Cavalloni d'erba

Val Vermenagna

3 luglio


In un baleno

Questa scorpacciata sarebbe stata in consonanza con le energie cosmiche a san Giovanni

Bistorta officinalis
Bistorta officinalis

Diario di viaggio

La cresta tra le Carsene e la Bisalta è una morbida ondulazione erbosa attorno ai 2000 m con numerose cime poco rilevate, che, essendo sotto i 3000, sulle Alpi sono ambite dagli alpinisti rispettabili come un san Valentino dal kebabbaro, a meno che non si tratti della Brandler-Hasse.
Può essere raggiunta indifferentemente dai due versanti. Quello della valle Pesio è forse più ricco di narrazioni, per via di una serie di reperti che hanno eccitato la fantasia: una necropoli ritenuta il cimitero di Saraceni sterminati, un’incursione di Saraceni inventata di sana pianta da un prete falsario, un sentiero così ardito che un altro prete ne decretò l’origine romana, facendovi transitare quella che oggi è chiamata Emilia Scauri, se interpreto bene la sua eccitazione scomposta. Peraltro sulla cresta stessa non mancano elementi di siffatta natura. Una dozzina di anni fa, con un amico avevo appunto risalito il vallone Cravina dalla correria della certosa, per poi scendere dal passo del Duca, con cena al Pian delle Gorre. Stavolta opto per la val Vermenagna, dove la comodità del treno mi risparmia un bel po’ di guida crepuscolare e mi consente una traversata.

A inizio estate le Alpi Liguri presentano una fioritura spettacolare per quantità e varietà, difficile da trovare analoga nelle Alpi Occidentali, grazie a una serie di favorevoli fattori storici e pedologici. Innanzitutto la roccia è il calcare, molto più fertile delle pietre verdi comuni dalle Cozie in poi. Inoltre le Liguri fecero da rifugio per molte specie durante la glaciazione pleistocenica, grazie al clima più mite, ed esse si irradiarono successivamente da qui, per cui altrove ne giunse solo una parte. È un po’ come per gli umani, che hanno la maggior parte della diversità genetica concentrata in Africa, dove la specie è nata, mentre altrove sono discendenti di piccoli gruppi di emigrati. È proprio questo il principale fattore di attrazione stagionale del percorso.
Questa scorpacciata sarebbe stata in consonanza con le energie cosmiche a san Giovanni, che è festa patronale dove lavoro. Innanzitutto nel folklore alpino agricolo, san Giovanni è l’equivalente del Natale per il solstizio d’estate, il giorno in cui si disvelano tesori nascosti che possono riscattare uno «slave of the minimum wage», come appunto una fugace fioritura inaccessibile agli umani che non hanno la voglia e la creatività di salire quassù. Inoltre anche il folklore contemporaneo ha assimilato la festività: nei siti ecobiowicca troverete indicate le mirabolanti proprietà dell’acqua dove hanno macerato i fiori raccolti la notte precedente. Per la verità, non era mia intenzione uccidere fiori selvatici, perché ritengo più importante la loro funzione cosmica riproduttiva rispetto a ogni utilizzo cultuale umano (mi pare opportuno che gli antropocenici debbano cercare di devastare il meno possibile i pochi spazi sfuggiti alla sottomissione). Già stermino un congruo numero di insetti con i viaggi di avvicinamento e rientro ai margini del giorno, sebbene in quantità ridotta grazie al treno, né desidero allargare la mia impronta oltre lo stretto necessario per beneficiare dell’esperienza mistica.
Purtroppo quel giorno sono previsti temporali più estesi di quelli localizzati, che stanno caratterizzando un’interminabile ondata di caldo asfissiante già a giugno. In effetti la stazione delle piste da sci di Limone registrerà 14 mm di pioggia in un’ora con raffiche fino a 50 km/h, ancora poco rispetto ai 50 mm di Cairo Montenotte, ma abbastanza da inzuppare le mutande. Pertanto meglio rimandare alla successiva opportunità, per evitare di macerare me stesso sotto l’acquazzone e vendere le mie mutande di san Giovanni per riti di purificazione, o, peggio ancora, concludere l’immersione nella meraviglia con una empedoclea immolazione elettrica alla croce della Bisalta, come accadde ad alcuni sfortunati nel 1960: potrebbe essere una chiusura di carriera da quarto d’ora di celebrità, ma attualmente non sarebbe apprezzata a casa.
Gli accidenti della vita e il caldo precoce mi portano pertanto a percorrere la cresta quando la fioritura è ormai in fase calante, ma almeno i prati non ancora rinsecchiti dalla siccità primaverile, che ha reso il terreno arido già al principio dell’estate. Inoltre, nonostante l’incursione fresca di due giorni prima, la foschia si è già nuovamente impossessata della pianura, inghiottendo ogni panorama oltre Saluzzo e Fossano. Non credo tuttavia sia un’occasione persa, perché ondeggiare tre ore tra morbidi dossi erbosi con chiazze di fioriture e i panorami di Liguri e Marittime valgono senz’altro limpegno di una giornata di 20 ore, dalle 4 della sveglia alle 0 del tuffo sopra le lenzuola (sotto fa troppo caldo).

L’autobus delle 4.40 ha qualche posto occupato da pendolari in genere collassati, ad eccezione di due donne trentenni intente a ciacolare, ma la maggior parte è libera. Nell’attesa della coincidenza per la stazione, riempio mezza borraccia al fresco toret, che ho avuto modo di apprezzare di recente durante un rientro laborioso dal lavoro. Accanto un camion dei panini notturni sta servendo gli ultimi clienti, due adolescenti. Al bar della stazione dimentico di sfruttare il bagno per spruzzare il repellente per zecche sulle gambe, così mi toccherà farlo in quello del treno, che su questo modello recente è spazioso. Trovo un posto a sedere solo dal lato da cui sorgerà a breve il sole e non da quello da cui si vedono le Alpi, cosicché dovrò tirare giù la tendina e vedrò poco il panorama. Pur avendo una diversa numerazione, il treno che prosegue da Cuneo è fisicamente lo stesso e perciò non devo neppure fare lo sforzo di cambiare, ma posso continuare a pisolare. Lì salgono diversi pensionati con grosse MTB, quali elettriche quali muscolari, evidentemente diretti alla Via del Sale.
La traversata potrebbe essere effettuata anche partendo da Vernante, con il pregio di 1000 m di salita in ombra, ma preferisco ridurre il dislivello e la ripidezza della salita con la partenza da Limone. Riempio la borraccia a una fontana in una nicchia, dove si è ritagliato la casetta il solito ragnone sinantropo. Ragni e formiche saranno le specie prevalenti di fauna selvatica viste oggi, ovvero quelle che per lavoro devo sterminare e di cui qui invece posso godere le creazioni geometriche. Bordeggio il centro proseguendo a fianco di un rio. Leggo su un cartello che oggi la strada sarà asfaltata: fortuna che sono partito presto, perché ricordo bene quando passai sopra l’asfalto ancora fumante e dopo qualche giorno le suole cominciarono a scollarsi (il calzolaio mi chiese se le avevo bagnate con gasolio o benzina e così compresi che quella era la causa).
Dopo varie indicazioni per i sentieri di bassa valle verso Vernante, trovo finalmente le paline per Capanna Chiara, una struttura di ristorazione dismessa come gli impianti di risalita a cui era annessa. La seguo senza consultare la cartina, finendo così su una strada diversa da quella prefigurata via Tetti Astegiani, per cui non vedo l’indicazione verso destra. Mentre il campanile suona le 8, la stradina si inoltra in un imbuto tra due ripidi fianchi boscosi, molto freschi specie dove sono esposti alla brezza di monte, più refrigerante sulle labbra della birra di stasera. Una ghiandaia per errore mi atterra vicina come prima nessuna mai, mi scruta un attimo e si invola tra i rami. A Casali Braia, delle vecchie case intonacate ancora abbastanza in piedi, vado a bere alla fontana, più per devozione che per necessità, visto che a breve restituirò il tutto alla natura. La strada serpeggia poi per una vecchia pista da sci, abbandonata da così tanto che sono già cresciuti degli alberi di ripopolamento, alternata a faggeta. Il panorama è dominato dalla massiccia parete calcarea nordoccidentale di Cima della Fascia, che la luce del sole sta per abbandonare del tutto, dopo averla appena accarezzata di luce al suo sorgere.
Oltrepassando il cancelletto di un filo del bestiame, esco dal bosco e mi affaccio sugli impianti di risalita del Cros, oggi dismessi ma non smantellati. Un cartello per il colle Carbone mi indirizza per una vaga pista erbosa fin verso un edificio d’alpeggio, tra fischi di marmotte, da cui seguendo una draia punto verso un’altra pista più evidente, dove mi fermo un attimo, con gran panorama verso la Cima di Fascia sempre più imponente e le lontane cime rocciose delle Marittime, tra cui individuo giusto l’Argentera. Qui invece sono sulle erte pendici erbose del Bec Rosso, che più in alto si arrestano contro un salto roccioso; a metà strada pascola una mandria di mucche. Mi godo l’ultimo fresco di giornata, perché il sole lambisce le rocce e tra un po’ mi raggiungerà, ma non penso ancora a spalmare la protezione per la pelle. Mi viene in mente l’idea di registrare qualche fischio di marmotta da mandare a casa, ma poi per pigrizia non lo faccio.
Mi destreggio tra le draie seguendo sempre la traccia più marcata, che si rivela la corretta e sale a zig-zag verso la mandria, per poi piegare a sud e circumnavigare il Bec Rosso. Dove scavalco rasente un dirupo e il sentiero diventa più roccioso, degli ometti aiutano a seguire la via. Compaiono frattanto le fioriture. La vista è superba, con tutta la testata della val Vermenagna e anche Limone laggiù in fondo al fosso. Invece la foschia ottunde il Monviso.
Dopo aver compiuto mezzo giro attorno alla montagna, raggiungo i resti di una misera baita di sassi raffazzonati, con il suo circondario di vegetazione nitrofila e una vasca in plastica alimentata da un tubo di gomma ora asciutto (il terreno è molto secco, seppure non polveroso). Presso un bivio mi fermo per bere, per consumare uno spuntino energetico a base di frutta, mandorle e uva passa e per spalmare la crema solare. Secondo il cartello manca un’ora al monte Jurin.

Il sentiero prosegue sul fondo di una valletta tra Il Bec Rosso e la dorsale con la val Pesio, per dei dossi che paiono morenici per la forma e la presenza di grandi massi frammischiati a detriti più fini; su certi massi è visibile l’erosione carsica. Il Bec Rosso da qui tiene fede al nome per il colore arancio del calcare e la forma acuminata, da cui deduco che era chiamato così dai pastori. Il sentiero resta ben tracciato, con qualche accenno di tornante, tra rocce ed erba, da cui ogni tanto alzo nuvole di pollini o pappi o chissà cosa sono quei puntini bianchi che s'involano alle mie ginocchiate. Raggiungo un pianoro erboso con veratro sparso. Un signore con cappello sahariano scende da sinistra, mentre io devo proseguire a destra su traccia ora molto vaga sul fondo di una valletta, aiutato da qualche tacca e ometto. Una marmotta fischia fortissimo da sopra un mucchio di sassi che costeggio, ma non riesco a vederla.
Voltandomi, osservo la dorsale di ondulazioni erbose fino al Bric Costa Rossa della Bisalta, che percorrerò al pomeriggio. Mi vengono in mente i versi

quanto verde tutto intorno e ancor più in là
sembra quasi un mare l’erba
e leggero il mio pensiero vola e va
ho quasi paura che si perda

e parte nella testa l’assolo di tastiere, che mi evoca un volo nell’immensità di questi cavalloni erbosi che vanno a frangersi contro la pianura, fino all’atterraggio morbido della chitarra sussurrata. Se invece di procedere al mio passo misurato, fossi invece in grado di correre, credo che penserei piuttosto all’interminabile assolo di Free Bird, una rude esplosione di sudore, spontaneità ed entusiasmo (per quanto riferita al mollare la moglie).
Tra fioriture sempre più copiose, seppure già oltre l’acme, raggiungo il colletto tra Jurin e Bec Rosso, dove ritrovo il panorama sull’alta valle, con l’aggiunta del Bego sacro ai neolitici. Un cartello di legno inciso indirizza verso la croce, dal lato del Bec Rosso affacciato sui paesi, mentre io risalgo il prato fiorito verso lo Jurin, con a lato i picchi di aspetto dolomitico del vallone del Cros. Dalla vetta il panorama si apre verso la Conca delle Carsene e le cime più elevate delle Liguri (Marguareis, Saline, Mongioie), che per il controluce sono densamente immerse nella poltiglia bluastra. Tra nugoli di mosche, consumo i due terzi del pranzo di riso integrale gommoso, lenticchie e peperoni ammollicati, con frutta a volontà, sebbene siano appena le 11.30, ma la colazione risale alle 4. Sto rivolto verso le cime liguri, dal momento che in seguito le avrò alle spalle. Tengo il capello nonostante i capelli lunghi e la maglia a maniche lunghe nonostante il caldo, come riparo dal sole impietoso. Con il binocolo osservo poi i dettagli, notando la grande croce della Bisalta e due escursionisti sulla CIma della Fascia. Qualche timida nuvoletta chiazza di scuro la verde dorsale, come piacerebbe a Franco Fontana. Se l’erba era un mare, anche la pianura nella caligine marroncina lo è, ma quello romagnolo che invita all’aquafan.

Per camminare sulla cresta levo la maglia a maniche lunghe ma tengo il cappello; dissolte le nuvole, ogni tanto della fresca brezza da sud allevia il caldo e neutralizza l’insolazione, sebbene disidrati ancor di più. Ho portato solo la borraccia da un litro e mezzo, perché all’inizio della discesa la carta riporta una sorgente, e ne ho ancora metà. Per la dorsale erbosa a ovest vado a recuperare il sentiero che arriva dalle Carsene. Sarebbe più breve quella più rocciosa a nord, ma preferisco i comfort.
La fioritura dei numerosi rododendri è già passata e delle vistose rose alpine non sono rimasti che moncherini rinsecchiti e desaturati. Una discreta quantità di fiori popola comunque i prati, sebbene la densità statistica sia in genere insufficiente a fotografarli: otterrò qualche buon risultato con delle macchie di Bistorta officinalis, quelle pannocchiette rosa di fiori minuscoli molto comuni nei prati concimati. Spesso nei dialetti delle montagne piemontesi, per la forma e il colore del fiore è detta “lingua bovina”, mentre il nome scientifico bistorta come quello italiano serpentaria deriva dalle contorsioni del rizoma (il fusto sotterraneo). Le foglie erano impiegate in cucina per insalate o cotte come gli spinaci, ma anche in erboristeria specialmente contro le diarree in quanto astringente e come emostatico contro vari tipi di perdite di sangue, mentre dal rizoma si ricavava anche del pane. Alla ricerca di soggetti, la mia traccia assomiglia più a quella di un cane che a quella di un lupo. Il terreno abbastanza secco a tratti emana anche un odore di calura. Penso che sarebbe interessante provare a scrivere un resoconto fatto di odori e suoni, come farebbe un cieco, ma credo che mi mancherebbero persino i termini appropriati, oltre che dei sensi abbastanza fini e allenati a descrivere gli odori con parole, a distinguere e interpretare il significato dei canti degli uccelli e degli afflati delle brezze. A proposito dei suoni, mi colpisce lungo la dorsale il canto di un uccello che pare il gorgoglio dell’aria in uscita da un bocchettone sommerso d’acqua, ma non riesco a registrarlo per inviarlo all’oracolo digitale.
A una palina con il toponimo colletto Mirauda, sebbene non ci sia alcun colle, prendo a caso una delle draie nella direzione indicata dal cartello, salvo scoprire che aggirato il primo costone si dissolvono tutte. Il responso del GPS è che il cartello era falso e tendenzioso, perché avrei dovuto puntare più in alto. Nel recupero del sentiero mi imbatto nel primo martagone della stagione, già rinsecchito. Poco più avanti posso ammirare la parte alta e domestica del vallone Cravina, da cui ero risalito la prima volta che percorsi questa dorsale. Ricordo che era molto selvaggio (crava significa capra in dialetto piemontese), con erbe alte come alberi che con la sola imposizione degli steli mi unsero di rugiada la camicia e anche la canottiera, e meno male che allora le zecche erano ancora una curiosità riferita dagli appenninisti incalliti. Nei pressi della base, non lontano dalla correria della certosa, un prato da cui emergevano resti umani era detto del mal macello; i monaci, nel corso di lavori intorno al 1770 trovarono anche delle armi. Questi reperti furono immancabilmente attribuiti ai Saraceni, che lì sarebbero stati trucidati in uno scontro, oppure a locali trucidati dai saraceni; d’altronde anche una cima toccata prima, ma così poco rilevata che non mi sono neppure accorto di averla conquistata, era detta Baban. Più semplicemente lo ossa e le armi potevano derivare popolazioni insediate in loco prima dei monaci, di cui si era persa la memoria, come nel caso del Bric dei Saraceni astigiano, dove ancora le visite guidate alle lucciole campano su questa leggenda. A noi che viviamo in pianura può sembrare strano che genti meno tecnologiche di noi si arroccassero in posti tanto impervi, mentre prima delle carrozzabili, delle ferrovie e delle automobili, che hanno risucchiato sul fondovalle i montanari rifiutati dalla Michelin, era molto più funzionale vivere in altura.
Oltre il colle da cui scende il sentiero la dorsale si fa più aguzza e i fianchi assai più ripidi; il sentiero li taglia fino a dove la dorsale si allarga e appiattisce nuovamente. Scompaiono anche i fiori. Sulla successiva cima così poco rilevata da non meritare neppure un nome, ma solo una quota sulla carta, consumo la seconda parte del pranzo, Presto attenzione al fatto che con il caldo e il controluce le Marittime si sono tinte di blu. Mi accorgo pure che le macchie bianche poco più avanti non sono sassi, bensì pecore, ma una perlustrazione con il binocolo rivela la rassicurante presenza di pastori.

Quando proseguo, mi accorgo che stanno venendo verso di me, per cui mi apposto per una foto. I due pastori bruciati dal sole salutano, ma non si fermano a chiacchierare, né i cani a cercare coccole (cibo per tutti loro non ne avrei). Peccato perché di curiosità ne avrei da vendere: qui attorno non ci sono edifici d’alpeggio, quindi mi chiedo da dove arrivino e come passeranno la notte, dove sono diretti e se avranno qualche base o se sono pastori vaganti. E poi anche le loro storie, da dove arrivano e perché praticano questo mestiere che richiede grande passione per condurre una vita errabonda, così lontana dalla mia e di tutti gli altri stanziali, che suscitava repulsione persino ai montanari contadini, come si rapportano con i lupi (sulla cresta ho visto un escremento pieno di peli).
Poco più avanti mi imbatto in un grande mucchio da spietramento: in effetti non avevo fatto caso che l’assenza totale di sassi dalla dorsale non era tanto naturale. Oltre il sentiero sale, nuovamente ben marcato dopo un lungo tratto in cui la traccia era appena accennata, per una zona più rocciosa, dal fondo bitorzoluto alle pendici di cima Motta, che aggiro poco sotto la vetta. Subito oltre si stacca il sentiero di discesa, mentre quello di cresta prosegue per la cima più elevata della lunga cresta della Bisalta, il Bric Costa Rossa. Secondo il cartello manca davvero poco, ma l’etica della traversata e l’estetica della traccia, che alla fine parrà una specie di armadillo, mi suggeriscono di declinare. Inoltre anche lo scarso istinto di sopravvivenza concorda.
La sua forma insolita a catenarie con drappi e con cuspidi multiple ha generato una leggenda raccolta la prima volta dalla viaggiatrice britannica Estella Canziani nel 1912 da un vecchio di Villar San Costanzo, il paese dei ciciu all’imbocco della val Maira e oggi divenuta patrimonio comune. Niente di che, la consueta leggenda eziologica secondo cui una singolarità della natura era stata creata normale e ora è A.B.normale per intervento diabolico: pare che il lento lavorio della forze geologiche e la profondità dei suoi tempi fossero allora inconcepibili a chi immaginava il mondo come statico. Riporto le sue parole (trad. E. Sacchi).

Una notte, un contadino di Cuneo tornava ubbriaco a casa sua: ma la luna essendo nascosta dalla vetta di una montagna, chiamata ora Bisalta, egli smarrì la strada e cadde senza potersi in alcun modo aiutare. In un accesso di rabbia egli invocò il diavolo pregandolo che tagliasse la sommità della montagna quanto era necessario perché la luce della luna potesse toglierlo d’impiccio. Il diavolo apparve e si dimostrò pronto ad assecondare il suo desiderio, ma a patto che gli vendesse l’anima sua.Firmato il contratto, il diavolo aiutato da altri suoi sozi cominciò a cimare la montagna. Ma all’improvviso sospese il lavoro e esaminato attentamente il documento, vide che il contadino, invece di scrivere il suo nome, essendo illetterato aveva messo, come suo solito, una croce. Non appena il diavolo ebbe fatta tale scoperta, egli e tutti i suoi diavoletti presero la fuga, lasciando la montagna nello stato in cui è adesso. La parte opposta della vetta, che pare tagliata e scheggiata, lascia ancora vedere le orme del diavolo che scappava frettolosamente per frequenti crepacci e le frequenti lavine.

La montagna ha eccitato anche la fantasia dei moderni, in seguito alla caduta di un meteorite con bagliori e boati nel dicembre 1984, inizialmente creduto un aereo precipitato, tanto che si erano mobilitate anche le squadre di soccorso, poi richiamate quando si seppe che al controllo di Caselle non risultavano aerei mancanti. L’evento scatenò un’ondata di folklore ufologico localmente seconda solo a quella del Musiné, stavolta almeno in seguito a un evento scatenante. Nell’immaginario cuneese la montagna ha pure la medesima funzione della cresta orientale del Musiné, come pista di allenamento da percorrere a testa bassa.
Faccio una breve sosta all’imbocco della discesa, in quella che è poi la cima Coppi di giornata, pur non essendo una cima, per terminare l’acqua ormai buona per farci il tè. Su un sasso è fissata una targa con foto in ricordo di un uomo.
La discesa è su buon sentiero, molto ben tracciato, cun cugnisiun, ma incredibilmente ripido, che cala un po’ a stretti tornanti e un po’ in traverso per il pendio erboso quasi verticale, fino ad affacciarsi sulla breve valle Colla, per poi ricalcare la cresta per un po’. In un punto noto che il vecchio sentiero è stato sostituito da un altro percorso e in un altro tende lievemente a franare. Nel mezzo trovo la sorgente, che è gelida e abbondante e mi consente di bere qualche bicchiere e riempire la borraccia. Ogni tanto mi fermo per ammirare il panorama, perché ho gli occhi fissi sui piedi nel terrore di metterne uno in fallo e rotolare fino alla ferrovia. La Cima di Fascia è ora tutta al sole.
Ad un certo punto passo sul lato della valle Colla, dove la vegetazione da versante nord di ontani e altro è molto esuberante e invade il sentiero: avevo intenzione di ripassare il repellente sulla gambe, ma forse avrei dovuto farlo prima. Ad ogni modo la sera non troverò zecche. Almeno regala qualche attimo di frescura, negli impluvi più riparati: mi sorprende sempre, quanto in montagna la temperatura può cambiare repentinamente in pochi metri. Tornato in val Vermenagna, apprezzo il fresco del bosco, specie un breve tratto di faggeta, ma persino le betulle hanno un effetto gradevole. Al colle Ceresole c’era un alpeggio oggi ridotto alle basi dei muri e nei folti ma ingialliti prati è abbondante la vegetazione nitrofila di Rumex alpinus, con le sue infiorescenze simili al sorgo. Mi fermo per una magra merenda a base di cioccolato ultra amaro e un pandolcino genovese, tra qualche zanzara ronzante. Sono quasi le 18 e il cartello indica ancora due ore per Vernante.

Riposto il cappellino nella tasca, entro nell’ombra della faggeta, a 1600 m ragionevolmente fresca vista la giornata, ma sempre più calda al calare della quota. È alternata a brevi tratti di vegetazione di ricolonizzazione con felci e betulle. Ad un certo punto transito da un’aia carbonile, mentre solo in basso compare la prima borgata abbandonata, di un paio di case. Il sentiero è molto ben costruito e scende spesso molto regolarmente, tanto da parermi spesso più un traverso che una discesa, sebbene secondo la traccia abbia più o meno la medesima pendenza della salita. Tutto assai gradevole e rilassante, quasi delle coccole e un dolce assopimento al termine dell’esperienza orgiastica della cresta, per quanto debba cercare di restare vigile per evitare altri incidenti cretini. Ogni tanto al centro mancano le foglie di faggio, segno che i temporali dei giorni scorsi devono essere stati violenti, per cui l’acqua è fluita copiosa in superficie, senza fecondare la terra.
A Tetto Croce, dove raggiungo l’asfalto, un cartello artigianale indica un punto panoramico con panchina da cui ammirare Vernante con l’infilata del vallone che sale a Palanfrè. Da qui seguo la strada, perché l’imbocco del sentiero pare infrascato. Valuto che non riuscirò a prendere per poco il prossimo treno, per cui avrò un’ora in più per prenderla comoda. Mi lascio sfuggire un punto di vista su torre medievale e paese, perché non ho voglia di scavalcare un filo del bestiame fossile e calarmi in un prato riarso oltre dei cespugli. Poi manco il bivio per tale torre, ma me ne rendo conto abbastanza presto, riuscendo così a tornare in breve sui miei passi. Purtroppo da vicino non si può scattare che una foto banale, seppure con la luce del tramonto.
Poiché manca poco al passaggio del treno, lo aspetto e lo includo nella foto del paese. L’altro elemento connotante è la doppia ciminiera della vecchia vetreria, chiusa nel 1978. Oggi ambo i camini sono ingabbiati in impalcature, mentre i capannoni sono stati smantellati, ma i paesani sono rimasti legati affettivamente alle ciminiere: mi colpisce che il simbolo del paese sia al lavoro di montanari anonimi e non a qualche generalone. La silice era estratta dalla rocca ben visibile ai margini del paese, oltre il torrente, dove oggi si può entrare nella miniera che la fora da parte a parte. Poiché in pochi anni di lavoro si contraeva la silicosi, ci lavoravano gli immigrati calabresi. Poco distante, su un monte tra Roaschia e Robilante è oggi attiva una grande cava di silice, che ha mangiato un‘intera cima e alimenta le vetrerie di buona parte del Nord Italia, per cui, quando qualche anno fa dovette chiudere durante gli accertamenti giudiziari per un incidente mortale a un operaio, fu un serio problema. L’ho potuta vedere per buona parte della camminata e il sentiero Valerio Tassone di Robilante le passa a breve distanza.
Tra scampanii di caprette, che però non vedo, scendo in paese per una sterrata, dove nemmeno l’ombra di un rimboschimento di abeti è più fresca, tanto che sudo e ho già terminato l’acqua, che a una fontanella dovrò rabboccare per il viaggio di rientro. In paese ho tempo di rilassarmi e cercare un bar, dove la spina espone il marchio di una birra scozzese, che tuttavia non hanno, costringendomi a prendere quella tedesca economica. Insieme mi portano degli stuzzichini con copiosa maionese, che detesto persino se artigianale, ma senza maggiorazioni, per cui il tutto caffè compreso mi costa come una merenda di Barriera una decina di anni fa.
Alla stazione campeggia un monumentale Pinocchio di legno, in quanto in paese abitò un suo illustratore e i muri delle case sono ricoperti di dipinti a tema. Sul treno mi sistemo a metà tra l’aria condizionata sparata della testa e il caldo del retro, dove si accomodano invece gli adolescenti diretti a Fossano per la serata, lontani dalla capotreno in quanto privi di biglietto. Accanto a me ci sono tre tedeschi con enormi MTB muscolari. Ad un certo punto inizio a sentire un certo malessere e, memore del racconto del collega che in un’estate al mare si era dimenticato di bere, provo un po’ per volta a svuotare la borraccia, con effetti quasi da piscina di Lourdes. Sebbene durante la gita abbia bevuto circa 5 litri d’acqua e mezzo di birra, ero disidratato allo stesso modo.

Per approfondire

E. Canziani, 1912 - Viaggio in Piemonte e valle d'Aosta, Pordenone 2023
V. Caraglio, 'Ou Vernant Vernante, Vernante 1988
B. Gallino - G. Pallavicini, La vegetazione delle Alpi Liguri e Marittime, Peveragno 2000
O. Mattirolo, I vegetali alimentari spontanei del Piemonte: Phytoalimurgia Pedemontana, Torino 1919
P. Nallino, Il corso del fiume Pesio, Mondovì 1788

Galleria fotografica

Cima della Fascia
Cima della Fascia

Rocca dell
Rocca dell'Abisso e Limone
Bec Rosso
Bec Rosso

La dorsale fino al Bric Costa Rossa
La dorsale fino al Bric Costa Rossa
Conca delle Carsene
Conca delle Carsene
Cima della Fascia e vallone del Cros
Cima della Fascia e vallone del Cros
Garofani
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Gias Vaccarile
Gias Vaccarile
Bistorta officinalis
Bistorta officinalis
La cresta
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Bric Costa Rossa
Bric Costa Rossa
Mucchio da spietramento
Mucchio da spietramento
Sentiero di discesa
Sentiero di discesa

Passo di Ceresole
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Limone
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Turusela
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Vernante
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