Tampe 1000 m
Valle di Susa
6 aprile
In un baleno
Di Tampe è tirata a lucido la cappella, dove ogni anno si celebra una festa paesana

Diario di viaggio
Da Villar Focchiardo si sale alle muande di Tampe per ben tre vie: la storica mulattiera lastricata e due recenti piste forestali chiuse al traffico.
Imbocchiamo la prima grazie all’oracolo digitale, per la latitanza di indicazioni, affinché i foresti stiano alla larga. Come altre analoghe su ambo i versanti della valle, grazie all’abbondanza di sassi morenici è lastricata e molto livellata, magari per calare sulle lese i prodotti dell’altura (ogni tanto mi illudo di vederne i segni sul fondo).
Quasi in cima la lasciamo, guidati da una tacca rossa in memoria di una bretella scomparsa: un bel ravanage selvatico tra tronchi caduti e con lo sguardo inutilmente incatenato all’oracolo per non smarrirla.
A Rabasta il pastore ha inciso sull’intonaco di cemento delle baite appunti di sofferenza cosmica per la precoce vedovanza e di vacue consolazioni da sfollato. Lì finiamo su una delle due sterrate e in un paio di tornanti siamo all’alpeggio.
Di Tampe è tirata a lucido la cappella, dove ogni anno si celebra una festa paesana, e poi i vasti prati sono come marmi incerati, poiché il pastore di Rabasta vi conduce le sue bestie dalla primavera all’autunno. Per ora ha portato solo le galline, perché l’erba è verde ma all’inglese, per cui gli erbivori staranno assieme a tutti quelli che abbiamo sfiorato con l’auto, sui prati del fondovalle scampati all’urbanizzazione. La guida coeva alla cometa di Halley rievoca un maggengo ancora vissuto da una comunità di agricoltori e pastori di bovini, di cui riproduce qualche ritratto e un paesaggio senza gli alberi odierni. Delle baite rimangono i gusci avvinghiati gli uni agli altri e al loto.
A Pasquetta sono saliti a fare picnic due trentenni dall’altra pista, un vecchio accompagnato da un’attenta ragazza dalla mulattiera. Dalle case sparse sottostanti, villeggiature con ringhiere in ferro, arrivano cori avvinazzati e cacofonici, che evocano quello degli ultras del Borgaretto al bar dei pregiudicati: «I padroni ci licenziano, bastardi! Le ragazze ci lasciano, puttane! Ed è solo per te, Borgarè». Ai tempi agricoli se ne dovevano sentire spesso, tra le numerose genti che salivano quassù in estate. Sovrastano a squarci il brusio del fondovalle, oggi molto sommesso per l’assenza del traffico pesante.
La discesa sull’altra pista, non percorribile dalle auto più per una frana che per la sbarra, comincia con una serie di saluti a vecchi a spasso e prosegue con una stele a un accoltellato da un socio in affari, per ragioni mai svelate in piazza. Due ragazze, accompagnate da un cane pazzo di gioia, sono salite in moto senza casco dalle case dei festaioli alla sbarra. La discesa termina da urbex mancati tra castagneti da frutto tenuti e frutteti dismessi.
Nel rientro in auto, per prudenza evitiamo la via lungo l’area attrezzata dove a metà mattina si aggrovigliavano le auto in fase di parcheggio. Le code da sud indicano tuttavia che la maggioranza silenziosa ha preferito le spiagge agli sci e agli olocausti.
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