La cresta del monte Mazzoccone



Questa poi, la cresta del monte Mazzoccone! Mica stiamo parlando della tagliente di ghiaccio tra i Lyskamm o dei drappeggi pericolanti tra le due vette del Chacraraju, ma di una cima più bassa di un parcheggio per sciatori, con una cresta larga come minimo tre passi, a volte quasi trenta, di terra, erba e alberi. Spesso nemmeno sale o scende, ma va in piano, larga e dritta come la Prospettiva Nevskij. Non so neppure se potrei classificarla come escursione o degradarla a digestiva. Se non preferissi di gran lunga il frusciare del vento tra le foglie, come colonna sonora non gradirei certo le percussioni frenetiche di Soul sacrifice, ma piuttosto i silenzi meditativi di Blue in green.

La cresta del monte Mazzoccone, una recita parrocchiale della montagna! Quei tre spezzoni di catena tra le uniche pietre sono stati messi solamente per impressionare i merenderos: con l'asciutto neanche si toccano, e senza una giornata limpida tra i colori autunnali non mi sognerei proprio di venire fin qui. Quei faggi sgamollati lungo la salita sono sculture amorfe, rispetto alle scenografiche chiome a ombrelli ribaltati alla croce del Beigua, che con la loro imponenza e i loro cento occhi ti mettono in soggezione. E i cedui sono pianamente euclidei, con giusto i rami flessi un pochetto dalla tramontana, non come quelli attorcigliati a nodi gordiani sui crinali tempestosi. A terra le scricchiolanti foglie, accartocciate più dalla siccità che dall'autunno, coprono a malapena le caviglie. Le lunghe ombre, proiettate sul loro tappeto uniforme dal sole calante, sono informi e intrecciate, inadatte a fotografie di chiara poesia metafisica. Dalla luera ormai riempita di detriti riuscirebbe a balzare fuori anche un lupacchiotto zoppicante. Tutto consueto, niente che farebbe strabuzzare gli occhi e indurrebbe alla sosta una moto da cross.
Sulla cima arrotondata non sostano gli atleti che sul libro di vetta scrivono il tempo impiegato per la salita (quelli sfrecciano senza nemmeno accorgersi che è una punta), ma due amici, a cui il cane ha indicato la via giusta, che poi si accomiatano e vanno ognuno per la sua strada, due ragazzi saliti rischiando di sfasciare le moto da cross per una bravata adolescenziale, che si rannicchiano a fumare una sigaretta clandestina, e infine una coppia che viene a godersi il tramonto, mentre noi ci stiamo stringendo gli scarponi prima di scendere.
Il computo delle cime visibili comprende appena due 4000 svizzeri, quasi le uniche con una spruzzata di neve. Non ci costruiranno di certo una funicolare come sul Generoso: la bontà di un panorama si misura da quante cime note si possono stampare nelle didascalie per turisti. A chi volete che interessino le zigrinature dei pascoli del Massone, che nella luce del tardo pomeriggio ottobrino mostrano le rughe di questo duemila di foggia appenninica senza neanche una nord strapiombante o un diedro della paura, ma solo prati a perdita d'occhio? E la linea dell'ombra che lo risale inghiottendo i paesi nella sera? O il lato di pinnacoli granitici del Mottarone, dove non c'è spazio per skilift? O di dossi blu di cime senza primi eroici salitori, verso la Valsesia? Solo dei perdigiorno potrebbero badarvi.
Ed ecco, è venuto il momento di accennare a quella pozzanghera d'Orta. Sul margine tra le colline e la bassa, tra la luce limpida delle altezze e la foschia che poco alla volta sta sommergendo la piana, risplende stupidamente cobalto come se già non esistesse il cielo autunnale, una superflua replica estiva di don Camillo. È pure priva di un drago per calamitare turisti in cerca di emozioni, perché annientato sin dagli albori della civiltà, poco dopo i mammut e le tigri dai denti a sciabola. È così mogio e depresso, che non ha nemmeno tentato di allagare Omegna alle scorse piogge autunnali, ma si è limitato ad invadere una superflua via pedonale.

Non si capisce proprio perché mi venga voglia di chiedere ulteriori dieci minuti di sosta in cima, di frugare nel fondo dello zaino per cercare il binocolo valdese, per scrutare le mille pieghe innominate. La foschia della pianura lombarda, non ancora marroncina grazie alla pioggia recente, lascia intuire una città di rettangoli senza identità e senza fine, biblioteca di Babele per fattorini di Glovo. Addirittura poi mi sovviene di prendere in mano la macchina fotografica ancora una volta: non mi ha saziato il grande faggio che abbraccia il lago, ma voglio ancora allungare il tele fin dove arriva. Voglio esplorare le chiazze di luce e ombra, di oro e blu, create tra i dossi dal sole basso nell'ora del tè e dei torcetti troppo zuccherati. Voglio palpare le trame irregolari delle chiome degli alberi, paesaggio di fisionomia precaria: pascoli di erba alta non più brucata invasi dalle prime ginestre, betulle che hanno cinto d'assedio le abbandonate piantagioni di abeti, faggi pionieri a innalzarsi tra gli spazi aprichi del betulleto che soffocheranno con l'ombra.
Poi comincia la breve e densa discesa lungo il confine tra pomeriggio e sera. Ci abbarbichiamo a ogni piega di luce calda di una tarda estate, protratta fino alle foglie morte, per chinarci a fotografare o anche solo venerare pervicacemente ogni faggio bronzeo, ogni betulla sinuosa e dorata, per perderci tra le ondulazioni di ogni ramo nudo proteso verso la vetta, di ogni sinuosità del lago. Per abbracciare ogni tronco muscoloso, per accarezzare ogni corteccia liscia, ogni pietra scabra, ogni foglia raggrinzita, per frusciare con i piedi nell'erba alta. Al nostro fianco, il versante a oriente è da lungo immerso nella penombra crepuscolare, ma è ancora mite come in una sera di settembre. Dei campanelli lo brucano; sono nascosti agli occhi, ma il loro odore pungente inonda l'olfatto.

Prima di chiudere l'anello, ci sediamo su una panchina a rimirare gli ultimi ciuffi di luce in cima agli alberi e l'ultimo scampolo di lago già in ombra. «Hai voglia di fermarti a cena da qualche parte?» «Certo, bisogna proprio festeggiare questa gita!». Ed è in questo istante che gli dèi, finora distratti, si gonfiano d'invidia e ci vomitano addosso tutto il loro risentimento per la nostra felicità completa. La gioia astratta e immaginata di un colore, fantasma inconsistente creato dalla nostra percezione, licet bovi, ma quella materiale della nostra essenza concreta davvero no. «Siete mortali di sola cenere, la vostra letizia può solo essere un sogno come la vostra vita. Non osate deviare dalla vostra regola monacale», sembrano volerci dire. Già sabato scorso mi avevano lanciato un avvertimento: quando assaporavo la stanza calda, dopo otto ore di mistica fusione con il bosco nebbioso, mi hanno regalato due zecche fuori stagione appese al ventre. So che me le hanno messe di soppiatto, solo quando ha cominciato a fluirmi il sangue nei capillari per il tepore della doccia e dei radiatori, o magari già prima quando assaporavo dei biscotti al cioccolato e il caffè offertimi dai ragazzi di una locanda. Tremereste ad apprendere i dettagli della loro rinnovata vendetta, ancora più subdola, tesa a privarci anche dei piaceri materiali più necessari, protratta fino a notte fonda e poi ancora al risveglio, mentre invano mi riparavo nella mia tana.

Non fatevi ammaliare dal canto della luce sul monte Mazzoccone, trascorrete il sabato pomeriggio a ingollare köttbullar all'ombra dei neon.