Col de Bardoney 2833 m

Val Soana

12 luglio


In un baleno

Credo di aver vissuto l'esperienza della mia vita più vicina al sublime di Burke, la natura selvaggia e soverchiante che minaccia la vita stessa, ma da cui si esce indenni, ma una contemplazione energica di nervi, crampi e acido lattico piuttosto che lisergico da visioni mistiche

La Barma
La Barma

Diario di viaggio

Preambolo

Ai tempi in cui si viaggiava a piedi, non solo per diletto ma soprattutto per ineluttabilità, il colle di Bardoney era un’importante via di collegamento tra il Canavese e Cogne, in quanto era il più basso e più agevole. Il paese, non ancora passato alle cronache e alla morbosità del terzo millennio per un infanticidio, aveva rapporti più stretti con il Piemonte che con la Vallée: oltre che le persone transitavano pure le merci (ferro verso la pianura, riso e canapa verso i monti). Analogamente molti alti colli, dove oggi si arrischia solo un manipolo di escursionisti in genere non italiani, erano abitualmente praticati dalle popolazioni locali negli spostamenti della vita quotidiana.
Questo era percorso anche in inverno nonostante la quota, a rischio della vita: l'abate Chamonin di Cogne, in un articolo sul Bullettino trimestrale del Club Alpino Italiano, 7/1866, intitolato Notice sur les cols de Cogne registra varie tragedie, tra cui una il 21 marzo 1850, in cui a causa di una bufera morirono di freddo quattro persone di Ronco di ritorno a casa. Per me oggi la minaccia è opposta: mi toccherà bere sei litri di acqua per sopravvivere alla solita giornata rovente e con poche nubi dell’anticiclone africano.
Dal lato valdostano, nel 1863 Vittorio Emanuele II fece costruire una mulattiera di caccia, che tuttavia si arrestava ai piedi del pendio terminale, allora occupato da un ghiacciaio scomparso già nel 1883. Una mulattiera fino al colle esisteva prima del raffreddamento climatico dell’epoca moderna, ma fu coperta e distrutta dall’espansione glaciale, sebbene il geologo Martino Baretti, il primo esploratore alpinistico sistematico di questa valle, ancora negli anni 1860 ne vedeva degli spezzoni dirigersi sotto il ghiacciaio che l’aveva inghiottita. Da quello piemontese oggi il sentiero di allora è stato in gran parte abbandonato, in favore di un percorso segnalato fuori sentiero che transita da un minuscolo e spartano bivacco edificato nel 1949, ma esiste ancora, è riportato sulle carte e tenterò di seguirlo in discesa, con effimero successo. D’altronde già nel 1867 Baretti scriveva che era molto deteriorato e la Guida dei Monti d’Italia (GMI) del 1939 lo dà come scomparso tout-court tra l’alpe Cugni e la base del salto roccioso sotto il colle.
Ovviamente il progresso ha eliminato tutto il traffico di pedoni da questi sentieri come le stelle cadenti dalla città: il colle è una meta pochissimo frequentata e anche dei legami tradizionali tra le due valli non è rimasto che un pellegrinaggio annuale dei cognesi al santuario di San Besso. Questi colli elevati non sono compatibili con l’automobile, cosicché l’accelerazione dei trasporti terrestri ha irrimediabilmente allontanato le due valli contigue.
Il vallone valdostano e il colle prendono il nome dalla bardana, Arctium lappa, una pianta erbacea nitrofila alta oltre un metro dai vistosi fiori viola dai molti pelucchi, utilizzata tradizionalmente in erboristeria e cucina. Ai nostri giorni è tuttavia soprattutto nota, perché i suoi semi sono avvolti in un involucro dotato di uncini, che si attacca ai peli degli animali per diffondersi e è considerato la fonte d'ispirazione per il velcro. In alcune località piemontesi è appunto designata con nomi ispirati alla capacità di attaccarsi ai vestiti, come cicapui (i pui sono i pidocchi) o tachet.
L’escursione si svolge ai piedi della Torre Lavina, un’imponente piramide rocciosa a base triangolare, ben riconoscibile anche da Torino nelle giornate terse, oltre che dalla pianura adiacente a questi monti, la cui forma elegante apprezzai tuttavia meglio quando scesi dal bivacco Revelli verso Boschiettera, in quanto oggi le sarò troppo addossato. Nonostante l’aspetto ardito, è considerata un’ascensione semplice e fu scalata fin dai primordi dell’alpinismo: il 17 agosto 1866 l’abate Gorret, il canonico Carell, due celebri religiosi alpinisti, e appunto Baretti si diedero appuntamento in vetta salendo da due distinte vie e «ebbero il singolare piacere di stringersi la mano e riaffermare la loro amicizia a 3.300 metri sul livello del mare».

I paesi

L’escursione si prospetta lunga e incerta. La notte trascorre tra frequenti risvegli inframmezzati da sogni di escursioni difficoltose: mi viene in mente un video visto al Museo Montagna, in cui un attore raccontava la tensione insonne della notte in bivacco prima di una scalata. Penso anche di rimandare di un’ora la sveglia puntata alle 4 e allo squillo anelo con ansia messaggi divini che mi distolgano dal progetto, dal momento che ho molta paura di perdermi sul sentiero perduto o di farmi male in un traverso impegnativo, ma per contro mi dispiacerebbe rinunciare di nuovo, come già lo scorso anno, a un progetto abbozzato alcune estati fa e un poco alla volta reso più perfetto e napoleonico; non colgo tuttavia segni superstiziosi. Perché voler andare allora, si arrovellerebbe un edonista, senza speranza di risposta nella sua Weltanschau a questa forma nervosa e contraddittoria di eudemonia. Nonostante la barba rasata la sera precedente, i preparativi sono assai macchinosi, cosicché scendo in garage in ritardo sul preventivato e solo allora mi accorgo che, per i cambi di programma di ieri, non ho fatto benzina, per cui devo pensarci ora. Tuttavia non considero questo, né la chiusura temporanea del ristorante alla partenza, dove contavo di cenare, come una ragione per annullare i programmi o ripiegare su qualcosa di meno sconsiderato.
Da Pont, dove il Soana confluisce nell’Orco, seguo la strada che rimonta il gradino della valle sospesa, in quelli che oggi sono boschi selvaggi dove i casolari isolati paiono incongrui, ma ricordano quando qui si susseguivano «castagni, noci, orti, giardini, case, casupole, capanne allineate a fianco della mulattiera». A testimonianza della gente che lavorava questo fianco non resta che una singola frazione abbandonata, ma che ormai è su Maps e presto anche gli opuscoli Svegliatevi!, la fodera di latrine maoiste, il testamento «Regnante Vittorio Emanuele II» e il libro di Motti smerdato dalle faine saranno saccheggiati. Al termine di un viaggio senza traffico, ma anche senza caffè in quanto la domenica è chiuso il bar della stazione di Rivarolo, che a suo tempo mi garantì una colazione dopo le Perseidi grazie all’apertura alle 5, parcheggio a Molino di Forzo di fronte al lavatoio, mentre la luce dorata sulle montagne sta per scolorire. Una rana si dà alla fuga, quando vado a riempire la borraccia: era convinta di essere ancora nell'utero protettivo della notte, sotto la tettoia sul fondovalle ombreggiato da ripidi fianchi, invece è ormai ora che cominci il trambusto diurno.
Sulle ultime decine di metri di asfalto raggiungo Forzo, oggi una frazione di seconde case, nel cui parcheggio si vedono auto di emigrati in Francia in vacanza. Ai primi del Novecento tra Ronco e qui vivevano oltre 600 persone, esisteva una società di mutuo soccorso e nel 1908 fu costruito il primo edificio scolastico della valle. L’essenziale architettura di pietra conferisce al paese un’aura rustica e curata; una casa si è ricavata un dehors di legno. Un cartello indica le norme di comportamento in caso di incontri con i maremmani.
Un pilone votivo all’ingresso del paese, in eccellente stato in quanto restaurato nei decenni scorsi, fu edificato da una persona di nome Besso. Il nome è quello di un santo locale a cui è dedicato un pellegrinaggio annuale nell’apposito santuario alpestre; un pionieristico studio di Hertz nel 1913 lo rese celebre, in quanto mostrò che il culto cattolico ha inglobato vecchi culti celto-romani della pietra ed è esso stesso sovrapposizione di tradizioni di diversa origine, quali pastorali locali e quali colte importate dalla pianura. Per queste ragioni, gli antropologi vi sono molto devoti e tornano spesso a molestare i disorientati pellegrini in occasione della festa.
Imbocco il sentiero in salita nel bosco, poco a monte del torrente. Supero delle sorgenti, che infangano il fondo, e una grande casa diroccata. Arrivo al ponte di legno sul torrente, che è dotato di una citazione a tema di De André, a cui seguiranno altri cartelli della medesima fattura con citazioni di saggezza spicciola (saggezza, eh, non conoscenza, perché quest’ultima riguarda il passato mentre quell’altra il futuro). Al ponte un cartello indica in 5 ore il tempo per il colle, la GMI in 4 da Forzo, le tabelle ottocentesche in 3, dopo averne camminate due da Ronco. Varcato il torrente, continuo a risalire fino a un ponticello su un affluente, dove devo attendere un paio di minuti che una vacca e un vitello si spostino, per non dover transitare nello stretto passaggio tra le loro terga, con i relativi rischi di pedate o incornate se violo il confine oltre cui si sentono minacciati. Proseguo sul fondovalle ora più pianeggiante, dove attraverso un pianoro con dei muri a secco che dovevano delimitare le coltivazioni, come ce ne sono anche attorno a Forzo lungo il sentiero per il Revelli.
Poco dopo arrivo a Boschettiera, una paese di case in pietra ristrutturate con stile, sebbene non raggiunto da strade, cinto dal filo del bestiame con cancelletto da richiudere e pilone votivo all’ingresso. Il nome dialettale alle mie orecchie incompetenti ha un’assonanza walser. I glottologi riconoscono, nel dialetto parlato in valle, delle singolarità rispetto agli altri francoprovenzali delle valli contigue, da Lanzo alla Valle d'Aosta, anche rispetto al cognese con cui vi erano stretti legami economici e religiosi, specie prima che il raffreddamento climatico rendesse ostici gli alti valichi. Nel complesso, l'analisi fonetica mostra scambi, convergenze e originalità assai articolate tra i vari dialetti francoprovenzali alpini piemontesi e lo stesso piemontese della pianura: nonostante la marginalità della valle rispetto alle grandi vie di comunicazione, il valsoanino non si presenta cioè come forma arcaica di una valle isolata, ma ha sviluppi originali e innovativi rispetto alle vallate contigue.
D'altronde la scarsità di risorse costrinse molti abitanti a praticare per la maggior parte dell'anno il mestiere vagabondo di calderaio (già nel XVI secolo documenti lo attestano come diffuso), che richiedeva la capacità di interagire in numerosi dialetti e di creare un gergo di mestiere per non farsi comprendere dai clienti e da chi li ospitava. Un’altra emigrazione, stavolta permanente, si diresse verso i paesi francofoni, come ho potuto constatare di persona dalle targhe delle auto degli emigrati in vacanza oppure trovando documenti e lettere francesi quando visitai una borgata abbandonata della bassa valle. In un’occasione pranzai da una remigrata da Parigi all’appennino emiliano.
I valsoanini erano pertanto tutt'altro che montanari arroccati nei loro fortilizi, ma comunque orgogliosi della propria alterità: rivendicavano una improbabile discendenza dagli zingari, che evidentemente tra di loro dovevano godere di una considerazione migliore di quella condivisa dai nazisti e dal mio prossimo. Questa leggenda fondativa era tutt’altro che originale tra le genti di montagna, specie di insediamenti poveri e marginali, che spiegavano la propria stranezza ipotizzando di avere origini mitiche diverse dai vicini. Un dettaglio comune a molte leggende ambientate in passati remoti e indefiniti è l’incapacità di credere in epoche storiche e culture umane di cui si era persa del tutto la memoria e in cui si viveva in modalità e agivano attori non desumibili dal presente, perché quasi sempre fanno riferimento a contesti coevi alla loro formulazione e alla cultura che li circonda, solo proiettati nel passato.
Mi fermo al forno comunitario, anch’esso tirato a lucido, a bere e mangiare uno spuntino energetico acquistato a km 0, mandorle con papaya essiccata.

Il bivacco Davito

Il sentiero riprende a salire assieme alla valle, una stretta incavatura a V, nel bosco di larici, qui chiamati con il nome valdostano di brenve. Già nel tragitto in auto ho potuto apprezzare la classica morfologia valliva di origine glaciale, piani alternati a salti incisi dall’azione del torrente, comune a tutto il versante piemontese del Parco. Qualche anima pia ha falciato l’erba di qui al bivacco, ma ciò non mi preserverà da cinque zecche, proprio mentre i siti di informazione raccontano di una signora morta per encefalite dopo un morso. Ottimisticamente, dato che starò soprattutto in alta montagna, non ho spruzzato il repellente sulle gambe, ma non è stata una buona idea. È invece ottima l’esposizione, che mi mantiene in ombra, perché non fa per nulla fresco, così come una sorgente, questa invece fresca.
Il bosco si dirada dove raggiungo una conca erbosa, dalle cui pendici scendono copiosi coni di deiezione inerbiti, circondata da alte cime rocciose, su cui spiccano la Torre Lavina, di cui appare la struttura a canaloni, grazie alla luce laterale, e il Monveso di Forzo, più elegante se visto dal Revelli. Entrambe furono salite già agli albori dell’alpinismo negli anni 1860, e qualche anno fa era partita la proposta di rendere la seconda sacra, rinunciando volontariamente a scalarla, per darsi volontariamente un limite in un periodo storico in cui vorremmo raggiungere Marte, i mezzi motorizzati portano i turisti in sandali sui ghiacciai e presto gli esoscheletri sopperiranno alle fibre muscolari. Attraverso una colata detritica fluviale e risalgo uno dei conoidi fino alle baite dette Grangia Pian Lavina, a ridosso di una parete di roccia levigata. Il tetto è crollato, mentre resistono i locali ipogei per la stagionatura dei formaggi. Proseguo anche ripidamente, con dei gradini artificiali in un canalino di erba tra le rocce, oltrepasso un rio e raggiungo altre baite, dove mi fermo per spalmare la crema solare, dimenticando però di farlo anche dietro le orecchie. Noto sulla destra il sentiero in quota diretto alla Lavina Grande, che intendo percorrere al ritorno, ma non vedo cartelli.
Qui il sentiero diventa meno marcato, una striscia di erba più chiara, in quanto non è più una storica costruzione dei montanari, ma una traccia di escursionisti, e con un’ultima rampa raggiunge il bivacco Davito, dalla veneranda struttura a botte in metallo verniciato di giallo. Mi infilo dentro a scialare all’ultima ombra fresca. È minuscolo: ci stanno appena quattro brande e un tavolino dove bisogna cucinare e mangiare uno per volta. Sul quaderno leggo che la frequentazione è sporadica, sia come meta escursionistica che come appoggio alpinistico, lascio un ringraziamento agli ignoti decespugliatori e annoto l’indicazione delle mie intenzioni.

Il colle di Bardoney

A monte del bivacco scompare il sentiero: devo seguire i bolli rossi, ora più continui, prevalentemente tra erba e sassi, a parte un iniziale passaggio su placca sopraelevata, che mi richiede di overcloccare i neuroni per capire come affrontarla. Subito oltre il bivacco bevo a un rio, ma non rabbocco la borraccia, nel timore che l’acqua possa essere contaminata: effettivamente più avanti sentirò un turbinio di interiora, che poi però rientrerà. Oltre una placca montonata, che mi affascina per la forma e dove vedo pure un senecio cresciuto in una fessura da crioclastismo, passo alla pietraia, dove i bolli si infittiscono. La guida scritta da un inveterato alpinista dice che non è nemmeno troppo disagevole, e contro le mie aspettative è un commento adatto anche a me. Subito prima sono ancora riuscito ad estrarre qualche mezzo bicchiere d’acqua da una stentata sorgente. I colori della roccia suggeriscono che normalmente l’acqua sia più abbondante, ma in questo anno siccitoso la portata è crollata. I prati per ora sono verdi, ma chissà ancora per quanto. Durante una gita neanche tanti anni fa, un pastore del vallone valdostano affacciato sul colle di Santanel mi disse che si contavano sulle dita di una mano i giorni in cui non strabordavano nubi dalla val Soana, ma in questi ultimi anni si contano sulle zampe di un millepiedi.
Quasi ai piedi del salto roccioso prima del colle, intercetto il sentiero storico che vorrei percorrere al ritorno, che lo affronta per strette ed esposte cenge. Quando penso alle cenge, non mi viene in mente il rassicurante balzo additato da Virgilio nel Purgatorio, ma invece il ritornello di Chain of fools, ma con le parole originali sostituite da Ce-ce-ce ce-ce-ce cengia di Ball (quella del Caregon del Padreterno dolomitico, con il suo celebre passaggio del gatto). In parte è ancora apprezzabile la superba costruzione in pietra a secco, a formare una successione di z, con tornanti dove devo roteare sul posto più che curvare, tanto sono stretti e aguzzi, ma in parte sono costretto ad arrangiarmi. Dapprima devo oltrepassare un masso che si è frapposto, ma con molti appigli, quindi un salto roccioso è troppo alto e poco appigliato per la mia nanerottola stazza, per cui mi arrabatto con un passaggio alternativo su una liscia roccia inclinata. Al ritorno mi calerò elegantemente strisciando il sedere (metodo del dottor Culeman, dicevano i vecchi CAI), con l’accortezza di non farmi ribaltare nel precipizio dal fondo dello zaino, che scende al di sotto. Non avrei mai il coraggio di scendere camminando, perché lo studio giovanile della fisica non mi ha convinto del funzionamento dell’aderenza: mi pare impossibile che una piccola superficie di contatto abbia lo stesso effetto di una maggiore, nonostante possa accettare che il vibram delle suole abbia un coefficiente senz'altro maggiore che la plastica dei pantaloni. Ho almeno bisogno del fondo ruvido, come sul granito.
Al colle, oltre alle paline gialle valdostane, trovo una targa metallica in ricordo di un alpinista caduto sulla Torre Lavina, con una citazione pascoliana che suggerisce che sia bello morire in montagna. Sinceramente preferisco tornare vivo e morire tra le braccia della donna della vita, o vederla morire tra le mie, per poi aspettare la morte con la presenza sua e delle gite nei ricordi, anziché precipitare in un dirupo, senza poterla salutare mentre la penso angosciata perché non torno una sera.
Mi affaccio sul vallone di Bardoney, una tipica valle a U molto verde, passato un pendio di sfasciumi con un piccolo nevaio residuo. La guida consiglia la traversata per la mulattiera reale, definendola per fini intenditori. Sarebbe sia un modo di restituire al passo la sua funzione storica di via di transito tra due valli e non di meta o passaggio verso una vetta, come facciamo oggi noi escursionisti, sia di rendere più interessante l’escursione con nuovi paesaggi e trasformandola quasi in un viaggio. La tentazione di proseguire è pertanto fortissima, ma non me la sento di telefonare alle 19 di farmi raccattare a Cogne, per poi recuperare l’auto in val Soana e tornare a casa alle 3 di lunedì. Se mettessero in commercio auto a guida autonoma, che si possono spedire da una valle all’altra mentre si percorre l’escursione, tirerei la cinghia per essere uno dei primi acquirenti. Organizzarsi con i mezzi pubblici, almeno per le escursioni in giornata, raramente è possibile, a meno che non si sfruttino le poche ferrovie alpine. Se si devono cambiare due o tre bus, bisogna sobbarcarsi viaggi della speranza anche per mete vicine a casa, si arriva tardi all’attacco del sentiero e bisogna scendere presto per afferrare al volo l’ultimo bus del pomeriggio, perché non corrono più i mezzi notturni di cui beneficiavano i primi alpinisti nell’Ottocento. Ancora in un romanzo del 1939, “Paesi tuoi”, Cesare Pavese, per connotare un paese come dimenticato da dio, scrisse che lì non si fermano i treni notturni.
La visione da quassù della valle mi evoca l’espressione “le verdi vallate del Cile”, che i sopravvissuti a un disastro aereo sui ghiacciai delle Ande si dicono per non perdere la speranza nel viaggio a piedi verso la civiltà. Quando vidi la foto ripresa da qui, pensai che dal vivo avrei pianto per la commozione, ma non succede. Un giorno o l’altro ci dovrò andare, perché si può descrivere un anello con ritorno dal vallone adiacente valicando un passo intitolato al pino cembro, arolla in patois, un termine di origine ligure (aravicelos era uno sciroppo taurino a base di semi di cembro). Dal lato piemontese, il vallone, a monte della strettoia di Boschettiera, tende ad allargarsi fino a formare un ampio circo roccioso. È chiaramente apprezzabile anche da qui la morfologia glaciale a salti sempre più glabri e sassosi verso l’alto, fino alle cime rocciose che lo chiudono.
Dopo il pranzo a base di riso integrale, ceci e zucchine al pimenton, frutta a volontà e dolcetti toscani all’arancia candita, mi sdraio sulla roccia piatta nel mezzo dell’incisione del passo, mi copro la faccia con il cappellino e provo a pisolare per una mezz’oretta, sicuro che non sarò disturbato. Scopro che posso mandare un messaggio di rassicurazione a casa, perché il cellulare prende, mentre attorno al Revelli qualche anno fa la copertura era assente.

Il sentiero perduto

In discesa provo a capire se riesco a seguire il sentiero storico, a cui in salita mi ero ricongiunto poco prima del colle. È riportato sia sulla carta MU che su OSM, sebbene abbia notato che la tracciatura del sentiero di salita sia errata su quest’ultima, per cui non ho grandi speranze di farci affidamento per trovare quello di discesa. Per fortuna vedo che è segnalato con ometti, per cui procedo con fiducia, attraverso una distesa di sassi in una zona pianeggiante.
Tuttavia ad un certo punto, puntando a un grosso ometto in una conca, finisco in una zona dove non ne vedo altri, a parte forse uno mezzo crollato, ma soprattutto dove non compare più alcuna costruzione di sentiero. In una direzione paiono esserci delle placche che terminano in un salto, ma non è quella verso cui dovrei puntare, verso l’ometto crollato la direzione pare sensata, ma oltre non vedo nulla. L’esperienza dovrebbe suggerirmi di tornare all’ometto precedente, prima di un tratto in pietraia, a cercare se da lì vedo ancora un sentiero; invece, dopo aver girato un po’ a vuoto e aver valutato che il terreno è percorribile, provo a dirigermi verso la traccia OSM, che non è molto distante dall’ultimo ometto. Tuttavia, dopo aver superato una pietraia non rognosa, mi accorgo che la traccia digitale non corrisponde ad alcunché sul terreno: un’allegra burla. Peraltro, pur vagando a destra e manca, non troverò neppure il prosieguo del sentiero smarrito, sebbene seguendo la direzione verso valle ogni tanto avrò la ferrea convinzione di trovarmi su una vecchia e sfuggente costruzione umana, lesta a dileguarsi.
Non mi resta pertanto che calarmi per ripidi prati sassosi, evitando le fughe più dure, ovvero le insidiose zone sassose ricolonizzate dai rododendri, mantenendo la direzione desiderata. Ogni tanto qualche fatta di vacca rinsecchita mi rincuora perché, se ci salgono le vacche, posso passare anch’io. Passo così nei pressi di un’alpe diruta, l’alpe Cugni, presso cui dovrebbero passare ambo le tracce OSM e MU e pure la descrizione GMI, ma continuo a non individuare nulla sul terreno. Poco più a valle i prati si arrestano in un’incisione rocciosa che salta curva verso il fondovalle e sulla carta MU porta il curioso nome di Tola rotonda (latta rotonda); mi incute un fumoso terrore, nella prospettiva di doverla superare, ma fortunatamente subito prima mi imbatto nell’incavo e nei segnavia del sentiero in quota che dovrò percorrere.
I segnavia non sono molto frequenti, cosicché quasi subito, dopo un impluvio, mi perdo tra le tracce del bestiame e con OSM nuovamente attendibile risalgo per altre tracce, aggirando una pietraia, fin verso le baite in pietra a secco di Lavina Grande, sempre al cospetto della Torre Lavina. Dopo essersi coperta nelle ore centrali, ora è di nuovo sgombra di nubi, e il sole nella posizione pomeridiana ne evidenzia nuovamente la struttura a canaloni, dopo che nelle ore centrali la illuminava frontalmente appiattendoli.
Di primo acchito, si potrebbe pensare che il nome della montagna e dell’alpe derivi dalle slavine che dovevano cadere su questi pendii ripidi: la GMI consiglia la salita con gli sci al colle solo con «nevi molto sicure». Tuttavia, i documenti più antichi di cui disponiamo, del periodo a cavallo tra XVII e XVIII secolo, non citano mai questo nome, ma dei pascoli detti della Vina, dal termine desueto cleivina (piccolo pascolo soleggiato) o alvina (piccolo alpe), oppure alla radice preindoeuropea Vin che indica roccia ed è presente pure in altri toponimi piemontesi e valdostani, come il celebre Cervino. Peraltro la montagna aveva nomi diversi a seconda dei versanti, legati al nome del vallone da cui era osservata.
Questi documenti notarili, noti come “Atti di visita delle corrosioni”, furono redatti per esentare dalla tassazione terreni che erano stati danneggiati dagli eventi estremi della Piccola Era Glaciale, il cambiamento climatico noto in Europa appunto per il raffreddamento locale, ma che a livello planetario fu caratterizzato dall’aumento dell’aridità e dei fenomeni estremi, lunghe siccità alternate a copiose precipitazioni concentrate. Ebbe molte ripercussioni non solo sull’agricoltura e sul benessere fisico delle popolazioni, mettendo in crisi civiltà intere, ma anche sulla cultura, sulla politica e sulla religione. In tutta la zona che ho attraversato oggi e fino all’alpe Giavino dove sono diretto, i pascoli migliori del vallone di Forzo furono seriamente compromessi da queste piene, tanto che in alcuni casi la visita non potè essere effettuata per l’impraticabilità dei sentieri.
Tali documenti sono molto interessanti sono vari aspetti, sia proprio perché documentano gli effetti di questi fenomeni climatici sui pascoli o sui centri abitati, ma anche perché racchiudono toponimi trascritti da locali prima delle storpiature dei geografi forestieri, rivelando il substrato ligure dei nomi tradizionali e il loro significato, conservatosi nonostante la migrazione celtica e la colonizzazione bassomedievale.
Sono circa le 16 e mi fermo a bere e mangiare frutta e le scorte energetiche. Ho ancora acqua in corpo da versarne come urina, grazie anche a una sorgente incontrata per caso. Dal colle non ho più scattato foto per la tensione nervosa della ricerca.

Il mondo dei camosci

Dall’alpe la traccia si fa più vaga, ma i segnavia più frequenti, sebbene mi convinca che siano progettati per una persona più alta di me, perché spesso dal precedente li vedo solo dopo aver fatto qualche passo in una direzione a caso. Il sentiero torna ben costruito nell’attraversamento di una pietraia, suggerendo un’origine antica, almeno qui (in effetti lo schizzo della GMI sembra riportare uno spezzone di sentiero in questa direzione). Tuttavia non compare sullo schizzo di Baretti del 1867, perché quello indicato da lui verso il vallone dell’Azaria e per il colle che chiama Giavin, pare piuttosto l’attuale colle della Cadrega, perché transita ai piedi della Torre Lavina e a scende all’alpe del Rancio. Il colle era risalito dal Rancio e valicato da una mulattiera di caccia diretta a un appostamento sul mio versante, ma già nel 1939 in alto era tutto franato (Vittorio Emanuele III, già prima di donare la riserva allo Stato, aveva preferito soggiornare nella riserva sulle Alpi Marittime); dall’altro lato la mulattiera è ancora percorribile per buona parte, mentre di qui non sono rimaste tracce. Non compare nemmeno in altra letteratura storica, tipo il Vaccarone o il Berutto, né la tavola IGM del 1932 lo raffigura. Compare su guide e siti a partire dagli anni 2010: ho scritto al Parco per avere ragguagli su chi lo ha segnato per primo, ma senza ricevere risposta. Attraverso poi una levigata placca a forma di panca dotata di corrimano metallico, per la maggior parte superfluo con il secco attuale, in quanto in genere è poco inclinata, ma le mie esperienze escursionistiche pregresse insegnano che i cavi si apprezzano soprattutto con il bagnato. Oltre, la cartina MU riporta un sentiero nuovamente più marcato, per cui penso che da ora sarà più agevole: che assurda illusione.
Mi trovo infatti ad arrampicarmi su svariati pendii dove e piedi e man volea il suol di sotto (pochi in verità, ma al momento di annotare gli appunti ho già perso il conto esatto), coperti di grossi cespi di pungente erba, scivolosa come sapone bagnato, oppure di sasso rotto, a cui si alternano traversi su ripidi pendii scivolosi sulla medesima erba. Inoltre in tali traversi da ogni segnavia multiple tracce si disperdono e richiedono di saltabeccare da una all'altra per individuare la tacca successiva, senza mai raggiungerla direttamente: mi convinco che abbiano voluto segnare tracce di camosci. Un salto dalla montagna addomesticata dagli uomini a quella incredibilmente selvaggia degli animali dei dirupi.
La graminacea Festuca varia è comune sui terreni acidi del Piemonte settentrionale, dove è apprezzata come foraggio dagli stambecchi e in passato era anche falciata dagli alpigiani per il bestiame domestico. È conosciuta dagli escursionisti come erba olina, dal nome dialettale di Castelnuovo Nigra, il paese in valle Sacra noto per la fioritura di narcisi, mentre qui a Forzo è registrato mére, a Orio Canavese arba ca fura (“erba che punge”), appunto. In val Soana dà il nome alla zona di Andorina (Landolina nei documenti di corrosione). Il suo lato amichevole è la resistenza meccanica alla trazione, che ho modo apprezzare quando per la stanchezza devo adoperare le mani dopo un passo falso.
Il luogo porta l’ossimorico nome di clapey (ovvero pietraia) di Prato Fiorito, che rispecchia la realtà di un prato, magro sì ma fioritissimo, dove si involano in ogni direzione innumerevoli specie di farfalle, attorniato da picchi arditi e distese di massi. Naturalmente esiste una ritrita leggenda eziologica, analoga al backronym di foobar, o alla citazione «How many roads must a man walk down, before you can call him a man? 42», ovvero un tentativo di individuare una consecutio in un nome scaturito da umorismo nonsense alla Monty Python: vuole che la zona fosse prima un pascolo fiorente, ma sia stata resa come ora dal diavolo, perché un margaro non aveva rispettato un patto con lui. Mi convinco invece che il nome fu inventato da qualche sardonico montanaro per sbeffeggiare le imprecazioni dei suoi compari, mentre si calavano dal colletto sopra la comba del Giavino verso un’antica miniera citata dalla GMI.
La fatica del cammino è improba, tanto che l'ora e mezza circa dall’alpe al colletto mi pare sei senza soste nemmeno per respirare, accompagnato dal terrore costante che un piede finisca in fallo per la stanchezza o si appoggi malamente su un cespo scivoloso. Credo di aver vissuto l'esperienza della mia vita più vicina al sublime di Burke, la natura selvaggia e soverchiante che minaccia la vita stessa, ma da cui si esce indenni. Naturalmente è completamente diversa da come l’avevo fantasticato, una contemplazione energica di nervi, crampi e acido lattico piuttosto che lisergico da visioni mistiche, perché non mi resta molto spazio per contemplare il paesaggio o riflettere sulle mie impressioni nello sforzo di oltrepassare il tratto.
La guida accenna sommessamente alle difficoltà: fossi stato più bravo in matematica, avrei fatto le proporzioni tra i due impavidi compilatori e la mia goffaggine e magari ci avrei pensato due volte, prima di lanciarmi qui dentro. La GMI liquida la zona come una pratica pedestre: «attraversare a d., in mezzo a piccoli salti, le propaggini occidentali del contrafforte [della soprastante cresta rocciosa, ndr], fino ad afferrare il ripido canalone, a fondo detritico, che sale al colletto». Infine i rarissimi escursionisti transitati di qui, sui social dedicati minimizzano spavaldamente, parlando di buon sentiero, solo un po’ esile. Concludo che in montagna è meglio essere scarsi, per vivere esperienze toccanti senza bisogno di tracciare vie inviolate sulle Torri di Trango. Tutto sommato sono contento di averla affrontata inconsapevole per un’irripetenda volta, perché da conscio non ci tornerei.
Alle 18 raggiungo il colletto affacciato sulla comba del Giavino, anticipato un paio di impluvi prima da una surreale fatta di vacca in questo posto dove fischiano stupefatti i camosci al mio transito inatteso. Mi fermo a terminare la borraccia e comunicare a casa che non si devono preoccupare, ma non mi presenterò sull’uscio ancora per molto. Rispondono che hanno già digitato l’112 e non resta che far partire la chiamata. Stimo che in un paio d’ore sarò a Boschietto, sul fondovalle, ma ce ne vorranno tre, in quanto mi aspettano ancora un’estesa pietraia e una risalita. Il pendio precipita dai miei piedi fino a Boschietto, ma per la maggior parte il fondovalle resta nascosto da torrioni e cataste disordinate di massi. La luce serale in procinto di lasciare la valle e ritrarsi sulle vette è incantevole e invita ad assopirsi qui, tanto con questo caldo neppure serve il sacco. Di solito la mia mansione parcamente remunerata mi dona senso, ma in questo istante percepisco appieno l’ingiustizia di dover campare grazie ai lunedì mattina.

Il rientro

Mi aspetta ora un’ulteriore pietraia, la più faticosa di giornata. Il sentiero rubata come un grissino e la affronta di petto: non so perché abbiano segnato lì in mezzo, perché la GMI afferma che si può passare per prati. Mi sorprendo di quanta energia e lucidità mi restano per balzare in precario equilibrio di masso in masso, issarmi con le braccia, infilare i piedi nelle fessure e spingermi su, scastrare i bastoncini senza farmi ribaltare, tenere lo sguardo vigile sui segnavia, chiedere perdono ai ragni per la distruzione delle tele. Non mi sovviene invece la visione dell’immane crollo che la generò: i geologi ritengono che pietraie del genere si formarono quando i ghiacciai fusero e le pendici dei monti, non più sorrette, si frantumarono in mille pezzi. Continuo ad essere troppo avvinto dall’azione per contemplare. Alla fine devo ancora rimontare il dosso dell’alpe, adoperando il GPS perché traccia e segnavia si dileguano, sebbene potrei serenamente andare a casaccio mirando il cocuzzolo. Vi trovo un paio di vitelli piemontesi e un casotto dei guardaparco sprangato.
Dopodiché scendo su buon sentiero a passo prudente per un paio di alpi; alla prima (alpe Biestan) spavento un vitello accovacciato. Oggi complessivamente ho molestato una rana al lavatoio, diversi vitelli bianchi, messo in allarme marmotte, in fuga camosci e un orbettino, distrutto il lavoro di ragni: meno male che le bestiole beneficiano ancora di qualche anfratto con scarso turismo. Proseguo quindi nel bosco, ipnotizzato dal mio stesso ritmo calibrato. Lo spazio libero di una pietraia mi consente ancora una foto alla luce solare in ritirata. La carta riporta una sorgente, ma butta solo un rivolo e i vitelli l’hanno insozzata. La calura cresce inversamente alla quota, passando dai larici alle latifoglie e ai noccioli, nonostante l’ombra della sera, e sono contento che per reazione sudo, perché significa che non sono del tutto disidratato. A Boschietto non c’è nessuno. Bevo un litro e mezzo di acqua gelata, che mi fa tremare fino a quando con il cammino non guadagno nuovamente temperatura, e ne prendo altrettanta di scorta da bere di qui all’auto, senza stimoli urinari immediati: arriveranno solo lungo la strada di casa e saranno espletati in una piazzola buia circondata da rifiuti, lungo la variante di Lombardore. Non so come facesse a non morire disidratato Leslie Stephen con il suo mezzo litro di vino per i 4000 dal fondovalle (l’alcool è pure diuretico). Mangio pure i resti del pranzo e dico a casa di non congelare gli avanzi della cena, perché all’ora di arrivo non potrò certo rimediare cene in locali montani. Nonostante il reintegro di cibo e acqua, il peso si stabilizzerà un chilo sotto il precedente. Imbocco il sentiero per Tressi, più lungo, e non quello di salita, per vedere un pilone votivo estroflesso in una parete aggettante, davvero originale e meritevole. Pregevole anche il sentiero che la bordeggia, rgradinato nella roccia.
Guidato da lontani lampioni al sodio, attraverso il bosco crepuscolare, un tipo di buio effimero e di fantasmi ombrosi che adoro e che la fotocamera non è in grado di catturare, in quanto sono l’effetto della nostra visione con i bastoncelli e di conseguenza apprezzo come la luce lunare. Mi ostino pertanto a procedere a pila spenta, perché altrimenti creerei un’atmosfera da horror dozzinale.
Quando sono le 22, sbuco dietro il lavatoio del mattino, mentre un uomo si aggira sul balcone senza badare a me: è la prima apparizione umana dalla partenza a piedi. Nel viaggio di andata avevo visto dei ragazzini accanto al McDonald di Rivarolo e verso la valle principale ne vedrò a zonzo lungo la strada. Mi è servito molto rasare la barba per non sembrare un uomo selvatico e non spaventare la gente nei locali.
Nel lungo tratto in piano a valle dei paesi, il finestrino aperto fa entrare la puzza di bruciato degli incendi che stanno distruggendo boschi e prati di erba olina sopra Valprato. In questo caso l’innesco è stato un fulmine, e poi il fuoco ha trovato terreno fertile nella vegetazione riarsa dalla siccità primaverile. Nei secoli scorsi, quando quei terreni erano a coltura, la causa più comune era il debbio dei pastori sfuggito di mano, per cui gli statuti comunali prevedevano bandi di pascolo nelle zone colpite da incendi, al fine di scoraggiare la pratica.

I postumi

Vado a letto a mezzanotte e mezza e mi alzo alle 6 e mezza. Immerso nei 35° lungo il viaggio di rientro dal lavoro, mi pare di percepire un lieve malore da calo di pressione con sudorazione fredda, ma continuo a pedalare, e dopo la doccia sprofondo in due ore di sonno senza sogni. Il viaggio di ieri non è stato un sogno, anche i muscoli indolenziti dall’acido lattico lo provano, sebbene la prossimità spaziale e la brevità temporale non paiono verosimili: mi sarei aspettato di trovare un nome diverso sul mio citofono, al rientro.
Mi sento uno spirito che si è rifugiato nel suo oltremondo nelle ore in cui girano gli uomini e al crepuscolo torna a vagare nel loro quando si ritirano, l’auto parcheggiata come un segno del luogo da cui si è allontanato e dove apparirà nuovamente, con un bagaglio di storie sulla sua realtà inaccessibile ai mortali che loro non potrebbero neppure comprendere. Un mondo che poche generazioni fa ancora era ancora familiare, ma che ora è dimenticato, un mondo di esseri animati e inanimati irriducibili al loro controllo. Sebbene mi senta a casa, tuttavia non è davvero il mio, vi transito solo come viaggiatore che dovrà tornare a casa, perché so procurarmi sostentamento solo nei supermercati e perché in fondo non apprezzerei l'ancoraggio a un vallone specifico, ma adoro catturare lo spirito sempre diverso di nuovi. I celti credevano che chi non aveva avuto modo di ancorarsi a un luogo in vita, avrebbe vagato per l'eternità come anima in pena.
Svariate popolazioni del passato credevano poi che, per vivere esperienze del genere, fosse necessario disincarnarsi dal corpo tramite poteri accessibili solo ad iniziati, mentre lo sviluppo tecnologico, che ha svuotato le montagne, le fornisce a chiunque in forma materiale nel giorno di riposo dal lavoro: le meraviglie del progresso tenute segrete meglio dei codici nucleari. Come segno tangibile del mio viaggio, mi è rimasto un bastoncino non più accorciabile, in quanto piegato. Brucerà in soave odore in onore del mondo tecnologico che mi ha permesso questa escursione, un profumo gradito, un’offerta consumata dal fuoco dell’inceneritore, quello sì ancorato a ogni sguardo dalla finestra della stanza.

Per approfondire

E. Andreis - R. Chabod - M.C. Santi, Gran Paradiso, Milano 1939
P. Barillà - M. Blatto, Geologia e forme del paesaggio per escursionisti, Rimini 2007
M. Baretti, Studi sul gruppo del Gran Paradiso, Bullettino trimestrale del Club Alpino Italiano, 10-11, 10/1867-1/1868
M. Bertotti, Appunti storici e corografici sulla Valle Soana nei secoli XVII e XVIII, Cuorgnè 1982
G. Bertotti - A. Paviolo - A. Rossebastiano, Le valli Orco e Soana : note sui nomi delle località, torrenti e montagne delle valli Orco e Soana e sul loro significato, Cuorgnè 1994
G. Berutto, Il Parco Nazionale del Gran Paradiso vol 1°, Torino 1981
M. Blatto - L. Zavatta, Val Soana, Rimini 2010
J. Dorst - C. Favarger - R. Hainard - O. Paccaud - P.C. Rougeot - J.P. Schaer - P. Veyret, Guida del naturalista nelle Alpi, Bologna 1983
F. Farina, Valle Soana, Ivrea 1909
G.P. Mondino, I nomi delle piante nelle parlate del Piemonte, Boll. Mus. reg. Sci. nat. Torino, Vol. 34 - N. 1-2 (2017)
L. Zörner, Il dialetto francoprovenzale della Val Soana, Cuorgnè 2004

Galleria fotografica

Forzo
Forzo
Torrente Forzo
Torrente Forzo
Boschiettera
Boschiettera
Grange Pian Lavina
Grange Pian Lavina
Grange Pian Lavina
Grange Pian Lavina
Bivacco Davito
Bivacco Davito
Torre Lavina
Torre Lavina
Jacobaea uniflora (senecio)
Jacobaea uniflora (senecio)
Vallone Bardoney e Tersiva dal colle
Vallone Bardoney e Tersiva dal colle
Il “sentiero” nel Clapej di Prato Fiorito
Il “sentiero” nel Clapej di Prato Fiorito
Clapej di Prato Fiorito
Clapej di Prato Fiorito
Boschietto
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Ultime luci
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La Barma
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