Bardi-Borgotaro

Passo di Santa Donna

10 giugno


Monastero
Monastero

Diario di viaggio

Tappa molto lunga, anche percorrendo la scorciatoia di Porcigatone, che è comunque un percorso storico, pur se in parte cancellato dalla costruzione della strada asfaltata.

Facciamo colazione presto in vista della lunga camminata. Dal castello di Bardi scendiamo per una via lastricata in pietra, chiaramente il percorso medievale di accesso al paese. Se ogni tanto ci si volta indietro, il tracciato offre diversi punti di vista interessanti sulla fortezza. Ci precede una signora del posto, che immagino usi questo percorso come scorciatoia per andare a prendere il bus, o a un appuntamento con un passaggio in auto sulla strada di fondovalle. Lei è più esperta di noi e a un certo punto evita l’ultimo tratto, trasformato in torrente dalla pioggia di ieri sera, preferendo invece una pista erbosa. Scesi sulla strada varchiamo prima il Ceno e poi il Noveglia. Dai due ponti si gode di una magnifica vista sul castello, che domina i verdi prati che degradano verso il fiume.
Lasciamo poi l’asfalto per una vecchia pista, bordata di grandi querce. Una volta si usava spesso lasciar crescere alberi monumentali lungo i tracciati agresti, per permettere l’orientamento alle bestie durante la transumanza. La pista risale ripida, ma non patiamo lo sforzo perché stamattina l’aria è frizzante, pur se umida. La salita termina a Chiappa, un gruppo di rade case, da cui seguiamo un tratto di asfalto in lieve discesa. Incrociamo un vecchio cane a spasso, che cammina a fatica e ci annusa amichevolmente, per poi proseguire per la sua strada. Imbocchiamo poi una mulattiera da cui vediamo sbucare un quad. Ci ha anticipato quanto basta per non dover subire il suo rumore, la sua puzza e i suoi spruzzi melmosi nel bosco. Il tracciato prosegue in quota tra vecchi castagni monumentali, querce, diruti muri a secco sommersi dal muschio. È quasi commovente attraversare queste zone, che rimandano a un passato remoto, ora perduto, ma una volta brulicante di vita.
Arriviamo a Monastero tra case in rovina, una chiesa grandiosa e una fonte, presso cui facciamo una pausa. Un minuscolo cane nero ci accoglie facendosi le feste e sperando di rimediare un boccone. Altri sono chiusi in un cortile.

Oltre Monastero il sentiero attraversa un calanco. La guida ci aveva messo un po’ di ansia, parlando di terreno argilloso: con tutta la pioggia di questo periodo, sarebbe stato un mare di fango colloso. Per fortuna la granulometria del terreno è decisamente più grossolana, credo da marna, e la sua capacità di legarsi all’acqua fondamentalmente innocua, come direbbe Douglas Adams. Procediamo poi tra muri e attraversiamo subito dopo un prato di erba alta, naturalmente fradicia. Arriva quindi un gruppo di case antiche, il cui proprietario non gradisce il passaggio di escursionisti, che considera degli invasori. Manifesta il suo disappunto con garbati cartelli di protesta. Questo luogo è davvero molto isolato e non mi sorprende che ci abiti gente che cerca la segregazione totale dal mondo. Alcune di queste considerano il loro ritiro una loro proprietà esclusiva, comprese le zone di pubblico passaggio.
Dopo un tratto di asfalto entriamo in Brè, dove ci accoglie una quaglia placida. In questa frazione ci sono un palazzo e una casatorre, retaggio di tempi in cui il paese era assai più popoloso, perché lungo la via di comunicazione tra due valli. Oggi i percorsi per le auto hanno preso altre vie e questa zona è stata consegnata all’abbandono; inoltre è cambiato il modo di occupare il territorio, perché si è passati dall’abitato diffuso alla concentrazione nei centri principali di fondovalle. La mulattiera lastricata diviene sentiero stretto, che perde rapidamente quota, con secchi tornanti che portano a guadare un ruscello, nei pressi di un mulino ristrutturato e videosorvegliato. Risaliamo poi altrettanto rapidamente per una mulattiera lastricata, che è stata preservata dalla costruzione della strada di accesso. Il fondo di pietre calcaree è scivolosissimo, tanto che viene da chiedersi se nel Medioevo avessero già inventato la pioggia e la rugiada del mattino. Va detto che questa scivolosità era anche voluta, perché consentiva il trasporto su slitte, che dalle mie parti erano dette lese (qui non so).
Arriviamo a Pieve di Gravago, sede di un antico monastero benedettino, al suono della campane che annunciano il mezzodì. Un ottimo momento per fermarsi a fare uno spuntino, sul muretto a fianco della chiesa. All’ombra delle querce è fresco, mentre la temperatura è più mite al pallido sole. L’umidità è molto elevata. Durante la sosta passano dei motociclisti che imboccano il sentiero, lasciando una traccia erosa.

Dopo un percorso in quota che alterna asfalto e piste erbose, svoltiamo decisamente a sinistra e imbocchiamo una pista in salita. All’imbocco c’è un’enorme pozzanghera marrone, che richiede un minimo di studio del percorso ideale per superarla indenni. Nel primo tratto di bosco c’è qualche relitto di castagno da frutto, ma aceri di monte e faggi stanno riportando questa zona al suo aspetto naturale. In passato l’uomo, affamato di territori per la sussistenza di una popolazione in continua espansione, appena rallentata dalle epidemie e dalle guerre, colonizzò ogni spazio possibile, anche quelli dal clima meno adatto. Da tempo ormai invece la produzione agricola si è concentrata in meno aree a più alta produttività e queste zone sono tornate al loro climax, peraltro sempre mutevole per via dei cambiamenti climatici. La pista sale ripida: sudiamo e non commentiamo quello che ci circonda, ma risparmiamo fiato. Verso lo scollinamento, il tracciato concede un po’ di riposo. Il tratto pianeggiante ha meno fango di zone omologhe attraversate ieri. Prendiamo quindi a scendere, condividendo di malavoglia lo stretto sentiero con alcuni motociclisti rombanti.
Tra le poche case di Osacca troviamo alcune persone, che chiacchierano sul margine degli orti, sedute su una sedia portata da casa. Lo si faceva una volta anche nella mia città, quando mio padre era bambino, prima che le auto invadessero le strade e la tivù occupasse le serate. Il più vecchio ci chiede di firmare il registro dei camminatori della via e si offre di timbrare la credenziale. Noi non ce l’abbiamo, ma da loro mi faccio fare lo stesso un timbro sul notes. Ce ne stiamo un po’ incerti sul da farsi: facciamo uno spuntino qui in mezzo a loro, invadendo il loro spazio, oppure li salutiamo e ce ne andiamo? Poi esce di casa un signore e dice che il caffè è pronto. Saranno le 15: certo non è un’ora da caffè, che chiaramente hanno preparato per noi. Ci sediamo allora al tavolo insieme a loro e ci inseriamo nella loro conversazione.
Al nostro arrivo continuano una discussione sui metodi caserecci per salvare gli orti dai parassiti. Uno di loro è molto più giovane della media e ha la pelle olivastra. Gli chiediamo se è un discendente di qualche saraceno passato in zona e scopriamo che è un sardo, operaio forestale stagionale, qui in attesa che partano dei lavori sospesi. Vediamo un cane che cammina tutto storto, barcollando: ci raccontano che ha già combattuto varie volte con i cinghiali. Una volta è tornato con le budella di fuori, ma deve avere più vite di un gatto, perché si è sempre ripreso. Ci parlano dei lupi, ritornati negli ultimi anni su queste montagne, dopo un secolo di assenza. Qualche esperienza diretta è frammista con racconti di terza mano, al limite della leggenda contemporanea. Ad esempio ci raccontano di cani lasciati soli, legati a una catena, divorati dai lupi, ma sono sempre cose capitate a persone non specificate, mai vissute in prima persona. Sono poi convinti che siano stati reintrodotti apposta, un po’ come le famose vipere aeree di qualche decennio fa. Uno si lamenta di aver mandato le sue capre a pascolare nel suo terreno e di non averle più trovate, «nemmeno le ossa»: ma non è che gliele hanno rubate? Se si vuole convivere con i lupi, bisogna adottare certe precauzioni, come quella di non lasciare gli animali domestici soli o di usare recinti elettrificati per il bestiame. Loro invece vagheggiano un’Arcadia in cui l’uomo è l’unica presenza su queste montagne. Tra chi ha un’idea diversa dalla loro, detestano in particolare la Brambilla, che probabilmente vedono nei rotocalchi televisivi nei pomeriggi piovosi.

Soddisfatti dell’incontro e delle chiacchiere, ci rimettiamo in marcia. Un cane che sta con alcune donne e un’adolescente tenta di seguirci, ma noi lo respingiamo. Al bivio tra la via di Porcigatone e quella di San Cristoforo scopriamo che la seconda è più lunga di ben due ore. La guida ne dava solo una di differenza, ma guardando la cartina siamo più propensi a credere a questo cartello. Decidiamo pertanto di seguire la via breve, perché altrimenti arriveremmo dopo le 20 anche se non facessimo più pause, neanche per respirare.
Fino al passo di Santa Donna ci tocca seguire la strada asfaltata, dove c’è un certo andirivieni di auto, nonostante ci troviamo in mezzo al nulla. Al passo facciamo una lunga pausa al sole, seduti sul prato. La mulattiera che scende a Porcigatone e poi a Borgotaro è chiaramente una mulattiera storica, come confermato dalla lastricatura, dai piloni votivi e dal nome della via che vi arriva dal fondovalle: via Santa Donna, appunto. È fangoso solo un tratto in piano. Vi troviamo, come già lungo tutta la salita, orme di capriolo. Costeggiamo poi una deliziosa casetta isolata, dove un signore dalla barba brizzolata se ne sta a torso nudo a lavorare nell’orto. Ci saluta sorridendo. A Porcigatone tagliamo per il paese, deserto come al solito, anche se non abbandonato. Prendiamo poi una scorciatoia nei prati e nel bosco che scende ripida e taglia un lungo tornante della provinciale, che poi però dobbiamo seguire per un qualche chilometro ondulato. Finalmente ritroviamo la via lastricata. Più avanti un masso è stato posto per impedire ai fuoristrada di percorrerla, ma con scarso successo, a giudicare dai solchi delle ruote. Sono ormai oltre sette ore che camminiamo, per cui, quando sbuchiamo nuovamente sull’asfalto ci fermiamo un po’ per offrire requie ai piedi dolenti e fumanti.
Senza storia sbuchiamo a Borgotaro nei pressi dell’ospedale e, scansando non poche auto, ci dirigiamo all’hotel extralusso dove dormiremo stasera. La doccia è così tecnologica che ci vuole qualche minuto per capire come funziona. Il venerdì sera è quello di un anonimo paese di provincia, con qualcuno a passeggio e qualcuno altro seduto nei locali, oltre a un rumoroso karaoke di musicaccia da varietà televisivo.

Galleria fotografica

Bardi
Bardi
Torrente Noveglia e Bardi
Torrente Noveglia e Bardi

Monastero
Monastero
La casatorre di Brè
La casatorre di Brè
Torrente Brugnola (mulino di Brè)
Torrente Brugnola (mulino di Brè)
Verso Osacca
Verso Osacca
Via della Santa Donna
Via della Santa Donna