Bobbio-Mareto

Sella dei Generali

7 giugno


Il Ponte Gobbo a Bobbio
Il Ponte Gobbo a Bobbio

Diario di viaggio

Il trek comincia un limpido lunedì sera di giugno, quando il bus ci scarica alla fermata principale di Bobbio. Prima di cena facciamo due passi fino al Ponte Gobbo, illuminato dal sole che sta per tramontare dietro alle antenne del Monte Penice. Una signora in costume da bagno, che ha preso il sole sul greto del Trebbia, sta raccogliendo le sue cose e sta tornando in paese. Alcune persone come noi percorrono in su e giù il ponte. Il suo andamento spezzato e il suo portamento gibboso hanno alimentato la fantasia delle persone, che hanno attribuito anche a questo un’origine diabolica. Come in molti altri casi sparsi per la penisola, infatti, anche qui il diavolo, onesto artigiano, sarebbe stato convinto con una promessa farlocca dai maliziosi cristiani a edificare senza compenso. Vi ritorniamo anche dopo cena, per una passeggiata crepuscolare illuminata dalle lucciole e dalle prime stelle di una notte senza luna. Prima però passiamo dai chiostri dell’abbazia di san Colombano e per i vicoli medievali, dove ci sono più automobilisti che pedoni. Solo alcuni più stretti sono stati sbarrati, forse perché qualche autista improvvido vi si era incastrato.

La mattina ci svegliamo di buon’ora grazie al lavaggio strade dell’alba. In solitudine visitiamo la chiesa, ieri sera chiusa, e ammiriamo il mosaico dei mesi, un tema tipicamente medievale (nell’abbazia benedettina di Bominaco in Abruzzo c’è una raffigurazione simile quasi coeva). Varcato il ponte, imbocchiamo un sentiero nel bosco umido e afoso. In questo periodo sta piovendo molto più del solito, per cui nei giorni a venire ci faremo una valida esperienza di fango appenninico. Ogni tanto il sentiero è lastricato di calcare, che in queste condizioni è scivolosissimo. Purtroppo da queste parti il granito ce lo possiamo sognare: la catena appenninica è formata da rocce sedimentarie che si sono accumulate sul fondo del mare prima che iniziasse il sollevamento, per spinta della placca africana. Per fortuna arenarie e marne non sono così scivolose. Come sempre di primo mattino, a chi sta in testa tocca una buona dose di ragnatele sulla faccia.
Per scampare almeno un po’ agli elementi avversi, evitiamo un tratto di sentiero, percorrendo un giro più ampio sulla strada. Lungo questo tragitto, vediamo una lepre correre per un prato e poi ci accorgiamo che nella sua zona di provenienza si sta aggirando qualcosa di fulvo con una lunga coda: è una volpe! Indifferente a noi e alla lepre si rotola beata nell’erba. La seguiamo per un po’ con lo sguardo, mentre saliamo e ci avviciniamo, mentre lei sembra non accorgersi di noi. Passiamo per una frazione abitata ma oggi deserta, come ne vedremo molte in questo viaggio. Una sterrata tra le ginestre fiorite ci porta su un calanco da cui si domina Coli, che raggiungiamo con una breve discesa. Per il sonnolento paese girano alcuni signori indiani senza nulla da fare (che siano dei richiedenti asilo?). Mangiamo un boccone sotto un tendone. Quindi al bar deserto prendiamo un caffè e leggiamo di un lupo investito a Bettola.

La strada che imbocchiamo in discesa diventa ben presto una sterrata e ci conduce a una frazione abitata da qualche gatto. Poco più avanti costeggiamo una torre in pietra (molto) diroccata, torre Magrini. La pista si dirige quindi verso la forra, nel folto del bosco, con rade aperture. Nel buio dello sprofondo varca un ruscello, dalle amene cascatelle tra salti di calcare, e prende a salire. Il bosco di castagni cedui è assai fitto, quasi opprimente, come lo è senz’altro l’afa, soffocante nonostante la temperatura mite. Colando sudore, avanziamo perciò piano piano nel silenzio dei nostri passi. Più in alto fa la sua comparsa qualche castagno da frutto dimenticato, in un ambiente invaso dalla boschina. Dopo un tempo che sembra interminabile incontriamo tre fungaioli, a cui raccontiamo della nostra destinazione. Il più esperto dei tre si dilunga allora in minute spiegazioni di itinerari che potremmo percorrere, ma in maniera così caotica che neanche un locale che appunta i suoi consigli si raccapezzerebbe. Deduco solo che avremmo dovuto rivederli poco sopra, dopo il taglio per il bosco che hanno intenzione di fare. Tuttavia le segnalazioni al primo bivio ci mandano in tutt’altra direzione, verso la nostra salvezza.
Finalmente ritroviamo l’aria al castello di Faraneto, di cui non è rimasto nulla se non un casone rustico. Una stradina asfaltata ci fa percorrere un tratto abbastanza panoramico. In una frazione, un cane di taglia media ci viene incontro ringhiando con i canini in vista, ma poi per fortuna obbedisce ai nostri ordini secchi e si allontana. Dopo una seconda frazione, prima di una salita, ci sediamo all’ombra di una casa sprangata a mangiare. L’unica presenza umana è un trattore di passaggio. Il cielo si chiude come se dovesse piovere e poi si riapre. Tuttavia non tiro un sospiro di sollievo, perché la mia esperienza appenninica mi ha insegnato che spesso nelle ore centrali i temporali fanno le prove per poi scatenarsi nel pomeriggio.

Terminato il pasto, prendiamo a salire per una pista sassosa. L’ambiente si fa più aperto e non poco affascinante: marciamo per prati verdi, con qualche cespuglio e molte fioriture, tra affioramenti di conglomerato. I cespugli sparsi fanno pensare a mesti prati abbandonati, ma il fascino estetico prevale. Noto però che la suola di uno scarpone si sta scollando: li ho appena fatti risuolare e il calzolaio ha avuto non pochi problemi, perché tomaia e suola dello scarpone sinistro non volevano saperne di attaccarsi. Al ritorno scoprirò che, per un errore del produttore, il fascione in gomma ha una composizione che lo rende poco adatto all’incollatura a caldo. Per ogni evenienza ho con me del nastro nero da elettricista, ma per fortuna resisteranno quanto basta fino a Pontremoli. Ad ogni buon conto, non dico nulla alla mia compagna di viaggio per non infonderle ansia. Al termine della salita, sbuchiamo su una strada asfaltata che in breve ci porta alla Sella dei Generali, un valico tra la val Trebbia e la val Nure. Dalla strada si stacca una pista sterrata che conduce a Mareto, la nostra meta di giornata.
Si dirige proprio sotto il cielo più cupo. Senza bisogno di dircelo e nemmeno di guardarci negli occhi, allunghiamo il passo all’unisono. Non vediamo fulmini, ma il brontolio dei tuoni è incessante. E il rombo dei tuoni è più o meno l’unico ricordo vivido che ho di questo tratto. Peccato, perché mi sembra che gli ondulati prati attorno alla Sella non fossero davvero male, anche se poi al procedere del cammino erano sempre più invasi dai cespugli, fino a diventare boschi impenetrabili. Gli alberi sono piccoli e di taglia quasi uniforme, non so se perché figli del recente abbandono o per la combinazione ostile di terreno e clima del crinale.
Al fontanone, il cielo sgombratosi ci invita al sollievo di una pausa. Lasciamo il sentiero segnalato, diretto a Nicelli, per proseguire lungo la strada. «Ma è l’unica per Mareto? Sarebbe un posto da lupi». «No, ce n’è anche una che sale dal basso». Lupi o meno, il paese sembra davvero dimenticato da dio: le tendine consunte della canonica in disarmo comunicano una sensazione di gelo spettrale.

Dopo il nostro arrivo, quando siamo già sotto la doccia, si scatena un violento acquazzone con grandine, di quelli che non lasciano scampo e inzuppano anche le mutande. Non dura però molto e già prima di cena compare mezzo arcobaleno. Esco e incontro Achille, il cane fulvo dell’albergo, un po’ reumatico ma pieno di energie: si fa coccolare e tenta pure di giocare a mordermi, insozzandomi i vestiti puliti per le serate. La passeggiata serale si svolge tra le brume che si sollevano dai prati zuppi. Una faina fa un balzo sulla strada, ma tosto torna nel bosco.

Galleria fotografica

Il Ponte Gobbo a Bobbio
Il Ponte Gobbo a Bobbio
Il Ponte Gobbo a Bobbio
Il Ponte Gobbo a Bobbio
Abbazia di san Colombano
Abbazia di san Colombano
Il Ponte Gobbo a Bobbio
Il Ponte Gobbo a Bobbio
Fontana
Fontana
Verso Coli
Verso Coli
Torre Magrini
Torre Magrini
Conglomerato
Conglomerato
Mareto
Mareto