Tour di Rocca la Meja

Valle Maira

21 settembre/11 ottobre


Tramonto a Rocca la Meja
Tramonto a Rocca la Meja

Diario di viaggio

Un tranquillo giro ad anello attorno ad una delle montagne rocciose più belle che conosco. Sul terreno è ben segnalato con cartelli e tacche biancorosse, ma stranamente solo pensando alla percorrenza in verso antiorario. Invece trovo che sia meglio il verso orario, perché offre all'improvviso la vista più fotogenica sulla vetta, nelle ore in cui la luce evidenzia meglio la sua struttura a torrioni dolomitici.

Si parte dalle grange Selvest, a monte di Preit di Canosio. Al ponte troviamo diverse auto, mentre lungo il percorso incontreremo ben poca gente, a parte qualche gruppetto sull'altopiano, nella zona facilmente raggiungibile in auto. Mentre arrivavamo qui abbiamo superato anche un bel po' di ciclisti, che però fanno un giro più ampio, salendo per la strada e scendendo nel vallone di Marmora. Si percorre la pista sterrata che porta alle grange della Valletta. Il primo tratto offre gradevoli scorci sui pendii erbosi del colle Soleglio Bue (traduzione maccheronica di Beau Soleil), molto frequentati d'inverno. Già in questo tratto, oltre ai lariceti, c'è qualche assaggio di ambiente dolomitico. Trascurati i bivi per le grange Convento, il lago Nero e le grange della Valletta, la strada termina presso un alpeggio senza nome, posto su uno sbarramento che chiude un pianoro. L'erba ha una veste quasi autunnale; anche alcuni ciuffi dei larici cominciano a dorarsi, come del resto gli epilobi stanno un po' per volta assumendo la livrea autunnale rossa e argentata. Prendendo quota, la vista supera i confini del vallone di Preit e si spinge alla zona del colle Sampeyre con i vicini Pelvo d'Elva e Chersogno, oltre cui si riconosce l'inconfondibile sagoma del Monviso, che oggi ha la cima nascosta dai cumuli. Si gode anche della prima veduta sulla Meja, che da questo lato si presenta con una parete uniforme e verticale.
Il sentiero contorna a ovest il pianoro, guadagnando gradatamente quota. In questo primo tratto è moderatamente fangoso. Si giunge ai margini dei brulli ghiaioni di deiezione ai piedi delle pareti. Di qui si tacca una scorciatoia, che su terreno insidioso consente di abbreviare il percorso. Da questo lato non è segnalata da cartelli, mentre lo è dall'altro punto di attacco. Il nostro sentiero si allontana un po' dai ghiaioni e risale invece una morena, residuo di qualche era glaciale, già abbondantemente vegetata, anche da qualche minuto esemplare di larice che resiste alla quota. Ci imbattiamo in qualche fioritura tardiva. In qualche tratto si riconosce l'origine militare del tracciato, per il resto ormai ridotto a traccia.
Le ultime rampe conducono ai piedi di alcuni picchi calcarei che dominano il colle della Valletta. Ci fermiamo a pranzare cercando di ripararci dal vento.

Oltre il colle, il sentiero scende a zig-zag per poi tagliare a mezza costa il pendio detritico in direzione del colle del Mulo. In questo tratto bisogna fare un po' di ginnastica scavalcando o aggirando qualche masso. L'ambiente è molto brullo e senz'altro affascinante. Passiamo poco sopra un fotografo che ha fissato sopra un cavalletto una strana fotocamera, forse un banco ottico, ma da distante non riesco a capire. La mia ritrosia a stressare il prossimo vince sulla curiosità di scoprire cos'è. Al colle arriva dall'altro versante una sterrata militare. Questa zona è comodamente accessibile in auto dalla zona del colle Fauniera. Buona parte della sterrata è in buone condizioni è non è chiusa al traffico. Di solito chi vuole salire sulla rocca sale in auto fino ad uno slargo sotto il colle d'Ancoccia, dove termina il tratto con fondo migliore.
Restando in quota, si traversa fino a tale colle, su un altopiano da cui si dominano i dossi erbosi e rocciosi in cui culmina il vallone dell'Arma. Al colle appare improvvisa la vista migliore di Rocca la Meja. Conviene arrivarvi in un pomeriggio d'autunno, perché a quest'ora la luce evidenzia la sua struttura a torrioni che in altre ore risulta invece appiattita. Oggi il sole è velato, per cui la luce è un po' fastidiosa, ma in cielo ci sono poche nubi in grado di oscurarlo del tutto, per cui i chiaroscuri che danno forma alla vetta sono aprezzabili. Più lontano si vedono l'altopiano della Gardetta e in fondo l'Oronaye.
Naturalmente viene voglia di salire fin sulla cima della rocca. Non è eccessivamente difficile. Se si è agili tra le rocce non serve neppure la corda, mentre se non si è esperti di alpinismo è meglio andare con qualche compagno più scafato. Raccomandato il casco. Anni fa ci sono salito con un gruppo CAI in una sfolgorante giornata ottobrina. Nel prossimo paragrafo il resoconto di quella salita.

Mi vengono a prendere nella prima mattina nebbiosa della stagione, auspicio di una giornata soleggiata in montagna. E sarà una di quelle che ti invitano a salire su una cima panoramica, cielo blu cobalto e aria tersa con vista a perdita d'occhio. Ci ritroviamo in pochi a Caraglio; manca colui che aveva proposto la gita, risucchiato dal gorgo dei decoder. Saliamo in auto fino alla testata della Val Grana, al colle Fauniera, e procediamo nel vallone dell'Arma oltre una gola, fino a degli altopiani erbosi, dove finalmente cominciamo a camminare. La gita di oggi non è certo faticosa: per durata e dislivello sembra una passeggiata digestiva per madame. Partiamo da una zona di spazi molto ampi, come se ne vedono di rado nelle nostre Alpi. Per prati e carrarecce militari saliamo al colle Ancoccia, da dove si vede la Rocca la Meja. È una montagna bellissima, di tipo dolomitico. Su questo versante precipita con pareti verticali e creste affilate, che la sprezzante guida CAI, in gioventù istruttore nella scuola dei supereroi CAI, liquida come «divertenti». Ci dirigiamo alla base del ghiaione ai piedi della vetta e lo risaliamo per andare a infilarci su una cengia tra due placche. Indossiamo imbragatura e casco prima di un passaggio tra le rocce, un salto di 6-7 metri che superiamo tutti senza difficoltà (a me prende il panico da scalata, ma vedendo gli altri che salgono in souplesse mi lancio e scopro che è molto più semplice di quanto non sembrasse). Quindi risaliamo un ghiaino costeggiando delle imponenti pareti lisce e verticali, fino a raggiungere un canalino «di nessun interesse alpinistico», come sentenzia la sempre più sprezzante guida CAI, che si sente come Manolo sul Musinè. Andiamo ad un colletto da cui si abbraccia con lo sguardo tutto il canalino fino allo sbocco. Visto da lì è davvero terrorizzante, perché sembra costruito col filo a piombo e non si capisce come lo si possa risalire. Persino gli scafati alpinisti, quando l'hanno visto la prima volta durante la ricognizione, stavano per abbandonare l'idea di portarci un gruppo. Avvicinandosi alla base, però, lo si vede inclinarsi all'indietro in maniera rassicurante. Per di più ci sono molte lose che spuntano di traverso dal terreno e offrono un appoggio sicuro e solido. Per maggior sicurezza, mi metto alle spalle di John, un ragazzo irlandese che ha frequentato la scuola Motti, con l'intenzione di seguire le sue orme, ma mi accorgo ben presto che ha mezzo metro di gambe più di me e che per imitarlo dovrei balzare come un canguro. Alla sommità il canalino è ostruito da un grosso masso, che bisognerebbe superare con un passaggio di II, ma con mia somma gioia hanno messo una catena che mi permette di tirarmi su senza problemi. Ancora dieci minuti di brecciolino e siamo in cima.
È parecchio affollata, come avvertono i siti internet. In effetti il richiamo di una vetta comoda, panoramica e divertente da salire è molto forte. La vista da lassù è fantastica, a 360°, perché vicino non ci sono altre cime, e si estende dal monte Rosa all'Argentera, passando per la pianura cuneese. Naturalmente il Monviso non si nasconde. Tra i nostri si accende ben presto una discussione sulla visibilità delle rocche Provenzale e Castello, presto sedata da un locale che dà torto a tutti. Non rimaniamo molto su, solo il tempo di mangiare e di scattare la foto-ricordo, perché si alza una brezza molto fredda (per il resto è stata invece una giornata insolitamente calda, viste la stagione e la quota, in cui siamo rimasti in maglietta per la maggior parte del tempo).
In discesa i passaggi rocciosi sono sempre un po' più complicati che in salita, perché non si vede bene dove mettere i piedi e c'è la paura di scivolare giù. Nel primo tratto ho qualche difficoltà in un saltino, poi è la volta del passaggio con la catena. Qui mi sento più tranquillo, ma hanno preferito legarmi; quindi per mettermi a mio agio la guida CAI mi raccomanda di fare più in fretta che posso, «tanto sei legato». Quando c'è la catena trovo che sia tutto più facile, perché si può allontanare il busto dalla parete per cercare gli appoggi. Al secondo passaggio chiedo io di essere legato. Parto tranquillo faccia a valle, ma non faccio in tempo a girarmi che mi becco i rimproveri della guida CAI, che dall'alto mi assicura e mi controlla, perché mi sono girato dalla parte sbagliata e la corda si è attorcigliata attorno alla vita. Ad un certo punto mi trovo un salto di oltre un metro in cui non riesco subito a trovare appoggi. Fossi stato libero, sarei stato preso dal panico, ma grazie alla sicurezza psicologica della corda ne cerco con calma uno finché lo trovo, minuscolo ma funzionale. Ora riuscirei a superare quel punto anche in libera, ma sul momento è una buona idea essere legato. Tronfio per avercela fatta senza attaccarmi alla corda e senza i suggerimenti di nessuno, mi metto a dispensar consigli a chi scende dopo di me, come fossi un navigato lupo di falesie. Scendiamo ad uno ad uno, chi prudente, chi saltellando come un camoscio, chi facendo di tutto per farsi male (e quasi riuscendoci). Ritornati ai prati ci stravacchiamo un po', ma senza esagerare, perché abbiamo dei progetti ben precisi. Al pomeriggio la diversa angolazione della luce renda la Meja ancora più bella, perché mette in evidenza la sua struttura a torrioni e i canali che la risalgono, compreso quello percorso da noi. Illuminata dalla luce del tramonto deve essere estasiante. Ma questa nuova bellezza non ci può distogliere dai nostri fini. Risaliamo in auto e ci dirigiamo verso l'ambita meta. La prima volta va a buca, ma la seconda riusciamo a intercettare il pastore che ci conduce della sua cantina traboccante di forme di Castelmagno e satura del loro profumo. Ne facciamo incetta. I più sfacciati riescono anche ad ottenerne un assaggio. Riprendiamo il viaggio sognando risotti e miele di acacia per cena. Giunti in pianura, c'è ancora lo spettacolo del tramonto e del Monviso che si riflette nel Po al ponte di Casalgrasso.

E in effetti poi ci sono tornato, al tramonto. Sono dovuti passare due anni dalla prima volta, ma finalmente ho trovato un pomeriggio libero con condizioni ideali. Ho risalito la strada della Val Grana in solitudine (meno male, perché ogni incrocio è un'avventura sulla strettissima strada sul precipizio); sempre in solitudine sono sceso col buio.
In mezzo mi sono goduto il tramonto su questa magnifica montagna, come si vede nelle ultime foto.
E che dire delle notti di luna piena, quando le sue rocche chiare brillano tra le stelle? Uno spettacolo da provare, meglio se ad agosto, quando la luce replica quella del sole nei tramonti di ottobre.

Per proseguire il tour, basta seguire la carrareccia militare che scende al Colle Margherina. Si passa accanto a un vecchio dormitoio di cui è rimasto ben poco. Da colle si seguono i Percorsi Occitani per prati che si vanno ingiallendo. Si passa ai piedi dei picchi dolomitici e presso delle colorate formazioni erosive. Dove la roccia è calcarea spesso i terreni assumono colori accesi, perché le piogge, acide di anidride carbonica, sciolgono il carbonato e lasciano le impurezze ferrose.
Trascurato il sentiero che scende alle grange, procediamo in traverso verso il vallone di Preit. A dominare il panorama c'è l'impressionante colatoio detritico che scende dal monte Cassorso. Ci fermiamo per la merenda giusto in tempo per vedere una piccola mandria di mucche e un cavallo che sale verso i pascoli alti, guidata dal pastore e dal suo cane. Transitando ai piedi degli ultimi picchi che si staccano dalla rocca, si possono osservare gli effetti delle forze tettoniche, che nel sollevamento delle Alpi hanno inclinato gli strati sedimentari fino a renderli verticali.
Si trova una traccia, senza cartelli ma con tacche rosse, che porta al lago Nero (che in realtà è verde). Lo si può raggiungere da qui, restando in quota, e poi scendere dal sentiero ufficiale che si troverà più a valle. Proseguendo invece lungo il tour, si passa accanto a una lapide di epoca fascista che ricorda un battaglione di Alpini periti sotto una valanga. È tardo pomeriggio e la luce radente fa brillare i larici come di luce propria; adoro queste scene. Arrivati alle grange Culausa, Rocca la Meja si offre per l'ultima volta allo sguardo. Si continua per una strada, a tratti asfaltata. In questa zona si vedono le tracce di diversi passaggi di slavine. In breve si giunge alle grange Selvest, da cui era partito il giro.

Galleria fotografica

Lariceto
Lariceto
Vallone della Valletta con Monviso
Vallone della Valletta con Monviso
Grange della Valletta
Grange della Valletta
Rocca la Meja
Rocca la Meja
Panorama dal colle del Mulo
Panorama dal colle del Mulo
Panorama dal colle d
Panorama dal colle d'Ancoccia
Altopiano della Meja
Altopiano della Meja
Rocca la Meja dal colle Ancoccia
Rocca la Meja dal colle Ancoccia
Rocca la Meja dal colle Ancoccia
Rocca la Meja dal colle Ancoccia
Ai piedi delle pareti
Ai piedi delle pareti
Un passero in vetta
Un passero in vetta
Il passaggio con catena
Il passaggio con catena
Il canalino da sotto (si sale sulla sinistra)
Il canalino da sotto (si sale sulla sinistra)
Il primo passaggio roccioso
Il primo passaggio roccioso
Tramonto a Rocca la Meja
Tramonto a Rocca la Meja
Tramonto al lago della Meja
Tramonto al lago della Meja
Rocca la Meja dal rudere militare
Rocca la Meja dal rudere militare
Monte Cassorso e altopiano della Gardetta
Monte Cassorso e altopiano della Gardetta
Dorsale della Meja
Dorsale della Meja
Vallone del Preit
Vallone del Preit