Una notte al col Longet


Il col Longet in Val Varaita è un colle piuttosto particolare. Lungi dall'essere uno stretto intaglio tra i monti, dal lato francese si distende in un vasto pianoro costellato di laghetti, su cui si riflettono il Monviso e il Mongioia.
È alla fine di un percorso molto frequentato dal lato italiano, quello che sale al lago Blu, poco sotto il colle. Tuttavia, la maggior parte degli escursionisti si ferma lì, senza percorrere il breve tratto fino al colle, quasi sempre senza neanche fare una puntata al vicino lago Nero, nella conca dominata dal Tour Real. Io che ci vado a passare la notte da solo sono un po' bislacco, ma quelli che salgono a dieci minuti da qui e non ci vengono lo sono molto di più.
Ci sono passato la prima volta tanti anni fa, arrivando dal vallone del Lupo, lungo l'anello della cima di Pienansea. Di questo tratto della gita non ricordo molto, di sicuro non notai il pianoro con tutti i laghetti. Ci sono poi tornato in anni recenti ed è maturato in me il desiderio di venirci una volta per riprendere il Monviso che al tramonto si riflette nei laghi. Ci provai già un paio di volte, ma i nuvoloni che spesso avvolgono il Re di Pietra mi fregarono in vario modo.

La terza volta mi è andata meglio. Ho trovato una giornata ventosa in cui le nebbie non riescono a salire dalla pianura. Ci sono arrivato anche più organizzato, con l'attrezzatura per passarci l'intera notte.
Salgo sotto il sole del pomeriggio, mentre le famigliole venute il sabato mattina tornano indietro. Quando lo raggiungo è tutto per me. Sistemo il sacco a pelo nel diroccato edificio militare poco sopra il colle e vado verso il laghetto su cui si vede il Monviso riflettersi. In questi laghetti prolifera un'alga che a turno riempie gli specchi d'acqua. In pieno giorno, i talli delle alghe che galleggiano a pelo d'acqua riflettono la luce del sole con una tale efficienza, che il lago visto dall'alto è completamente bianco, come se fosse ghiacciato.
Ovviamente quest'anno il lago prescelto dall'alga è quello che interessa me, cosicché il riflesso è più mogio di quanto potrebbe. L'aspetto positivo è però che il lago è perfettamente placido, nonostante la brezza. Dopo un po' di rimuginamenti e tentativi vari, piazzo il cavalletto in modo che la punta del Monviso si rifletta in un punto in cui non ci sono alghe. Il suo riflesso sarà più brillante.
Quando il colore della luce comincia a virare dal giallo all'arancio, schiaccio a più riprese il pulsante di scatto e poi scelgo il momento migliore, poco prima che il sole scompaia dietro l'orizzonte, in equilibrio tra colore e crepuscolo.

Tramonto sul Monviso
Tramonto sul Monviso

Lo spettacolo si prende una pausa e io mi concedo la cena. Torno al ricovero, ma prima delle gozzoviglie piazzo il cavalletto per la prima foto notturna. Voglio riprendere il centro galattico, nella costellazione dello Scorpione. Con l'aiuto della bussola, punto la fotocamera nella direzione in cui si troverà quando il crepuscolo avrà lasciato spazio al buio pesto. Sono le mie prime foto notturne, devo improvvisare con la tecnica ma a casa mi sono preparato per benino.
Mentre mangio e cerco di scaldarmi con la tisana, spuntano le prime stelle. Verso le 22 è buio pesto, la via lattea è ben visibile ad occhio nudo. Provo il primo scatto, controllo il risultato, aggiusto la posizione della fotocamera per inquadrare meglio la zona che mi interessa e riprovo. Questo è lo scatto buono. Come ho notato già di giorno, su questa zona passano parecchi aerei e ogni tanto anche qualche satellite, ma la fortuna del principiante mi assiste.

Via Lattea
Via Lattea

È una meraviglia vedere apparire sullo schermo i colori notturni, che a occhio nudo non possiamo percepire, perché la luce è troppo fioca.
Provo a puntare il Monviso. Mentre la via lattea è in direzione della catena alpina, dove il cielo è nero, oltre il Viso si vede un debole chiarore che ne fa risaltare la sagoma. Sono le luci della pianura. Per il mio occhio non hanno colore, ma nelle foto verranno di un arancione molto saturo.
Soddisfatto, vado a dormire.

Con un po' di fatica prendo sonno. C'è vento, ma il riparo e il sacco mi proteggono a sufficienza, in certi momenti ho anche caldo. Punto la sveglia a prima delle 5, perché voglio riprendere Orione che sorge, ma mi sveglio senza. Guardo l'ora: è mezzanotte. Non riuscirò più a riprendere sonno. O forse sì, non sono sicuro di cosa sia successo nella mia mente quella notte. Una serie di pensieri senza controllo si susseguono veloci, senza connessione e senza consapevolezza. Ogni tanto li fermo e riacquisto coscienza, senza sapere più ricostruire cosa fluiva nella mia testa pochi secondi prima. Guardo l'orologio, sperando che abbastanza tempo sia passato dalla volta precedente. Ma è sempre troppo presto. Il vento si fa più teso e fischia contro le rocce, devo indossare la giacca che mi ero tolto. Mi impongo di non guardare l'orologio quando mi verrebbe voglia, di rimandare alla volta successiva, ma anche così il tempo non passa mai.

Alle 4 mi alzo. Fa freddo, tutti gli strati sono appena sufficienti. Orione è là, poco sopra l'orizzonte, però è un po' troppo lontano dal Monviso per la foto che avevo in mente. Lo riprendo comunque insieme alle Pleiadi.

L
L'alba di Orione

Il centro galattico è scomparso dietro l'orizzonte e non so cosa riprendere. Finora ho usato il grandangolare, perché è più facile centrale il soggetto mirando a naso (il mirino è completamente nero, inservibile). Decido di provare col teleobiettivo. Inquadro a occhio il Monviso, scatto per vedere dove l'ho messo, aggiusto la direzione di puntamento. Al terzo tentativo lo centro in pieno. Anche la messa a fuoco va per tentativi. (Invece per grandangolare a casa avevo progettato un metodo tra il diabolico e l'ingegneristico).
Calcolo il tempo che mi serve per avere stelle ferme con la nuova focale, imposto gli altri parametri di conseguenza e riprendo il Monviso con le stelle e la strana luce arancione della civiltà. Non l'ho ancora detto, ma proprio stamattina due miei amici tenteranno la normale del Monviso. A quest'ora staranno facendo colazione al Quintino Sella. Sono più tesi loro o io?

Monviso di notte
Monviso di notte

Decido poi di provare a riprendere le scie delle stelle che di muovono nel cielo. Aumento il tempo di posa al massimo e aggiusto gli altri parametri di conseguenza. Il secondo tentativo è quello buono.

Monviso con startrail
Monviso con startrail

Con tutti questi esperimenti è trascorso un sacco di tempo, più di un quarto d'ora solo per i due stratrail. Ho risolto brillantemente il problema che mi ha angustiato per tutta la notte insonne. Però il vento freddo si è messo a scavare nelle mie ossa, così vado a rifugiarmi nel sacco a pelo per un altro po'.
Mi alzo quando intravedo i primi chiarori, perché voglio scattare qualche foto già prima che sorga il sole. Torno al lago col riflesso per riprendere la silhouette del Monviso

Alba in bianconero
Alba in bianconero
Alba al col Longet
Alba al col Longet

Non mi restano che le foto alle montagne rosse d'aurora. Per queste non ho un piano preciso. Decido di andare ad un laghetto che finora ho trascurato, sulle cui sponde crescono gli eriofori. Com'è noto, questi fiori vivono nelle zone umide, per cui devo cercare di muovermi con prudenza per non sprofondare nel fango, o, peggio ancora, farci sprofondare la fotocamera, con effetti irrimediabili. Dopo aver scartato le zone umide, con accortezza e fortuna, trovo una buona inquadratura in equilibrio su qualche zolla più solida. Piazzo il cavalletto e tutto l'ambaradan e vado a sorseggiare un po' di tè caldo in attesa che la luce arrivi.
Come mi sento bene! Non vorrei essere in nessun altro posto in nessun altro istante.
Quando la luce arriva, rapido torno al cavalletto e di nuovo faccio vari tentativi per cogliere l'attimo migliore. Il vento notturno si sta placando, ma il lago resta increspato. Devo fare a meno dei riflessi.

Salza e Mongioia
Salza e Mongioia

'Sta mancanza dei riflessi un po' mi rode. Ho scelto i laghi proprio per quelli. Faccio perciò le capriole per la gioia quando mi accorgo che una zona di lago è placida. Solo che arrivare al bordo non è semplice: la zona è molto paludosa e rischio grosso. Avanzo con molta prudenza, zolla dopo zolla, tastando il terreno ad ogni passo nella speranza di arrivare sul solido fino a riva. La sorte mi assiste, ma piazzare il cavalletto su una zolla singola è già un'impresa e di metterlo in bolla non se ne parla neanche. Anche manovralo protendendomi dalla zolla a fianco non è un'affare tanto semplice, così l'immagine avrà bisogno di una bella raddrizzatina al computer.
Mentre mi sto impegnando in questo cimento, il lago torna ad incresparsi e a me non resta che aspettare in equilibrio precario. Ogni volta che mi sembra raggiungere un minimo, scatto, speranzoso che si quieti e inquieto per il fuggire della luce. Alla fine lo scatto migliore è questo.

Riflessi al col Longet
Riflessi al col Longet

Soddisfatto, prendo le mie cianfrusaglie, torno al ricovero, carico lo zaino e scendo. Sono le 7.30, c'è ancora tutto il giorno davanti ma non vedo l'ora di andare a dormire un'ora in un letto vero.