La luce delle tenebre

Fotografare alla luce della luna


Rocca la Meja - Valle Maira
Rocca la Meja - Valle Maira

La maggior parte delle foto notturne che ho visto è stata scattata in assenza di luna, quando si vedono moltissime stelle, ma del paesaggio che circonda il fotografo si intravede solo qualche oggetto in silhouette. O, se si ha una fotocamera molto buona o si usano doppie esposizioni, lo si vede illuminato dalla luce uniforme delle stelle. Sono cioè fotografia astronomica. Quando la luna è in cielo, invece, si vedono molte meno stelle, la Via Lattea non fa cucù nel cielo, ma si possono scattare foto di paesaggio non dissimili da quelle diurne, con la differenza che in cielo ci sono le stelle. Questo perché la situazione è qualitativamente identica alle giornate di sole. C’è molta meno luce, certo, (circa 19 stop in meno in caso di luna piena, se non ho ciccato i conti), ma il tipo di luce diretta, la diffusione dell’atmosfera e delle nuvole sono esattamente le stesse. Ad esempio, nella foto di Rocca la Meja che apre questa pagina, la sua struttura a torrioni è resa evidente dalla luce diretta della luna in un ben preciso momento dell’anno e della notte: con una luce diffusa la montagna avrebbe un aspetto piatto.

Fasi lunari per fotografi.

A differenza del sole, che ogni giorno ci illumina con la stessa quantità di luce, mutando di poco il suo percorso in cielo, la luna va incontro a un ciclo molto più articolato. Dal punto di vista del fotografo, ogni fase lunare ha delle caratteristiche diverse di luce, non solo quantitative, ma anche qualitative. In fase di programmazione dello scatto, bisogna valutare quale è più adatta alla foto progettata.
Quelle quantitative sono presto dette: con la luna piena c’è più luce che nelle altri fasi, perciò la fotocamera avrà un’operatività migliore; sarà possibile lavorare a diaframmi più chiusi e ISO più bassi e sarà più facile ottenere foto con stelle puntiformi (più dettagli in seguito) e più complicato ottenere scie lunghe (startrail). In compenso si vedranno meno stelle; in queste notti in effetti a occhio nudo se ne vedono pochissime, ma non c’è da preoccuparsi, perché la fotocamera ne cattura molte di più.

Luna piena. Nella notte di luna piena, il nostro satellite sorge in opposizione al sole che tramonta, segue il percorso che il sole ha fatto sei mesi prima e tramonta quando il sole sorge. Un astrofilo mi impalerebbe per quest’affermazione, ma dal punto di vista del fotografo è precisa quanto basta. Pertanto a giugno avremo tutta la notte una luce abbastanza radente, quindi in genere migliore per le foto, anche se più zone saranno in ombra, mentre a dicembre salirà molto in alto nel cielo. Nei due giorni precedenti e successivi, la sua luminosità cambia di pochissimo, mentre mutano maggiormente le sue effemeridi: nei giorni precedenti, al tramonto è già alta e tramonta quand’è ancora buio, viceversa nei giorni successivi (ogni giorno la luna sorge circa un’ora più tardi del precedente). Quindi, ad esempio, se si ha bisogno di una luce radente da est è meglio andare dopo la luna piena, affinché sia già buio quando è ancora bassa.
In questa fase, il momento in cui la luce lunare supera quella del crepuscolo è raggiunto quando il sole scende a meno di 10° sotto l’orizzonte. In assenza di luna, invece, la luce del crepuscolo si dissolve quando il sole è a meno di 15° sotto l’orizzonte. Non esistono regole universali per la durata dei crepuscoli, che dipende dalla stagione dell’anno e dalla latitudine.
Ogni tanto sui mezzi di comunicazione sensazionalistici si sente parlare di “superluna”, una luna piena più luminosa del solito che si verifica quando questa fase coincide con il perigeo (il punto più vicino alla Terra della sua orbita ellittica). La differenza con una luna piena media è però minima, tanto che non è neppure rilevabile dall’esposimetro della fotocamera, men che meno dall’occhio umano. In effetti il termine è stato inventato da un astrologo e non da un astronomo, cosa che dovrebbe dirla lunga, senza bisogno di altre precisazioni.

Fasi di quadratura. Il primo quarto la sera è alto nel cielo, segue il percorso che farà il sole tre mesi dopo e tramonta a metà della notte. L’ultimo quarto sorge a metà della notte, segue il percorso che ha fatto il sole tre mesi prima e all’alba è alto in cielo. Al solito ho appena rischiato l’impalamento. La quantità di luce è esattamente la metà che con la luna piena, con tutte le conseguenze del caso.

Falce di luna. L’aspetto interessante delle fasi estreme è che seguono pressappoco il percorso del sole che le segue o precede. Per cui dopo il tramonto riprodurrà condizioni di luce simili a quelle solari di poco prima, permettendo di prevederle facilmente, anche se non si conosce bene il posto. Lo svantaggio è che la luce utile dura poco, tra il crepuscolo solare e il tramonto lunare.

Doppia luce. C’è poi un momento in cui la luce della luna e i chiarori del giorno che comincia o finisce si bilanciano e creano una doppia illuminazione. È brevissimo; consente a mala pena uno scatto ma offre un illuminazione irripetibile. Lo si vede all’opera ad esempio nella foto del bivacco, che è illuminato di tre quarti dalla luna gibbosa calante, mentre a est già comincia a schiarire.

Bivacco Guiglia - Parco delle Alpi Marittime
Bivacco Guiglia - Parco delle Alpi Marittime

Luci artificiali

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, l’inquinamento luminoso in genere non è un problema insormontabile, soprattutto con la luna piena. Innanzitutto, la luce lunare diffusa dell’atmosfera è più intensa di quella delle luci artificiali, anche nei pressi delle città, per cui il cielo non viene arancio. Anzi, nel caso di foto a colori si possono ottenere variopinti effetti dalla miscelazione tra il blu dell’atmosfera e l’arancio del sodio. Naturalmente occorre mettere una certa distanza da città e strade, ma luci lontane possono essere tranquillamente incluse.
Particolarmente amici sono i LED verdi, perché usano una frequenza dello spettro visibile a cui l’occhio umano è molto sensibile: si possono pertanto permettere di essere più fiochi, anche se a noi appaiono luminosi. Ad esempio la foto qui sotto, scattata con quarto di luna, è stata ripresa nei pressi di un lampione, ma non presenta problemi di sovraesposizione. Si nota inoltre che le luci ai vapori di sodio, che pure illuminano da distante l’altra sponda del lago, sono più intense.

Lago di Ceresole - Parco del Gran Paradiso
Lago di Ceresole - Parco del Gran Paradiso

Le nuvole

In genere le nuvole danno fastidio, perché coprono le stelle. Per fortuna le notti sono mediamente più serene dei giorni, perché diverse nubi sono generate dai moti convettivi dell’aria innescati dal riscaldamento solare diurno, per cui la sera si dissolvono. Se invece sta passando un fronte, ciccia.
L’inverno nella Pianura Padana è abbastanza secco: in basso c’è spesso uno strato di aria umida e inquinata, che ristagna per effetto dell’inversione termica, ma basta salire di qualche centinaio di metri per trovare aria tersa. Sono però comuni passaggi di velature alte. Queste possono avere spessori molto diversi, che oscurano o meno la luna e le stelle; non sempre le previsioni meteorologiche chiariscono di quale tipo si tratta, per cui quando si esce in queste condizioni è sempre un terno al lotto. In genere si muovono abbastanza veloci e già con tempi di esposizione sotto il minuto possono creare interessanti effetti. Qui un esempio con un’esposizione di soli 40s.

Pian di Verra - Valle d
Pian di Verra - Valle d'Ayas

L’esposizione

Esiste una regola, analoga a quella del sole a f/16, secondo cui l’esposizione corretta da luna piena è iso 100, f/4, 4 min. In realtà, dato che qualitativamente non cambia nulla rispetto al giorno, non serve memorizzare impostazioni, ma basta usare l’esposimetro esattamente come lo si usa col sole, ciascuno con la propria strategia preferita. La regola serve solo per osservare che non servono chissà quali alti iso o diaframmi aperti, che sono però utili per avere stelle puntiformi (a breve i dettagli); la lente luminosa serve inoltre per avere un mirino utile a inquadrare e a mettere a fuoco.

Le stelle

La prima cosa da decidere, quando si impostano i dati di scatto, è se si vogliono avere stelle puntiformi o scie (startrail).
I parametri da tenere in considerazione sono due: l’angolo di campo della lente usata e le coordinate celesti del cielo inquadrato. Più si restringe l’angolo di campo (cioè più aumenta la focale equivalente), più è difficile avere stelle puntiformi. Più si inquadra vicino alla stella polare, più è facile avere stelle puntiformi, viceversa se si inquadra a 90° rispetto ad essa (equatore celeste). Inoltre più si stampa grande, più i movimenti delle stelle sono amplificati: è un po' come quando la profondità di campo diminuisce al crescere delle dimensioni di stampa. Qui vengono in aiuto gli alti iso e la lente luminosa (profondità di campo permettendo), perché ampliano la gamma dei casi in cui si hanno stelle puntiformi. Le formule per sapere tutto sulla questione sono sul sito grelf.net.
A questo punto sarà chiaro che è indispensabile preparare le foto consultando un planetario, come l’ottimo Stellarium.
Bisogna inoltre considerare che se si chiude il diaframma, si abbassano gli iso e si allunga l’esposizione, si catturano meno stelle, perché la luce delle più fioche non fa in tempo a impressionare il supporto che si sono già spostate. Anche per questo motivo, oltre che per i soliti, fissato il tempo di esposizione, conviene regolare sensibilità e diaframma in modo da esporre a destra. In ogni caso, come già osservato, la macchina fotografica cattura molte più stelle di quelle visibili ad occhio nudo.

Lago di Sant
Lago di Sant'Anna - Valle Stura di Demonte
Colle d
Colle d'Ancoccia - Valle Stura di Demonte

Startrail: scatto singolo o unione di molti?

Quando si vuole realizzare uno startrail lungo con una fotocamera digitale, si hanno due possibilità: realizzare una posa B della lunghezza desiderata, come si sarebbe fatto con una fotocamera a pellicola, oppure unire molti scatti brevi con un algoritmo apposito. Questo crea l’immagine finale pixel per pixel prendendo quello più chiaro di tutti gli scatti. L’elaborazione può essere effettuata con un qualsiasi programma che supporta i livelli oppure con programmini specializzati (c’è solo l’imbarazzo della scelta).
Se le stelle sono l’unico elemento dell’immagine che si sposta durante lo scatto, le immagini risultanti saranno simili, con l’unica differenza che nell’unione si vedranno più stelle, per i motivi esposti nel paragrafo precedente. Se invece ci sono altri soggetti che si muovono, le cose si complicano. In una notte di luna, ho condotto un esperimento con mare mosso e nuvole in cielo.
Lo scatto singolo è una posa B di 15 minuti a 100 ISO. Gli scatti singoli sono esposizioni di 6 s a 800 ISO, ottenute impostando lo scatto a raffica e bloccando il tasto di scatto con l’apposita leva dello scatto remoto. La mia fotocamera, con questi dati di scatto, attiva la riduzione del rumore per le lunghe esposizioni, per cui agli scatti sono seguiti 6 secondi di buio. Tuttavia le scie non mostrano buchi, perché il tempo scelto è la metà di quello a cui le stelle cominciano a mostrarle, per la focale usata e la regione di cielo inquadrata. Tra la prima e l’ultima esposizione è passata circa mezz’ora, per cui i due scatti risultanti hanno pressappoco la medesima durata.

Vediamo i due scatti e analizziamo le differenze.

Scatto singolo
Scatto singolo
Unione di scatti
Unione di scatti

Stelle.Come già anticipato, nello scatto singolo ci sono molte meno stelle. Questo è semplicemente dovuto al fatto qui che si lavora con diaframma più chiuso e ISO più bassi, per cui una stella fioca si sposta prima di impressionare il sensore e non lascia traccia. In questo caso, la luna era molto luminosa (magnitudo circa -12). Scattando senza luna, ho notato che con scatti brevi le stelle diventano tantissime e le scie quasi coprono il cielo, come si vede in questo esempio.

Casorzo - Monferrato
Casorzo - Monferrato

Nuvole e mare. Lo scatto singolo produce effetti ben noti, mentre gli scatti multipli producono un risultato diverso e digitale, nel senso che non sarebbero ottenibili da una fotocamera a pellicola. Non è contemplato dalla cultura fotografica tradizionale. È senz’altro più nervoso e dinamico. Ai posteri l’ardua sentenza.
Un altro esempio di mare e nuvole da scatti multipli uniti.

Punta della Madonna - Rivera di Levante
Punta della Madonna - Rivera di Levante

La nave. Qui si vede un artefatto dei dark frame. Sarebbe successo qualcosa di analogo se fossero passati degli aerei o dei satelliti. Notate invece che nello scatto con l’arco sono stato più fortunato, perché la nave si muoveva più lentamente delle stelle (in termini di velocità angolare), per cui non ha lasciato buchi.

Batteria. Scattando tantissime foto in sequenza, bisogna mettere in conto che la batteria non ha una durata eterna. Tuttavia, facendo in modo di tenere spenti sia lo schermo che il mirino digitale (nel caso delle mirrorless), il numero di scatti ottenibili supera di gran lunga quelli dei test CIPA, che si leggono nelle specifiche delle fotocamere. Ad esempio, nel caso della foto di Casorzo, ho scattato oltre 600 foto in un’ora e mezza e alla fine era scomparsa solo una tacca su tre della batteria.
Con uno scatto singolo, bisogna fare in modo di non esaurire la carica a metà del lavoro, perché altrimenti si perde tutto, mentre con scatti multipli si può tranquillamente lavorare fino all’esaurimento, perché al massimo si perde l’ultima immagine della sequenza. Non ho condotto test, ma secondo me si può arrivare a coprire gran parte della notte. Se poi avete un battery grip, bingo!

Scheda di memoria. Con scatti multipli ne serve una spropositata. La prima volta che provai, dovetti fermarmi perché si esaurì la scheda, che mi era bastata in una vacanza di 17 giorni.

Post Produzione. Con scatti multipli serve un computer potente e pazienza, con uno scatto si ha il risultato bell’e pronto.

Post-produzione

Pensavate di aver finito? Avete preso freddo e umido, avete camminato da soli nella notte, avete messo a dura prova l’amata attrezzatura e ora vi tocca un bel po’ di lavoro davanti al computer.
Prendiamola da lontano. Sulla retina abbiamo due tipi di recettori: i coni, responsabili della visione a colori ma sensibili solo a luci piuttosto intense, e i bastoncelli, che sono particolarmente sensibili a basse intensità di luce, ma poco ai colori. Normalmente usiamo i primi; anzi, per chi di notte non è mai uscito dal mondo delle luci artificiali, possiamo dire sempre. Pertanto le pellicole, i sensori e i software di sviluppo sono pensati per produrre immagini così come le vediamo di giorno con i coni. L’immagine che otterremo sarà perciò molto diversa da come l’abbiamo vista a occhio nudo, anche se su questo bisogna sfatare una credenza: di notte con la luna piena non è affatto buio, ci si vede molto meglio che al crepuscolo, per esempio (in effetti ho bisogno della pila quasi solo quando devo leggere). Solo che i colori ci appaiono molto desaturati. Di solito si legge che si vede in bianco e nero, ma quest’affermazione non è precisa: chi è pratico di foto in bianco e nero noterà che la visione notturna non è esattamente così. Ad esempio da vicino si riconosce il colore del mio zainetto rosso acceso, pur se appare molto smunto, mentre i soggetti con colori meno vivaci si avvicinano ad essere pressoché acromatici.
Abbiamo due strategie. La prima è svilupparla come una qualsiasi immagine diurna: il risultato strabilierà gli osservatori che faranno fatica a rendersi conto che è stata scattata di notte. L’effetto è particolarmente sorprendente nelle zone con un po’ di inquinamento luminoso, perché i cieli assumono colori del tutto irreali per un animale diurno. La seconda è di provare a ricreare l’impressione che abbiamo avuto guardando la scena dal vivo; in questo caso, non posso che augurarvi buona fortuna: la prima volta ci sono riuscito solo dopo 110 passaggi di post-produzione, tra tentativi, ripensamenti, aggiustamenti (sì, li ho contati). Ho però salvato uno degli sviluppi meglio riusciti e da allora basta un click, con al massimo qualche lieve aggiustamento. Le componenti di base sono una forte desaturazione e una sottoesposizione. L’esperienza mi ha tuttavia insegnato a non voler essere fedelissimo in questa resa. La ragione è che in una notte di luna si vede in toni di grigio scuro, ma raramente foto che hanno una gamma tonale ristretta hanno un impatto sull’osservatore. Una fotografia del resto è ben diversa dalla visione diretta della medesima scena: scopo del fotografo non è riprodurla meccanicamente, ma tradurre l’impressione che questa gli offriva nella lingua dell’immagine bidimensionale. (Alcuni fraintendono questo fatto proponendo immagini iper-contrastate e iper-sature dall’aspetto cartonesco). D’altronde il successo dell’operazione di post-produzione sarà sempre parziale, perché bisogna considerare che il fruitore vedrà l’immagine finale, in video o stampata, con i coni, per cui sarà ben difficile ricreare la visione avuta sul campo con i bastoncelli. In ogni caso, l’effetto sorpresa non sarà minore che nel caso precedente, perché pochissima gente è mai stata là fuori di notte.

C’è poi la terza via, quella culturale, che merita un discorso a parte. La notte è la patria dei sogni e degli incubi e la si può pertanto riprodurre con una resa onirica. In questo caso può essere utile già in partenza usare lenti che abbiano rese diverse da quelle corrette dei vetri moderni. Un esempio può essere questa visione delle colline monferrine.

Viarigi - Monferrato
Viarigi - Monferrato

Nel passato alcuni pittori hanno tentato di visualizzare la notte. Una sorta di storia alternativa della pittura, narrata dal punto di vista dei quadri di soggetti notturni, è contenuta in Baldine Saint Girons, I margini della notte, Palermo 2008 (trad. G. Colosi), di cui è disponibile una recensione sulla rivista Itinera. Lo stile a volte tende un po’ alla supercazzola, ma il contenuto è ricco di suggestioni. Ci si può lasciare ispirare dalle considerazioni dell’autrice o dai dipinti riprodotti nel libro. Per me personalmente è stata una vera folgorazione l’atmosfera crepuscolare di Küste bei Mondschein, del celebre pittore romantico tedesco Caspar David Friederich, che ho avuto la fortuna di vedere dal vivo. Tanto da avermi fatto produrre una serie di scatti, in continua evoluzione.

San Peyre - Valle Maira
San Peyre - Valle Maira

ATTENZIONE!

Pensateci 20 volte prima di avventurarvi nella notte lontano dalla civiltà! Mi sembra ovvio, ma è meglio specificarlo. In particolare seguire un sentiero è decisamente più complicato che di giorno, perché le tacche di segnalazione sono visibili solo quando vi inciampate sopra. Alcuni animali sono più aggressivi, specie i cani dei pastori. Inoltre non passa nessuno a cui chiedere aiuto e il 112/118 non può venire a soccorrervi con l’elicottero, ma solo a piedi.

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Sergio Chiappino

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