Appunti invernali


Le foto nella bassa e liscia campagna non possono essere scattate a margine del tandem, con cui pure la girovago palmo a palmo, né di Pilly, ma non solo per una questione di incastri degli impegni della vita. Bisogna infatti andarci con la nebbia gelata della mattina presto, con il cielo rugoso della pioggia, con il fango molliccio e appiccicoso, quando luce e calore scarseggiano e la gente si rintana sotto la copertina ad accarezzare il gatto a dialogare con Chat GPT. La melanconia invernale della bassa e liscia campagna si dissolve al sole come la neve, se si può vedere il Monviso innevato troneggiare sullo sfondo, tra stoppie, grugniti per prosciutti, gelsi relitti e tralicci.
Poi bisogna gravarsi degli obiettivi pesanti e ingombranti da atmosfere, perché una foto nitida cozzerebbe con la percezione attenuata sotto il cappuccio e dietro gli occhiali appannati.

Anche chi si addormenta di sera e si risveglia col sole, può essere affascinato dall’oscuro, dall’indecifrato, dall’impercettibile, dal confuso, senza una chiave di lettura certa, dove ognuno può proiettare la sua interiorità imperscrutabile. Nel buio e nel fradicio della pioggia e della nebbia sentirsi davvero a suo agio e bene-stante, appagato come Morticia che dipinge un quadro nero, sebbene ciò sia inconcepibile per la maggioranza rumorosa della crescita, che identifica la quantità di luce con la felicità. Chissà se è l’emersione inconscia di una vita passata da cinese, dove il colore del lutto è il bianco, o la rivelazione di una natura profonda da angelo ribelle del dio che per prima cosa fece la luce.




















© 2008-2026
Sergio Chiappino

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