De ardua
Val Pesio
2 maggio
In un baleno
L’escursione a delfino delle cascate della val Pesio è effimera come un arcobaleno dopo un acquazzone

Diario di viaggio
L’escursione a delfino delle cascate della val Pesio è effimera come un arcobaleno dopo un acquazzone, perché unicamente nel mese della fusione della neve nella Conca delle Carsene, oppure erraticamente in caso di precipitazioni intense, è attiva una sorgente carsica a mezz'aria. Solo allora, per l’abbondanza d’acqua, un sifone si riempie e convoglia un flusso verso due grotte che vedono la luce nel bel mezzo di una parete verticale concava, generando due cascate gemelle. Con raffinatezza sabauda è definita Pis (piscio), come del resto altre cascate delle Alpi Occidentali. Sempre attive sono invece la sottostante cascata del Pesio presso il gias Fontana e le due cascate del Saut, dove invece si scarica il torrente che trasuda dai ghiaioni innevati alla base della parete nord del Marguareis.
L’escursione si snoda interamente tra i boschi di faggio e abeti bianchi dove i monaci certosini nel Medioevo ritagliarono il loro desertum, l’isolamento dagli affari terreni per dedicarsi a una vita solitaria di contemplazione. Oggi invece gli umani nei sciamano più numerosi dei pappi dei pioppi: per i merenderos la radura di pian delle Gorre è una rinomata attrattiva e così il Pis per gli escursionisti, data la facilità di accesso. Abbiamo pertanto deciso di salire al pomeriggio, per poter godere dello spettacolo in beata solitudine, sola beatitudine, quando le folle sarebbero rientrate alla base, ma anche perché i torrenti di fusione hanno la massima portata la sera.
Cominciamo con una visita ai ruderi di una grangia della Certosa presso Chiusa Pesio, ai piedi della Bisalta, dove è in corso di allestimento una ricostruzione di un villaggio della tarda Età del Bronzo, non so a che titolo, visto che in zona non sono stati rivenuti resti del genere e tutto si basa su scavi effettuati altrove nelle Alpi. Ripresa l’automobile, incrociamo due scialpinisti che scendono in bici, sci e zaino in spalla. La strada tra la Certosa e il pian delle Gorre in questa stagione non è ancora a pagamento, ma è comunque presidiata da un addetto in gilet catarifrangente che ci intima l’alt al ponte di Ardua, perché i parcheggi a monte sono esauriti, come ampiamente prevedibile. Parcheggiamo contromano in un pertugio sul bordo sinistro.
Ardua è oggi un agglomerato di case di vacanza, ma vanta ascendenze leggendarie. Il prete monregalese Pietro Nallino, in un libro del 1788 attribuisce un castello omonimo, citato da un documento del 1260, agli immancabili Saraceni. Loro sarebbero anche i resti di armi rinvenute nel vallone Cravina intorno al 1770 dai monaci, mentre rendevano irriguo un prato chiamato appunto del mal macello. Anche il toponimo Morteis, sulle pendici della soprastante Bisalta, secondo lui farebbe riferimento a una strage di Saraceni. Un abate falsario del Settecento, don Meiranesio di Sambuco, ideò una cronaca antica secondo cui un’orda saracena nel 906 sarebbe scesa a Chiusa Pesio «per collem de ardua», per poi depredare l’abbazia di Pedona. I Saraceni erano ritenuti l’origine di tutto quanto appariva antico, insolito o in generale non ben inquadrabile nelle categorie del presente, prima che il folklore industriale li rimpiazzasse con Celti e ufi (che appunto sono fioriti anche sulla soprastante Bisalta, in seguito alla caduta di un meteorite inizialmente creduto un aereo precipitato).
Per Lei oggi sarà molto ardua, in quanto temendo la neve marcia che incontrai anni fa verso il Pis, le ho consigliato le pedule alte e ho anche portato delle ghette. Furono scelte con molta cura come le meglio calzanti tra molte altre, ma le provocano un dolore atroce al calcagno per il mero contatto, sebbene la pelle nemmeno arrossisca: chi non conosce come funziona faticherebbe a crederle. In vista di questa escursione, grazie alle sue meticolose indagini consumiste si è procurata un doppio rimedio, che tuttavia non sortirà risultati decisivi, per cui le toccherà soffrire una sorta di impalamento costante ai piedi per tutto il giro, con l’aggiunta dei dolori per la posizione errata di compenso. Inoltre il disagio fisico del cammino per Lei è così intenso che si gode il panorama meno che in automobile, sebbene poi a posteriori apprezzi aver raggiunto luoghi inaccessibili ai motorizzati.
Al cospetto dei torrioni di Cima del Cars, imbocchiamo la sterrata sul versante sinistro della profonda e infossata strettoia valliva, a fianco del Pesio, che fa un giro più lungo della strada asfaltata, ma evita il traffico a rebour. Peraltro anche quello di rientro dei pedoni è molto intenso, ma qualcuno sale ancora in parallelo a noi, sebbene siano le 14. Infossato è the secret word for tonight: il giro si snoda nella parte bassa di una profonda conca, dove i torrenti hanno scavato strisce sottili; di conseguenza saremo sempre circondati da incombenti pareti, pendii ripidissimi, picchi turriti, qualche volta persino pressati contro, mentre saranno del tutto assenti i panorami a lunga gittata. Poco oltre l’area camper, al primo desiderio di foto mi accorgo di aver lasciato nel baule il corredo e devo tornare sui miei passi, mentre Lei va ad aspettarmi al bivio successivo. Saliamo gradualmente tra magnifici faggi e i primi abeti bianchi, che saranno il panorama prossimo più consueto della camminata, ma è molto presa dai pensieri della quotidianità oltre che al dolore e pertanto giudica con amara commiserazione l’atmosfera fatata del bosco feso dal sole allo zenit. Dove ci congiungiamo alla pista dell’osservatorio faunistico da cui torneremo, oltrepassiamo il torrente che qui si biforca e saliamo verso Pian delle Gorre, tra gli alberi più imponenti del giro, che però mi astengo dal fotografare per la luce secca; per la gran folla dovremo pisciare ai bagni pubblici presso il rifugio.
La radura accanto al rifugio è affollata di merenderos, tra cui ci fermiamo a osservare dei bambini con un coniglio bianco. Imbocchiamo la strada militare per il passo del Duca, i cui lavori furono avviati nel 1940 e mai completati per lo spostamento del fronte; in anni recenti è stata piallata per renderla fruibile alle e-MTB. Agli abeti imponenti e alla folla di rientro (tra cui due ventenni con gli sci a spalle dal vallone del Marguareis - “Matonna!”, scrive Lei sul mio notes), che non accenna a scemare, si aggiunge una copiosa fioritura di una qualche specie di dentaria nel sottobosco e ogni tanto il penetrante odore dell’aglio ursino.
Alle cascate del Saut facciamo una pausa e la coda per affacciarci, tra selfie di famiglia e aspiranti clienti del Soccorso Alpino (devo ammutolire, io che inciampo e mi frantumo le ossa sul piattume). Superiamo la passerella ripristinata in un batter d’occhio, dopo i danni invernali, la quale ci immette su quella che è rimasta mulattiera sbozzata, in ombra. Ogni tanto il bosco crollato, vai a sapere se per vento o cosa, ci lascia qualche squarcio su Cima Cars, che da qui tiene fede alla sua etimologia di roccia in celtico (nelle Alpi Occidentali nomi analoghi sono un fottio). Il numero di escursionisti cala sensibilmente; tra di loro due ragazzi con un paio di ciaspole in mano. Ci imbattiamo in vari residui di neve, superando alcuni canaloni di slavina, e una chiazza di mirtilli fioriti, di cui una vespa apprezza il nettare. Io invece preferisco i frutti, perché i fiori in foto sono poco appariscenti; le volpi concordano con me, come testimoniano le loro feci autunnali sempre ricche di bucce. Frattanto cominciamo a sentire in lontananza il rombo sordo della cascata.
Mentre tento di scattarle qualche foto in cammino nel bosco incantato per le giovani e chiare foglie di faggio traslucide e il forte odore di resina, accelera sensibilmente perché sono quasi le 16 e non vede l’ora raggiungere la vetta, per mangiare la banana e la mela che abbiamo come magro pranzo, dopo una colazione tardiva. Al gias degli Arpy ci sistemiamo discosti dal flusso di escursionisti, che sale dal Pis e si convoglia verso il Saut, nel verso consigliato dal Parco. Io invece ho preferito quello opposto per una salita più graduale.
Ci godiamo l’ultimo sole sotto i picchi calcarei della Testa di Murtel che nei giorni bigi sembrano Guilin e tra la primavera che prende il via, con le foglie verdi chiare dei faggi, le ultime chiazze di neve ricoperte di terriccio, insetti ronzanti e una vipera rintontita. In particolare mi intriga la neve, perché la primavera è associata alla rinascita, mentre le chiazze sporche mi trasmettono un’atmosfera di morte. Lei non vede l’ora di togliersi gli scarponi di dosso. Dal Pis sale a tutta birra un tizio muscoloso e sudato, dispiaciuto che la fonte dell’alpeggio sia chiusa.
Un po’ più coperti scendiamo nell’ombra, nella fitta faggeta. Presso un’aia carbonile troviamo il bivio e ricominciamo a salire. Dobbiamo superare una chiazza di neve trasformata, dove i bastoncini e la fanghiglia depositata dagli escursionisti aiutano a non scivolare. Incrociamo due nonni con tre nipotine, di cui una a spalle, nel cui sguardo Lei vede altezzosità per la condizione che invidia. Un’altra piazzola racconta il modo in cui i montanari estraevano reddito anche da questa vegetazione striminzita di una zona quasi senza sole; qui il carbone alimentava anche delle vetrerie. Peraltro il terreno non è poi molto più scuro che intorno, da quanto il bosco è ricco di humus.
Finalmente raggiungiamo la parete con il Pis. Poso lo zaino contro un sasso, indossiamo le giacche impermeabili e ci avviamo sotto le cascate. Inaspettatamente, le rocce bagnate non sono di saponettoso calcare, ma hanno una buona aderenza: in effetti scoprirò che le sorgenti carsiche vengono alla luce proprio dove la roccia calcarea, facilmente erodibile dall’anidride carbonica disciolta nell’acqua meteorica, poggia su strati di rocce metamorfiche impermeabili e che costituivano il basamento dell’oceano ligure-piemontese, su cui si sono depositati i sedimenti organici all’origine del calcare.
Sotto l’arco della prima cascata ci baciamo con trasporto e gioia, sebbene la natura selvaggia e sublime non mi trasmetta la stessa intensità di sentimento di quando viviamo momenti di dialogo emotivo, per i quali il suo dolce cervellino è impareggiabile. Sebbene mi piaccia condividere intimamente il contatto con la natura e abbia fantasie romantiche connesse ad esso, percepisco la relazione come un’esperienza distinta da esso e con le sue emozioni e attivazioni proprie. Dopo ci avviciniamo alla seconda rasenti alla parete quanto più possibile. Tutto sommato non sono neppure tanto fragorose, perché riusciamo a parlare a tono normale. Arriva intanto una ragazza in pantaloncini e felpa di cotone che viene impavida a farsi inzuppare e infreddolire. Torniamo poi all’asciutto e stiamo ad ammirare lo spettacolo del fiotto che si dissolve in una bruma di goccioline. Saremo gli ultimi a contemplare, per oggi. Dovrei tornarci in una notte, tuttavia.
Scendiamo a ritroso con circospezione, perché è la sua prima volta sulla neve trasformata ed è quindi incerta. Nella faggeta successiva allungo il passo per scattarle qualche foto tra gli alberi coperti di muschio: per la vicinanza del mare queste montagne sono molto più piovose delle Alpi Occidentali, con il risultato che la corteccia dei faggi, là in genere disadorna, è invece rivestita di muschio e licheni, come sull’Appennino e nelle Alpi Orientali. Un masso di calcare eroso pare la pelle di un vecchio reso saggio dal sole.
Al gias Fontana è fiorita della colombina. Andiamo alla cascata del Pesio, di cui ho un’immagine appesa in stanza, ma scattata più avanti nella stagione, con una portata più modesta: la preferisco in questo modo, se vista dalla passerella. In compenso affacciandomi il più vicino possibile apprezzo lo tsunami di vento gelido e spruzzi. Quando torno, Lei dice che avrebbe voluto fotografarmi con i capelli al vento, ma non ha fatto in tempo ad avvicinarsi. «Ci tieni?» «Sì» «Torniamo». Dal secondo giro torno intirizzito al punto da dover indossare giacca e guanti.
Scatto una foto al minuscolo edificio dell’alpeggio, che con il suo tetto di erba è molto folkloristico e pure inserito in uno scenario instagrammabile di boschi fitti e picchi di calcare. Piano piano scendiamo e raggiungiamo il recinto dove il parco alleva cervi. Al crepuscolo stanno brucando l’erba ormai rasata all’inglese. Purtroppo in questa stagione i palchi dei maschi sono appena spuntati e non sono memorabili. D’altronde in Abruzzo li abbiamo visti da pochi metri bramire nella stagione degli amori, per cui è arduo impressionarci, ma Lei prova una travolgente tenerezza per ogni tipo di animaletto, per cui ci fermiamo a lungo e sale pure sulla torretta di legno. Peccato non aver visto salamandre, a dispetto di tutto l’umido patito.
Imbocchiamo la strada, in quanto il vecchio sentiero è ormai inagibile per le frane, e in un quarto d’ora siamo al bivio prima di pian delle Gorre da cui siamo già passati al pomeriggio. Adoro la luce di ombre cupe tra cui camminiamo ora, in cui tutto è scuro e indefinito e i margini sono incerti per le pupille dilatate. Peccato che le fotocamere non la possano rendere: sono progettate per replicare la visione diurna e lo farebbero pure ora che non esiste, se avessi la pazienza di montare il cavalletto. La luna piena è stata ieri, per cui arriveremo prima che sorga, ma ci imponiamo di non adoperare la frontale per continuare a godere di questa luce naturale così inusuale per chi vive nell’horror tenebrarum delle lampadine. Lei accelera nonostante il dolore, perché non vede l’ora che tutto termini e si rincuora quando vede la panca che agogna dalla torretta, quella su cui mi ha aspettato sub tegmine fagi. I camperisti stanno spegnendo le luci e andando a nanna.
Siamo all’auto alle 21.30 e naturalmente la nostra è solitaria. A quest’ora non ci resta che andare in un pub per giovani d’oggi a Peveragno, l'unico tipo di locale che ci può dare cena a quest'ora nel nord Italia, al cui interno per fortuna la musica è soffusa. L’IPA agrumata e amara come la morte è davvero molto buona, la focaccia farcita è una delle solite cose che mangio solo perché altrimenti morirei d’inedia, effetto che mi fanno quasi tutti i cibi. Lei è incerta se mangiare o accasciarsi, per cui alla fine mangia davvero poco anche per i suoi standard. Mi ero preparato un discorso per farle i complimenti, ma per l’emozione riesco solo a dire che è stata eroica, un termine in contrasto con la mia filosofia del cammino. Sulla porta del bagno campeggia il giovane Ozzy su un water a braghe calate, cripticamente chiaroveggente.
Per approfondire
- Marguareis per viaggiatori, Peveragno 2000
- P. Nallino, Il corso del fiume Pesio, Mondovì 1788
Galleria fotografica















