Portare in montagna il CAI


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Cara A.,
a questa gita neanche volevo iscrivermi. Ero salito alla sede il giovedì sera per pratiche burocratiche ed eccomi incastrato a fare il capogita unico, su un percorso che manco conosco, solo perché il preposto preferisce fare la ferrata. Così venerdì, all'uscita dal lavoro, vado a comprami una carta preistorica, l'unica che trovo, e provo a immaginare un giro ad anello. Alla fin fine l'esperienza non è stata male: basta non pretendere dai CAI di avere i giri che riempiono la giornata, curiosità per ciò che si vede, i sentieri diversi dalla direttissima, le pause in discesa e poi ci si diverte un sacco.
Già il viaggio merita una citazione, perché essere passeggero del mio autista offre emozioni indimenticabili: ha preso contromano tutti i tornanti a sinistra dei Giovetti, per fare prima e avere il tempo di fumarsi una sigaretta a Calizzano.
«Ma ti è mai capitato di trovarti un TIR davanti?»
«Qualche volta, sul Tenda.»

Quasi tutti hanno fatto la ferrata, ma alcuni eroici si sono fidati del capogita che non era mai stato nella zona. Però già alla partenza hanno cominciato a nutrire dubbi sulla sua idoneità: «Ma come, andiamo in discesa anziché in salita?» In effetti nei primi 100 metri si ripercorre al contrario la sterrata di accesso e ciò è più che sufficiente a gettarli nel panico. Ma non sarà certo l'unica cosa. Nel primo tratto seguiamo il Terre Alte, che sale con begli scorci sulla cresta del Carmo percorsa lo scorso anno. Adriana non si fa certo scoraggiare dalla mancanza di fiato dal parlare incessantemente di tutto tranne di ciò che vede. «Enzo anf non ha anf apprezzato anf lo spirito dell'anf India anf anf anf». «Tuo nipote pant che pant classe pant fa adesso?» Il sentiero attraversa antichi terrazzamenti. Ad un certo punto lasciamo il TA per un sentiero segnato con un = giallo, perché il primo fa un giro troppo lungo anche per i miei gusti megalomani. Il nuovo sentiero si rivela subito più incerto e con segni radi e sbiaditi. Nell'attraversamento di un prato la traccia si fa sempre più esile fino a scomparire del tutto. Al termine non si vedono tacche. Lascio il gruppo in un posto e mi metto a girare a vuoto per la boschina. Alla fine però trovo un sentiero ben tracciato e segnato con bolli rossi, che arriva da un'altra direzione ma sembra andare verso quella giusta. Vado allora a recuperare il gruppo, che mi ha atteso con fiducia cieca e incondizionata, senza inquietarsi. La nuova prospettiva sembra allettarli. Ci incamminiamo sulla nuova via, incrociamo una pista che sembra diretta nel posto giusto ma si rivela un vicolo cieco, torniamo sul sentiero dei bolli rossi finché improvvisamente ci troviamo su un albero un = giallo, senza che apparentemente siamo confluiti in altri sentieri. Esultanza.

«Ma il Bric dell'Agnellino è quello laggiù?»
«No, quello è il Monte Carmo. Il Bric è il primo qui vicino»
«Ah, meno male. Certo che questa gita ha tanto spostamento»

Vediamo qualche piazzola dei carbonai lungo il sentiero. Incrociamo il solito cacciatore che ha perso il suo cane e lo dirigiamo dove abbiamo sentito dei latrati; anche lui si stupisce che non siamo saliti per la direttissima. Confluiamo su una sterrata, dove i segni spariscono nuovamente. Vado a occhio, anche perché la mia carta è molto imprecisa: segna una strada ogni tre e un tornante ogni cinque. Finiamo in un trivio su una dorsale che individuo sulla carta, dove a furor di popolo prendiamo una scorciatoia che taglia fuori un forte del Melogno e accorcia il percorso. Raggiungiamo finalmente l'AVML. Improvvisamente qualcuno si guarda intorno e nota un affioramento di gesso a bordo strada. Poi passiamo per una magnifica faggeta, anche se a foglie ormai cadute, che dev'essere stupenda con i colori autunnali o durante una nevicata. Il gruppo la accoglie così: «Oh, ma la strada scende invece di salire».
Finalmente lasciamo la strada, che faggete a parte è un po' noiosa, anche perché il panorama sul mare oggi latita. Saliamo sempre tra faggi imponenti, con foglie che in un tratto arrivano quasi alla cintola, anche grazie ai motociclisti, che hanno eroso per bene il sentiero. Con un ultimo sforzo siamo in vetta, dove con sorpresa non troviamo i ferratisti. Pranziamo da soli in un posto riparato dal vento, che soffia freddo e incessante dalla partenza. Domenica ho fatto il gradasso e mi sono coperto poco, così il lunedì al lavoro sentivo un sacco di indolenzimenti anche ai muscoli che non uso per camminare.

Poi mi accorgo che ho due chiamate sul cellulare da Giuliano. Provo a richiamare lui, Carretta, Marchionni e Max, ma nessuno prende. Naturalmente in un caso in cui avrebbe avuto senso usare le radio nessuno le ha portate, neanche Laura che ha sempre il suoi walkie-talkie. Finalmente, quando siamo sul punto di ripartire, mi richiama Giuliano e mi dice che Alberto, Marco e Max ci stanno aspettando in cima alla ferrata, mentre lui e gli altri sono già scesi senza pranzare. Ma perché non sono venuti in cima? Il motivo è tragico: pensano che il cocuzzolo roccioso accanto alla ferrata sia la cima, perché nessuno di loro ha la carta e ha idea di dove sono realmente. Dalla mia cerco di capire dove possono essere, vado nella loro direzione, li trovo e torno a recuperare il mio gruppo per riunirci.
Ci sono due possibilità per scendere: la discesa della ferrata, una traccia orrenda in mezzo ai dirupi, oppure la discesa al Giogo Di Giustenice per poi andare a recuperare il TA, che stimo da due ore e mezza.
«Due ore e mezza?!? Ma sei matto? Scendiamo dai dirupi»
«Sì, ne siamo in grado». Lo spirito prestazionale dei GEAT non viene mai meno quando non è l'ora.

Così ci infiliamo nell'esile traccia del canalone. Il posto è bellissimo, un canalone tra picchi di calcare con vista sulla cresta di quarzite da cui sale la ferrata, e poi lontano fino al mare. Può ricordare vagamente quella traccia che abbiamo percorso alle pendici del Monte Nero in valle Arroscia, ma stavolta siamo proprio in mezzo alle rupi. Anche se per la verità non ho molte possibilità di guardarmi attorno, perché camminare su scarpate di calcare umidiccio e terra fangosa mi costringe a pensare tre volte ad ogni passo, calcolando anche la derapata che è quasi certa. Non riesco a capire se la mancanza di bastoncini sia un bene o un male, perché in certi tratti l'equilibrio è precario (fortuna che c'è la fune metallica), mentre in altri occorre tenersi alla roccia o ai gradini di metallo con due mani per non scivolare. Max fischietta incessantemente. Con un ultimo salto di roccia con i pioli, il tratto brutto finisce e ci troviamo su un sentiero a stretti tornanti che consentiva ai carbonai di spingersi fin sotto questi dirupi. Ovviamente l'idea di fermarsi un po' non sfiora nessuno, nemmeno nei punti panoramici sulla cresta. Riesco di straforo a fare una fugace merenda mentre attendo gli ultimi.

Ritornati all'auto Max si illude: «Ci fermiamo da qualche parte per fare merenda?» «No, sono già le tre e mezza passate!». Concordo con lui una birra all'arrivo. Laura, che ancora ricorda con nostalgia i würstel di Mergozzo, è poi così ottimista da telefonarmi per chiedermi se vogliamo fermarci, quando noi siamo ormai lanciati verso l'autostrada. Poveretta! Frequenta troppo le nostre gite e troppo poco i Veri CAI. L'autista in curva tiene salda la mezzeria, anche quando incrociamo un'auto, che per fortuna se ne sta tutta a destra. «Se era al centro mi spostavo».