Passaggio in vetta


Monte Rama
Monte Rama

Mi fermo, scarico lo zaino dalle spalle e apro la tasca inferiore. Srotolo il guscio e lo indosso. La tramontana, una fresca carezza sulla costa, in questo rado pineto mi fa rabbrividire fino nelle ossa. Sento anche il bisogno di mangiare qualcosa: ho fatto colazione sette ore fa e da allora ho solo bevuto una spremuta di pompelmo e un caffè. Tuttavia rinuncio, perché la prospettiva di riempirmi lo stomaco congelato da quest'aria sferzante mi preoccupa più che confortarmi: non si è ancora dissolta la memoria della banana del Saccarello (sono sei anni ormai).
Il sentiero procede in quota verso un'ampia sella, dove secondo il mio ricordo della carta ci dovrebbe essere il bivio per la vetta. E in effetti una striscia spelacchiata punta alla cima. La seguo e vi trovo il segnavia atteso: allora ho ancora un po' di senso dell'orientamento! Meno male, perché di estrarre la carta dalla tasca e cercare di svolgerla, mentre il vento teso la sbatacchia ovunque, non se ne parla neppure. Il sentiero, progenie di capre schizofreniche, si inerpica sul prato sassoso per la via più ripida. Faccio leva sulle ultime energie, confortato dal tepore della giacca. Dopo qualche minuto, l'orografia costringe la traccia a spianare. Contro a un bivacco minuscolo si sono sistemate al sole quattro persone. Gran bella invenzione la tramontana, che ti concede riparo sul lato baciato dal sole, qui pure con vista mare.
I predecessori hanno colonizzato quasi tutto lo spazio sottovento, con i loro sederi, i loro zaini e le loro magliette stese ad asciugare. Li saluto e senza tanti riguardi mi accascio perentoriamente tra loro e la loro biancheria. Gli occhi e la mente sono troppo appannati da fame e stanchezza per notare che mi accomodo su cacche di capra. Pranzo piacevolmente accecato dalla scia del sole sul golfo e partecipo marginalmente ai loro discorsi di montagna.

Monte Tardia di Ponente
Monte Tardia di Ponente

D'incanto il vento cessa di soffiare. La nube orografica che avvolgeva le montagne alle nostre spalle, si dissolve e poco alla volta scopre le forme note: la piramide arrotondata del Rama, la sagoma squadrata del rifugio Argentea, le antenne del Beigua. Per ultima tocca alla mole tozza del Reixa. Proprio lì salgono ancora due miei commensali, due genovesi dal fisico e dal look atletici. Uno dei due sembra non sapere dov'è la Lanterna. Invece due signore lombarde scendono per la via di salita.
Per ultimo abbandono il confortevole riparo, dopo aver gettato un'occhiata all'interno del bivacco. Quattro assi sono l'arredamento: niente materassi né stufa né coperte. La fornitura d'acqua è un tanica vuota: vattela a prendere chissà dove. Ripongo il guscio e decido di provare a fotografare. L'ambiente di questa zona a pochi passi dalla speculazione edilizia balneare è minimale e selvaggio: un'erba che d'inverno è arancio, pini radi e creste rocciose. Per ora mi sono astenuto dall'immortalarlo, perché ha sempre rappresentato un problema insoluto per me: forse è troppo articolato per il mio stile, forse i pendii sono troppo ripidi. Gli scatti di montagna beneficiano di un po' di spazio libero di fronte al fotografo, mentre qui in salita si è spesso compressi contro il pendio.

Monte Tardia di Levante
Monte Tardia di Levante

Raggiungo la croce del Monte Tardia di Ponente in solitudine. «Quando sei qui ti viene voglia di non andartene più» diceva poco fa uno dei genovesi. Indugio con la scusa di concentrami sugli scatti. Il mite sole mediterraneo allaga il paesaggio seccato dalla siccità. Faccio ancora una sosta in cima al Tardia di Levante, il miglior punto di vista su Genova della gita di oggi. Ancora mi fermerò pigramente lungo la discesa, a godermi altro sole al Dazio e a giocare a riporto con una cagnetta sfacciata e malfidente. Non mi fermo mai abbastanza, quando cammino.

Dazio
Dazio

A Crevari tutto ciò non è che un ricordo. Già si sente borbottare il traffico sull'Aurelia.

Crevari
Crevari