schiaccio la gamba a terra per accorciarla. Crac! Oh, cavolo, che è successo? Abbasso lo sguardo e vedo un pezzo di gamba penzolare. Rotta. Prendo il cavalletto con la gamba penzolante e vado a cercare un ripiano, dove riesco a rinfilarla al suo posto. Non potrò più allungare quella sezione, ma il treppiede continuerà a funzionare. Forse è un segno divino che mi dice che è ora di comprarne uno vero. D'altronde, sarei stato comunque costretto lo stesso prima acquistare un macro o un tele lungo. Perlomeno questa versione è più consolante che concludere che ho modi da elefante.

30 marzo 2011: tramonto

Il pomeriggio è limpido e cumulonembi imponenti sovrastano le Alpi. Un soggetto perfetto per un tramonto. Decido così di fare una puntata al lago.
Verso sera la spiaggetta è affollata e rumorosa, affatto diversa da come l'avevo trovata nelle mattine precedenti. Diversi nonni coi nipotini che lanciano pane ai germani, ma soprattutto il bar aperto che pompa musica ad alto volume. Ci sono anche due colleghi, due fotografi che tentano di riprendere gli uccelli acquatici. Si riconoscono dai cla-cla-cla-clac della raffica. Niente professionisti, però: dagli zoom tele economici e dal loro andare in giro all'inseguimento anziché stare appostati e mimetizzati riconosco che sono dilettanti come me.
Gli imponenti cumulonembi del pomeriggio si vanno dissolvendo in modesti cumuli. Prima del tramonto saranno evaporati del tutto. Niente immagini con spumeggianti torri rosse e blu. Delusione.
Visto che sono qui, non osservo la regola aurea di stare molto fuori ma fotografare poco. Decido invece di provare a portare a casa qualche scatto, ma senza successo. Vado alla ricerca di un posto dove non mi intralcio con gli altri e del solito primo piano da aggregare al sole del tramonto, ma non riesco a combinare nulla.

26 marzo 2011: alba brumosa

Faccio un secondo tentativo con l'alba. Oggi è sereno, ma sul lago aleggia una nebbiolina bassa e densa. Viste le previsioni delle minime, faccio a meno di portarmi vestiti pesanti, ma c'è un'umidità che penetra fin nelle midolla e mi tocca soffrire.
A causa delle condizioni, alla fine le foto migliori sono quelle senza colori, in bianco e nero, nella luce diffusa dell'alba. Una quiete invernale.


Alba brumosa

Il primo sole rosso riesce a raggiungere le cime della Val Sangone, ma qui filtra sole una tenue luce rosata. Il resto del paesaggio, privo di dettagli, è immerso nell'uniforme blu del mattino. Riesco a riprendere un germano impegnato nella toeletta su un sasso.


Toeletta

20 marzo 2011

Dopo parecchi giorni di pioggia, per la mattina si annuncia un'apertura e allora decido di fare un salto al lago, sperando che avvenga al sorgere del sole. Alle 6 sono sul posto, ma di aperture neanche l'ombra. Addirittura qui pioviggina ancora. Quando smette, esco dall'auto e vado sulla riva. Questo è il mese di marzo più piovoso da quando sono iniziati i rilevamenti a Torino, nel Settecento, e gli effetti si vedono: il tronco che era sdraiato a riva ora è quasi sommerso, ne fuoriesce solo qualche lembo, come in un coccodrillo che nuota. Sulla riva si trovano alcuni oggetti riversati nel lago dalla piena degli immissari: foglie morte, rametti, un pezzo di legno. Ed è proprio da quest'ultimo che ricavo la composizione migliore della giornata. Lo metto in primo piano, in basso in una verticale, e poi includo quanto più posso del magnifico cielo postfrontale che sovrasta il lago.


Scopro di adorare l'atmosfera del lago al mattino. Non c'è nessuno, pace assoluta. Ogni tanto passa un'auto sulla strada, ma neanche me ne accorgo da quanto sono assorto a contemplare lo spettacolo e a fotografare.

20 febbraio 2011

Oggi è una giornata brumosa. Faccio una breve escursione per trovare un anello per la Sacra di San Michele e con l'intenzione, al ritorno, di fare il periplo del lago piccolo di Avigliana, quello selvaggio. Nonostante abiti poco lontano da qui e sia passato decine di volte in bici lungo queste strade, non mi sono mai fermato a percorrere tutto il giro a piedi.
Lascio l'auto al parcheggio della spiaggetta e mi incammino. Nelle giornate assolate questo posto è affollato di gente che viene a fare il picnic. Invece in una brumosa domenica invernale è un oasi di solitudine: solo un paio di famiglie coi bimbi che danno da mangiare a folaghe e germani, qualcuno che porta a spasso il cane, una coppietta, un gruppo di escursionisti a cavallo. L'idea è vedere com'è il posto per tornarci in condizioni meteo fotogeniche (albe, tramonti, nebbia, etc) con intenzioni bellicose, sapendo già più o meno cosa aspettarmi. Speravo che si vedessero le Alpi per farmi un'idea dei riflessi che si possono avere, ma è più caliginoso del previsto, per cui devo rimandare. La spiaggetta sembra stimolante, ha un sacco di soggetti a riva, come questo tronco.


O quest'altro.


Inizio il giro. Il sentiero rimane a una certa distanza dalla riva, ma delle tracce la raggiungono. Poco dopo la partenza, in un canneto lo scheletro di un albero è piantato in acqua a pochi metri dalla riva, segno che anni fa il livello doveva essere più basso. A seguito del boom, molte falde della pianura padana erano scese per via dello sfruttamento industriale, per poi risalire con la terziarizzazione dell'economia; magari il lago ha seguito le stesse vicissitudini. Oltre il canneto gli alberi si spingono fin sulla riva e lasciano poco spazio per fotografare. Inoltre qui lo sfondo è meno interessante, perché non ci sono più le Alpi ma solo una collina. Provo qualche scatto, senza troppo successo. Il lago si trova in una conca glaciale ed è circondato da alture su tutti i lati, per metà le Alpi e per metà i depositi glaciali. Le Alpi sono ad ovest, perciò il momento migliore per fotografarle è l'aurora.
Il sentiero continua in questo modo nel bosco, che non è un granché, per poi andare verso l'interno. Si attraversa un piccolo immissario. In questa zona, sulla riva c'è un grande albero dove vengono a svernare dei cormorani. Esco dal tracciato e attraverso un prato per vederli. Uno di loro se ne sta lì, appollaiato su un ramo, a guardarmi curioso. Torno indietro e passo nei pressi di un capanno di osservazione, per la verità abbastanza lontano da riva. Quindi si passa in un'ampia zona dove la riva è proprietà privata e bisogna starne lontani. Si sbuca quindi sulla strada che costeggia il lago, ormai in vista della spiaggetta. Si cammina in alto, a parecchi metri dalla riva, che qui è occupata da canneti. Mi piace il contrasto tra l'arancio delle canne e il bluastro della bruma.
Costruisco un'immagine quieta di linee orizzontali.


Ritorno alla spiaggetta. È quasi sera e decido di provare qualche lunga esposizione, per vedere l'effetto che fa sui riflessi il movimento delle onde. Dato che il lago è placido, me le creo io. Aspetto che sia sufficientemente buio, torno all'albero sommerso, piazzo il cavalletto e compongo, imposto l'autoscatto e poi vado a creare le onde con un piede. Alla fine l'effetto non è un granché, mi aspettavo qualcosa di meglio, un bordo più sfumato del riflesso. A parte questo, la composizione è da buttare; la dominante blu del crepuscolo è l'unica cosa buona dello scatto.



© 2008-2017
Sergio Chiappino

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