Groppallo-Bardi

Passo di Linguadà

9 giugno


Torre Sant
Torre Sant'Antonino

Diario di viaggio

Questa tappa segue un percorso storico verso Boccolo de’ Tassi, segnalato già da Farini. Si snoda per lo più su piste sterrate che sono state risparmiate dalla costruzione della provinciale, che ha seguito un altro percorso.

Al mattino è una bellissima giornata: nel cielo azzurro corrono nuvole innocue. Dopo colazione compriamo un po’ di frutta all’alimentari e partiamo. La pista sterrata che corre a monte della strada è invasa dal fango e dalle pozzanghere, specie nei tratti in piano. Dobbiamo procedere con cautela, guardando bene dove poggiamo i piedi. In qualche punto ci tocca anche lasciarla e cercarci un passaggio su terreno più solido, nel fitto bosco di piccole querce. Il bello del fango sono le orme fresche degli animali: ne vediamo una posteriore di faina, con i caratteristici unghioni. Non ci sono invece ragnatele, perché la pioggia ha consigliato ai ragni di stare al riparo.
Nel primo tratto c’è abbastanza bosco, con qualche apertura verso il paesaggio dei giorni precedenti e su radure radiose. Attraversaiamo poi zone aperte con coltivazioni di grano. Superate le vecchie case di borgata Riovalle, procediamo in quota verso Selva di Sotto, costeggiando una vecchia torre recentemente restaurata. Prima di Selva c’è una fantastica zona di papaveri. Ci fermiamo a lungo a rimirarli e fotografarli. Passa un vecchio alla guida di un grosso trattore. Due piccoli cani stanno con lui in cabina, mentre uno nero dal passo incerto lo segue zoppicando.
Arriva un’altra zona di bosco, con corollario di sentiero fangoso. Tuttavia un po’ meno di prima, perché il tracciato è in pendenza. C’è anche una breve sezione molto erosa, perché in comune con un rivo ora secco. Ci sono anche diverse tracce di motociclisti. Sbuchiamo sulla strada poco prima di Bruzzi, dove secondo la guida ci aspetta un bar. Qualche decina di metri prima si ode una nenia di fisarmonica e ci chiediamo se alle 11 siano già ubriachi a cantare. Con sorpresa scopriamo che a suonare è un’adolescente che si sta esercitando. Intorno a lei alcuni avventori giovani se ne stanno in silenzio, con la faccia triste di chi è chiuso nei propri pensieri. Nessuno risponde al nostro saluto. Anche la barista non ci rivolge che le parole strettamente indispensabili a raccogliere le nostre ordinazioni. L’atmosfera è quella di un locale sperduto nella steppa o forse nella provincia americana affogata nella noia di vivere. Manca giusto un cespuglio secco che rotola per la strada.

Uscendo mi accorgo che il caffè, della solita marca locale, qui era migliore che negli altri posti dove l’avevo bevuto. Ma forse solo perché l’avevo accompagnato con la montagna di zucchero della brioche industriale: lo zucchero pialla tutti i caffè, uccide quelli buoni e potabilizza i peggiori. Tocco la biancheria che ho appeso allo zaino, perché nella notte umida non era asciugata e scopro con piacere che si può riporre. Segue un tratto di bosco alternato a delle amene radure, che con un po’ di salita ci porta al bivio per la variante del monte Lama. Ieri sera e lungo l’avvicinamento abbiamo discusso su cosa sia meglio fare, per giungere alla conclusione che è opportuno restare sul percorso storico, perché altrimenti rischiamo di venire sommersi dal fango. La via del monte Lama sembra invece una variante naturalistica di minore interesse storico, anche se passa dal lago dei Gazzi, un nome tipicamente longobardo che indica il bosco di pertinenza regia. Inoltre nel tardo pomeriggio sono previsti rovesci, per cui rischiamo di trovarci in una situazione spiacevole lungo la ripida discesa. Ci diciamo inoltre apertamente che la prospettiva di un pasto al passo Linguadà è allettante. Prendiamo perciò la pista in discesa, da cui si gode una bella vista su una montagna che sembra una mano con le cinque dita.
Al passo non c’è nessun avventore. La stessa proprietaria del ristorante, una signora verso la sessantina con accento francese, è sorpresa di vederci, «perché è giorno di mercato» a Bardi. Come seccata raccoglie le nostre ordinazioni, ma poi quando ci serve il pranzo si scioglie e si lancia a parlare come un fiume in piena. È parigina, ma di una famiglia del Canavese, e chissà per quali vie si è spiaggiata qui. Ci racconta prima delle difficoltà con l’ottusa burocrazia italiana, poi di un’escursionista dell’Alaska passata di qui in maniche corte al culmine della stagione del fango autunnale. Queste zone si stanno spopolando sempre più e lei si è tenuta un’ancora in Francia per poterci tornare al bisogno.

Intanto le nubi che verso mezzogiorno si erano addensate si sono dissolte. Il sole allo zenit inonda di luce limpida i prati fioriti. Scendiamo per una strada che poi diventa pista sterrata e conduce a Boccolo de’ Tassi, con il suo campanile isolato dal paese. Il borgo oggi è spopolato, ma in passato fu sede di un ospitale per pellegrini. La pista poi spiana e ci troviamo così in mezzo al tratto di fango più melmoso dell’intero trek. Scopriamo che le pozze nei i solchi scavati dalle ruote dei trattori non sono il posto peggiore dove passare, se l’acqua non è troppo alta: infatti qui i mezzi hanno compresso il terreno e l’hanno reso più solido. In ogni caso stasera il rito del distacco dei gambali e del lavaggio sarà ancora più necessario del solito. Va comunque detto che finché c’è il sole la purga di dover procedere a passi misurati, come su un campo minato, si sopporta bene.
Arriviamo a Cerreto, altro nome medievale: questo tipo di albero si diffuse in quel periodo per l’intervento antropico sui boschi. Alcuni panni stesi al sole sono un benvenuto segnale di popolamento. Ritorniamo sulla provinciale ed evitiamo due varianti sterrate non descritte sulla guida e non contemplate sulla traccia GPS, per non finire di nuovo nel fango. Vediamo una coppia con una cagnolina che ha lasciato l’auto sul margine della strada e fa due passi. La signora è pure lei francese, dev’essere zona. Imbocchiamo quindi una sterrata sulla sinistra, meno fangosa, che ci porta a Cogno di Grezzo. Facciamo una pausa su un muretto, accanto a usa casa con un grosso gatto tigrato che va su e giù. Un vecchio mette in moto il trattore e fa un breve giro. Poi viene a chiacchierare con noi e ci dice di avere 93 anni. È ancora in gamba, beato lui. Purtroppo qui tutta la gente che abbiamo visto al lavoro nei campi è molto vecchia: ciò fa temere per il futuro di queste zone.
Arrivati per la provinciale alla chiesa di San Siro, prendiamo la via omonima che offre la vista sul paese e il castello di Bardi. Il castello in cima a una rocca o a un colle è il simbolo per eccellenza del Basso Medioevo. Il suo ruolo non era solo militare, ma anche civile, perché la popolazione viveva accentrata in luoghi che le offrissero protezione. A volte la costruzione dei castelli era promossa proprio per attrarre contadini in un’area prima disabitata, che si desiderava colonizzare.
Il paese vecchio consiste sostanzialmente in due brevi vie e una piazza. Anche stavolta arriviamo nel pomeriggio del riposo dei negozi. È aperto solo un supermercato dove tutto ciò che acquistiamo sono delle albicocche così acerbe che matureranno dopo il nostro arrivo a Torino, nonostante due giorni di zaino. L’attrattiva turistica del paese è naturalmente il castello. Per attirare visitatori in cerca di emozioni, una volta al mese organizzano visite notturne con cacciatori di fantasmi. Questa proposta non mi alletta: mi sarei aspettato di incontrare fantasmi negli alberghi o tra le strade brumose di Mareto e Groppallo, ma in un paese turistico proprio non ce li vedrei.
Mentre siamo a cena, si scatena un violento nubifragio, che va avanti per un paio d’ore. Quando ce ne accorgiamo corro a raccogliere la biancheria stesa alla finestra, che per fortuna è stata riparata dallo spiovente del tetto. Anche stasera niente passeggiata, ma un buon libro.

Galleria fotografica

Groppallo
Groppallo


Riovalle
Riovalle
Torre Sant
Torre Sant'Antonino
Selva di Sotto
Selva di Sotto
Selva di Sotto
Selva di Sotto
Selva di Sotto
Selva di Sotto
Cerreto
Cerreto
San Siro
San Siro
Bardi
Bardi