Bric Puschera

Langhe

Aprile-maggio


Pino silvestre tra i calanchi
Pino silvestre tra i calanchi

Diario di viaggio

«Siamo finiti nell'unica zona senza vigne». Così commenta un gitante, quando, dopo quattro ore e mezza di cammino langarolo, abbiamo attraversato magri coltivi, calanchi, piccoli prati e vaste distese di cerri, senza vedere alcun grappolo di nebbiolo. Tutti associano le Langhe alle vigne, ma queste occupano solo una piccola porzione del territorio, una sottile fascia nella sua zona settentrionale. Il resto è ancora oggi più o meno come lo descriveva l'imperatore Ottone I poco prima dell'anno 1000: «Transivimus per deserta langarum et reliquimus ea, sine tributo» («Attraversammo i territori deserti delle Langhe, e li lasciammo senza esigere alcun tributo»): un territorio molto povero, con un'agricoltura stentata, affrancatasi dalla malora fenogliana solo grazie alla nocciola o pochi prodotti tipici, come la robiola di Roccaverano. Certo da allora gli orsi si sono estinti (ma i lupi sono tornati); inoltre i tedeschi sono venuti in massa a recuperare cascinali per trascorrere le vacanze o la pensione, ma il carattere tutto sommato ostile alla presenza umana è rimasto. Con questo anello si percorrono queste zone.

«Itinerario ad anello che si snoda nell’affascinante zona calanchiva di Merana». Recita infatti così il sito della provincia di Alessandria. Mi sembra che colga il punto di questo percorso e di questa zona, ricca di terre grame che già nel Medioevo erano il cruccio degli abitanti, quando l'economia si riduceva alla sussistenza con i prodotti locali. Qui la malora di Fenoglio non è stata solo una felice intuizione letteraria, ma la cifra della vita di quasi tutti. Oggi invece con la pancia piena ci concediamo il lusso di ammirare queste formazioni erosive con fascino delle aree deserte.
Nella zona sono stati segnati diversi sentieri, che per ragioni arcane portano tutti il numero 575, tuttalpiù seguito da una lettera (assente nella segnaletica sul campo), per marcare certe diramazioni.

Dal bar del paese si sale in un verde bosco misto fino alla collina dove sorgono la chiesa di San Fermo e la torre di un diruto castello; quest'ultima sarà una presenza costante dei panorami di tutto l'anello, rimpicciolendosi per poi tornare a ingrandirsi. La torre è aperta nei giorni dei picnic, quando frotte di motorizzati salgono fin qui dalla strada; all'inizio della primavera per fortuna la zona è invece deserta e ci si può attardare all'ombra della torre.
Scesi, si attraversa la prima zona calanchiva di marne grigie, per poi passare su un fondovalle più verde che conduce alle cascine Varaldi. Nei suoi prati troviamo alcuni caprioli, che alla nostra presenza pur lontana si rifugiano nella boscaglia. Ora si affronta in pieno la terra arida e friabile dei calanchi. C'è un punto in cui la traccia sembra perdersi (un sola tacca scolorita è pressoché invisibile), ma basta mantenere la direzione per ritrovare una traccia e, quando i calanchi sono ormai un ricordo, altre tacche biancorosse.
Dopo il tratto ripido, la salita si fa graduale e porta a delle formazioni erosive localmente note come Murion, che significa musoni, perché, con una opportuna dose di pareidolia, è possibile riconoscervi sembianze umane o animalesche. Si tratta della variante locale dei funghi di terra: in questo caso, delle marne più scure resistono meglio al dilavamento e fanno da cappello, quelle più chiare e friabili da gambo. In questi primi che si incontrano la forma a fungo è poco accentuata; se ne trovano altri più murioneschi nella zona di cascina Galli. Segue un tratto in cui il sentiero è molto infossato ed è pertanto perfetto come scolo per l'acqua, tanto che si è spesso costretti a fare un po' di equilibrismo sulle sponde dell'incavo.

Si arriva così a un trivio dove la mulattiera finisce in una stradina. A sinistra si prosegue in provincia di Savona, verso Piana Crixia, mentre il nostro percorso prosegue a destra più o meno in piano, in un bosco di querce. In primavera ci sono abbondanti fioriture di elleborina. Si giunge a un nuovo bivio, dove il sentiero principale cala a destra verso cascina Galli. Proseguiamo invece in piano, lungo un sentiero che dopo un po' scopriamo essere segnato dalla provincia di Asti e che conduce a Serole e, alla lunga, a Roccaverano. È troppo presto per scendere già e contiamo sul fatto che prima o poi troveremo un sentiero per tornare a valle.
Nei pressi di Pian del Verro troviamo sulla strada un gregge di capre, che, fedele al suo spirito gregario, decide di seguirci. La pastora è allora costretta suo malgrado a rinunciare al riposo e ad alzarsi essa stessa, mettersi in moto in direzione opposta alla nostra e a chiamare a gran voce le capre, che finalmente capiscono chi devono seguire. Solo una capra molto anziana, che cammina a fatica con le mammelle colme di latte, si mostra titubante, ma alla fine risponde ai ripetuti richiami per nome della sua padrona. In questa zona si costeggiano alcuni monumentali castagni da frutto, ormai abbandonati.
Il tracciato si mantiene in quota e alterna zone su stradine panoramiche (vista sul santuario del Todocco e sulle Alpi, presenza un po' eterea attraverso la foschia padana) a tratti nel bosco, fino a scendere alla chiesa di San Sebastiano, nei pressi di Serole. Il panorama da quassù è a perdita d'occhio.

Visto che il Bric Puschera è proprio lì a un tiro di schioppo, può valere la pena farci una puntata. È il colle più alto della Langa Astigiana ed è caratterizzato ad un boschetto di abeti rossi, una macchia scura che lo rende riconoscibile anche da lontano. Ci sono due sentieri possibili: da Serole o dalla strada per Roccaverano; si può pertanto fare un anello. In cima ci sono anche due tavoli con panche dove accomodarsi per il pranzo.
Da Serole ci tocca un po' di asfalto, su una strada dove però non passa nessuna automobile, vista anche l'ora da gambe sotto al tavolo. Superata la piazza del paese, deserta, senza neanche un'auto parcheggiata, riprendiamo finalmente una pista sterrata. Dopo un rapido tentativo di smarrirsi nei boschi, risaliamo la dorsale diretti al bric. Al fondo del gruppo, me la vedo con una signora in crisi multipla, anche se per fortuna c'è un sant'uomo che mi fa da schermo. Incrociamo due sorridenti tedeschi a torso nudo, dai fisici assai parchi, quasi da DDR, che fanno un piccolo anello in verso opposto al nostro. Finalmente raggiungiamo la dorsale erbosa che in breve ci porta alla cima. Fantastico panorama sulla cerchia delle Alpi, dal Galero al Rosa, oltre che sulle torri medievali dei paesi circostanti, costruite per proteggere i feudi dei marchesi Del Carretto dalle incursioni saracene.
Tranne due lucertole, tutti si fiondano all'ombra della caratteristica pecceta artificiale, che rende il Bric Puschera riconoscibile anche da lontano. Ci stravacchiamo per un po' nell'erba (qualche zecca sarà il ricordo dell'esperienza) e trascorriamo il tempo ciascuno a suo modo: chi discorrendo di residuati bellici da collezione, chi di cadaveri plastinati, chi in dissidi coniugali, chi recubans sub tegmine fraxini. Dopo oltre cinque ore dei primi caldi, l'acqua comincia a scarseggiare e si organizzano collette per gli assetati. Quando l'afa del mezzogiorno si avvia a dissolversi e la luce a migliorare, ci incamminiamo nuovamente, diretti alla chiesetta di San Sebastiano. Ci tocca un nuovo tratto di asfalto più breve del precedente, ma con frotte di motociclisti. Il calore che sale dal basso fa fumare i piedi più del solito.

Da San Sebastiano restiamo sulla strada ancora per un breve tratto, ma presto la lasciamo seguendo le indicazioni del 575, che conducono su una sterrata a destra. Si supera una cascina in ottima posizione, con nomi tedeschi sulle cassette postali. Troveremo due signori tedeschi anche al bar di Merana, intenti a sorseggiare un bicchiere di bianco. Si continua a scendere fino a imboccare un sentiero segnalato sulla destra, diretto al Monte di Mezzo.
Dopo un tratto nel bosco, confluisce da destra il sentiero che era passato da cascina Galli. Vale la pena di seguirlo brevemente prima di tornare sui propri passi, perché vi si trovano alcuni Murion molto caratteristici. Più avanti lungo la discesa, se ne troverà uno a forma di sfinge. Ripreso il sentiero diretto al Monte di Mezzo, si percorre una dorsale da cui si dipartono i calanchi più affascinanti della giornata. Più che le descrizioni penso che valgano le foto. Lungo il sentiero, il terreno marnoso conserva molte tracce di animali, tra cui quelle a manina con unghioni di un tasso, di cui vediamo anche le fatte.
Più in basso si può scegliere tra un sentiero più breve, che porta a Cascina Bruciata, o uno che fa un giro più panoramico. Naturalmente scegliamo il secondo, che poco oltre presenta due ulteriori rami che però finiscono tutti nello stesso posto, una cascina dove una volta troneggiava una 1100 R in decomposizione. Un ultimo breve tratto tra prati e stradine conduce alla colossale chiesa di Merana, dove termina la passeggiata. Saccheggiamo le birre del bar e sciogliamo il gruppo.

Bibliografia

, Anello di Merana, Rete escursionistica alessandrina
Descrive un percorso più breve di quello descritto qui, ma che include le parti più interessanti
, Astigiano Destinazione Outdoor,

Galleria fotografica

Calanchi
Calanchi
Povertà colorata
Povertà colorata
Cascine Varaldi e torre di San Fermo
Cascine Varaldi e torre di San Fermo
Calanchi
Calanchi
Ciliegio a cascina Galli
Ciliegio a cascina Galli
Murion dei Galli
Murion dei Galli
Serole
Serole
Panorma dalla dorsale
Panorma dalla dorsale
Bric Puschera
Bric Puschera
Panorama dal Bric Puschera
Panorama dal Bric Puschera
Timo fiorito nei calanchi
Timo fiorito nei calanchi
Calanchi
Calanchi
Pino silvestre tra i calanchi
Pino silvestre tra i calanchi
FIAT 1100 R
FIAT 1100 R
Merana
Merana