Passus de Enluca 2547 m
Val Varaita
7 settembre
In un baleno
«Allontanandosi da cima delle Lobbie (m. 3015), l’aspetto perde il carattere aspro dell’alta montagna, per assumerne uno meno tormentato. I declivi verso la valle Varaita si fanno più dolci, erbosissimi» (Piero Landini, La valle Varaita. Appunti di geografia alpina, La Geografia, n.4-6, 1925)

Diario di viaggio
Strade medievali per auto rosa neolitiche
Il sentiero tra Casteldelfino e il colle di Luca è riportato su una mappa del 1422, la Figura debati Castri Dalphini a parte a dextri, che raffigura l’adrech di Casteldelfino, con la qualifica di «Iter publicum tendens a Sancto Eusebio versus passum Enlucam» (percorso pubblico da sant’Eusebio [la parrocchia di Casteldelfino] verso il passo di Luca). È l’unica via riportata su quella mappa, a indicare l’importanza della via intervalliva e interstatale, dalla Castellata al Marchesato. Un vecchio di Bertines con cui parlai una volta lo definì invece «strada di san Chiaffredo». In passato percorsi il tratto da Casteldelfino fino ai margini orientali del bosco dell’Alevè, per cui mi mancava quello oltre il confine della Castellata. Tra le altre cose, ero curioso di vedere una zona indicata come in frana sulla cartina. Dopo una ricognizione a fine luglio con un amico, a cui si riferiscono le foto con lui e l’erba più verde, ho ideato un giro ad ampio raggio, con partenza dal fondovalle presso Sampeyre, che svaria tra l’occidente e il levante del passo e visita così anche le sterminate distese prative di Serre di Raie. Queste ultime mi avevano colpito allorché avevo attraversato la zona anni addietro, ma procedendo in quota sui 1500 m in direzione di Casteldelfino, e pertanto ho deciso di abbracciarle come già avevo fatto per quelle attorno a Becetto.
Il colle era pure una via di collegamento tra Sampeyre e la valle Po, in parallelo al colle di Cervetto, almeno fino a che durò l’era pedestre, sebbene la via di accesso fosse più diretta della mia, perché saliva per Foresto e Colletto. Colletto sarà invece più o meno il cuore del mio giro a gallo forcello che verrà fuori.
Peraltro la frequentazione della zona attorno al colle risale già V millennio a.C., durante il Neolitico, quando sulle pendici di punta Rasciassa era cavata e lavorata la giadeitite, una forma molto pure di giadeite. La giadeite è una pietra verde, o ofiolitica se volete tirarvela (si chiamano così perché le loro tonalità verdi ricordano quelle dei serpenti, οϕϵως in greco antico). Queste rocce si sono originate dalla lava alcalina del fondale di un oceano oggi scomparso, sia eruttata che solidificata nel sottosuolo, successivamente sottoposta a metamorfosi per effetto di tensioni meccaniche e temperature elevate, infine portata a 3000 e più metri dallo scontro tra le placche oceanica e africana, che hanno determinato il corrugamento della crosta terrestre e la nascita delle Alpi. Ci sono voluti secoli per arrivare a questa immaginifica interpretazione dell'intricatissima struttura geologica delle Alpi, con dettagli ancora inspiegati: è come tentare di ricostruire la dinamica di un tango dalle sole peste lasciate sul terreno alla fine della danza, senza poter vedere i ballerini in azione.
La roccia serviva a produrre asce di pregio, che sono state rinvenute in un’ampia area dell’Europa Occidentale, fino alle coste settentrionali della Scozia a 1800 km da qui, con una concentrazione nella Bretagna delle rocce sacre. Il confronto con esempi etnologici attuali, per quanto riguarda la destinazione dei prodotti, ha mostrato che non avevano alcun impiego pratico, ma erano sfoggiate unicamente come simboli del potere e della ricchezza dalle classi sociali elevate, oppure come oggetti di scambi rituali tra persone di rango, oppure ancora conservate come oggetti preziosi all’interno di luoghi sacri, in quanto ritenute antropomorfe e associate a spiriti. Nel Neolitico la comparsa di agricoltura e allevamento avevano generato la prima stratificazione sociale e con essa erano nati i simboli del potere: prima che il progresso ci consegnasse i rolex e le auto rosa di grossa cilindrata, c’erano le asce del vallone Bulè. Questa zona è stata identificata come origine tramite estensive esplorazioni dei luoghi di cava condotte tra Otto e Novecento e l’analisi cristallografica a onde elettromagnetiche, che ha confermato che questo è l’unico sito in cui è abbastanza pura e diffusa da consentire la produzione di asce levigate.
Oggi il vallone è facilmente accessibile, dal momento che è un immenso prato. Invece nel periodo di attività delle cave era ricoperto da una fitta foresta di abeti bianchi, cresciuta grazie al clima mite e piovoso di quel periodo. Per noi italiani, che vediamo solo boschi culturali o semi-culturali, dove interviene l'uomo a gestirli o lo ha fatto fino a pochi decenni fa, è difficile immaginare come sia una foresta primordiale. Darwin, durante il suo viaggio con il Beagle, ne attraversò una nella Terra del Fuoco, per raggiungere la cima di una montagna, e descrive così il suo difficoltoso avanzare in questo ambiente: «Durante le prime due ore abbandonai ogni speranza di raggiungere la vetta. Il bosco era così fitto che bisognava usare continuamente la bussola, giacché, sebbene fossimo in una regione montuosa, non potevamo vedere alcun punto di riferimento. […] Nelle valli era appena possibile procedere, tanto erano barricate da grandi tronchi in putrefazione, caduti in ogni direzione. Quando passavamo su questi ponti naturali, sprofondavamo spesso nel legno fradicio e altre volte, quando cercavamo di appoggiarci a un tronco solido, ci meravigliavamo di trovare una massa decomposta, pronta a cadere al più leggero tocco». Luoghi così inaccessibili, anche a giorni di marcia dai terreni agricoli, a volte segreti, erano sfruttati da individui con un alto livello di specializzazione, che creavano un gruppo ad accesso iniziatico, in grado di produrre asce inimitabili da altri, o almeno così si organizzano oggi culture che producono oggetti analoghi.
Che uomini si spingessero a cercare fortuna in luoghi del genere è un testamento all’anelito della nostra specie a esplorare l’ignoto e affrontare l’imponderabile, una qualità che a livello collettivo ha molti lati oscuri, ma è una delle possibilità per rendere la meteora terrena colma di senso. Essendo una frana enciclopedica, la prospettiva di dovermi arrangiare nell’ignoto mi angoscia, né il riconoscimento sociale e materiale promesso in premio rientra tra le mie aspirazioni.
Come è duro calle lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale
Durante il viaggio in automobile noto che il Segnavia, il negozio di articoli e libri di montagna e locale di ristorazione all’imbocco della valle, ha una nuova gestione, dopo che la precedente aveva avuto un travaglio tribolato e aveva concluso presto la sua esperienza, ma a quest’ora è ancora chiuso. Mi fermo perciò al solito bar lungo la circonvallazione di Sampeyre, dove assieme all’ottimo caffè danno un cioccolatino fondente. Oltrepasso senza incroci difficoltosi la strettissima stradina tra il lussuoso albergo di Calchesio e Villaretto, dove parcheggio nello striminzito spiazzo apposito, quasi deserto nel lunedì di settembre. Le case della frazione sono molto ben tenute, così come gli spazi comuni, ma quasi solo come alloggi di vacanza sprangati.
Il sentiero rimonta una zona di prati scalinati, con vedute instagrammabili sul borgo di pietra sovrastato dai densi boschi dell’ubac, e con qualche seconda fioritura di crochi e più avanti di garofani. Qualche decina di metri più in alto della frazione si immerge in un’ombrosa faggeta, dove abbondano esemplari imponenti e dove mi riprometto di tornare con i colori autunnali per un anello più breve, fino a Colletto di Sopra, marcato da apposite targhette. Supero baite, una con attorno un giovane bosco di ricolonizzazione e grandi frassini e qualche grande abete decorativo, che denunciano il passato ruolo di meire, come sono chiamati nella bassa val Varaita gli insediamenti intermedi della monticazione, altre invece magari legate allo sfruttamento del bosco. Gli alberi a terra non sono molti, per cui doveva essere coltivato fino a non molti decenni fa. Il sole ancora basso fatica a forare le velature e la densa foschia sopra la pianura.
Raggiungo il grande insediamento di Serre di Raie. Il primo termine indica un agglomerato costruito su uno sperone e infatti qui siamo sul margine di una zona pianeggiante, a cui a valle segue il ripido pendio occupato dal bosco. La sua piccola cappella all’interno è più sontuosa di quelle degli insediamenti invernali, perché quelli dove si praticava l’agricoltura estiva e la fienagione erano più importanti dei primi, che hanno acquisito centralità solo nell’era dell’automobile. Ancora oggi una certa quantità di montanari ha conservato la tradizione di avere una casa, ora di vacanza, negli insediamenti estivi raggiunti da strade: è un’abitudine che ho osservato in diverse valli e fa un po’ sorridere i cittadini del Boom economico, che comprano la seconda casa in luoghi che sanno di esotico a portata di mano, sebbene anche loro aggregandosi per riprodurre le comunità originarie nelle località di vacanza.
Peraltro negli insediamenti invernali, almeno dalla seconda metà dell’Ottocento ovvero da quando la popolazione era aumentata a dismisura, stazionavano quasi solo vecchi e bambini, perché quasi tutti gli uomini e molte donne durante il riposo dei campi emigravano in Francia, per integrare il reddito della montagna diviso tra troppe bocche. «C’era da lavorare per tre, mangiare per uno», racconta un emigrato: ovvero la concentrazione di lavori agricoli e pastorali nella breve stagione mite, richiedeva più manodopera di quella che la terra poteva sfamare, per cui era giocoforza emigrare durante il riposo dei campi. Pur senza scomodare i Celti dell’Età del Ferro, il fenomeno è documentato fino dal Medioevo in ambo le direzioni ed è ben dimostrato nelle discrepanze di popolazione assente tra il censimento estivo del giugno 1911 e il successivo invernale del dicembre 1921. La pratica era così comune che, secondo i testimoni, esisteva una cultura dell’emigrazione, condivisa anche da chi ancora non era (ancora) partito, perché molti suoi congiunti e conoscenti l’avevano comunque già fatto. A Sampeyre non attecchì mai nessuna di quelle attività proto-industriali, come le produzioni tessili e metallurgiche o l’industria dei capelli di Elva, in grado di porre un freno all’emigrazione stagionale.
I montanari si sono sempre mossi liberamente attraverso i confini, senza particolari bisogni di documenti, tranne che durante l'ossessione fascista per le frontiere. Dell'Ottocento gli abitanti di Sampeyre emigravano nell’Occitania francese, prevalentemente come stagionali invernali o lavoratori girovaghi, mentre successivamente si diressero in larga parte a Parigi, dove gli uomini lavoravano nella conduzione di impianti termici e le donne come domestiche, in quanto emigravano intere famiglie in maniera stabile. Andare al seguito di compaesani offriva la possibilità di beneficiare di reti di solidarietà e supporto nella ricerca del lavoro e dell’alloggio, oltre che di conforto psicologico in terre straniere. Si ricorda però anche Toni ‘l Filoso, che aveva trovato l’oro in America: tuttavia quest’ultima non è rappresentativa, perché di solito non si partiva per cercare una fortuna inconcepibile nelle strutture sociali di partenza, ma per mantenerle vive integrando i redditi con altre fonti. Le condizioni abitative degli emigrati erano molto disagiate, analoghe a quelle di chi arriva oggi in Italia con i barconi, ma il lavoro non scarseggiava e c’era da mangiare («La Francia è il paradiso della pancia», dicevano). Anche i lavori erano molto duri e con condizioni di sfruttamento, ma non c’era alcuna volontà di richiedere condizioni migliori, perché la mentalità ereditata dal piccolo proprietario contadino era quella del cavallo Gondrano, che non sapeva proporre altra soluzione alle difficoltà che immolazione nel lavoro duro, con tutte le conseguenze del caso sulla salute.
Ancora adesso nella cappella si celebra la messa in occasione della festa annuale, significativamente il 5 agosto, quando la Chiesa ricorda la Madonna apportatrice di acqua al culmine del periodo secco estivo, in continuità con i culti della natura precedenti, secondo i dettami di Gregorio Magno («ciò che è sacro resti sacro»), dopo che l’insistito ostracismo dei Concili altomedievali aveva prodotto scarsi effetti. I prati erano irrigui, tramite un canale mantenuto efficiente con corvée, ed erano di proprietà privata, mentre erano comunali i prati superiori non falciati, dove l’erba era interamente consumata sul posto dal bestiame. L’irrigazione era necessaria perché la piovosità era modesta, attorno ai 1000 mm annui, sebbene qui non siano state costruite grandi opere come nelle valli endoalpine, ma costruzioni più modeste oggi scomparse. Una testimonianza sul funzionamento autogestito è offerta dalla viaggiatrice inglese Estella Canziani nel 1912 (trad. E. Sacchi): «Sull’imbrunire osservammo come la parte di terreno coltivata fosse irrigata da numerosi rigagnoli, che sgorgano da un canale scorrente all’estremità superiore dei campi. Ogni sera, se ve ne è il bisogno, una pietra o una paratoia in forma di cuore è tolta dal canale e l’acqua si riversa in molteplici canaletti. I campi irrigati sono tutti sui declivi dei monti. I contadini usano dell’acqua per turno: chi ebbe la sua quantità rimette la pietra o la paratoia e l’uso passa al contadino vicino. Nei dintorni di Sampeyre l’acqua è di proprietà comune, ma in altri luoghi bisogna pagare per averla. A ciascuno è fissato il suo consumo. Il primo afflusso dell’acqua viene denominato la testa; l’ultimo, la coda.»
La transumanza era di cortissimo raggio, pressoché limitata all’ambito comunale, verticale direbbero in Abruzzo. Anche lo smercio dei prodotti era limitato alla valle, ai mercati di Sampeyre e Venasca o al massimo alle fiere autunnali, prima dell’emigrazione invernale. Allora inoltre la zona era anche coltivata a cereali dei climi freddi e ai pochi ortaggi adatti (prevalentemente cavoli). La dieta era a base di minestre di erbe o legumi selvatici, oltre al pan dür, il pane di segale cotto una volta l’anno. I testimoni di Revelli più anziani, nati nell’Ottocento, ricordano che si andava a letto presto, per non sentire i morsi della fame.
Già un secolo fa il bestiame era a maggioranza bovina, grazie alla floridezza dei prati e al fertile terreno generato dalla degradazione dei micascisti, seppure non in maniera esclusiva come oggi. Un’altra differenza era che dalle vacche derivavano soprattutto latticini, mentre oggi gli alti pascoli sono riservati ai bovini da carne di razza piemontese, mentre i latticini sono prodotti solo da vacche che stazionano attorno agli insediamenti a media quota, come scoprirò al pomeriggio. Non si tenevano muli, ma si portava tutto a spalla, perché la popolazione era così numerosa (2 persone per vacca, nel primo trentennio del Novecento), che l’erba doveva essere interamente devoluta ai bovini, in grado di produrre reddito. Un mio zio che dovette forzatamente condurre a piedi le transumanze dal Sudtirolo alla pianura veneta, per repulsione da vecchio andava in auto fin sull’uscio della malga a mangiare gli gnocchi: oggi la maggior parte della gente, che non ha vissuto quelle esperienze, ha conservato le medesime usanze di mio zio e coltiva odio per chi invece si muove con i propri muscoli, nonostante avrebbe una qualità di vita fisica e psicologica molto migliore se seguisse la virtù nel mezzo.
Un fuoristrada è parcheggiato ai margini delle costruzioni, ma non vedo nessuno. Peraltro le case paiono quasi tutte abbandonate. Erano molto semplici: al piano terra avevano la cucina. il locale per la cottura del latte per la fabbricazione e la conservazione dei formaggi e la stalla, il fienile/dormitorio al piano superiore. Mi fermo a bere alla fontana, perché nel bosco ho sudato abbondantemente per l’afa opprimente, sebbene il peggio abbia ancora da venire.
Labrit
Imbocco il sentiero segnalato per Colletto, che poi lascio in assenza di segnalazioni, a memoria dalla carta, ma in maniera imprecisa secondo il GPS. Al termine del prato di Serre comincia un bosco di ricolonizzazione di betulle rade, spuntato dopo l’abbandono, prima del quale era confinato al versante ripido tra le meire e gli insediamenti invernali. A un tornante del sentiero seguo la traccia che prosegue diritta e dove compare pure un bollo rosso, ma che successivamente si infrasca, consigliandomi di tornare al bivio e provare l’altra, che poi corre parallela ma più in alto. Giungo a una baita da fieno (dove era accumulato in estate per essere portato d’inverno a valle sulle lese), abbandonata, con segnavia biancorossi, oltre la quale cominciano i prati pascolati, dove il sentiero di disperde in mille tracce di bestiame. Seguo per un po’ la direzione del GPS, verso le meire Cassart, da cui poi dovrebbe partire una traccia in traverso ascendente diretta alla dorsale, che mi separa dall’impluvio di Becetto. Tuttavia mi accorgo che mi indirizza verso una vasta zona impaludata per un rio che si disperde come se si credesse l’Okavango, per cui decido di piegare a destra, al fine di puntare dritto per prati verso la dorsale.
Questo versante è formato da un immenso prato, senza nemmeno una pietra o un cespuglio, sebbene le betulle lo stiano ricolonizzando dal basso; è solcato da qualche profonda incisione torrentizia e percorso in traverso da alcune tracce di bestiame, lungo le quali i pastori hanno tirato i fili per contenerlo. Molto sparpagliati vedo piccoli gruppi di vacche di razza piemontese. Sopra la testa dei rapaci volteggiano, ma non saprei proprio cosa possano cacciare qui, perché il terreno uniforme senza alberi né pietre non offre rifugi ai selvatici come lepri e marmotte e pertanto suppongo che non ve ne siano. I caprioli stanno più in basso, dove il bosco alternato ai prati offre del rifugio, né i camosci hanno rupi adatte a loro; non rischio pertanto incontri emozionanti. Salgo con il sole in faccia, sudando copiosamente, su un prato di brevi spuntoni di erba tra il verde e il giallo, senza fiori. Penso anche di scattare una foto a questa scena, ma l’aspetto dell’erba controluce non ha l’eleganza e la lucentezza necessarie: è ruvida e grezza come la vita quassù. Incrocio una traccia più marcata, che dovrebbe essere quella che, secondo la carta, aggira la costa e, hattraverso il versante a franapoggio, va a finire sul sentiero diretto al colle Cervetto, quindi una draia formata di multiple vie annodate come una corda da nave, che è percorsa dal bestiame per raggiungere una sorgente. Lo sfregamento sui talloni per la salita ripida mi provoca una spellatura, che mi darà noia su tutte le salite della giornata.
Quando ho quasi raggiunto la dorsale, vedo arrivare in traverso un pastore di fattezze indiane, accompagnato da tre cani. Un cucciolo dal muso allungato e dal pelo bianco corto guaisce mentre viene a leccarmi e a ricevere coccole. Il pastore va a recuperare una moto da trial, che aveva lasciato a un colletto presso una croce più a valle lungo la dorsale, la inforca e scende, ma lasciandomi il tempo di fotografarlo con lo sfondo delle catene di montagne blu fino all’Argentera. Quasi subito lo sento sputare un’evocazione impropria della Vergine Maria con veemenza da sergente Hartman, perché deve aver tranciato un filo che non aveva visto.
A parte le Marittime, lo sguardo coglie le cime della conca di Elva, e una parte della valle di Bellino, oltre alle Lobbie e al Monviso, che spunta ancora sgombro di nubi dietro la dorsale. Più in alto al prato è alternata della brughiera a mirtillo, priva però delle bacche mature, nonostante sia stagione. Costeggio quindi la dorsale, restando un poco al di sotto, sino a raggiungere un sentiero in traverso, parallelo alla linea di cresta con la valle Po (ovvero ortogonale alla direzione seguita dall’incontro con il pastore), il quale, oltrepassato un cancelletto in legno e ferro, mi conduce alla Madonna Alpina.
È una cappella bianca con la data del 1956, quindi di poco precedente la fine della civiltà contadina alpestre. Edificata su richiesta dei pastori, su azione di don Leonardo Garzino, parroco di Becetto tra il 1946 e il 1958, con il contributo dei parrocchiani, dapprima aveva il nome di Madonna della Visitazione, perché i pastori sentivano il bisogno che gli dei si occupassero di loro, soli lassù per tutta l’estate, ma successivamente si impose l’attuale.
Oggi il carico di bestiame su questi prati si è molto ridotto, pochi puntini bianchi spersi nell’immensità, e non è rimasta che una manciata di pastori a occuparsi del territorio. Pare incredibile, ma un secolo fa in questa porzione di valle la densità di popolazione era di 40 abitanti per chilometro quadrato e in questo bacino c’erano ben 17 meire.
Più avanti nel giro mi verrà in mente una canzone dalle cadenze reggae dei Lou Dalfin ascoltata ieri ad un loro concerto, “Labrit” (un piccolo cane da pastore dei Pirenei), che racconta di questo cane che corre verso i rumori della civiltà alpestre, ma poi scopre che egli non c’è più e la montagna è abbandonata e deserta (nel senso medievale). Deserto verde era la descrizione che mi veniva appunto in mente nel prato di salita, per la vastità nuda che si perdeva contro il sole.
Cor labrit al prat d’amont
Vai arruba fins sal som
Vai que lo jorn es estrech
e la vita es a l’adrech
cor labrit al prat d’amont
Que padron es a maison
Sent ‘ma bramen las meinaas
Per las vias dela ruaa
Cor e sent lo flat del vent
Porta tuba leam e fen
E la bonda di moschons
L'abelha lhi parpalhons
E lo bòsc es tot polit
Per ta chaça mon labrit
Que de pistas per lo sol
Pas d'ortias per lo viaçol
Cor labrit al prat d'amont
Venaren chabras e motons
Beure l'aiga di bachas
Beselar e batalhar
No, perdona-me labrit
Ai preicat parelh per dir
Ici-amont resta pas ren
bestias votz e gent
Pardon es al cementieri
E padrona a l’espidal
Filhs e nebots a lera e Tolon
cor pas pus al prat d’amont
Corri labrit al prato superiore
Vai arriva fin sul fondo
Corri che il giorno è stretto
E la vita sta nella parte al sole
Corri labrit al prato superiore
che padrone è a casa
Senti come gridano i bambini
Per le vie della borgata
Corri e senti il fiato del vento
Porta fumo letame e fieno
E il bordone dei moscerini
L'ape le taralle
E il bosco è tutto pulito
Per la tua caccia mio labrit
Quante piste per il suolo
Niente ortiche per il viottolo
Corri labrit al prato superiore
Verranno capre e pecore
Bere l’acqua delle pozze
belare a combattere
No perdonami labrit
Ho parlato così per dire
Quassù non resta nessuno
Bestie voci e gente
Padrone è al cimitero
E padrona all’ospedale
Figli e nipoti a Hieres e Tolone
Non correre più al prato superiore
Sulle panche mangio della frutta, per reintegrare i sali, ma poi mi viene in mente che, dato che sono le 11, potrei consumare il brunch del baracchino, a base di cous cous e grano saraceno, con lenticchie e carote insaporite da latte di cocco e massalé, una miscela di spezie dell’isola di Reunion. Il panorama si è ora aperto verso valle, i sottostanti paesi attorno a Becetto (la popolazione di Sampeyre era disseminata tra numerose frazioni), la dorsale fino a Testa di Garitta Nuova con il suo ingombrante ripetitore e il Ricordone con il Piantamento post-valanghivo, mentre la pianura è tutta invisibile per uno spesso strato di foschia.
Alla ripartenza noto che la fonte Pica è indicata in direzione diversa ed erronea rispetto a quella riportata sulla carta. Peraltro con l’abbondanza di escrementi freschi non è tanto il caso di rabboccare, sebbene mi resti meno di un litro d’acqua. Taglio in quota un pendio erboso che scende ripido, per poi pianeggiare qualche centinaio di metri più in basso. Poco sotto i piani ondulati c’è l’insediamento estivo più elevato, Colletto di Sopra, al culmine del pendio ripido tenuto a faggeta che scende fino al fondovalle, lì anche inciso dal rio. Credo che il ciglio sia la spalla glaciale, ovvero il limite superiore della valle principale scavata dal ghiacciaio pleistocenico. Sull’ubac invece i boschi di conifere coprono quasi uniformemente tutto il pendio fino alle cime, con i prati (in passato anche coltivi) ridotti a piccoli appezzamenti in zone pianeggianti e solatie; anche nell’era agricola era all’incirca così, con la differenza che il bosco si arrestava intorno ai 2000 m, perché in alto il versante era tenuto a prati, oggi in via di invasione da rododendri e giovani conifere. Un secolo fa solo un quarto della superficie comunale di Sampeyre era occupata da boschi, mentre oggi lo è quasi per intero il solo ubac. Da questi boschi nell’Ottocento era dipendente pure la vicina Casteldelfino, che a metà Settecento si era vista depredare i propri dagli eventi bellici della Battagliola.
In un paio di occasioni devo aggirare dei vitelli fermi sul sentiero: nel primo caso posso passare dal basso, senza metterli in allarme, mentre nel secondo stanno ruminando sul ciglio di un salto, in un passaggio aereo del sentiero, per cui si mettono in moto quando devo superarli a monte. Il sentiero perde quindi quota puntando verso la valletta, lungo cui corrono il sentiero da Colletto e il rio. Mi ricongiungo dopo un tratto in cui la traccia si fa più tenue. Al bivio, presso cui vedo da vicino due marmotte grasse mettersi al sicuro dentro le tane, nessun cartello indica la mia via.
Nel vallone verso il colle la morfologia è più movimentata, in quanto è occupato da dossi morenici con grandi massi inframmezzati a prato. Devo attraversare un pianoro cinto di filo dove stazionano una vacca con il suo vitello, forse isolati per ragioni sanitarie: la madre si mette sul chi va là al mio arrivo. Verso il colle, altre vacche e vitelli piemontesi ruminano in un altro pianoro. Al colle noto che in valle Po è molto più nuvoloso che qui: Lobbie e Viso saranno inghiottiti completamente, prima che possa tentare una foto. Della prima di qui si riconosce la struttura a poggi affiancati che le dà il nome attuale (le lobbie sono i balconi alti, dove si mette la segna a seccare). È uno dei pochi nomi delle cime secondarie del Monviso date dai montanari anziché dal Valbusa, ma non è antichissimo: nella Figura debati è invece chiamata “Rupis del jaz del Crau”.
L’iter publicum
Al colle trovo cinque anziani escursionisti, intenti a discutere animatamente del calo di consensi e vocazioni sacerdotali della Chiesa Cattolica in Italia, tanto che nemmeno si accorgono del mio arrivo. Non mi fermo molto, perché voglio consumare la parte principale del pranzo al lago, più riparato rispetto a qui. Sotto una copertura di nubi compatta, rimonto una spalla della dorsale che scende dalla Punta delle Guglie, in un ambiente di prati più magri che quelli attraversati sinora. Noto che ad un certo punto i segnavia lasciano brevemente il sentiero costruito per un taglio. Passato sotto una rupe e poi accanto a un rododendro con un accenno di seconda fioritura, raggiungo la spalla su cui il sentiero raggiunge la massima elevazione, che apparentemente sulla Figura debati è il luogo detto “passus de Enluca”, mentre il colle propriamente detto è chiamato “collis de Raya”. Il lago, sotto le dense nubi, offre uno spettacolo nordico, ma solo per brevi momenti, perché all’arrivo la copertura si andrà già sgombrando. Nuovamente su verdi prati, con escrementi di vacca rinsecchiti e un paio di cavallo più freschi, scendo verso il lago. Poco prima c’è una copiosa sorgente gelida, dove posso bere un litro sentendo il gelo nell’esofago e rabboccare, perché qui gli escrementi sono meno numerosi e più vecchi che alla Pica. Attraversati gli acquitrini dell’emissario, mi sistemo su una sasso della sponda meridionale.
Alle 14.15 consumo il grosso del pranzo (vista l’ora ci sarebbe stato bene del pimenton al posto del massalé), a cui aggiungo un dessert di torta alle mandorle e alla marmellata di mirtilli, fatta con le proprie manine dai dipendenti del supermercato. Alla mia ruota arrivano due dei cinque anziani, che hanno deciso di fare un anello anziché scendere dalla diretta; se ne vanno senza fermarsi, ma poi tornano da me per accertarsi di aver imboccato il giusto sentiero di discesa, che peraltro è unico. Da qui punta delle Guglie, adesso coperta da nubi, si presenta come uno sgraziato cumulo di sfasciumi e non offre spunti per capire la ragione del romantico nome, poiché deriva dall’aspetto nel vallone Bulè in valle Po. Sulla Figura debati è detta “Rochasium Bernii” e presumo che i pastori l’abbiano salita già a quei tempi ed effettivamente nessun alpinista rivendica il primato. Noto che un masso sulla riva ha la forma di una marmotta.
Alle 15 scendo in ambiente aperto, tra morbidi dossi morenici di erba alternata a pietraie nude. In lontananza, sulle pendici di Cima di Crosa vedo i cavalli neri che spesso pascolano attorno al lago. Al margine di un pianoro trovo il cartello che mi manda verso il bosco dell’Alevè, lungo l’iter publicum medievale. Risalito il margine opposto della conca, con vista sul percorso di salita, supero un cancelletto del bestiame e entro in una lunga successione di dossi morenici, addossati a un ripido pendio erboso, dove la traccia è poco marcata, denuncia della scarsa frequentazione.
La cosa curiosa è che i dossi sono quasi per intero coperti di brughiera a ginepro, perché il terreno morenico è molto incoerente e poroso, per cui l’acqua scende in profondità e lascia arida la superficie. Tale incoerenza lo rende molto soggetto a frane, in caso di elevato carico d’acqua: nel corso dei giri, mi è capitato di incontrare segni di passate disastrose colate di detriti legate a tali crolli. Anche qui, come riporta la cartina e vedrò più sotto, una zona è franata e ha lasciato scoperte delle pietre azzurrine. In un pianoro, dove l’accumulo dei sedimenti ha reso il terreno compatto e consente all’erba di crescere, pascolano delle vacche con i vitelli, anche grazie al supporto di un abbeveratoio di plastica alimentato da un tubo di gomma. Può sembrare incomprensibile la scelta di pascolare in un fazzoletto d’erba tra i ginepri, ma il terreno morenico è molto più fertile di quello dovuto alla degradazione delle pietre verdi, che è naturalmente sterile per l’elevata quantità di minerali tossici che queste rocce contengono.
Più sotto compaiono i primi piccoli cembri pionieri, dalla forma a uovo che assumono queste conifere quando il bosco è giovane e non hanno concorrenza intorno. All’entrata nel bosco fitto, sono inondato da un intenso profumo di resina, che i cembri emanano in certe stagioni dell’anno, che non ho ancora ben individuato. Senza notare l’indicazione, oltrepasso la croce di Ciampagna, una semplice croce di legno, che è lievemente discosta dal sentiero. La prima volta che venni qui, scandagliai la stampa locale per vedere se esistesse qualche ricorrenza legata a questa croce, ma non ne trovai. Poi sulla Figura debati vidi che la “Montanea de Champagna”, ovvero un alpeggio, esisteva già allora, per cui una croce è piantata qui almeno fino dal Medioevo. Piantare croci nei terreni strappati al bosco era un modo per marcare la vittoria della civiltà sulla natura selvaggia e diabolica (il dio latino dei boschi e degli istinti, Pan, era connotato così negativamente che divenne il modello per la raffigurazione cristiana del diavolo) e, quando è nato l’interesse per le vette, l’usanza si è estesa pure a loro. Oggi il bosco sta di nuovo riprendendo questa zona, ma la croce lo ignora e resiste perciò come l’ultimo soldato giapponese sull’isola.
Ici-amont resta pas ren, bestias votz e gent
Poco oltre, imbocco un sentiero che frana lungo una dorsale molto ripida, fino alla croce di Alie, dapprima nelle propaggini del bosco, poi su terreno nudo e sassoso. Sto pressappoco ricalcando il confine tra il marchesato di Saluzzo e il Delfinato, prima dell’annessione degli Escarton cisalpini al Ducato di Savoia nel 1713 (la borgata sul fondovalle si chiama ancora Confine). Anche questa croce, posta sul ciglio di una rupe, potrebbe esistere da secoli, perché la Figura debati riporta a sud della “montanea de Champagna” e a est della “Cumba scura”, tuttora esistente, il toponimo di “Rochacium Millona”: l’assonanza e la posizione mi suggeriscono che potrebbe riferirsi a questo stesso luogo. Accanto alla croce, data la panoramicità, c’è uno di quei trespoli metallici, comuni in bassa valle, con tubi che puntano verso l’elemento del paesaggio specificato sulla relativa targhetta, incisa con la macchina da scrivere su una banda di plastica. Alle 17 mi fermo qualche passo più avanti, all’ombra dei pini silvestri perché fa caldo, a consumare un altro pezzo di torta, aspramente contesa alle formiche rufe. Provo a chiamare I Chimi per capire se sono aperti a cena, come già avevo tentato di fare alla madonna Alpina, ma invano a causa del campo insufficiente, e prenoto un tavolo.
Alla ripresa del cammino transito accanto a una galleria scavata per saggiare la presenza di amianto, che in zona era estratto da una cava, dalla stessa ditta che gestiva la famosa amiantifera di Balangero. Pochi minuti e raggiungo la strada diretta a Colletto, nei pressi di Ciampanesio, dove sono in corso dei lavori di ristrutturazione di una baita. Per evitare lunghi tratti di asfalto, mi tocca imboccarla in salita. La lascio brevemente per dare un’occhiata a Pui, in passato meire e oggi agglomerato di case di vacanza tenute come gioiellini, ma c’è ancora un singolo pastore, ora intento a far passare le sue vacche nella mungitrice meccanica. Non oso fotografare la scena, perché lui sta subito dietro le vacche in coda per lavarle. I suoi cani mi corrono incontro abbaiando e lui li ferma.
Ancora un breve tratto tra dolci pendii e lascio la strada in favore di una pista erbosa diretta a Vernè, anche qui case tenute, ma in maniera più spartana. Meditavo se salire ancora fino a Colletto, delle grazione meire di pietra, ma alla fine opto per la via più breve. Su sentiero nel bosco raggiungo Dovi, l’abitato permanente più alto della zona, case di pietra addossate le une alle altre sul ciglio di un pendio ripido, in completo stato di abbandono e degrado, tanto che il passaggio sembra sull’orlo di essere invaso dalle macerie. A valle delle case un pilone raffigura una Madonna strabica: chissà se il pittore, dalla mano certo non molto raffinata, abbia voluto raffigurare un difetto della committente.
Da qui il sentiero chiaramente non è più percorso né curato, ma non presenta ostacoli di sorta, né alberi caduti, né infrascamenti, né tratti franati, giusto erbe esuberanti e assenza di segnavia, ancora presenti tra le case. Scende dolcemente in traverso su un pendio molto ripido, dapprima in faggeta, poi in bosco eliofilo più rado, con qualche scorcio sui dintorni, fino a precipitare avvitandosi su sé stesso, come un parapendio sfuggito al controllo.
Raggiungo la strada asfaltata e Foresto, dove mi fermo un attimo sotto il portico della cappella, per capire se i tuoni che sento da Dovi sono minacciosi. Nuvole scure arrivano dalla valle Po, ma non vedo fulmini o colate di pioggia. Dopo un po’ di pausa e di ristoro idrico decido di proseguire, perché sono circa le 19 e non manca molto al fondovalle.
Il sentiero trasandato scende ripidamente per una zona boscosa abbastanza impervia, fino a sbucare tra una casa e una parete di roccia, contro cui sono ammassate macerie edili. In effetti Roccia nella parte alta ha un aspetto da borgo contadino con i lavori perennemente in corso, mentre vicino alla strada è più consono agli standard della rispettabilità turistica. Mentre raggiungo Villaretto per strada, un lampo di luce dorata filtra dal pertugio tra i nuvoloni e le cime dei monti, ma non mi sovvengono idee geniali per sfruttarla a fini fotografici, e così mi limito al solito campanile.
E beure encar dui pastis dran de tornar
Arrivo al ristorante scansando delle gocce di pioggia. È già moderatamente affollato, nonostante siano trascorsi appena cinque minuti dall’apertura, così mi tocca un po’ di attesa per le portate. Hanno le zampe di maiale fritte, ma, con masochismo e rimorsi, mi riempie l'animo la legge morale dentro di me di mangiare della verdura a ogni pasto, per cui la assumo sotto forma di mousse di bietole con bagna cauda, come antipasto dell’ossobuco, poiché esso come contorno richiede invece necessariamente le patate. Alla cassa il titolare mi addebita l’intera bottiglia di vino invece del calice che ho ordinato, ma se ne accorge lui quando vede che sto in piedi. Per evitare i soliti piemontesi acchiappaclic, ho sperimentato del rosso delle colline saluzzesi, che credo sia fatto con quel vitigno dei posti piovosi che ha un sacco di nomi alternativi tra cui nebbiolo, senza avere alcunché da spartire con il nebbiolo del Barolo. Non è stato di mio gradimento.
Il temporale si è poi scaricato nella bassa valle e così i fanali illuminano la nebbiolina che si alza dalla strada bagnata. A Venasca rischio un frontale, perché mezza strada è coperta di asfalto appena steso e hanno predisposto un senso unico alternato sulla corsia rimasta, ma il semaforo al mio capo è spento. Per stanchezza e prudenza viaggio ai 70 per tutta la pianura, riuscendo così a totalizzare quasi 30 chilometri con un litro di benzina tra andata e ritorno.
Per approfondire
- AA.VV., Migrazioni attraverso le Alpi occidentali : relazioni tra Piemonte, Provenza e Delfinato dal Medioevo ai nostri giorni : atti del convegno internazionale, Cuneo, 1-2-3 giugno 1984, Torino 1988
- P. Barillà - M. Blatto, Geologia e forme del paesaggio per escursionisti, Rimini 2007
- S. Bessone - F. Burdino, Monviso, Bologna 1971
- E. Canziani, 1912 - Viaggio in Piemonte e valle d'Aosta, Pordenone 2023
- H. Falque-Vert, Les hommes et la montagne en Dauphiné au XIIIe siecle, Grenoble 1997
- P. Landini, La Valle Varaita. Appunti di geografia alpina, La Geografia, n.4-6, 1925
- P. Landini, La vita pastorale nell'alta valle Varaita(Alpi Cozie), Bollettino della Reale Società Geografica Italiana, marzo-aprile 1927
- P. Petrequin et al., Beigua, Monviso e Valais. All'origine delle grandi asce levigate di origine alpina nell'Europa occidentale del V millennio, Rivista di Scienze Preistoriche 2005
- A. Ponso, “C'è una chiesetta alpina”, Corriere di Saluzzo, 29 aprile 1988
- N. Revelli, Il mondo dei vinti, Torino 1977
- P. Barillà - M. Blatto, Geologia e forme del paesaggio per escursionisti, Rimini 2007
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