Il sasso


«Potrebbe essere un sentiero, ma cerchiamo anche più avanti», affermo perentoriamente osservando il vago incavo fangoso. La guida cultural-escursionistica coeva all'ultimo perielio della cometa di Halley sostiene che, dopo il ponte, sulla destra della strada parte un sentiero diretto al masso coppellato, ed è avvalorata undici anni orsono dalla prova fotografica di un vecchio del posto, giunto al sasso con essa in mano. Ulteriori ragguagli non paiono esistere. Più avanti non troviamo però che il sentiero di provenienza del vecchio: non ci resta che tornare alla smozzicata traccia.
Molto esile e un po’ franata sopra l’abisso, tra qualche spina esuberante in pochi piccoli passi molto accorti e incerti ci conduce al sasso, detto Pera Marsa (pietra marcia) dai locali.
«Che stupidaggine mettere un sasso come confine. Metti una rete, no?» (sul monte Chiappo sono avanti, ndr). Un benemerito gruppo di appassionati di archeologia montana del secolo scorso, il Gruppo ricerche cultura montana, autore pure della guida, ha rilevato che i massi coppellati si trovano in posti dominanti sul paesaggio, lungo confini geografici lontano dagli insediamenti, ma lungo i sentieri, in modo da poter essere notati da ogni passante, come certi piloni votivi posti dove si apre il panorama. Questo ad esempio è affacciato sull’orrido di Caprie, una delle profonde incisioni che solcano il già ripido indiritto della bassa valle di Susa dalla morfologia glaciale a U.
Schiaccio un cespuglio nudo, la cui flessione per reazione newtoniana vorrebbe scaraventarmi nella verde pozza cento metri più in basso, per scattare una foto che ne mostri la posizione, sebbene la luce sia floscia per il cielo bigio, mentre per un buon risultato dovrei impegnarmi ad alzare le guance dal cuscino in occasione di un’aurora radiosa.

Pera Marsa
Pera Marsa
Per marsa e orrido di Caprie
Per marsa e orrido di Caprie

Ci fosse spazio, oggi installerebbero una panchina gigante, per attirare curiosi a selfari fin dal Pacifico. Un drone riprenderebbe il paesaggio iconico dall’alto oppure lanciandosi in picchiata, in attesa che un cavo d'acciaio permetta agli influenzati di farlo in prima persona. Già alcuni si calano nell’orrido con lanci dalle cascate, testimoniano alcuni cartelli prima del ponte. Tutta gente di lontano e solo per un breve istante, come appunto stiamo facendo noi.
All'epoca dei celto-liguri, che scavarono le coppelle, ancora non erano stati inventati il viaggio romantico in terre esotiche e i suoi spin off: erano persone radicate a scegliere e incidere questo sasso, da cui ammiravano i confini della propria esistenza terrena, il territorio che fecondavano con modesti mezzi, per cui richiedevano l’indispensabile protezione delle divinità.
Tuttavia queste persone così aliene sceglievano punti di vista analoghi a quelli amati dai contemporanei. Non ci hanno lasciato documenti scritti, perciò possiamo solo fare reverse engineering dai loro siti per carpire i caratteri del paesaggio che intendevano trasformare in monumento da ammirare, per entrare così indirettamente nei loro gusti. Tuttavia la sovrastruttura mitica che faceva da radice alle scelte ci resterà ignota (le religioni, che si vorrebbero ispirate a quelle preistoriche, assai più probabilmente riflettono i bisogni contemporanei non meno di un outlet).

Gli archeologi ipotizzano che su questi confini si praticassero dei riti per suggellare patti territoriali, magari con versamenti di liquidi. Appunto per la mancanza di scrittura, solo una telegrafica iscrizione di età imperiale romana ci offre ragguagli su tali riti, ma è di un millennio posteriore a queste incisioni e comunque troppo reticente sulle ragioni. San Massimo di Torino nel V secolo vede «dovunque ti volgi, altari del diavolo o sacrileghe pratiche divinatorie dei pagani»: chissà se ancora agli albori della cristianizzazione erano questi sassi i loro altari da cui imbibivano di sangue le campagne.
Noi abbiamo una bottiglietta di polietilentereftalato con acqua clorata, emblemi dello sviluppo funzionalista; se avessimo programmato con anticipo avremmo almeno potuto essere più affini ai preadamiti con birra di abbazia o acqua santa prelevata in un battistero, ma invece abbiamo improvvisato una visita desiderata da tempo in seguito a un messaggio ispiratore dell'arcangelo Gabriele. Lei versa l’acqua nelle coppelle e la osserviamo scorrere nei canaletti, mentre io documento in foto come prescrive l’etica odierna. Un libro fondativo del Musinè consiglia di riempire tutto di cherosene e dare fuoco per evidenziare meglio con i residui catramosi, ma dopo la legge Galasso un tale atto è perseguito dall’ordine costituito.
«Chissà se ci avrà osservato e se ricambierà portando un po’ di fortuna, dopo tanti secoli di trascuratezza.»

Facciamo poi due passi tra prati con grandi castagni, la Sacra di San Michele innevata dirimpetto, una pecora Texel, montanari muti che gettano legna in un macchinario tra cataste di rumenta, ovvero l'intensa vita rurale trasandata di questa valle urbanizzata. Un'ora più a monte ci sarebbe una graziosa chiesetta su un cocuzzolo: «Se fossi dispersa nella foresta amazzonica e fossi solo ci andresti?».
Al culmine, mentre presso dei cartelli stradali le mostro sulla carta i luoghi toccati e quelli negletti, un corridore canuto si sincera se il soccorso alpino debba intervenire sull’asfalto. Al ritorno facciamo coda dietro ai ricchi che tornano dalla Via Lattea. «Ma un povero può sciare?» «Con quello che costano gli impianti, può fare scialpinismo»

Camparnaldo
Camparnaldo
Siliodo inferiore
Siliodo inferiore

© 2008-2026
Sergio Chiappino

Licenza Creative Commons
Questo opera è distribuita con licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 3.0 Italia.