Al faro di Goro

Delta del Po



Quanto vorrei trascorrere su questa lingua di sabbia una notte di luna o uno di quei giorni invernali, in cui la nebbia è un muro invalicabile!
Così penso mentre faccio due passi sulla battigia, di fronte al faro di Goro. Il paesaggio che mi avvolge è quasi incolore, nel pomeriggio autunnale di cielo bigio e pioviggine. I tronchi, portati al mare dal fiume e da quegli scaraventati sulla terra levigati, ingombrano la spiaggia. Tra di loro rifiuti, che hanno subito la stessa sorte e stanno per essere riconsegnati alla natura, grazie alla forza meccanica e chimica dei corrosivi cavalloni salati: un bidone fratturato, un'infradito bianca, bottiglie di plastica, cordame. Alle loro spalle, lacerti di provvisori insediamenti degli umani, che sono solo ospiti nelle assolate giornate estive.



Non saprei quantificare la durata della passeggiata. Quando fotografo o cammino perdo il senso del tempo, così come il computo dei giorni durante i viaggi. Di quei momenti percepisco il pervasivo odore salmastro, che ci ha accompagnato da Santa Giulia, ma non lo sciabordio del mare mosso: sono troppo concentrato a cercare qualche buono scatto, per godere di tutti i sensi. Tocco però la sabbia umida, per cercare delle belle conchiglie, che raccolgo e dimentico nella tasca della giacca. Percepisco il ticchettio della pioviggine sui capelli già umidi e la vedo sull'obiettivo.



Il pescatore ci aspetta al molo, ma io lo lascerei lì anche un'ora se la mia compagna di viaggio non mi trascinasse verso la barca. Fa un primo tentativo, ma a me sembra di non essere quasi sceso sulla terraferma; poi, quando la pioviggine si fa più fitta, cedo a malincuore.