Quota 2297


Rocca Patanua e Barre des Ecrins
Rocca Patanua e Barre des Ecrins

La gita decolla a ora di merenda, quando ci fermiamo presso dei roccioni neri su una spalla della cresta di punta Grifone, ad ammirare la coltre di vapori da cui siamo finalmente sbucati. Non è certo la prima volta, in autunno è anzi una tradizione consolidata, ma è una visione davvero troppo inumana per abituarsi: il cielo ribaltato, il riverbero da nevaio, l'improvviso tepore mediterraneo.
È forse il panorama con il sole che preferisco in montagna, magari perché mostra anche ai ciechi che il bel paesaggio dipende più dal meteo e dalla luce, che dal luogo in sé. Infatti ogni ambiente ha la sua condizione meteo che lo fa risplendere: il rosso dell'aurora le alte vette, la luce lunare il ghiacciaio, la nevicata e la nebbia il bosco, la bruma dell'alba la riva del lago, la mareggiata la costa rocciosa, la piena del torrente il ponte arcuato, il fulmine il campanile appuntito.

Sulla cresta
Sulla cresta

C'è come un golfo tra il promontorio della Patanua, la falesia della Lunella e la duna della Sbaron. Nonostante la schiuma vaporosa, più che di un mare in tempesta sembra però di un lago o un fiordo, tanto il suo ondeggiare è impercettibile. Verso la pianura, invece, la foschia è impalpabile, ma vuota e scura come un'enorme fauce del warg, che ha inghiottito tutti i montanari che una volta vivevano quassù. Con loro se ne sono andate anche le masche, che stanotte non balleranno al loro piano deserto.
Naturalmente oltre le file dei monti c'è il Monviso, senza cui ogni panorama è monco, chiara ed eterea come le mani di una nobildonna, la lontana Barre des Ecrins amata da Lino; il Rosa ora è nascosto, apparirà con il Gran Paradiso e il Rocciamelone dalla cima della Sbaron.

Punta Lunella e Rocciamelone
Punta Lunella e Rocciamelone

Bordeggiamo il seno immaginario sull'ondulata dorsale di erba slavata dall'autunno e dalla lunga siccità. Accidentalmente la scelta azzeccata per planare sopra le nubi, imitando il corvo imperiale, che spicca il volo al nostro passaggio.
L'ultima contemplazione avviene sul dosso terminale, dove una croce rustica e ricurva ricorda una cara madre: lanciamo ancora uno sguardo con il binocolo per riconoscere una cima lontana in più e poi le nuvole ci inghiottono, il sole impallidisce e si raffredda.
That's all Folks. Non ci resta che sprofondare nell'inversione termica, coprirci di pile e guanti, raggiungere l'auto, accodarci al rientro, pagare l'obolo al casello, veder spuntare il camino dell'inceneritore e la vita feriale può ricominciare.

Orsiera e Monviso
Orsiera e Monviso

© 2008-2021
Sergio Chiappino

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