Val Ponci e Manie

Finalese

2 marzo


Isasco
Isasco

Diario di viaggio

Si parte dall'abbazia di Finalpia. Prima di arrivarci, passiamo dal circolo dei cacciatori lungo il torrente, dove sono esposte alcune foto di un raro merlo albino. Un simpatico vecchio che sta spazzando il marciapiede, vedendoci mascherati da escursionisti in questa ultima domenica di carnevale, ci chiede se siamo contro la caccia «…e allora che mi dite dei veleni che uccidono gli uccelli?».
Dalla chiesa si risalgono le case, sempre più quartoggiaresche a mano a mano che ci si allontana dal centro. La mulattiera lastricata corre poi tra le fasce di olivi, abbandonate quasi tutte, tranne quelle nelle immediate vicinanze delle case. Queste ultime sono sempre cintate, non so se per i ladri o per impedire ai cacciatori di accedervi nella stagione della raccolta, che si sovrappone a quella venatoria. Dopo gli olivi tenuti si incontra il piccolo borgo di Monti, con un'essenziale cappella vista mare, dotata di una 500 nera parcheggiata sull'uscio.
Una bella mulattiera taglia poi a mezza costa antichi terrazzamenti, riconquistati dalla macchia mediterranea, e offre scorci sulla costa a occidente, fino all'isola Gallinara e al Pizzo d'Evigno. Il vicino monte Carmo è generosamente imbiancato. Dopo il fronte dei giorni scorsi, il cielo va schiarendosi, ma l'aria è ancora fredda. Una fonte aperta oltre un secolo fa è purtroppo secca, mentre più a monte sgorga un torrente che invade il sentiero: uno smottamento deve aver deviato il corso sotterraneo dell'acqua. La natura è molto delicata.
Ci fermiamo per una breve pausa. Udiamo uno strano verso, come di uno spruzzino, provenire da monte, oltre la boscaglia che delimita il sentiero. Poi un altro verso identico, stavolta da valle. Dalla boscaglia sbuca allora una coturnice che fa qualche salto verso di noi e ripete il verso. Tentiamo invano di zittire A., che non la smette di carrettare. La coturnice come ignorandoci ripete il verso e si mette nuovamente in ascolto. Quasi subito le arriva la risposta e lei gorgheggia ancora, avvicinandosi a noi impavida. Decidiamo di lasciare la necessaria privacy ai due piccioncini e ripartiamo. Fatto qualche passo, su un muretto vediamo l'altra, che è più prudente o forse meno innamorata, perché al nostro apparire fa un balzo per mettersi al riparo.

Al bivio prendiamo il sentiero che cala ripido a Verzi, su un fondo calcareo dalle tipiche forme erose. La bianca Pietra di Finale è quasi calcare puro, che l'acqua piovana, acida per l'anidride carbonica raccolta dall'atmosfera, dissolve facilmente. I terreni della zona sono formati dalle sue impurità insolubili, principalmente argille e ossidi di ferro, che donano loro un caratteristico colore rosso vivo. Le molte grotte che si formano durante l'erosione sono state abitate fin dall'alba dei tempi: qui vicino, nella Caverna delle Arene Candide, è stato trovato un significativo insediamento paleolitico, i cui reperti sono visibili nel locale museo archeologico, mentre nella Grotta delle Fate sono stati rivenuti resti dell'uomo di Neandertal.
Passiamo per Verzi, dove sembra che siano in corso dei lavori sui terrazzamenti spogli attorno alla chiesa. Il paese è dominato dalla Rocca del Corno, un picco di calcare molto frequentato dagli arrampicatori, che vediamo come macchie multicolore chiazzare la falesia bianca. All'imbocco della strada della val Ponci ci imbattiamo in una colonia felina, una mamma con tanti cuccioli, e diamo fondo alla scorta di crocchette che mi porto dietro per queste occasioni. Sono sempre dubbioso su queste antiecologiche azioni caritatevoli, perché nutrire gatti selvatici senza sterilizzarli contribuisce alla prolificazione, che porterà altre bocche da sfamare in un circolo vizioso. Resistere agli occhioni e ai miagolii patetici è difficile: le emozioni e la pigrizia mentale impediscono di ragionare e affrontare il problema in maniera lungimirante.
Poco oltre l'inizio della strada c'è un monolite naturale, sacro ai Celti Liguri che regnavano su questa terra prima dell'era romana, che ha lasciato segni evidenti in questa valle. La strada della val Ponci ripercorre infatti il tracciato della Via Iulia Augusta, di cui sono rimasti alcuni ponti in vario stato di conservazione. Il primo è il più integro, ma anche quelli diroccati sono interessanti. Le parti rimosse dai millenni lasciano infatti allo scoperto le zone interne della struttura, consentendo quindi di apprezzarne la tecnica costruttiva: all'esterno blocchi squadrati che donano la forma, all'interno malta mescolata a pietre di varia dimensione, una versione primordiale del nostro calcestruzzo. Della lastricatura della strada invece non è rimasto nulla. Peccato, perché la strada romana è una delle cose che più impressionavano i popoli con cui venivano a contatto. Sono rimasti, più avanti, invece i rivestimenti di un tracciato posteriore, medievale, in cui si riconoscono ancora i solchi dei carri. C'è anche la possibilità di salire alle cave da cui furono estratti i blocchi che rivestono i ponti. Siamo così fortunati da trovare un gruppo con una guida colta, che ci illustra la tecnica di scavo: i blocchi venivano estratti dal basso, in modo che gli sfridi finissero per riempire i buchi scavati, cosicché l'opera aveva un impatto paesaggistico minimo (non che in genere i Romani fossero maestri di ecologia, peraltro).

Pranziamo nel tepore del pomeriggio, nei pressi del quarto ponte, in una surreale area attrezzata con un tavolo nel mezzo del nulla. Ritornati al secondo ponte, saliamo verso l'altopiano della Manie su una strada noiosa, dove ci tocca pure l'incontro con due motociclisti fracassoni e puzzolenti, che neanche rallentano quando ci incrociano. Approfittiamo del ristorante nei pressi dell'Arma delle Manie, una grande caverna, per un caffè. Sulle pareti della sala da pranzo sono affisse molte foto, tra cui spicca un ritratto da studio in bianconero di una bella donna. I suoi capelli sono illuminati dalla classica luce dall'alto che si trova nei ritratti delle dive di Hollywood degli anni Quaranta e Cinquanta. La proprietaria ci spiega che è sua zia, che si fece scattare quella foto in occasione della morte della madre. Curiosamente ritroveremo questo e altri ritratti in un altro ristorante della zona, in cui ci fermeremo per cena; pure lì ci diranno che si tratta di loro parenti.
Visitiamo la caverna, oggi parzialmente usata come ricovero agricolo, e poi prendiamo per Isasco e Varigotti. Oltre il ristorante, una grossa casaforte medievale diroccata è in vendita; prima o poi qualche tedesco passerà di qui e deciderà di acquistarla. Attraversata la strada delle Manie, lasciamo il sentiero segnalato e imbocchiamo invece la strada diretta al primo paese, un gruppo di case signorili sparse, adagiate in una conca deliziosa, tra gli orti. Ritrovato il sentiero, lo seguiamo e percorriamo una strada cementata che scende ripida, offrendo magnifici scorci sulla lunga spiaggia di Varigotti e su Punta Crena.
Il sentiero lascia la strada. Poco oltre lo troviamo interrotto da una frana: un grosso pezzo di montagna si è staccato dalla parete sovrastante e vi è finito sopra. Per fortuna il fronte non è troppo ampio e il terreno ben assestato, per cui l'attraversamento non presenta pericoli o difficoltà. Lasciamo poi il sentiero scendere a Varigotti e prendiamo invece una traccia che corre in piano verso Selva. Passa ai piedi di numerose pareti bianche, dove stranamente non vediamo gente che arrampica, né i loro spit. Probabilmente qui è tutto troppo fratturato e instabile; pertanto gli arrampicatori sportivi, che pure amano le pareti a portata di parcheggio, sono esiliati da questa zona.
I primi ulivi annunciano Selva. Come Monti ha una piccola cappella (con un curioso campanile triangolare pitturato di rosso) il cui sagrato è usato anch'esso come parcheggio, stavolta da un fuoristrada giapponese. Usanze di una terra montuosa, affollata di case ma avara di parcheggi. Di qui tocca marciare per un po' su asfalto, perché non ci sono alternative. Grossi SUV percorrono la stradina, talmente stretta che ci dobbiamo scansare al loro passaggio. Il panorama è comunque magnifico: la lunga striscia di Varigotti e Punta Crena illuminate dalla luce del tramonto.
Finalmente incrociamo un ragazzo del posto, a spasso con il cane, che ci suggerisce di cercare più avanti una via laterale dipinta di rosso. La imbocchiamo, passiamo sotto un arco e sbuchiamo nel sentiero percorso al mattino. Un'ultima pausa tra gli ulivi al margine delle case, per goderci la luce del tramonto, è la nostra idea per concludere in gloria la gita. Con scarso successo ne approfitto per portare a casa qualche scatto arboricolo. Purtroppo quelli tenuti sono cintati e gli altri sono troppo rinselvatichiti, un vero caos.
Il sole scompare dietro la dorsale mentre raggiungiamo le prime case di Finalpia.

Galleria fotografica

Finale Ligure
Finale Ligure
Verzi
Verzi
Verzi
Verzi
Ponte romano delle fate
Ponte romano delle fate
Foresta mediterranea
Foresta mediterranea
Isasco
Isasco
Varigotti
Varigotti
Calcare
Calcare
Ulivi
Ulivi
Tramonto sul sentiero
Tramonto sul sentiero