Una cronaca di Barriera



Prima di bollare, un collega va a fare colazione in un bar che al bancone ha una barista romena carina. Il bar è collegato a un bazar alimentare, dove un ospite della struttura per adulti dove lavoro si rifornisce di arachidi e pop-corn, da mangiare rigorosamente sul letto e spandere tra le lenzuola. Torna a casa con scontrini su cui c'è scritto “Frutta e verdura”.
Nel bar entra un tizio, che il collega identifica come brasiliano, e si rivolge a lui: «Ehi zio, com'è qui il caffè?». In Barriera i nullafacenti si rivolgono agli estranei chiamandoli zio; tra questi sono inclusi degli ospiti che si piazzano a fumare sul balcone, da cui gettano poi le cicche in strada, e abbrancano tutti i passanti, come l'ancient mariner di Coleridge. Sono più educati e formali gli alcolisti, che alla fermata del 4 ti chiedono 50 cent per la birra del Lidl. Invece gli spacciatori, che ciondolano attorno alle panchine dello slargo, non si rivolgono mai a te, perché hanno già abbastanza da fare, anche senza procacciarsi nuovi clienti.
Il collega non ha molta voglia di fare conversazione con uno sconosciuto, per cui risponde che lui ha preso il cappuccino. Ma l'altro insiste: «Qui è buono.» Il collega capisce che il tipo non ha cattive intenzioni, ma solo voglia di ciacolare a tempo perso, e si lascia andare: «A Torino il caffè non è sempre buono, invece al Sud anche nel bar più sfigato è eccezionale.» Interviene la barista: «Perché al Sud hanno il caffè vegano».