Monte Alfeo

Valle Trebbia

23 ottobre


La bruma della sera: tramonto in Val Trebbia
La bruma della sera: tramonto in Val Trebbia

Diario di viaggio

Il monte Alfeo ha una forma molto caratteristica, che lo rende ben riconoscibile anche se perso tra i mille rilievi arrotondati dell'Appennino. La sua forma deve aver toccato le corde dei sentimenti già degli antichi: sulla sua cima, infatti, è stata ritrovata una statuetta votiva di età romana o forse anche precedente.
Può essere raggiunto da numerosi sentieri, che risalgono tutti i suoi versanti. Da Tartago, per l'erto versante Nord, da Belnome o Pizzonero per la cresta del monte Ronconovo. A giudicare dal libro di vetta, la via più frequentata sembra essere quella che sale da Bertone, che è anche la più breve. Qui viene descritto il percorso che sale da Ottone via Campi e Pra' di Co'. In discesa siamo poi passati da Bertone; il percorso mi è sembrato meno vario e interessante.

A Ottone si valica il ponte pedonale sul Trebbia e si imbocca la stradina che sale a Truzzi. Ogni tanto si trova qualche scorciatoia, anche segnalata, ma, a seconda dei casi, è invasa dai rovi, ripida e scivolosa, mezza franata. Insomma, per una volta è molto più rilassante seguire l'asfalto, tanto di qui non passa nessuno.Questo versante riceve la luce del mattino, mentre quello opposto è ancora immerso nell'ombra e nelle brume. A Truzzi si trova una colonia di bellissimi gatti che non se passa tanto bene, perché la frazione non è abitata stabilmente.
Terminato l'asfalto, si procede su una mulattiera a tratti rovinata, per boschi e radure. Le querce e i frassini sono nel pieno dello splendore autunnale. Quando si confluisce in una stradina, si è ormai in vista di Campi, di cui spicca per primo il campanile tra la vegetazione. La chiesa di San Lorenzo e la canonica, adesso trasformata in casa privata, sono un angolo delizioso tenuto come un gioiello. Campi è formata da varie borgate; si va verso le altre per una mulattiera in dolce salita, immersa in un fitto bosco di querce alte e esili.
Si giunge così al mistadello di Campi, dove finisce la strada asfaltata che sale dal fondovalle. Diritti si va per un traverso di un paio d'ore a Bertone, mentre per salire all'Alfeo bisogna puntare verso la dorsale. Nel primo tratto si segue la sterrata che sale a Pra' di Co', quindi strada e sentiero si intersecano un po' di volte, per poi separarsi: la prima va a destra per risalire a tornanti il versante est, mentre il secondo taglia con un lungo traverso in salita il lato meridionale della montagna.

Lasciata la carrozzabile, il sentiero si infila in un brullo trincerone di ghiaia bianca, in cui sopravvivono radi cespugli. Un paesaggio quasi provenzale. Si esce quasi subito e si inizia il lungo traverso, che con pendenza regolare risale il versante meridionale puntando verso la vetta. La prima parte è abbastanza aperta; più in alto, invece, ci si immerge in un fittissimo bosco di carpini, che avvolgono completamente la mulattiera formando una sorta di galleria verde.
Dove i carpini cominciano a mischiarsi coi faggi, il tracciato fa una svolta a destra e poi una a sinistra, infilandosi in un prato. Da qui si comincia a vedere la vetta della montagna. Si risale ancora brevemente, si lascia sulla sinistra il sentiero 155a che prosegue più o meno in piano verso Bertone, per andare a raggiungere la cresta, che dovrà essere risalita per un bel tratto.
Questo tracciato taglia fuori Pra' di Co', che invece merita un passaggio, se non in salita, magari in discesa, qualora si scendesse da questo percorso. Per raggiungerlo in salita, è sufficiente proseguire dritti al tornante a sinistra che immette nel prato; si attraversa un breve tratto di faggeta e si sbuca nell'ampio pianoro del pascolo. È un angolo inaspettato: dopo un discreto dislivello di versante ripido e boscoso, ci si trova in una vasta conca prativa, con al centro una pozza d'acqua e un abbeveratoio. A fine stagione, ormai prossima ad ingiallire, l'erba è rasata, ma alcuni cavalli ne trovano ancora da brucare. Per andare a riprendere il sentiero senza tornare indietro, basta risalire i prati verso la cresta, per poi seguire una evidente traccia che attraversa i boschi e va a congiungersi col percorso segnalato.

Di qui si segue la cresta, per boschi e radure. In certi tratti il percorso è parecchio ripido. La terra, bagnata dalla pioggia in settimana, è scivolosa, per cui occorre badare bene a dove si mettono i piedi per non finire col naso nel fango. Chi ha seguito il percorso segnalato, dalle radure può finalmente vedere Pra' di Co'. In alto si cominciano a delineare i dettagli della cima. Sul lato nord vedo uno strano biancore che non riesco a spiegarmi. Mi sembra strano che in questa zona d'Appennino ci siano delle pietraie. Dopo un po' di meditazione, mi rendo conto che il versante è ricoperto di faggi, ma questi sono interamente rivestiti dal ghiaccio. Sia oggi che ieri al mattino faceva piuttosto freddo, già a 800 metri la temperatura era sotto lo zero. Su quel versante ombroso evidentemente il sole non giunge mai e la galaverna non si scioglie.
Poco sotto la vetta, la cresta si fa ripidissima; pertanto il sentiero è costretto a tagliare in piano il pendio per andare a raggiungere un'altra cresta. Dopo il tratto precedente in cui si guarda la terra di fronte, questo è una meraviglia per il panorama che consente di ammirare. Dalla cresta, in un quarto d'ora si è in cima.

Già dalla seconda cresta il panorama si era ampliato verso l'alta val Trebbia, nel controluce una successione di strisce blu sempre più chiare. Dalla cima si vedono bene anche la val Boreca, con Artana e Bogli, e l'ondulata cresta fino al Carmo e all'Antola, che può essere interamente percorsa su interminabili sentieri dagli infiniti saliscendi. Percorsi che devono essere estenuanti anche psicologicamente, ma sono quasi una cavalcata nel cielo.
Dopo pranzo provo ad andare a scattare qualche foto agli alberi ghiacciati. Quelli più vicini alla cresta si stanno sgelando alla luce del sole, offrendo uno spettacolo di cristalli e gocce iridee. Arrivarci però non è elementare, perché il versante precipita giù quasi verticale, al punto che si stenta a credere che degli alberi possano crescerci. Trovato uno spiazzo pianeggiante, mi ci infilo. Ma a parte il fatto che è buio come la notte e non ho il cavalletto, il freddo è così penetrante che i guanti e i due pile sono utili come una maglietta di cotone. Sembra di essere in pieno inverno sulle Alpi. I miei neuroni si mettono in azione all'unisono per farmi capire che è il caso di lasciar perdere.

Per scendere ci sono varie opzioni. Col senno del poi, consiglierei di tornare dalla stessa, magari dopo aver fatto una puntata ai faggi secolari lungo il sentiero per Bertone, risalendo poi fino al punto in cui al mattino ci si è innestati sulla seconda cresta.. Per variare, da Pra' di Co' si può seguire la strada fino a Campi. Oggi proviamo un anello con discesa su Bertone, ma abbiamo le idee un po' confuse: anziché seguire la cresta che cala verso ovest, ritorniamo lungo il percorso di andata e proseguiamo dritti per la cresta, lungo il filo spinato. Troviamo un cancello e lo attraversiamo, immettendoci in una vecchia mulattiera con i segni CAI cancellati da vernice blu. Doveva essere una vecchia mulattiera che è stata abbandonata. per fortuna è ancora in condizioni decenti e ci porta sul 155a, subito a monte del punto in cui si stacca dal sentiero che da Bertone punta verso l'Alfeo. Giunti all'incrocio, leggiamo i cartelli, togliamo la ruggine dagli ingranaggi cerebrali e ci rendiamo finalmente conto del pasticcio che abbiamo combinato. Siamo giunti lo stesso allo scopo, ma così abbiamo perso dei faggi secolari che si trovano sul percorso segnalato.
Arriviamo a Bertone dopo una sosta in un prato sui terrazzamenti abbandonati, a goderci il tepore del pomeriggio, dopo che in cima ci eravamo intabarrati per proteggerci da una brezza fredda. Abbiamo ancora un bel po' da camminare, circa 3 ore, e non abbiamo tanta voglia di farci un giretto per il paese. Peccato, perché sembrava molto caratteristico, come le borgate della val Boreca.

Da Bertone a campi c'è un lunghissimo sentiero, quasi in piano. Nel primo tratto è un manufatto abbastanza interessante: imponenti muraglioni di sostegno, purtroppo in via di disfacimento, e passaggi arditi su salti di oltre 10 metri. Il problema è che attraversa una zona di terrazzamenti rimboschiti, per cui gli alberi sono tutti giovani e non hanno un gran fascino. Nel complesso risulta abbastanza monotono e noioso, soprattutto considerando che ci vogliono due ore per percorrerlo tutto e il paesaggio resta più o meno immutato per tutto il tragitto. L'unico punto interessante è stato un breve tratto brullo, da cui abbiamo potuto ammirare l'ultima calda luce del giorno rischiarare la valle.
A Campi arriviamo esausti psicologicamente, senza quasi apprezzare la luce del tramonto che illumina le nuvole. Se fossimo stati in una gita organizzata e non all'avventura, avremmo impalato il capogita al mistadello che preannunciava un'ulteriore ora di cammino per Ottone.

Galleria fotografica

Brume del mattino in Val Trebbia
Brume del mattino in Val Trebbia
Autunno a solatio
Autunno a solatio
Autunno a solatio
Autunno a solatio
Il campanile di Campi
Il campanile di Campi
La mulattiera a Campi
La mulattiera a Campi
Un paesaggio quasi provenzale
Un paesaggio quasi provenzale
Tra i carpini
Tra i carpini
Ai margini di Pra
Ai margini di Pra' di Co'
Vento (faggio in cima all
Vento (faggio in cima all'Alfeo)
Il ritorno
Il ritorno
La bruma della sera: tramonto in Val Trebbia
La bruma della sera: tramonto in Val Trebbia