Anello del bivacco Revelli

Valle Soana

6 agosto


Bivacco Revelli
Bivacco Revelli

Diario di viaggio

Escursione in ambiente plasmato dall'erosione glaciale pleistocenica, le cui forme sono rimaste quasi immutate nei millenni. Nella parte bassa, fino agli alpeggi poco sopra quota 2000, si svolge su mulattiere in pietra molto ben conservate. Invece la parte superiore è su tracce di sentiero, con brevi tratti di pietraia, con segnalazione ottima.

A Forzo, ultimo e quasi unico borgo dell'omonimo vallone della valle Soana, ci sono tante auto da riempire il parcheggio e anche la strada di accesso. Molte hanno targhe straniere, di emigranti e loro discendenti che vengono qui a passare le vacanze estive. Parto attraversando i prati alle spalle delle case. Vista la quota intermedia, con tutta probabilità erano i pascoli dove le bestie si fermavano per un mese circa a metà della transumanza, sia in primavera che in autunno. Tra i prati, i frassini le cui foglie alimentavano il bestiame negli anni poveri d'erba. Il sentiero è bordeggiato da possenti muri a secco, formati dai grossi massi provenienti dallo spietramento. Chissà quale fatica toccò agli uomini, probabilmente medievali, che si cimentarono in quest'opera. I massi sono grandi perché la roccia di questa zona è molto solida e coerente. Probabilmente si tratta di gneiss, appartenenti al massiccio cristallino del Gran Paradiso, proveniente dalla placca continentale africana.
Al fondo dei prati, la mulattiera prende a salire decisamente in un bosco misto di pini, larici, frassini, noccioli. Negli attraversamenti di qualche pietraia si nota il gran lavoro di sistemazione del fondo compiuto dai valligiani. Da questi tratti, si vede anche l'infilata del vallone, che ha la forma a V del modellamento fluviale. Il bosco non è molto fitto e lascia perciò filtrare il sole, che scalda l'ambiente, anche perché non sono proprio le 6: oggi sono partito con molto comodo, senza neanche puntare la sveglia, perché le giornate sono lunghe e non è prevista una nuvola per tutto il giorno. Un'edicola votiva con un'immagine della Madonna e un muretto a secco ottimo per sedersi, mi invita a una pausa per bere, visto che ho già sudato in abbondanza. Passo da un alpeggio diroccato e rientro nel bosco, che si dirada. Ancora un po' di salita a sono alla casa di caccia Vittoria e alle vicine grange Vasinetto, presso una bella cascata che finisce in un minuscolo laghetto. All'ombra dell'alpeggio diroccato faccio una pausa. Mi accorgo subito che la temperatura al riparo dal sole è molto fresca, tanto che a intervalli avrò bisogno di uscire dall'ombra del muro per scaldarmi. Durante la pausa, mi supera un signore francese insieme al figlio adolescente, che ha lasciato moglie e un altro figlio alla casa di caccia per fare una puntata senza zaino al bivacco. Passa poi una coppia di italiani, che non vedrò più.

Il percorso prosegue ancora un po' lungo la mulattiera; dove essa varca il torrente con un ponte di legno, diretta all'alpeggio della Muanda, la lascia definitivamente. Da qui in poi proseguo per tracce di sentiero, con segnalazioni più che sufficienti, almeno con la buona visibilità di oggi. Rimonto un pendio fino a un piano. Il percorso lo costeggia lungo il bordo sinistro, stretto tra il torrente e le pietraie al suo margine, in mezzo a cui ogni tanto mi devo infilare. Guado un ramo nel torrente (l'altro lo supererò nel pomeriggio) e rimonto un dosso, sulla cui sommità pianeggiante trovo l'alpe Pian delle Mule. Proseguo dritto e con un'altra breve salita sono su un lungo piano, al cui termine c'è il bellissimo laghetto Pian delle Mule, di un azzurro intenso. Con un'ultima rampa, anche con qualche placca su cui prestare attenzione, sono in cima al poggio su cui sorge la gialla botte del bivacco Revelli. È dedicato a due alpinisti morti nel canalone di Lorousa, nelle Alpi Marittime. È un ripido canalone, dove una volta c'era un nevaio che resisteva tutta l'estate. Alla sua base c'è un masso pieno delle lapidi delle vittime che ha mietuto. Il bivacco è minuscolo: ha appena sei posti letto.
Il bivacco sorge in un luogo di severa bellezza. È circondato da una cerchia di montagne rocciose, tra cui spicca il Monveso di Forzo, un'aguzza guglia. Ai loro piedi, la fitta rete di detriti lasciati dalle ere glaciali manderebbe in sollucchero qualunque geomorfologo, tra morene laterali e terminali. Grazie alla giornata limpida, si vede una fetta di pianura con le inconfondibili torri di raffreddamento della centrale Galileo Ferraris e l'Appennino a far loro da sfondo. Approfitto della solitudine per scattare le foto di rito, poi vado a compilare il libro del bivacco e a leggere qualche pagina. Recentemente due tedeschi sono arrivati qui dal Pocchiola Meneghello, dopo un'esperienza indimenticabile: scrivono infatti di non essersi fatti male per puro caso e che che «you Italians are funny» nel descrivere gli itinerari. Mi domando quale guida abbiano usato. Se avevano con sé il Berutto, la classica guida di questa zona, o la Guida ai Monti d'Italia, le brutte sorprese non saranno mancate. Infatti, dall'epoca delle loro compilazioni, il riscaldamento globale ha cancellato molti nevai, lasciando allo scoperto pendii di instabili sfasciumi. Inoltre la perdita di permafrost ha causato non pochi crolli, alterando radicalmente il paesaggio dell'alta montagna: molte vie del passato oggi non sono più praticabili.
Mentre pranzo, arriva alla spicciolata un gruppo di francesi. A mano a mano che resto fermo qui, mi accorgo quanto bassa sia la temperatura e un poco alla volta mi ricopro di strati. Sono costretto ad entrare nel bivacco per riuscire a prendere appunti senza tremare.

Saluto quindi i francesi e scendo. In salita avevo notato l'attacco del sentiero 604: non ci sono cartelli, ma un ometto di pietre e una tacca biancorossa un poco discosta dalla traccia di salita, subito prima delle placche (un altimetro può facilitare l'individuazione). Puntando verso di essa, su una placca mi viene a mancare l'aderenza di un piede. Facendo perno sull'altro faccio un giro completo su me stesso, ma mi fermo prima ancora di poter reagire. Mi è andata bene, perché avevo perso completamente il controllo. Procederò fino al piano della Valletta col timore che mi capiti di nuovo. Seguo le tacche e finisco su una traccia più marcata, che però scompare quasi subito. Sempre seguendo le tacche recenti, scendo abbastanza diretto, con molta prudenza e qualche incertezza, verso il sottostante Pian della Valletta.
Il torrente da oltrepassare è copioso, come tutti i corsi d'acqua glaciali in estate. Per fortuna in una zona si disperde in mille rivoli, agevolando l'opera, persino a uno scarso nei guadi come me. Il sentiero costeggia quindi il torrente, attraversando gli erbosi piani dove il corso d'acqua serpeggia. L'ambiente è quanto di più glaciale si possa immaginare: il colore dell'acqua è il verdeazzurro della fusione, i piani sono conche scavate dal ghiacciaio e poi colmate di detriti, intorno ci sono rocce montonate e massi erratici. Su uno dei primi pianori, alcune vacche da carne sono sedute a ruminare; saranno le uniche forme di vita animali che vedrò prima di arrivare ai paesi di fondovalle. Terminati i piani scendo brevemente in un impluvio erboso e sono alla casa dei guardiaparco, dove posso fare rifornimento d'acqua.
Proseguo poi per un sentiero molto panoramico, che attraversa pascoli a volte un po' ingialliti, nonostante sia appena l'inizio di agosto. Oltre un profondo avvallamento compare un'alta cascata del rio Pisone. Sono già le 17 e il sole si sta abbassando dietro le montagne. Decido di fare merenda prima di finire definitivamente all'ombra e mi fermo sul muretto di una baita diroccata, su un poggio a monte del'alpe Gran Fumà. Faccio fuori l'ultimo panino e resto a godere il sole tiepido che non picchia più. Con vista sul Meal, un picco erboso e boscoso che potrebbe condividere l'etimo con il Bec di Mea e Rocca la Meja, entro nel bosco sempre più ripido, dove il sole entra solo radente, per poi scomparire del tutto. Ripongo cappellino e occhiali scuri e procedo su una mulattiera. Il fondo è spesso sistemato a gradoni, che sono uno strazio per le ginocchia; avanzo perciò piano piano per non trovarle doloranti a fine discesa. Il lariceto è fitto, ma loro chiome rade lasciano passare abbastanza luce per un sottobosco di rododendri. In un punto il tracciato corre accanto a delle ripide pareti viola.

Dopo un tempo che sembra infinito, finalmente giungo al ponte sul torrente, che mi introduce a Boschettiera, un tipico nome medievale che ricorda un bosco abbattuto per lasciar spazio ai pascoli. Anche se non vi arriva la strada, ci sono alcune case sistemate con cura. Mangio una pesca sul muretto accanto al forno annerito da un secolo e mezzo d'uso. All'uscita del paese, trovo l'indicazione per Boschietto e decido di andarci, perché dalla cartina sembra di capire che potrebbe essere ancora al sole. E infatti ben presto un po' di luce comincia a fare capolino sopra i monti e trovo la frazione baciata dal tramonto, tra fischi di marmotta. Giro un po' prima di incontrare qualche presenza: quattro francesi stanno seduti sotto una tettoia, ciascuno per conto proprio. Alla fontana bevo almeno un litro d'acqua, anche se non ho lo stimolo della sete, perché so quanto mi disidrato in queste gite.
La mulattiera, che parte davanti alla chiesa restaurata, mi riporta immediatamente e definitivamente all'ombra. Scendo al tracciato di fondovalle diretto a Tressi e lo seguo per un po', fino al bivio per Forzo (senza cartelli, ma ci sono alcune tacche sul sentiero da imboccare). Supero il torrente su un ponte e risalgo l'altra ripa. Come a Boschettiera, alcuni cartelli del parco contengono un pippone sulla corretta gestione delle acque. Passo accanto ad alcune case diroccate. La loro posizione è un po' infelice, nello sprofondo, tra l'umidità del bosco e quella del torrente, ma una volta la fame di territorio spingeva a colonizzare anche i luoghi meno ospitali. Accompagnato dal frastuono delle acque in breve sono a Forzo.
Tra i vicoli noto una presenza con una lunga coda, che fugge d'impeto al mio arrivo. Chiedo cosa fosse alla gattara, che sta portando le crocchette ai randagi. Mi spiega che è una delle tre volpi che girano per il paese. I gatti non si scompongono e sembrano del tutto indifferenti alla sua presenza. All'osteria di Molino vedo seduti i francesi incontrati al bivacco.

Bibliografia

M. Blatto - L. Zavatta, Val Soana, Rimini 2010
MU edizioni, Carta della Val Soana,

Galleria fotografica

Forzo
Forzo
Vallone di Forzo
Vallone di Forzo
Surinà
Surinà
Grange Vasinetto
Grange Vasinetto
Lago Pian delle Mule
Lago Pian delle Mule
Bivacco Revelli
Bivacco Revelli
Bivacco Revelli
Bivacco Revelli
Pian della Valletta
Pian della Valletta
Eriofori
Eriofori
Rocce montonate e massi erratici
Rocce montonate e massi erratici
Torre Lavina
Torre Lavina
Boschietto
Boschietto
Torrente Forzo
Torrente Forzo
Trasi
Trasi