Bourgà e meire di Ostana

Valle Po

28 ottobre


In un baleno

È meglio avere sette buchi nella testa o una galaberna nella minestra?

Santuario di san Chiaffredo e Monviso
Santuario di san Chiaffredo e Monviso

Diario di viaggio

Ostana è il miglior punto di vista sul Monviso, senza ombra di dubbio alcuno. Da qui la catena appare come i disegni dei bambini: la cima principale ha la forma di un perfetto triangolo equilatero, che svetta sopra una seghettata linea di cime minori. Inoltre il comune fa parte de “I borghi più belli d'Italia”, un'associazione voluta dall'ANCI volta a valorizzare i piccoli centri, formati prevalentemente da edilizia storica in armonia con l'ambiente circostante. Le istituzioni si devono impegnare a curare il loro patrimonio, evitando di importare il brutto della modernità, e devono inoltre promuovere la frequentazione turistica e le attività artigianali. Il paese, privo di piste da sci in quanto esposto a sud, è infatti stato risparmiato dall'architettura turistica, mutuata dai modelli diffusi in pianura durante i decenni dell'espansione edilizia. Sebbene il termine valorizzare in genere mi faccia tremare i polsi, perché evoca la distruzione dei beni per trasformarli in denaro, in questo caso si concretizza nella cura dell'esistente, senza stravolgerlo per fini commerciali.
Dal momento che si ammira la parete est del Monviso, questa escursione richiede di sfruttare soprattutto il mattino, finché è illuminata dal sole. Purtuttavia anche il tramonto ha il suo fascino, quando la piramide scura contrasta con le nuvole traslucide, retroilluminate di arancio e rosso. Soprattutto però bisogna evitare le stagioni primaverile ed estiva, quando è abitualmente avvolta dai nuvoloni di calore fin da metà mattina. Idealmente bisognerebbe partire a piedi ai primi chiarori, in modo da apprezzare tutte le sfumature di colore e tono, che la luce del sole genera lungo il suo corso. La mia preferita è quel viola appena percettibile, di cui si colorano le Alpi, quando si combinano i fotoni del limpido cielo blu cobalto delle alte quote, con quelli rossi della foschia padana all'orizzonte orientale. Capita circa mezz'ora prima del sorgere del sole e non dura che pochi minuti. L'ho scoperto per caso, notandolo dapprima nelle foto scattate a quelle ore e solo dopo facendoci caso anche dal vivo.
L'indolenza del periodo di blocco per la pandemia mi ha però lasciato una pigrizia cronica, per cui punto la sveglia solo alle 6 e alle 7 apprezzo l'aurora dall'autostrada, anziché da Ostana. Riconosco a sud cima delle Lobbie, l'ultimo Tremila roccioso del gruppo, la piramide imbiancata di punta Rasciassa, frequentata già dai cavatori neolitici di giadeitite. Invece a nord la luce radente disegna di chiaroscuro rosato i canaloni del ripido versante orientale del Frioland, l'ultima cima della dorsale Po-Pellice, che poi precipita nella pianura.

Parcheggio a Villa, com'è designato il capoluogo, secondo un'usanza non solo cuneese, che si ritrova anche altrove e indica che il nucleo era privo di fortificazioni. Nei dintorni l'unico elemento fortificato sono i resti di una torre degli Enganna, signori di Crissolo dal 1173, che si trova nei pressi della frazione Marchetti. Il paese di pietra è deserto. È giorno di chiusura per il rifugio, chiamato Galaberna, il termine dialettale per salamandra. In paese si usava canzonare i bambini piccoli chiedendo loro se è meglio avere sette buchi in testa o una galaberna nella minestra, dove i sette buchi sono quelli di occhi, naso e così via, che abbiamo per natura. Sono in corso dei lavori, per cui c'è un ruspino parcheggiato nella piazza. Riempita la borraccia alla fontana, capisco dalla carta di dover seguire la Vio dë Miribrart, che scoprirò essere il nome locale di Sant'Antonio, la prima frazione a cui voglio arrivare, come contenuto già in un documento del Cinquecento. A indicare i sentieri di Ostana ci sono dei cartelli di legno in occitano, a cui si aggiungono i cartelli biancorossi CAI, ma scritti in italiano, come la cartina, generando un po' di confusione.
Fotografo intanto dei balconi di legno, costruiti sotto la protezione del tetto a falda; in paese mancano balconi in pietra con arcate o piloni rotondi, che si ritrovano in valli contigue. Anche i tetti in lauze sono fotogenici. In passato ne esistevano anche in paglia di segale, oggi naturalmente irreperibile. Un ulteriore elemento caratteristico sono i sassi aguzzi anti-masca sui comignoli. Non che la credenza della masche mi stia tanto simpatica: era un modo per demonizzare chi non si conformava all'ideologia della normalità, o per singolarità dell'aspetto fisico o perché estraneo ai rigidi schemi sociali della società contadina, o magari anche solo perché marginale. Probabilmente ne sarei finito vittima anche io. Tuttavia contraddittoriamente apprezzo il rispetto di una tradizione innocua.
Raggiungo la chiesa, rifatta una quarantina di anni fa dopo che una nevicata ne sfondò il tetto, più modestamente rispetto al precedente edificio del 1925, quando la montagna era al culmine del popolamento e l'economia agricola ancora viva. È posta in posizione isolata, baricentrica rispetto alle varie frazioni, in conformità a un'usanza che si ritrova anche altrove, nei comuni senza un nucelo centrale predominante. Imbocco un viale di frassini imponenti, all'interno di un boschetto di frassini più giovani, un ripopolamento naturale di terreni precedentemente agricoli. La mulattiera è molto ampia. Sulla destra il ripido pendio è sorretto da un muro a secco, mentre a valle è delimitata da lose infisse verticalmente nel terreno, dette palonche, che servivano a impedire al bestiame di sconfinare e danneggiare le coltivazioni. A partire dal Basso Medioevo, pastorizia transumante e agricoltura stanziale divennero complementari, in quanto consentivano di sfruttare ogni possibile risorsa, fornirsi servizi reciproci e ampliare la gamma dei prodotti disponibili, ma pure in continuo conflitto per i magri terreni. Nel XV secolo Ostana impose delle forme di controllo e tassazione sui pastori forestieri, per fare i modo che gli armenti fossero sotto il controllo di pastori locali.

Tramite una scaletta di pietra, sbuco sulla strada a valle di Sant'Antonio. Vado ad ammirare la bella cappella con porticato ottocentesco, sotto cui transita la strada. La chiesa cattolica non è particolarmente antica, in quanto questa borgata era precedentemente popolata da valdesi, anche detti ebreou, come si diceva a quel tempo mettendo in un unico calderone di adoratori del diavolo, chi non si conformava alla propria religione, analogamente a quanto osservato per le masche. Sui monti vicini alla pianura e perciò piovosi, portici del genere erano comuni, per offrire protezione ai viandanti. Oggi invece gli automobilisti dentro gli abitacoli sigillati e climatizzati non saprebbero che farsene, se non magari sotto un temporale autorigenerante causato dai cambiamenti climatici, portati proprio dai combustibili fossili che alimentano le automobili. Un circolo un po' bizzarro. Sulla facciata ci sono dei ritratti di santi, rifatti recentemente sulla falsariga degli originali, oggi scomparsi. Un incomprensibile traffico feriale mi costringe a fare qualche tentativo, prima di trovare il momento giusto per fotografarla. Dalle case sento parlare una lingua quasi incomprensibile, se non fosse per qualche slittamento sul piemontese qui e là. Sull'asfalto, al riparo del porticato, il sole scalda già parecchio, ma resto coperto immaginando che, all'ombra del bosco che mi attende, sarà più fresco.
Scendo lungo la strada e trovo l'imbocco della mulattiera per Ciampagna, indicato dai cartelli di legno. Capisco di non dover seguire invece l'indicazione biancorossa, che vi manda invece attraverso Serre, via che percorrerò successivamente in senso inverso. La mulattiera taglia un ripido pendio modellato a balze, oggi ripreso dal bosco. Purtroppo la condizione del tracciato non è sempre ottimale, perché in non pochi punti sta franando. Il lavoro di manutenzione delle vie richiedeva continui interventi, su questi pendii scoscesi molto esposti ai movimenti franosi; era organizzato tramite corvée regolamentate, qui chiamate rùide. Purtroppo al giorno d'oggi, con molta meno gente, sempre più vecchia, e l'uso dell'automobile anche per comprare il pane, è venuto meno. Sparsi lungo la via vi sono parecchi faggi secolari, che incutono soggezione e meraviglia, meritevoli di un culto della personalità degli alberi, specie adesso che le foglie sono tra il dorato e il bronzeo.
Giungo a una dorsale rocciosa più spoglia, detta delle Ënrune, tradizionalmente soggetta a smottamenti, tanto che a breve incontrerò un pilone dell'ARPA per il controllo delle frane, e d'inverno anche a valanghe. Qui il pendio precipita rovinosamente, tanto che era chiamato “lo tompi de l'aze”, la pozza dell'asino, a indicarne la pericolosità. Per evitare il lungo giro del sentiero che lo aggirava, una volta era noto un passaggio di arrampicata, che consentiva di superarlo con qualche agile passaggio, ed era anche stato agevolato dalla posa di un trave. Mi affaccio sul santuario dedicato a san Chiaffredo, posto oltre una valletta secondaria. Il sentiero si restringe e scendo anche abbastanza ripidamente, per andare a confluire sulla mulattiera più marcata proveniente da Villa, in corrispondenza di un pilone votivo. Attraverso un zona colonizzata da betulle e larici radi, dovuti a un rimboschimento di inizio Novecento. La resina dei larici era apprezzata nella medicina dei semplici, per curare le piaghe della pelle, spalmandola sopra. Gli alberi sparsi permettono una gran vista sui colori autunnali dei faggi del versante opposto. Raggiungo un gruppo di baite oggi abbandonato, Davi, da cui parte un sentiero diretto per Serre, e attraverso un'altra faggeta monumentale prima di confluire sulla strada, che seguo fino a Ciampagna.

Di qui c'è la migliore visione sul santuario di san Chiaffredo, sovrastato dal Monviso, la cui cima è nascosta da un pennacchio di nuvole. Anche un pilone votivo in frazione raffigura il santo, patrono di Saluzzo e molto popolare in queste valli: nelle varie targhe con elenchi di persone il suo nome ritorna spesso.
Le vicende del santo e del santuario sono un superbo esempio di come le storie, che le persone si raccontano per dare senso alle proprie esistenze (un'esigenza profondamente umana che ci distingue dalle altre specie), si generano e si evolvono. Di come, partendo magari da un piccolo nucleo, si ingigantiscono fino a diventare tradizione, una creatura sempre mutevole e capace di adattarsi ai tempi e alle esigenze dei tempi nuovi. Un tema che mi affascina moltissimo.
Già la parte originaria della storia affonda le radici nella leggenda e nasce da una visione avuta in sogno, ambientata nelle nebbie di un passato mitico ed eroico, trasmessa di bocca in bocca fino alla sua fissazione in forma scritta. Vuole che un'intera legione di oltre seimila soldati romani, originari delle Tebaide, provincia romana posta nell'antico Egitto, si fosse convertita al cristianesimo; perciò, sebbene si dichiarasse fedele all'imperatore nelle lotte contro i nemici esterni, si sarebbe rifiutata di reprimere una rivolta di contadini anch'essi cristiani. Per questa ragione sarebbe stata sterminata, senza opporre resistenza. Il racconto contraddice quello che sappiamo sul periodo storico nel quale è ambientata e si unforma invece ai canoni delle narrazioni mitiche su di esso, di tiranni pagani assetati di sangue, di lupi contro agnelli. Questa prima tradizione cita solo quattro nomi, il più importante dei quali è Maurizio, il comandante della legione, che ebbe poi una notevole importanza per i Savoia, che ne ottennero una reliquia.
In seguito, «alcune miracolose rivelazioni», per rubare le parole a un agiografo ottocentesco, furono all'origine di storie di soldati scampati al massacro originario, che «pensarono di rifuggirsi in oscuri luoghi e in cima di alte montagne», ma che non «non poterono sfuggire dai satelliti del feroce Massimiano» e trovarono perciò il martirio in questi luoghi. Secondo la tradizione, documentata dalla fine del Cinquecento, il culto di Teofredo (o Iofredo, Giofffredo, Chiaffredo, a seconda della grafia) a Crissolo nacque dal ritrovamento di una salma, con annessa lapide conservata nel santuario e oggi ritenuta rinascimentale. Si tratta di un topos ricorrente nella nascita dei culti dei martiri, a cui è associato un evento miracoloso, uguale uguale a un episodio narrato anche nel rinvenimento di un'immagine sacra, all'origine del santuario di Vallepietra, sui monti Simbruini, importante meta di pellegrinaggi.
Quel che è certo è che il culto è documentato solo a partire dal Trecento e i primi testi non fanno riferimento ai tebei. Anche nei primi dipinti quattroecenteschi in cui compare (di cui tra l'altro uno nella cappella di san Bernardo a Ostana), il santo non è raffigurato con la divisa dei soldati romani, come nei dipinti più recenti, ma con armi e abiti del periodo. Nel Novecento alcuni sacerdoti cultori di storia sostennero che il corpo contenuto nel santuario apparteneva in realtà a Teofredo, un monaco benedettino ucciso, forse dai saraceni, nell'VIII secolo in Francia. A lui è intitolata un'abbazia presso Puy-en-Velay, luogo del martirio, detta Saint Chaffre in francese. L'abbazia conobbe periodi di sviluppo e decadenza; nel XII secolo aveva anche varie dipendenze nel cuneese ed era intrecciata agli interessi dei signori locali.
Come un monaco fosse divenuto un soldato e poi un romano non è noto, ammesso che questa sia davvero l'origine del culto, nell'assenza totale di documenti. Certo il culto di soldati fedeli a dio doveva essere perfettamente consonante con le esigenze dei marchesi di Saluzzo prima e dei Savoia dopo. Infatti un notevole impulso a questo culto venne nel XV secolo ad opera di Amedeo VIII, duca di Savoia e antipapa, e dei suoi successori. In particolare Carlo Emanuele, artefice dell'annessione del marchesato di Saluzzo al ducato, ebbe al suo servizio agiografi, che adoperarono le loro figure nelle lotte agli eretici della Riforma. L'esercito savoiardo ne diventava una reincarnazione, se mi passate l'eresia, tanto che non pochi martiri già venerati per altre ragioni furono allora trasformati in tebei, in un caso persino il celebre san Giorgio uccisore del drago.
Insomma, un esempio davvero intrigante e illuminante di come le tradizioni evolvono darwinianamente, adattandosi ai nuovi habitat culturali, per continuare a cementare la società e spingere dei perfetti sconosciuti a collaborare agli scopi di coloro che le controllano, lo scopo per cui queste storie sono elaborate e diffuse.

Bevo acqua fresca alla fontana posta accanto a una cappella dedicata alla Madonna e mi sfilo il pile, perché il sole ormai scalda. Prendo a salire verso San Martino, posto poco più in alto, dove a un tornante della strada trovo il sentiero diretto a Serre. Procede in quota, invaso in un punto accanto a una sorgente, dove bisogna aggirare, quindi tra altri faggi da bocca aperta e occhi sbarrati. Scendo quindi a un impluvio e supero due rii, il primo su un ponticello e il secondo su rocce piatte ma scivolose. Sulle sponde a inizio primavera sboccia una bella fioritura di farfaraccio bianco, una megaforbia molto comune nelle vallecole umide del piano montano.
Attraverso quindi un boschetto di ripopolamento di aceri, frassini, ciliegi e altro. Qui noto che i rii sembrano regimentati, a indicare che la zona era coltivata e irrigata. D'altronde le foto aeree degli anni Cinquanta mostrano chiaramente che questo bosco non c'era, ma la situazione era come la descriveva un secolo prima il Casalis: «non vi esistono selve; ma si trovano sparsi nel territorio olmi, frassini, noci, noci, platani [credo aceri montani, Acer pseudoplatanus, n.d.r.], ontani ed alcuni ciliegi selvatici». La cosa curiosa è che invece io ho scelto questo giro anche attratto dai colori autunnali dei boschi. Trovo poi due altri faggi monumentali alla congiunzione con il sentiero da Davi. Più oltre il sentiero originale si perde un po' e procedo su una traccia erbosa, dritto per dritto per un lariceto, che mi porta alla Croce di Serre, una croce metallica con monumento ai caduti, esteticamente non molto riuscito. Mi trovo ai margini di un ampia spalla erbosa (il significato del toponimo è proprio quello di terrazza soleggiata) con gran vista sul Monviso, le cime verso l'alta val Pellice e la conca di Oncino, dove appaiono anche le Rocche Bianche, due pareti rocciose triangolari, che intravedo da un po' fra le fronde. Ci sono anche alcune baite. Alla croce faccio una pausa per mangiare dei datteri e bere del tè.
Riprendo la mulattiera e attraverso le belle baite, da cui proviene l'odore dolce di legna bruciata. Quanto ciingannano i nostri sensi! La legna è la più cospicua fonte di mircopolveri, tra i combustibili da riscaldamento, ma il suo odore è soave alle mie narici. Oltre la strada salgo tra altre casette di pietra, cercando le tracce della vecchia mulattiera, filari di alberi e pietre infisse nei prati, non particolarmente preservata. Alla fine sbuco nuovamente sull'asfalto, un paio di tornanti più a monte. Vi trovo delle gente a passeggio. Con un traverso ascendente, costeggio case di recente ristrutturazione e trovo anche dei lavori in corso, con camion dotati di bracci meccanici. Dove termina la strada, raggiungo l'agriturismo di meire Durandin. Meire è il termine con cui attorno al Monviso erano denominati gli insediamenti della transumanza stagionale. Oggi vi si allevano in maniera stanziale pecore e hanno anche i maremmani, con relativi cartelli minatori. In questo momento sono in un recinto di corda su un prato vicino, insieme al pastore e al gregge. L'agriturismo ha anche una webcam puntata sul Monviso, attualmente fuori uso. La domenica questa zona diventa un grande parcheggio per chi va a fare picnic a Santa Lucia della Vardetta o sale sulla Punta Ostanetta, entrambi in ossequio al sacro principio per cui si va più in alto possibile con l'automobile.
Imbocco il sentiero che corre in quota, segnato da bolli rossi, superando vari impluvi. A volte tende a perdersi un po', farsi uno e trino o ad attraversare delle zone impaludate, dette sanhe in dialetto, che richiedono un minimo di agilità e balzi da impala, se non si vogliono immergere gli scarponi nella melma. Mi piacerebbe davvero tanto andare alla chiesa a scattare foto notturne, quando i pastori se ne sono andati, ma questo sentiero mi impedisce rientri col buio e mi costringerà, se ne avrò l'ardire, a trascorrere una notte autunnale o invernale all'addiaccio. Il periodo migliore sarebbe tra la luna piena e l'ultimo quarto, in modo da avere sia una fase senza luna che illuminazione da est sulla catena del Viso. Attraverso radi boschi di betulle e larici e ammiro delle curiose formazioni rocciose che spuntano dal terreno. Sembrano formate come da dischi sovrapposti e assomigliano un po' a Bibendum e anche a un'opera d'arte contemporanea installata tempo fa accanto allo stadio olimpico di Torino, anche se forse il paragone andrebbe fatto al contrario. A monte ci sono invece immense distese erbose, ingiallite per l'autunno. Erano di competenza dei pastori di Paesana, ma quelli di Ostana cercavano di infiltrarsi. Più in alto vedo anche una ruspa in azione, lungo un impluvio. Mentre aggiro l'ultimo dosso, all'improvviso mi trovo di fronte una famiglia di tre cervi intenti a brucare. Sono voltati e non mi sentono, per cui posso ammirare un po' i loro muscolosi fondoschiena, prima che il maschio, ormai senza palchi dopo la fine della stagione degli amori, sollevi la testa e mi veda, mettendosi a balzare e allarmando la femmina e il cucciolo, che lo seguono dileguandosi verso i boschi a valle. Non penso ad estrarre la fotocamera, perché il rumore insolito li metterebbe sul chi va là, mentre voglio goderli il più possibile. È la prima volta che vedo dei cervi in libertà in una giornata di sole. Precedentemente li avevo incontrati solo sotto una bufera di neve, da più lontano: sono animali molto schivi.
Intanto vedo tre vecchi camminare sul dosso a monte del sentiero. Uno di loro da bambino veniva a pascolare qui con il nonno e si ricorda il luogo completamente privo di alberi. Sono venuti a percorrere la passeggiata da meire Durandin e hanno in programma una spaghettata a casa di uno di loro a Sant'Antonio. Alla chiesa trovo una signora della val Pellice intenta a rilassarsi su un masso e a godersi il tiepido sole autunnale. Purtroppo l'edificio è sprangato e non posso vedere l'interno, ma solo la facciata, protetta da un portico, dove c'è il dipinto della santa con la palma del martirio e il piattino degli occhi. Il luogo merita il toponimo, che indica una ottimo punto di vista, perché oltre al panorama vicino, l'alta e la bassa valle, si vedono anche la pianura con le lontane Alpi Liguri e le colline delle Langhe a fare da sfondo. La mia amica del cuore direbbe che vede il Bric Puschera, io riconosco Cima delle Saline e Pian Ballaur, coperte di neve. Il Beigua è l'unico posto immerso nei nuvoloni, tanto per cambiare. Il Monviso è ormai quasi del tutto in ombra.
Sebbene la chiesa in pietra non sia antica, essendo stata edificata tra il 1936 e il 1940, sul suo conto già girano racconti miracolosi, in quanto negli Anni '90 fu parzialmente risparmiata da un vasto incendio e da un fortunale, i tipici miracoli per devastazione incompleta, che colpiscono molto l'immaginazione dei credenti. Oltre alla chiesa e a un gruppetto di aceri con un tavolo al centro, c'è una baita per il pastore. Poco più di un anno fa, Renato Beitone (questo è anche il nome di una delle borgate ai piedi della rocca), storico pastore dell'alpeggio, sparì nel nulla in un giorno come tanti, dopo aver detto che andava a radunare la mandria. Non fu più ritrovata traccia di lui, nonostante giorni di ricerche con ogni mezzo, droni compresi, e il coinvolgimento di decine di volontari di ogni possibile associazione. La sua auto fu trovata in zona, il suo zaino all'alpeggio. Il cane, che teneva sempre legato alla cintura, fu visto dopo alcuni giorni nella valle accanto e rientrò a casa da solo. L'ultima notizia che ho reperito parla del ritrovamento di ossa umane in un dirupo di Montoso, non lontano da qui, di cui la procura ha disposto le analisi genetiche ai RIS di Parma.

Dopo essermi rifocillato e aver goduto dei panorami a sufficienza, mi avvio lungo il sentiero che scende a est dell'alpeggio, indicato da un cartello e qualche bollo. Passo prima tra folte felci appassite, quindi tra rade betulle, in una zona impervia e fascinosa, dove ritrovo protuberanze rocciose simili a quelle viste arrivando. Supero alcuni alpeggi diruti e ne raggiungo quindi uno ancora integro, posto sulla dorsale, accanto a un lungo muro a secco divisorio. Di fronte all'edificio c'è un grande faggio capitozzato: ha un tronco alto circa un metro e mezzo, dalla cui cima si dipartono i rami a raggiera. Questa tecnica di taglio dell'albero consentiva di ricavarne legna, impedendo però che le capre ne mangiassero le gemme dei polloni come nel taglio a raso, perché non potevano arrivarci. Inoltre così il faggio fruttificava e le faggiole potevano nutrire i maiali. Oggi i cinghiali apprezzano queste ghiande, come si vede dalle arature.
Poco a valle dell'edificio il sentiero oltrepassa la dorsale, piegando a destra sotto dei faggi con colori da sogno e scende infine ripidamente a dei grandi edifici rurali abbandonati, dalla pregevole architettura con porticati in legno e pietra, in località Caze dal Bric. Qui non devo continuare a seguire i bolli rossi che scendono, ma restare sulla sterrata in piano, che porta subito a un bivio con cartelli, dove però non è indicata la mia meta. Consultata la carta, resto sulla strada più alta, che in leggera salita taglia un ripido pendio cespuglioso. È un probabile lascito del già citato incendio del 1990, che in una settimana di fuoco e vento distrusse oltre metà del patrimonio boschivo di Paesana. Arrivò al culmine di una tremenda siccità, dopo che poche settimane prima era stata anche celebrata una messa al santuario della Madonna d'Oriente in bassa valle, per invocare la pioggia.
Mi faccio ingannare da un cartello che indica la Via dei Morti, che devo seguire, ma nell'altra direzione (questa non è nemmeno riportata sulla mia carta), e me ne accorgo solo molto tardi, dopo essere lungamente sceso per una zona ricca di edifici rurali, tutti dimenticati. Meriterebbe un giro dal Paesana o Calcinere alla scoperta di tutti questi fabbricati. Risalgo e proseguo per la sterrata, dove poco dopo trovo il bivio corretto, stavolta indicato da cartelli CAI (la strada risale fin quasi a Santa Lucia, dove però non è indicata). Tali cartelli mi sembrano un po' disfattisti nel porre Ostana a due ore da qui. Seguo quindi la mulattiera, che prende il nome dal fatto che Bernardi, l'unica borgata cattolica di Ostana (le altre erano valdesi), non poteva far seppellire i defunti in paese, ma doveva ricorrere a un piccolo cimitero, che ho raggiunto durante la deviazione involontaria. Naturalmente non mancano storie di spiriti a spasso lungo questa via, che mantiene viva la storia del luogo anche dopo che si estinse l'usanza. Sulle carte il tracciato è indicato come strada vicinale dei Vittoni, in ricordo dell'omonima rivolta con cui, nel 1797, gli abitanti della valle Po marciarono su Revello, chiedendo l'abolizione dei privilegi feudali.
I Valdesi sono documentati in valle sin dal Trecento. La versione cattolica vuole che fossero tutti forestieri infiltrati dall'esterno, ma una simile narrazione trascura il fatto che la montagna è sempre stata popolata da migranti, stagionali o permanenti. La loro presenza conobbe alterne fortune e fasi di espansione o ritiro, a seconda dall'andamento dell'instabile e complicatissima politica di quei secoli, flagellata da continui conflitti e cambi di confini e alleanze. Una leggenda vuole che Calvino, a cui facevano riferimento dopo l'adesione alla Riforma Protestante, sia passato in valle e abbia perso un paio di mutande durante una rocambolesca fuga. Nel Seicento si erano ridotti ad alcuni nuclei nelle borgate alte di Paesana, da cui, dopo vani tentativi di conversione (a Paesana si era anche insediata una missione di Cappuccini allo scopo), furono cacciati con la violenza verso la val Pellice. Per alcuni anni fecero scorrerie mirate contro chi aveva sottratto loro i beni, prima di perdere ogni speranza di tornare.
Continuo ad attraversare un ripido pendio cespuglioso, con di fronte un bosco dai colori sfavillanti, sbarrati dai picchi del Castel della Soma. Il sentiero non è molto preservato, a causa della franosità del versante. Poco sotto il Castel, trovo una deviazione, che consente di evitare una zona franata. Deviazione che però perdo, nonostante scorga dei segnavia nella direzione corretta, perché seguo invece le tracce più marcate, finendo proprio nella zona incriminata, che comunque oltrepasso senza difficoltà. La mia bussola interna deve essere in pausa pranzo, perché perdo nuovamente il sentiero e arrivo al colle ravanando tra cespugli di ginestra. Grazie al cielo la stagione delle zecche è già terminata. Al valico trovo delle tacche biancorosse, dei cartelli che danno Ostana a un'ora, nonostante ne sia trascorsa solo mezza dai precedenti, e un sentiero bollato di rosso diretto sempre alla Vardetta, non riportato sulla mia carta.
Il mio sentiero procede in piano in un fittissimo bosco di noccioli e betulle, sempre segnale di ripopolamento di vecchi pascoli. Mi verrebbe da definirlo primordiale, da quanto è folto e intricato, mentre è proprio il contrario. Supero un primo rio su un ponticello e ne raggiungo un secondo al fondo di un profondo impluvio. Questo una volta alimentava molte bialere che irrigavano i campi di Ostana; sul Dizionario del Casalis è erroneamente indicato il Toussiè, che scorre tra Ciampagna e San Chiaffredo, come fonte dell'irrigazione. Lo oltrepasso su un ponte più grande (ne doveva esistere uno storico, perché il punto è conosciuto appunto come Pont, ma non ne è rimasta traccia), e procedo in lieve salita tra larici diretto al Bric Salichart.

Il toponimo parrebbe contrarre Serre degli Aicardi, una famiglia nobile di Barge, ai piedi della valle. In effetti la forma è quella di un luogo dove il pendio spiana ed è esposto al sole. Qui ci sono delle panche a cui arrivano dei raggi di luce, nonostante siano nel bosco. Dall'altezza del sole valuto però che potrei arrivare a San Nicolao in tempo per la merenda, prima che scompaia dietro la catena del Monviso. Senza indugio proseguo perciò per un'ampia mulattiera tra faggi imponenti, baciati da un sole frontale che ne esalta i colori delle foglie traslucide. Il pendio è sorretto da un alto muro a secco. Fabbricare questi muri era un lavoro che richiedeva uno sforzo notevole, specie per lo scasso che andava fatto con le mine, dopo aver preparato i fori con un laborioso lavoro con mazza e picca.
Arrivo all'ampia piazzola posta ai piedi della chiesetta, risultato del lavoro di estrazione delle lauze, dove mi aspetta un corvo reale appollaiato su una placca sospesa al precipizio. La semplice chiesa medievale dedicata a san Nicolao, fronteggiata da un faggio sacro dalle foglie bramate, è probabilmente la prima chiesa cattolica di Ostana eretta dopo la diffusione del valdismo. Era anche il luogo dove la gente amava radunarsi a ballare, tradizione non particolarmente apprezzata da don Mondino, il parroco legato al restauro della parrocchiale nel 1925. Egli soleva nominare uno per uno tali peccatori nel corso delle funzioni. Il successore si dimostrò di vedute più tolleranti, tanto da accompagnare le ragazze al ballo con la sua 600.
La rustica chiesetta è però soprattutto il miglior punto di vista dell'escursione da cui ammirare la catena del Viso, quello da cui scattare una foto a cui apporre le targhette. A forza di fare, qualche cima la so riconoscere: il Visolotto, che da Torino sembra un trapezio mentre da qui appare aguzzo, quindi dall'altra parte punta Michelis, punta Trento, Cima delle Lobbie. Sono praticamente infiniti i nomi che mi mancano: quando cominciò l'interesse alpinistico per il gruppo, prima conosciuto solo con il nome collettivo di Vesulo, ogni suo bitorzolo meritò un nome. La maggior parte fu creata a cavallo tra Otto e Novecento dal naturalista e alpinista Ubaldo Valbusa, che divenne la massima autorità del suo tempo sul massiccio ed ebbe un ruolo centrale nello spostamento nella posizione attuale del rifugio Quintino Sella, la base per le salite alla cima. Nella scelta dei nomi, egli si ispirò a temi patriottici e irredentisti: Dante, Roma, Trento, Udine…
A valle delle cime rocciose segue la dorsale più erbosa con la val Varaita fino alla Testa di Garitta Nuova, che a giugno ho percorso per un buon tratto. Sopra il Viso ci sono delle velature, che purtroppo non sono iridescenti nonostante sia la stagione propizia, forse perché non fa abbastanza freddo e non contengono sufficiente ghiaccio. Da dietro l'angolo sbuca intanto una signora, che mi credeva un capriolo e perciò spavento parlandole, e qualche minuto dopo, dal lato opposto, un vecchio con mascherina chirurgica. Ho giusto un quarto d'ora di tempo per gustare il tè con i biscotti nel tepore del pomeriggio, prima che il sole cali costringendomi al pile.

Pigroneggio ancora, nonostante il fresco. Resterei ancora volentieri qui fino a sera, per ammirare i monti alla luce della luna quasi piena. Scendo infine la scalinata e imbocco la mulattiera erbosa diretta a Villa, tra prati e boschetti. Potrebbe avere anche un senso scendere per la strada asfaltata fino a Sant'Antonio, per ammirare qualche bella borgata. La mulattiera che invece scelgo è profondamente arata dai cinghiali; tracce del genere ne avevo viste qua e là lungo il giro, ma con questa estensione no. Qui c'erano delle sorgenti, che erano sfruttate per far macerare i fusti della canapa, il primo stadio della lavorazione necessaria a ottenere la fibra. Il maceratoio era chiamato nais. L'Italia fu uno dei maggiori produttori mondiali di questa fibra, prima che dagli Anni Cinquanta fosse soppiantata da altri prodotti. In paese c'erano gli impianti necessari a ogni fase della sua lavorazione, che era molto articolata. I montanari, come anche i loro dirimpettai di Oncino, emigravano anche stagionalmente in pianura per svolgere la fase della pettinatura, in tale numero che i curati del paese ottennero il permesso di spostare la festa di san Nicolao dall'inverno all'estate, in modo che potesse essere partecipata. Secondo il sano principio secondo cui non si butta via niente, oggi detto pomposamente economia circolare, i semi erano impiegati per nutrire le galline d'inverno. Solo le foglie non servivano a nulla. Il contrario di oggi, quando sono la parte più apprezzata a fini ricreativi, seppure di una diversa varietà: forse ha ragione l'irsuto, quando scrive che il mondo attuale è storto…
Passo per un gruppetto di vecchie case in disarmo, con i tetti sistemati, ma i piani interni crollati. Mi faccio ingannare da una tacca su un gradino e manco un tratto di mulattiera. Incrocio di nuovo i tre vecchi reduci dalla spaghettata, che stanno scendendo in auto e si sono fermati a prendere dell'acqua a una fontana. In paese i locali sono sprangati, ma c'è della gente in giro. La Panda fa resistenza passiva, ma alla fine deve acconsentire a lasciare i monti.

Bibliografia

G. Aimar, Gente di Monviso, Saluzzo 2002
G. Casalis, Dizionario geografico storico-statistico-commerciale degli stati di S.M. il Re di Sardegna, Torino 1833-1856
C. Muletti, San Gioffredo e il suo santuario sui monti di Crissolo in val Po. Cenni storici, Saluzzo 1865
Civico museo etnografico Ostana Alta Valle Po, Ostana: al rëvin dal soulélh, Ostana 2006
Civico museo etnografico Ostana Alta Valle Po, Ostana: intrecci di vita, Ostana 1998
T. Vindemmio - G. Di Francesco, Oncino, Crissolo, Ostana. Tre comunità occitaniche alpine. Microstoria dell'alta valle Po, Pinerolo 2004

Galleria fotografica

Villa
Villa
Chiesa
Chiesa
Sant
Sant'Antonio




Monviso
Monviso
Punta Rasciassa
Punta Rasciassa
Santuario di san Chiaffredo e Monviso
Santuario di san Chiaffredo e Monviso
Ciampagna
Ciampagna




Serre
Serre
Serre
Serre
Meire Durandin
Meire Durandin

Santa Lucia della Vardetta
Santa Lucia della Vardetta
Santa Lucia della Vardetta
Santa Lucia della Vardetta

Croce delle Grange
Croce delle Grange

Caze del Bric
Caze del Bric

Via dei Morti
Via dei Morti
San Nicolao
San Nicolao
Serre di Oncino
Serre di Oncino
Martin
Martin
Monviso
Monviso