Tour dell'Oronaye

Val Maira/Vallée de l'Ubayette

4-5 agosto


In un baleno

L'alto muraglione della morena frontale della Piccola Era Glaciale si prospetta di fronte. Il suo colore grigio scuro, quasi nero, crea una netta cesura tra l'ambiente ameno della conca del lago e quello molto severo, da alta montagna, verso il colle, caratterizzato dalle vaste distese di detrito di falda, tipiche degli ambienti dolomitici, oltre che dai detriti morenici

Temporale (Valle Enchiausa)
Temporale (Valle Enchiausa)

Diario di viaggio

Questo lungo anello da due giorni di cammino attraversa le borgate e gli ambienti dolomitici dell'alta Val Maira, percorrendone alcune mulattiere militari. Si svolge quasi tutto su comodi sentieri, a parte qualche passaggio su ghiaioni franosi attorno al colle di Enchiausa. Richiede però un certo impegno fisico, ampiamente ripagato dai paesaggi molto diversificati. Salire in alta quota partendo dalla media montagna permette infatti di apprezzare come cambiano l'ambiente montano e la colonizzazione umana al variare dell'altitudine.

Frere è pressoché deserta al mio arrivo, nonostante non sia propriamente l'alba. Solo un uomo con indosso una maglietta sgargiante è seduto sotto una tettoia con panche, in quello che sembra il punto di socializzazione della frazione. Avevo puntato la sveglia alle 4, ma, poco prima che suonasse, l'avevo spostata alle 5 e mi ero girato dall'altra parte, sonnecchiando piacevolmente per un'ora in più. Così adesso sono le 8.30. Parcheggio nell'unico posto rimasto libero e imbocco la Scurcio, la mulattiera che unisce le frazioni del vallone di Unerzio. Subito è una pista erbosa, fino a un prato, quindi si restringe e diventa sentiero. Noto subito che la vegetazione da media montagna è alquanto varia, con un susseguirsi di maggiociondoli, frassini, ontani bianchi, pini, aceri di monte, abeti bianchi e salici vicini ai torrenti. Non ricordo di aver visto faggi, che vegetano non lontano da qui sull'ubac di Stroppo, forse perché ho già varcato il confine con la zona più interna delle Alpi, a clima più arido e continentale, come sembra confermare la presenza di cespugli di ginepro. Una serie di cartelli permette di riconoscere le varie specie.
Il sentiero aggira con uno zig-zag un grosso masso calcareo di forma ovoidale, un masso erratico, presumo. Costeggia quindi un muro a secco di grosse pietre bianche, purtroppo gonfio in un punto, che delimita un terrazzamento. La coltivazione più comune a queste quote era la segale, il cereale che meglio si adatta al clima freddo. Oggi questa zona, come anche altri prati più piccoli lungo il sentiero, è quasi del tutto abbandonata. Solo verso Chialvetta vedrò una zona delimitata dal vachè eletric con un asino al pascolo. Un rigagnolo ora secco ha trascinato a valle una gran quantità di limo e ha invaso alcuni metri di mulattiera.
La borgata di Gheit è tenuta come un gioiellino. È stato restaurato il locale che contiene il forno comunitario, ma purtroppo è chiuso. Sbircio da una finestrella la bocca e le mensole per far raffreddare le pagnotte. In montagna il pane era cotto solo una volta l'anno, in autunno, dopo la fine dei lavori agricoli, ed era quindi messo a seccare per essere conservato. Diventava perciò durissimo e poteva essere mangiato solo ammollandolo nel latte. Horace Bénédict de Saussure, lo scienziato illuminista noto per aver organizzato la prima ascensione al Monte Bianco, quando visitò Macugnaga nel 1789, apprese che il pane poteva essere tagliato solo con l'ascia. Attraverso le case perfettamente curate e riprendo la mulattiera sempre nel bosco misto. In un tratto che corre sotto la strada, una rotoballa è adagiata contro un albero sul fianco del tracciato, caduta da qualche carro e non più recuperata. Una serie di prati più ampi introducono Chialvetta, la frazione principale del vallone di Unerzio. Un lungo serpente verde mi attraversa la strada. Passo dall'Osteria della Gardetta per chiedere se l'indomani potrò visitare il museo etnografico, ma Rolando, il proprietario, mi dice di provare ma si dimostra scettico, perché in questo periodo ha troppo da fare.
Oltre Chialvetta ci sono prati più ampi e ancora tenuti. Un grosso mucchio di sassi bianchi da spietramento si trova lungo il sentiero. Ora i cartelli mostrano le principali specie animali che popolano queste montagne. Quello relativo alla rana è posto ai margini di un minuscolo stagno, dove però vedo solo dei girini e quegli insetti che sfruttano la tensione superficiale per galleggiare. Fanno capolino alcune delle cime dall'aspetto dolomitico alla testa del vallone. Qui il tracciato è quasi interamente bordeggiato dai frassini, le cui foglie fornivano il nutrimento alle vacche negli anni poveri d'erba. Questa pratica è documentata fin dal tempo dei Romani. Arrivo a Pratorotondo, dove sono in corso i preparativi per la festa della Madonna delle Neve, qui celebrata con un giorno d'anticipo. Hanno piazzato una lunga tavolata nell'unica via del paese e stanno raccogliendo le prenotazioni per la polenta. Il culto, molto diffuso in Italia, ricorda una nevicata miracolosa avvenuta a Roma in agosto; è una cristianizzazione dei culti animisti delle divinità apportatrici della preziosa acqua ed era perciò molto sentito dai contadini.

Faccio una pausa sulla panchina della cappella, principalmente per cospargermi di crema solare, visto che sono ormai passate le 10 e sto per uscire dal bosco continuo. Proseguo lungo la mulattiera nei prati, che in breve mi porta a Viviere, ultima frazione del vallone. Sempre al sole e poi tra i larici, proseguo in salita sotto una luce molto estiva, con la foschia della calura che colora di blu anche le montagne vicine. Arrivo alla strada militare, dove sono parcheggiate molte auto di escursionisti, fedeli a due delle regole auree di questa attività: si sale in auto nel posto più alto possibile e la montagna comincia dove finisce il bosco. Seguo la pista, lasciando sulla destra il sentiero per il colle di Enchiausa che percorrerò al ritorno e andando invece a imboccare quello per il colle Scaletta. Tra radi larici, la cui rarefatta chioma non mi fornisce l'ombra che agogno sempre di più, arrivo ad affacciarmi sul bel pianoro erboso di Prato Ciorliero, e ai soprastanti pendii che portano all'altopiano della Gardetta.
Sfrutto l'ultimo lacerto di ombra per una pausa al bivio per il colle Oserot, dove bevo e mangio della frutta. Oggi ho prudenzialmente portato tre litri di acqua e i sali. Berrò quasi tutta l'acqua delle borracce, senza contare quella delle fontane nei paesi. Nelle ore più assolate del giorno, mi aspetta il tratto più ripido della salita. È il momento giusto per rimpiangere di non essermi alzato alle 4. La salita è davvero ripida, come mi ricordo per aver percorso questo sentiero in discesa durante l'anello del monte Scaletta. Rimonto faticosamente una morena laterale tra gli ultimi larici sparsi. Non so perché, ma associo la risalita di morene quasi sempre a faticacce, forse perché sono in alto e ci arrivo nelle ore peggiori del giorno. Poi questa prende in pieno il sole, con gran gioia dei larici, che nei punti più riparati arrivano a quota 2400 m. Il tracciato militare punta verso un canalino detritico e lo risale con erti tornanti, fino a sbucare in una zona più pianeggiante. Questo dovrebbe essere il passo dell'Escalon, anche se non c'è alcun cartello a confermarlo. Da qualche minuto ho cominciato ad avvertire dei crampi, certamente a causa della gran sudorazione. Pertanto mi fermo, apro le tasche dello zaino ed estraggo al bustina di sali e la borraccia. Mi riempio il bicchiere e lo tracanno, zittendo così i sintomi. Per buona norma aggiungo una spalmata di crema solare.
Da qui la salita è più dolce. In senso opposto vedo arrivare qualche ciclista, che come me fa il giro dell'Oronaye, ma per un percorso lievemente diverso. Alla mia destra il ghiaione di falda è tagliato dalla traccia del sentiero Cavallero, diretto al bivacco Enrico e Mario e all'attacco della ferrata dell'Oronaye. La vegetazione è composta in gran parte dalle piante a cuscinetto, che stanno fiorendo in pieno agosto: è davvero breve la stagione buona a questa quota. Giungo al colle Scaletta, dove vedo arrivare una coppia di ragazzi dall'omonima vetta. Hanno percorso l'anello dal passo Peroni e se ne dicono entusiasti; d'altronde anche per Rolando questo è il giro più bello della sua zona.
Anche se sono sulla cima della giornata, non mi fermo e decido invece di scendere al lago superiore di Roburent. Arrivo fino ad un poggio panoramico, da cui lo domino, ma i posti migliori sono già occupati, per cui scelgo di proseguire fino ai prati in riva al lago. La sua forma è insolitamente articolata, per via di una penisola con torrione che si insinua verso il centro. Dal basso arrivano alcuni ciclisti che stanno penosamente arrancando con la bici a spalle. Mi dicono che questo è l'unico tratto disagevole del giro dell'Oronaye, altrimenti ciclabile.

Sento sulla pelle le prime gocce, che ben presto si convertono in una pioggia fine, convincendomi a indossare il guscio e il coprizaino. Mangio il panino sotto la pioggerella, difendendolo da un cane che si avvicina speranzoso, invano richiamato dai padroni. Dopo una mezz'ora la pioggia cessa e ne approfitto per un giro fotografico sulle sponde. Accanto alla riva ci sono degli strani muraglioni che formano come un nido di api, senza tracce di tetti, neanche crollati. Immagino che siano di origine militare, visto che attorno non c'è vegetazione nitrofila. Qualche pecora in zona c'è, perché odo i loro versi e l'abbaiare dei cani.
Seguendo le numerose tracce, salgo al colle, dove c'è un cippo di confine con inciso un giglio su un lato e una croce sull'altro. Dei due sentieri che scendono verso la Francia, imbocco quello che rimane più basso e scende al lac d'Oronaye. Di fronte ho due montagne particolarmente fotogeniche, il Bec du Lievre poco oltre il lago e la Meyna in lontananza. Fotograferò la prima da ogni lato, tra oggi e domani, mentre per adesso della seconda riesco a distinguere solo la sagoma da piramide arrotondata, per la prospettiva aerea che ne appiattisce i dettagli. Non riesco invece a vedere l'Oronaye, che mi sovrasta e mostrerebbe da qui il suo lato migliore, perché è completamente avvolto dalle nuvole. Nonostante la pioggia, il cielo è infatti rimasto cupo e ne sembra promettere altra. Scendo al lago tra fischi e fughe di marmotte. Conto di fotografare qualche riflesso dei bei torrioni dolomitici che ci sono a nord-ovest, ma quando vi sono prossimo si alza il vento e ne increspa la superficie. L'emissario del lago finisce in un piccolo laghetto senza nome, che invece emissario non ha. Subito penso a un inghiottitoio carsico (sulla destra del sentiero ci sono delle doline), ma poi l'indomani farò caso che a valle è sbarrato da una morena e l'acqua si insinua nelle porosità del terreno, per puoi fuoriuscire un po' più a valle, come nel caso del lago Chiaretto ai piedi del Monviso.
Uno dei ciclisti visti sopra il lago mi aveva chiesto se questo sentiero fosse ciclabile: ora che lo sto percorrendo posso tranquillamente rispondergli: «Mica tanto». Infatti ha un fondo molto ghiaioso e sdrucciolevole. Intanto, nonostante un tuono, il cielo sembra sgombrarsi e la temperatura sale. Mi fermo perciò a togliermi il guscio e a sbocconcellare del cioccolato. Mai mossa fu più avventata: ben presto riprende a piovere.
Noto sull'altra sponda del torrente l'attacco della traccia non segnalata, che secondo la cartina, mi porterà direttamente al colle della Maddalena, dove c'è il rifugio, senza dover scendere alla statale e poi risalirla per un chilometro. Scendo nella V del torrente senza trovare un vero sentiero, ma noto che il guado è stato facilitato, per cui questa traccia è percorsa. La pioggia si fa più fitta e diventa necessario indossare la giacca. Il sentiero taglia a mezzacosta un prato quasi senza una pietra ed è perciò terroso. Il temporale entrato nel vivo lo rende fangoso e assai scivoloso: nei tratti più ripidi devo andare molto cauto e puntare i bastoncini. Scopro che le maniche della giacca hanno perso l'impermeabilità, mentre almeno le pedule l'hanno riguadagnata dopo una spruzzata dello spray miracoloso. Per fortuna l'unico fulmine cade in bella vista ma abbastanza lontano. Ad un certo punto attraverso un impluvio dove il torrente ha scavato un solco terroso profondo oltre un metro, ma salirne e scenderne le sponde scivolose si rivela più semplice di quanto sembri. Noto intanto che sulla strada corre parecchio traffico di auto di gitanti in fuga dal temporale e ho fatto quindi bene a evitarla. La pioggia per fortuna non dura molto e arrivo al colle infangato, ma a cappuccio sollevato. Il cielo resta però cupo (non si sgombrerà neanche a sera) e continua a piovere verso valle.
Lascio guscio, coprizaino e scarponi inzuppati nel disimpegno all'ingresso e per prima cosa penso a una doccia. Solo dopo c'è tempo per un tè con la torta di nocciole. La cena è un'abbuffata: la polenta con il gustoso formaggio, che mi dimentico di chiedere quale sia, è servita in un fojot da due. Rinuncio anche al bunet per non esplodere. C'è molta gente a cena, sia pensionanti che passanti, ma sono l'unico a piedi, come immaginavo. Vado a letto presto, in una camerata con il personale.

La colazione è più esigua e me la cavo in fretta. Quando voglio partire scopro però che i miei bastoncini sono stati presi da un membro del personale che è andato a farsi una passeggiata, convinto che fossero del gestore. Forse è stato quello a cui ieri sera avevo affibbiato l'epiteto di scroccone, mentre mendicava una sigaretta da un collega con occhioni da cane bastonato: si è vendicato involontariamente. Il gestore per fortuna è un corridore, per cui approfitta dell'occasione per farsi una corsetta e andarli a recuperare. Mi ringrazia anche dell'imprevisto, perché non aveva tanta voglia di allenarsi, ma è stato costretto dagli eventi.
Il sentiero fortunatamente si è un po' asciugato ed è meno scivoloso di ieri. Osservo dalle impronte che sono derapati anche dei camosci. Faccio caso alla presenza di Gentiana lutea e di veratro dalle foglie assenti o marcite. Sento belare le pecore, ma subito non riesco a capire dove siano. Solo quando ho varcato il torrente e mi sono arrampicato sull'altra sponda, riesco a vedere che si sono andate a cacciare su un pratino appeso al precipizio, quasi sulla dorsale delle Tete des Blaves. Il pastore è salito sopra di loro e si staglia contro il cielo, mentre urla per mandarle in basso. Le pecore si mettono allora in fila, nere nel controluce del cielo. Peccato non avere il 200mm, ma volutamente preferisco portare acqua: anche oggi consumerò quasi tutti i tre litri, prima di arrivare alla prima fontana.
Ieri avevo attraversato questa zona un po' di carriera per i nuvoloni incombenti, mentre oggi con più calma faccio caso alla complessa rete di morene di questo punto, in cui la valle vira bruscamente di 90°. L'Oronaye oggi è sgombro, ma a quest'ora è completamente nero e senza dettagli per il controluce. Dopo il bivio, dove lascio sulla destra il sentiero disceso ieri, una distesa di Rumex alpinus annuncia le Bergeries de l'Oronaye. Qui piego decisamente a nord-ovest e per dolci dossi punto al colle, ammirando i torrioni su ambo i lati della valle. Alla sommità mi si apre poi una magnifica vista su un'ampia distesa di dossi erbosi con cime dolomitiche sullo sfondo. Al termine della pausa, dopo essermi cosparso di crema, aver bevuto e mangiato, mi diletto a traguardarle per scoprire i nomi: il Buc de Nubiera e il Brec de Chambeyron sono quasi allineati, mentre purtroppo è fuori dalla mia carta la bella cima piramidale con gli strati a franapoggio già fotografata ieri. A casa scoprirò che è la Meyna. Non penso a usare la bussola per puntare direttamente verso il colle delle Munie, ma preferisco seguire il sentiero. Scendo a un alpeggio, dove sono evidenti i segni dello stazionamento delle pecore, che avevo visto pascolare a nord del colle. Solo ora mi rendo conto di quanto sarebbe lungo il giro restando sul sentiero segnalato e cambio decisamente rotta puntando dritto al colle. Mettendo in fuga una marmotta, per morbidi dossi erbosi vado a intercettare il nuovo sentiero sul margine di un canyon. Fossi stato più furbo, avrei puntato subito qui, passando dall'evidente pianoro in cui il torrente scorre a meandri, risparmiandomi almeno una ventina di minuti.
Risalgo i verdi dossi e dal colle mi affaccio sull'Oronaye e l'Autovallonasso sovrastati da minacciose nuvole nere. Dovrei ficcarmici proprio in mezzo, per valicare il colle di Enchiausa e inizio a valutare che in caso di avversità atmosferiche potrei invece scendere a valle a andare a Chialvetta per il colle Ciarbonet, una via più lunga, ma tra gli alberi e più lontana dalle cime tempestose. Per dolci dossi prativi, costeggiando il minuscolo lago delle Munie (una pozzanghera fangosa), tra numerosi escursionisti scendo al lago Apsoi, presso cui sorge il bivacco Bonelli. I dintorni sono punteggiati da numerose doline, nella più profonda delle quali sorge il lago, che non ha immissario né emissario, ma è alimentato solo dallo scioglimento primaverile della neve e dalle piogge. Sulle sponde ci sono molte persone, dove molte è inteso nel senso di un posto raggiungibile con tre ore di salita ripida.

Visto che i nuvoloni minacciosi si sono parzialmente dissolti, decido di fare una pausa breve, anche se sarebbe ora di pranzo, e di salire verso il colle di Enchiausa. Quando parto, senza che il cielo si sia chiuso comincia a piovigginare. Persisto nella scelta, limitandomi a indossare il coprizaino, ma non la giacca, per non fare la sauna in salita. Il sentiero mostra un'evidente fattura militare, anche se lungo il percorso non vedrò resti di fortificazioni o ricoveri: forse era solo una via di collegamento alta. Si porta sui fianchi dell'Autovallonasso, tra i suoi detriti di falda vegetati, e lo aggira stando alto sopra il lago, traversando un ripido pendio di magro prato. Da qui vedo i numerosi gitanti accampati lungo il lago raccogliere le proprie masserizie e partire all'unisono, coperti da giacche e mantelle. Lo sgocciolio dura però poco. Il sentiero resta sull'unico prato del vallone tra Autovallonasso e Oronaye, risalendolo a tornanti. L'alto muraglione della morena frontale della Piccola Era Glaciale si prospetta di fronte. Il suo colore grigio scuro, quasi nero, crea una netta cesura tra l'ambiente ameno della conca del lago e quello molto severo, da alta montagna, verso il colle, caratterizzato dalle vaste distese di detrito di falda, tipiche degli ambienti dolomitici, oltre che dai detriti morenici. Il sentiero ne raggiunge la cresta, attraversando un canalone di slavina, occupato da un nevaio di neve dura e scivolosa, ma per fortuna qui poco pendente. Se si dovesse risalirlo, tuttavia, almeno i ramponcini sarebbero necessari. In qualche punto il tracciato è stato sommerso dai detriti, ma le segnalazioni conducono senza difficoltà oltre le zone invase. Mi si prospetta di fronte il ghiaione finale, proprio mentre compare nuovamente il sole in un cielo un po' più azzurro. Superata una conca occupata dal culmine del nevaio già attraversato, mi porto ai piedi del pendio finale alto un centinaio di metri, dove il tracciato originale ben presto scompare. Non resta che seguire le tracce segnalate nel ghiaione, che lo affrontano ripide e arrancose, come le definirebbe Fenoglio. Il panorama verso valle è dipinto da una luce livida e chiara sulle cime lontane, già ammirate prima dal colle delle Munie.
Quando arrivo al colle, riprende a piovere. Le nuvole inghiottono avidamente i contrafforti verso l'Oronaye, senza nemmeno darmi il tempo di fotografarli. Quattro escursionisti che vedevo dal basso hanno già cominciato a scendere. Neanche considero la panca di legno, che sarebbe perfetta per mangiare il panino, ma tiro dritto. Per fortuna qui il pendio è più erboso, per cui la traccia si è conservata. Il vallone è molto più stretto e ripido di quello salito, con un solco a U dai fianchi quasi verticali. Prima di finire in una conca occupata da un nevaio, il sentiero si disperde in un rivolo di tracce che attraversano un ghiaione di detrito fine e franoso. Dall'alto individuo quella che scende al nevaio solo al fondo della conca, dove spiana. È una buona strategia, perché anche stavolta la neve è dura e scivolosa, come scopro a mie spese quando vi poggio il primo piede. Seguo brevemente il margine del nevaio e trovo quasi subito il sentiero di nuovo ben marcato.
Senza alcun preavviso dell'altimetro barometrico, la pioggia va infittendosi ed è perciò giunto il momento di indossare il guscio. Per fortuna la precipitazione sarà forte solo per pochi minuti e la grandinata breve e fine. Il sentiero terroso sarà percorso da un rivolo d'acqua, che lo renderà fangoso e sdrucciolevole, come ieri. I tuoni saranno quasi continui. Quanto ai fulmini, solo uno cadrà a meno di un chilometro e avrò allora la tentazione di fermarmi accucciato, come insegna il Soccorso Alpino, mentre gli altri mi gireranno intorno ad almeno uno e mezzo. Cesseranno giusto quando arriverò ai larici, nella zona meno pericolosa. Nel momento della precipitazione più intensa avrò la visione di un piccolo bivacco su un dosso, ma si rivelerà un inganno prospettico, perché in realtà è molto grande, ma sul lato opposto del vallone. A ogni modo, conservo la freddezza necessaria per scattare la foto migliore della gita, un'immagine da litografia romantica alle montagne sovrastate dai nuvoloni cupi e densi e avvolte nella foschia della pioggia. Il vallone disceso è formato da una successione di soglie glaciali, seguite da un salto. Il sentiero si mantiene sui prati del fianco sinistro, avvicinandosi al fondo nei pressi delle soglie, per poi trovarsi molto più alto a valle del salto. Sui fianchi si alternano pareti calcaree e detriti di falda.
Arrivo al bivio con il sentiero Cavallero che scende dal Colletto, insieme a quattro escursionisti che arrivano da quella direzione. Proseguiamo insieme per un tratto, sul fondo del vallone tra radi larici. Dei rigagnoli, dove anche adesso, dopo il temporale, non corre che un rivolo d'acqua, hanno invaso di detriti un'ampia area e cancellato il sentiero. Chissà che bomba d'acqua dev'essere caduta quella volta. Uno dei quattro scivola su queste pietre e frana sul sedere senza conseguenze, scatenando il sarcasmo dei compagni. Intanto è cessato di piovere, le nuvole si sono sollevate e la foschia diradata. Persiste tuttavia un cielo lattiginoso che rovina qualunque foto che lo includa. Il sentiero prosegue in traverso restando un poco alto sul fondo del vallone. Nel pianoro delle grange Gorra ci sono degli orti geometrici, con il terreno ricoperto da teli di plastica, che ho visto usare nelle coltivazioni di erbe. Qui la coltura è il genepy, come mi diranno al rifugio di Viviere.

Mi fermo a consumare il panino che ancora non ho avuto il tempo di mangiare; per fortuna ho una buona resistenza alla carestia, perché conosco gente che sarebbe già svenuta. Il freddo mi impedisce però di arrivare in fondo al fiero pasto di pomodori e cipolle e mi rimetto perciò in marcia. Entrare nel lariceto fitto mi dona una sensazione di quiete e benessere che apprezzo moltissimo, dopo la tensione elettrica del temporale e la mancanza di una vera pausa defatigante. Scendo alla strada militare, dove i quattro escursionisti hanno parcheggiato l'auto e si stanno cambiando. La attraverso e imbocco il sentiero dell'andata, che costeggia un prato bordato da un muro a secco, dove stanno ruminando delle vacche bianche. Vado al rifugio di Viviere più per assaporare il tepore del locale in maglietta che per la birra. Proseguo per Pratorotondo, dove dei boy-scout sono seduti in circolo sotto una tettoia, e quindi per Chialvetta. Qui spero di visitare il museo etnografico, ma Rolando mi spiega che in questo periodo di alta stagione non ha tempo di farmi da cicerone, consigliandomi di tornare piuttosto a settembre. In questo momento sta preparando la cena per i tedeschi della GTA, che si stanno riposando seduti al tavolo esterno. Scambio con lui qualche impressione sulla gita, i fulmini che ti saettano intorno e il clima degli ultimi due anni, prendo un caffè e riparto.
Riempio le borracce con l'acqua da portarmi a casa e proseguo, notando che qui il terreno è asciutto, come pure il rigangnolo che ha riempito di terra la Scurcio, e non deve perciò essere piovuto. In compenso il torrente Unerzio è diventato limaccioso ed è salito di livello per il temporale a monte. A Frere saluto una signora che va a zonzo tra le case, mentre un gruppetto di vecchi chiacchiera nelle panche sotto la tettoia. Quando arrivo all'auto, telefono al rifugio dove ho dormito per avvisare della buona riuscita della gita, come mi aveva chiesto il gestore, in modo da sapere se avessi avuto problemi e poter avvisare i soccorsi. In realtà la parte più pericolosa sarà da qui a casa: guidando fin qui, avevo visto un gruppo di pompieri e carabinieri andare dalla strada verso un canale e poi dei segni di pneumatici che vi puntavano. Sulla cronaca locale leggerò che poche ore prima un'auto con quattro ragazzi era finita in acqua e due di loro erano morti.

Galleria fotografica

Frere
Frere
Gheit
Gheit
Gheit
Gheit
Chialvetta
Chialvetta
Pratorotondo
Pratorotondo
Prato Ciorliero
Prato Ciorliero
Passo dell’Escalon
Passo dell’Escalon
Lago superiore di Roburent
Lago superiore di Roburent
Lago superiore di Roburent
Lago superiore di Roburent
Lac de l’Orrenaye e Bec du Lievre
Lac de l’Orrenaye e Bec du Lievre
Rifugio della Pace
Rifugio della Pace
Passatempi crepuscolari
Passatempi crepuscolari
Rifugio della Pace
Rifugio della Pace
Bec du Lievre
Bec du Lievre
Tete des Blaves
Tete des Blaves
Col de la Gipière de l’Orrenaye
Col de la Gipière de l’Orrenaye
Col de la Gipière de l’Orrenaye
Col de la Gipière de l’Orrenaye
Les Aiguilletes
Les Aiguilletes
Buc de Nubiera
Buc de Nubiera
Bec du Lievre
Bec du Lievre
Monte Oronaye
Monte Oronaye
Temporale (Valle Enchiausa)
Temporale (Valle Enchiausa)
Grange Gorra
Grange Gorra

Rotoballa
Rotoballa
Gheit
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Terrazzamento
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