Hazeswimming
Nightswimming deserves a quiet night
Il complesso del monte Pietraborga è una lunga cresta arrotondata quasi pianeggiante, una propaggine delle alpi Cozie lontana dagli ultimi quasi 3000, ma così prossima ai confini di Torino da essere in passato base dei partigiani per azioni in città e oggi sua periferia benestante. Per questa ragione, pur essendo alto meno di 1000 m, gode di una vista eccezionale sull’arco di montagne che racchiude il Piemonte. Pertanto nei limpidi giorni invernali sulla sua cima può formarsi quello che in tempi nefasti sarebbe stato definito un assembramento e, in effetti, la prima visita necessita di queste occasioni, come la nuotata notturna di Stipe richiede la luna bassa.
I'm not sure all these people understand
Tuttavia il meteo ottimale è specifico per ciascuna atmosfera geografica: da tempo spero di ammirare nella nebbia la cresta di bosco e rocce attorno alla Montagnazza, perché la luce incisa del sole la rende caotica e indecifrabile; inoltre le foto alle case delle frazioni montane richiedono luce diffusa. Arrischio pertanto a salire in un giorno bigio.
Opto per una traversata grazie ai bus blu extraurbani di Torino. La prima corsa è più affollata del previsto, per le 7 di una bigia mattina penitenziagibile senza studenti, al confine tra inverno e primavera. Sui sedili di fronte al mio, un adolescente, aspirante boxeur professionista, spiega le indispensabili rinunce ascetiche all’alcool e alle altre sostanze psicotrope assunte dai suoi coetanei a un signore della mia età più rugoso di mio suocero, prima di scivolare in romanticheggiate rievocazioni di pestaggi suoi o altrui. Intorno quattro incas bassi e paffuti sonnecchiano, come la maggior parte degli altri passeggeri.
Scendo con altri alla fermata più vicina al centro di Piossasco, da cui miro la chiesa di San Vito orientandomi con la parete del monte San Giorgio, che si mostra cupo e spoglio contro il cielo coperto. La chiesa è formata da un potpourri di mattoni rossi in stili diversi, dal romanico dell’abside al barocco ottocentesco della facciata, essendo stata costruita a pezzi nel corso di parecchi secoli, come una casa contadina. Il piazzale è lastricato con pietre di fiume ellissoidali ed è devoluto a parcheggio, anziché alla vita comunitaria all’aperto, relegata a una panchina assediata.



September's coming soon
Mentre dal campanile rintoccano le 8, mi dirigo verso il sentiero così sconnesso che mi sbloccò il piede immobilizzato da un mese di gesso. Con qualche visione del quartiere sottostante, mentre poco oltre la pianura è persa nella caligine, raggiungo lo sperone con i due muri sbrecciati rimasti del castello medievale distrutto in occasione della battaglia della Marsaglia (1693) tra l'esercito del Re Sole e una lega paneuropea.
Nelle foto di inizio Novecento la montagna si presenta completamente priva di vegetazione arborea, tanto da essere definita “montagna bruciata”, con corredo di leggenda eziologica di un drago antropofago cacciato da un incendio appiccato al monte. All’inizio del Novecento la montagna fu rimboschita de core con il pino nero austriaco, sfoltito da un disastroso incendio durante una tempesta di föhn nel siccitoso inverno del 1999, costato anche la vita a un giovane volontario dell’AIB. Inoltre il terreno è molto magro per le rocce affioranti e la sterilità delle ofioliti, sebbene in contraltare estetico le rocce ossidate e disgregate rendano la terra della pianura ai suoi piedi rossa come quelli di certi suoli tropicali. Sparute violette non valgono a ingentilire l’atmosfera, a cui contribuisce maggiormente il campanile, che intona l’Adeste fideles (scelta curiosa, visto che siamo in Quaresima da qualche settimana, ma assieme alle mezze devono essere scomparse pure le stagioni liturgiche, visto che a fine gita sarò molestato dal carnevale). Il motivo rimbomba a lungo nella mia testa.

The photograph reflects, every streetlight a reminder
La cima (837 m) è già moderatamente affollata, in maggioranza da ciclisti elettrici e in seconda battuta di corridori da montagna, e quasi in ogni caso da gente che fa una rapida sgambata prima di scendere a preparare o consumare il pranzo domenicale. Per la giornata senza sole e pertanto senza correnti ascensionali, mancheranno invece i parapendio, che sono soliti decollare dal prato affacciato sul versante solaio. La foschia bluastra ottunde la piana oltre una manciata di chilometri, a malapena lo spazio per lasciare ammirare qualche capannone tra Bruino e Rivalta, con la sola collina torinese ad emergere come salame di pongo incenerito e modellato da dita inesperte. In compenso però la morena del ghiacciaio pleistocenico valsusino appare delineata molto più che in giorni limpidi, in cui sarebbe indistinguibile dalle colline circostanti.
Di tutte le volte che sono salito quassù, ricordo con particolare commozione quel pomeriggio con il primo spettro del Brocken della mia vita, grazie al mare di nebbia che poi al crepuscolo si tinse di viola e la notte si accese grazie alla luna e alle isole di luci artificiali sottostanti; last but not least anche quella sera in cui lei vide sulla strada argentea sotto i pini le prime ombre lunari della sua vita. La foto delle ondate di nebbia viola è appesa sopra il mio letto.

Scendo lungo la strada a tornanti fino al colle della Serva, l’incisione tra il San Giorgio e il Rubata Bo marcata da un traliccio dell’alta tensione, sorte moderna per un nome di origini medievali legato a una fontana. Imbocco un sentiero in traverso fino al colle di Prè, dove calco la sterrata sul versante orientale in un bosco di latifoglie più maturo, di confine tra collina e montagna, con faggi, castagni, carpini neri, ontani, querce e ciliegi; di castagni c’è qualche enorme ceppo bitorzoluto. Inoltre noto il fango e le primule, che possono vegetare su un terreno più grasso di quello di salita. Raggiungo le Prese di Piossasco inferiori, due o tre case completamente abbandonate, in parte in pietra a secco ma anche più moderne in cemento, queste ultime scarnificate. Un’esplorazione mi regala il penetrante odore dell’aglio ursino appena spuntato e uno scheletro di passeggino. Più avanti ci sono i ruderi pericolanti di una chiesa dedicata alla Madonna della Neve, un culto di zone che patiscono la siccità estiva; prima vi era dipinto un san Grato, altro santo meteorologico per eccellenza. La chiesa è così trascurata che persino le reti arancio per impedire ai curiosi di beccarsi una tegola in testa sono collassate. Invece la frazione superiore presenta delle case tenute o abbandonate con molta rusticità moderna di mattoni rossi, corrimani di ferro, intonaco ruvido e plastica, sebbene ora non vi siano anime.
Schivati due eMTB in discesa a rotta di collo, raggiungo la cresta con la zona di boschetti e roccioni che mi sarebbe piaciuto fotografare con la nebbia, ma purtroppo le nubi sono troppo alte. Immagino che chi doveva trarne sostentamento non condividesse un granché il mio entusiasmo romantico, dal momento che battezzò questa zona con un dispregiativo. Dove la cresta precipita sul colle di Prè, la Pera Luvera è un roccione con pilone votivo in cima, incredibilmente panoramico, oggi sul giorno grigio in cui tutte le vacche sono grigie: non sono rare le singolarità naturali che portano i nomi di enti associati alla natura selvaggia e diabolica, dagli esseri fantastici agli animali nocivi. Pranzo, raggiunto da una coppia di sessantenni che si dedica a bacco e tabacco. Nel generale silenzio di oggi, faccio caso ai canti degli uccelli e ai rombi di moto in lontananza.








Con il pile addosso, ritorno sui miei passi e seguo la strada in discesa verso Pratovigero, in un bosco più maturo dei precedenti, di castagni e faggi, dove c’è anche una sorgente da cui esce un rivolo d’acqua. Prima del paese bordeggio una grande villa con rifinitura da residenza rurale di moda adesso, fortificata da alte siepi, teloni e filo spinato, con nel prato dei rimasugli di lavori edili. A monte il bosco è recintato.
A Pratovigero, che in dissonanza con il nome afferma di essere terra di boscaioli e funghi (nella continua Giaveno ce n'è un grande mercato, in stagione), un vecchio e un adulto lavorano a un tubo arancione sul retro di una casa, contro la parete terrosa dalla montagna. Le case sono ben tenute, ma di una modernità più antiquata che la grande villa. La chiesa è dedicata a san Pancrazio, dipinto sulla facciata come soldato romano, immagino a imitazione dei tebei, sebbene fosse un ragazzo martirizzato da Diocleziano in persona, sbeffeggiato dalla sicumera della sua fede.

That bright, tight forever drum
Could not describe nightswimming
Tornato sui miei passi, dietro al rudere accanto alla villa vedo tre giovani caprioli, che si allontanano di corsa dimenando i loro bei culetti rettangolari. Dal colletto da Mont, una modesta insellatura tra il versante occidentale e un cocuzzolo, storpiata in Damone dai cartografi, si stacca il sentiero dei Celti, di atmosfera alpina per via dei faggi, seppure paia scavato da un ruspino nella molle terra, ma magari ricalca un percorso storico. Il cielo frattanto si è incupito, come quando sta per scatenarsi un rovescio.
Il sito dei Celti è formato da alcuni tor, i massi dovuti alla frattura della roccia in loco, che una pubblicazione di un geologo locale interessato al folklore chiama “Dita di San Pancrazio” (avrei dovuto chiedere al vecchio). Un appassionato di cultura montana e scrittore, Ezio Capello, fu colpito dalla somiglianza dei massi con un’immagine che gli era rimasta impressa, una scenografia della Norma di Bellini, ambientata nella Britannia celtica. Uno studente dell’università di Torino, Gianfranco Bongioanni, firma un cartello, che porta come prove gli abbondanti reperti, sin dell'Età del Rame, che la torbiera di Trana e la collina morenica hanno restituito, e che nel folklore locale la zona sarebbe associata alle masche. Mi fa sorridere la scelta dei Celti per il nome, se la frequentazione della zona è molto precedente, né è mai stato datato qualche manufatto rinvenuto qui: i Celti hanno schiere di follower moderni e persino una religione new-age. Il sito comunque è assai suggestivo, con questi roccioni appuntiti coperti di muschio e il bosco folto, seppure non di querce.
Quassù visse in epoca imprecisata un personaggio singolare, il pittore che aveva dipinto San Grato sulla chiesetta delle Prese, perché voleva abitare in un luogo con tre confini. Essi sono qui marcati con le iniziali dei paesi incise sui sassi e dipinte di rosso; ne vedo qualcuna, ma non il cippo triangolare con le tre di Piossasco, Trana e Sangano.
Dalla cima, a cui accedo con una ripida rampa naturalmente gradinata, dove le mani sono più pratiche dei bastoncini, scendono un gruppo di quattro persone in divisa e un paio di giovani con il walkie talkie, che parlano con ground control forse sentendosi per un attimo major Tom, grazie alla nebbia nel frattempo salita, che li proietta in un altrove isolato dalla bassura. Al punto panoramico sui laghi di Avigliana ovviamente non posso vedere nulla, come la prima volta che salii, sebbene allora fosse invece una giornata limpida, ma era monopolizzato da due ragazzi che parlavano di esperienze spirituali con gli allucinogeni. Vado poi alla croce metallica dipinta di bianco, alta alcuni metri, ma non visibile da casa mia, a differenza del ripetitore a metà tra qui e la Montagnazza. Il silenzio della nebbia è squarciato da un grave ritmo elementare di chi celebra la domenica bigia in maniera non conforme all’immagine spirituale dei druidi, né alla loro musica, almeno per come la suonano i gruppi folk odierni; il ritmo innesca la sostituzione dell’Adeste con “Musica leggera”, che ho sentito questa settimana al lavoro.


Of recklessness and water
Molto conformi sono invece i tor immersi nella nebbia, sebbene non sia abbastanza spessa da avvolgerli nel cielo e staccarli dal primo piano di foglie morte, per le ridotte dimensioni del complesso. Inoltre ben presto devo scendere al di sotto, seguendo i segnavia del sentiero De Vitis, notati all’andata. L’alternativa per approfittare un po’ dell’opportunità fotogenica, di cui sono stato privato dalla sorte per tutto l'autunno, sarebbe un lungo giro monotono su una strada fino alle Prese di Sangano, ma con la ragionevole prospettiva di dover tornare con il bus delle 8 anziché con quello delle 6: per pigrizia e desiderio di comodità fallisco questa messa alla prova divina (o non colgo l'occasione, per cercare di non essere superstizioso praeter necessitatem e meno autoriferito sulle ragioni degli eventi mondani). Un paio di giravolte nel bosco mi portano appunto alle Prese di Sangano, formate da due nuclei distinti in stile da modernità di comprensori sciistici del Boom, uno con fuoristrada, l’altro con Panda 4x4, dove almeno dal Seicento campavano con agricoltura di sussistenza e esportazione di carbone di legna. Un cartello su una casa spiega che «se rispetti le regole, sei cacciatore, altrimenti bracconiere».
Vorrei fare merenda, ma la pioggerellina mi spinge all’irrequietezza, un effetto molto comune sugli escursionisti, ma che non ha ragione di esistere: infatti potrei o cercare un riparo qui assente, a meno di diventare bracconiere violando case popolate, o comunque la prendo, fermo o randagio. In cima ho protetto lo zaino, ma non me, per godere tattilmente della pioviggine non solo sui capelli irti come quelli dei Celti. Non cerco nemmeno di concentrarmi per meditare qualche scatto, dopo aver constatato che non ci sono soggetti ovvi, né di affacciarmi nelle case deserte. Comunque un po’ di pioggia è un’esperienza della natura che gradisco sempre e dovrebbe essere inclusa in ogni passeggiata per completezza.
Poco sopra quota 600, comincia un traverso dove il sentiero è sopraelevato da muri a secco di pregevole fattura, al livello dei sentieri più curati delle Alpi, a suggerire l’importanza economica delle prese per l’economia agricola: strada pubblica è definita nei documenti del Settecento. Più sotto giungo a una nicchia protetta da un vetro, accessibile solo con un elementare arrampicata su roccia o erba, contenente una statua di santa Barbara vestita di tuniche colorate: qui sotto infatti c’era una fabbrica di armi poi divenuta semplice deposito di munizioni, di cui sono rimasti un edificio di mattoni rossi e una rete sfondata a cingerlo.
Ancora un breve tratto e un cippo formato da un basamento e una croce di cemento mi consente di scoprire chi era Sergio De Vitis: un sottotenente abruzzese degli Alpini, divenuto comandante partigiano dopo l’8 settembre. Nel giugno 1944 la sua squadra riuscì a strappare la polveriera ai nazifascisti, ma lui perì insieme a quasi tutti gli altri nel successivo contrattacco di forze soverchianti, perché tenne le posizioni con alcuni uomini, per consentire la ritirata ad altre bande in difficoltà, e fu intercettato e ucciso quando infine tentò di sganciarsi. Per bosco raggiungo le numerose villette di Sangano, di varie epoche del dopoguerra.
Prima del bus, sono indirizzato verso un bar in una piazza della parte moderna, interamente devoluta a parcheggio. Il bar, oggi rifugio per gli indigeni sociali nella giornata bigia che invita alla copertina, è molto fornito di ogni sorta di pizzette e dolciumi, ma prendo solo un veloce caffè, in quanto il frastuono della TV che trasmette un DJ in azione con musica da discoteca lo rende respingente.
All’ora prevista non passa nulla. Resto pazientemente seduto in attesa, prima di cominciare a sporgermi nervosamente in mezzo alla strada durante il semaforo rosso, per scrutare se si palesa qualcosa all’orizzonte o se la corsa è saltata. Circa venti minuti più tardi scende da Giaveno una teoria di carri di carnevale, intermezzati da una lunga coda di auto e finalmente dal bus, che era rimasto incastrato nella sfilata e ha dovuto attendere il termine della manifestazione. Non ho mai gradito molto questa festa, in piena quaresima poi! Forse quest’attesa è un segno divino che devo farmi cataro, come in un certo modo sono vissuto oggi, in cui secondo la percezione comune ho martoriato la carne e i sensi, ad esempio privandomi della visione delle Alpi, ma con gran beneficio dello spirito.
Il bus potrebbe essere fisicamente lo stesso automezzo del mattino, perché su entrambi non funziona la timbratrice elettronica. Un intrigante libro di due filosofi letto una ventina di anni fa dopo averli ascoltati alla sagra scientifica di Genova, Semplicità insormontabili, in un capitolo utilizzava gli orari del treno e i ritardi per introdurre il problema filosofico dell’esistenza degli oggetti astratti. In alcuni casi è relativamente semplice: ad esempio l’Italia (o la FIAT) esiste nella misura in cui delle gente ci crede e lavora per far attuare le sue leggi (produrre le sue auto) e così via, ma ad esempio, se ogni mattina prendo il treno delle 7.30 (con o senza Marco) è sempre lo stesso anche se le carrozze sono fisicamente diverse? Qui è più sottile e puramente filosofico. Sicuramente avrebbe apprezzato quel capitolo il pittore che voleva vivere su un concetto astratto come un confine amministrativo, che nulla del mondo naturale consente di percepire, ma è derivabile solo da una rappresentazione mentale quale è una mappa.



These things, they go away
Replaced by everyday
Dopo cena per un attimo mi cala la pressione, al punto da costringermi a stendermi due minuti sul letto, un risveglio brusco nel mondo del lunedì dopo la poesia di oggi. Mi restano i pensieri innescati dall'esperienza, così intensi che la settimana successiva approfitterò di ogni momento libero per fissarli, rimandando anche necessità impellenti per sopravvivere: mi serve per vivere.
And what if there were two
Side by side in orbit
Around the fairest sun?
