Monte Pietraborga 926 m

Val Sangone

1 marzo


In un baleno

La montagna a km 0 e vista a 4 regioni

I laghi di Avigliana dal Pietraborga
I laghi di Avigliana dal Pietraborga

Diario di viaggio

Il complesso del monte Pietraborga è una lunga cresta arrotondata quasi pianeggiante, dalla forma di un arco a malapena incurvato con concavità rivolta a est. È delimitata a nord dalla cima più alta e a sud dalla Montagnazza, a cui sono congiunti a sud in successione il Rubata Bo e il monte San Giorgio da un paio di incisioni poco profonde, il colle di Prè e il colle della Serva. È la propaggine più orientale delle alpi Cozie, che dista appena una quindicina di chilometri dai confini di Torino (ormai la pianura sottostante è la sua periferia residenziale), per cui a suo tempo fornì ai partigiani una base per azioni in città. Per contro è abbastanza lontano dall’elevata cresta che separa la val Chisone e la valle di Susa e termina con i quasi 3000 dell’Orsiera, prima di precipitare sulla collina morenica con la val Sangone.
Per questa ragione, pur essendo alto meno di 1000 m, gode di una vista eccezionale sull’arco di montagne che racchiude il Piemonte: secondo l’oracolo digitale dal Penice (sebbene né le sue antenne né quelle del Beigua siano visibili con il mio binocolo) fin oltre il Disgrazia (sono convinto di aver riconosciuto le Grigne, in un giorno favorevole). Pertanto nei limpidi giorni invernali sulla sua cima può formarsi quello che in tempi nefasti sarebbe stato definito un assembramento e, in effetti, la prima visita necessita di queste occasioni, come la nuotata notturna di Stipe richiede la luna bassa. Ettore Canzio, uno dei pionieri dell’alpinismo ottocentesco senza guide, avrebbe voluto terminare la sua carriera escursionistica proprio qui, forse per ammirare in un sol boccone tutte le sue prime, ma non gli fu possibile.

Tuttavia il meteo ottimale è specifico per ciascuna atmosfera geografica e non è sempre quello della promozione turistica né men che meno il medesimo per tutta un'escursione: da tempo spero di ammirare nella nebbia la cresta di bosco e rocce attorno alla Montagnazza, perché la luce incisa del sole la rende caotica e indecifrabile; inoltre le foto alle case delle frazioni montane richiedono luce diffusa. Provo pertanto a salire in un giorno bigio, in cui delle contraddittorie previsioni a caro prezzo mi lasciano addirittura sperare nella nebbia in cima, rinunciando del tutto al risaputo panorama a lunga gittata, che poi non è tanto diverso da quello che vedo da casa. La scelta è arrischiata, perché l'ambiente lungo i sentieri non è particolarmente entusiasmante secondo i canoni soliti dell’estetica escursionista: le pendici meridionali sono in parte formate da stentati rimboschimenti novecenteschi a pino nero, sfoltiti da un disastroso incendio nel 1999, su affioranti rocce ofiolitiche ossidate dal terreno quasi sterile, per il resto boschi in genere giovani in quanto tenuti a ceduo fino al dopoguerra, né i piccoli agglomerati di case hanno balconi di legno intarsiato o gerani alle finestre.
D’altronde credo che non abbia costrutto alcuno camminare sei ore per il solo panorama dalla cima, ma un escursionista debba trovare dei motivi di interesse per tutto il viaggio, altrimenti tanto vale salire per la via più ripida e scendere immediatamente per la stessa, oppure ancor meglio in quad. Il mio percorso oggi è un’esperienza che non saprei racchiudere appieno nella sua totalità in una formula vincente onnicomprensiva, ma solo come squarci momentanei di epifanie, spesso percepibili intellettivamente ma difficilmente condensabili in immagini accattivanti: la ruvidezza del San Giorgio, la modernità sorpassata delle architetture, la storicità dei rimboschimenti, l’aspra epica partigiana, le mitologie contemporanee. Con le varie digressioni guidate dal desiderio di scoprire o ritrovare, alla fine la traccia avrà un’inusuale forma a ragno.

Opto per una traversata grazie ai bus blu extraurbani di Torino, che passano sotto casa mia. Tra il 1883 e il 1936, al mattino, e fino al 1958 al rientro, avrei sferragliato su una linea di tram a vapore che congiungeva Torino e Orbassano, per poi biforcare verso Cumiana e Giaveno, ovvero appunto bordeggiare le pendici del monte Pietraborga. Sebbene la velocità massima fosse di appena 30 km/h, in seguito all’elettrificazione negli Anni Venti il viaggio nei giorni feriali durava quanto con i bus attuali (il doppio da principio con le locomotive a vapore), che pure sfrecciano fino ai 90 sul curvone alla fine di Torino, ma restano altrove imbottigliati nelle code delle automobili, oggi il mezzo indispensabile per abitare distese di casette per i pendolari benestanti, che hanno accresciuto di un ordine di grandezza la popolazione di questi paesi, tanto che è spesso difficile scovare il minuscolo centro storico. Certo il viaggio era molto meno confortevole che sulle sospensioni e i sedili di poliuretano odierni: la rampa di Trana andava superata senza carico, per cui i passeggeri la salivano a piedi, e tra locomotiva e carrozze era inframmezzato un vagone merci, che visti i tempi e l’economia della zona poteva benissimo essere di letame, indotto a fermentare dal calore del vapore. La scelta contiene ideologica determinazione, dal momento che con un'ora di sterrata potrei tornare al punto di partenza a recuperare l'automobile.
Infatti oggidì le escursioni sulle Alpi con i mezzi pubblici sono rare. Ho raggiunto la partenza di numerosi viaggi a piedi di più giorni con i mezzi, ma molto più sporadicamente li ho sfruttati per escursioni in giornata, per i ferrei vincoli temporali che pongono: prevalentemente il treno della valle di Susa, ma anche lì sono andato quasi sempre in automobile. Non era così prima che l’automobile divenisse una tassa ineludibile e trasformasse la Pianura Padana in un'unica benzobabele, perché allora i treni giravano quasi a ogni ora. Alcuni anni fa suscitò interesse e dibattito il diario di un viaggio nelle Alpi con i mezzi pubblici.
Il primo bus del mattino è più affollato del previsto, per le 7 di una bigia mattina penitenziagibile senza studenti, al confine tra inverno e primavera. È la mia unica opportunità, poiché il prossimo è alle 11 passate, mentre sulla via da cui scenderò non ve ne sono proprio prima delle 10.30. Sui sedili di fronte al mio, un adolescente, aspirante boxeur professionista, spiega le indispensabili rinunce ascetiche ad alcool e altre sostanze psicotrope, comuni tra i suoi coetanei, a un signore che porta male i suoi 50 anni, prima di scivolare in romanticheggiate rievocazioni di pestaggi suoi o altrui. Intorno quattro incas bassi e paffuti sonnecchiano, come la maggior parte degli altri passeggeri. Oltre lo stabilimento abbandonato dalla Fiat e altri tirati a lucido, il pullman sfreccia tra case operaie e bassi condomini signorili, generalmente senza garage sotterranei grazie allo spazio disponibile in campagna.
Scendo con altri alla fermata più vicina al centro di Piossasco, che punto mirando il campanile da una via laterale. È dedicata alla maggior gloria moderna del paese, Alessandro Cruto, uno dei vari inventori che riuscirono quasi in contemporanea, intorno al 1880, a sviluppare la lampada a incandescenza. Ce la fece nonostante i modesti mezzi, in quanto era un semplice muratore, e impiantò una fabbrica ad Alpignano, distruggendo un masso erratico magico nel nome del progresso. La storia passata si perde nella notte dei tempi: il suffisso -asco, molto comune tra i paesi dei dintorni, associato al probabile nome di un proprietario terriero, è Ligure. Non so esattamente come raggiungere la chiesa di San Vito, da cui comincia il sentiero, perché di solito vi arrivo in automobile aggirando i vicoli storici per un percorso tortuoso. Imbocco quindi una via lastricata di porfido, con molti esercizi commerciali, chiusi per l’ora e la festività: in previsione di ciò, ho preso il caffè a casa. Mi oriento con la parete del monte San Giorgio, che si mostra cupo e spoglio contro il cielo coperto. Transito ai piedi di un grande complesso di vetro e cemento per la riabilitazione cardiaca, dove soggiornò il mio allora vicino di casa, dopo essere stato operato poco prima che il chirurgo di fama mondiale cominciasse a impiantare valvole difettose per accrescere i guadagni. Seguono storiche ville con giardino e altre cubiche futuribili. Mi ricongiungo all’ultimo tratto che percorro in auto e mi incuneo nella strettoia dove sorge una villa più sontuosa delle altre, di una famiglia così nobile da avere una i lunga nel nome, casa Lajolo. Oltre la strettoia si apre la piazza con la chiesa di San Vito, formata da una sorta di Lego di stili diversi dal romanico dell’abside al barocco ottocentesco della facciata, essendo stata costruita a pezzi nel corso di parecchi secoli. È il centro storico più antico del paese, attorno alle fortezze medievali, che successivamente si espanse verso la pianura, causando la duplicazione della parrocchiale in basso. A un vecchio parroco della chiesa, che portava il titolo di priore in quanto in origine essa faceva parte di una dipendenza del monastero benedettino di san Solutore di Torino, devo la maggior parte delle notizie storiche (nel libro preso in biblioteca c'è pure la sua dedica autografa). Il piazzale è lastricato con pietre di fiume ellissoidali ed è devoluto a parcheggio, anziché alla vita comunitaria all’aperto, relegata a una panchina assediata: la maggior parte della gente con cui parlo di solito non lo percepisce come degrado, ma come utile servizio. Anche chi la pratica, in qualsiasi forma, in genere parcheggia a fianco né tollererebbe mai di viverla lontano dalla sua auto: esiste una foto di Berengo Gardin che ritrae un picnic italiano a fianco dei 1100, mentre Cartier Bresson lo raffigura sulla sponda della Senna.
Faccio una pausa per bere e per attivare il GPS e l’altimetro barometrico: considero la mia escursione partire da qui, dove termina l’asfalto, al termine di un inusuale avvicinamento a piedi.

Mentre dal campanile rintoccano le 8, i numerosi cartelli installati in anni recenti, credo della Città Metropolitana titolare dell’area protetta estesa sul San Giorgio, mi indirizzano dal sagrato verso l’imbocco del sentiero bordato di roverelle, dove subito affiorano delle rocce color ruggine. Il sentiero è così sconnesso che percorrerlo mi sbloccò il piede immobilizzato da un mese di gesso. Con qualche visione del quartiere sottostante, mentre poco oltre la pianura è persa nella caligine, raggiungo lo sperone con i due muri sbrecciati rimasti del castello distrutto dal solito generale francese Catinat in occasione della battaglia della Marsaglia (1693) tra l'esercito del Re Sole e una lega paneuropea. Fu una truculenta carneficina da 10.000 morti, che per vari anni rese inservibili le campagne per la putrefazione dei cadaveri, bruciati solo mesi dopo, con annessi saccheggi di paesi, ammazzamenti di civili e profanazione di chiese. Prende il nome da una cascina signorile, dove fece base dopo gli eventi per stendere la relazione, e che oggi è in disfacimento dopo la morte dell’ultimo contadino; quando mi intrufolai di sguincio per vedere cosa era rimasto, trovando affreschi, libri di latino ed escrementi, l’erede tentò di rifilarmela per molto meno che per un monolocale affacciato sulla Madunina, ma più che per svariati appartamenti come il mio.
Valico la cresta tra la cima e lo sperone, perdendo così la vista sul paese, e lo costeggio su questo lato fino in vetta. Il panorama a media gittata consiste nelle vaghe forme puramente bidimensionali delle cime più prossime, oltre la valletta del Chisola, che scende da Cumiana; ancora più eteree e in alto nascoste dalle nubi sono le cime innevate della val Sangone. Quest’anno è stato decisamente più nevoso degli ultimi, seppure solo oltre la media montagna, mentre a queste basse quote è caduta una spolverata rimasta giusto qualche giorno.
Nelle foto di inizio Novecento la montagna si presenta completamente priva di vegetazione arborea, tanto da essere definita montagna bruciata, con corredo di leggenda eziologica di un drago antropfago cacciato da un incendio appiccato al monte. Nell’ambito del movimento d’opinione per il rimboschimento delle montagne italiane, nel tardo Ottocentonella quasi totalità devolute alle colture o al pascolo, si attivò per primo un privato cittadino, un medico, che piantò una pineta nella sua proprietà, sconfessando le convinzioni popolari, secondo cui nulla sarebbe potuto crescere su queste pendici. Nel 1904 il comune prese esempio e lo imitò da solo prima che nel 1922 intervenissero i consorzi provinciali preposti. La principale essenza scelta fu il pino nero austriaco, che attecchì bene come il laricio, mentre il pino silvestre fu presto decimato dalla processionaria. Il pino nero fu scelto in quanto molto adattabile a vari terreni e climi, sebbene le pendici soleggiate del monte fossero molto ostili per un albero adattato a climi umidi. Si privilegiavano conifere e altre specie a crescita rapida, in quanto l’albero era visto esclusivamente come coltura, ovvero per il reddito dei prodotti che poteva portare (legno, resina, seta, sostanze chimiche), per consentire l'esistenza di attività artigianali complementari all'agricoltura: ad esempio il pino nero era apprezzato per legname da costruzioni e per il catrame derivato dalla sua resina. Lo scopo era risollevare l’economia di una montagna spogliata, in chiave di redenzione coloniale delle popolazioni montane rovinate dalla propria cupidigia, secondo la narrazione di allora, più realisticamente dall’esplosione demografica ottocentesca, a cui si era risposto mettendo a coltura ogni metro disponibile, per dare da mangiare a tutti. Perlomeno fin dove i pamphlet restano sul concreto e non si lanciano nell'iperbole o mischiano cause ed effetti. Un articolo di una festa degli alberi del 1927 descrive una piantumazione collettiva ratificata da una festa in cima. Nel trasudamento di epica retorica, un passaggio da lacrime, non saprei se di commozione o ilarità, denota un temporale come il concerto in maggiore della montagna.
Pertanto si agì senza alcuna considerazione naturalistica sugli ecosistemi e le loro creature, con il risultato di una diffusa infestazione di processionarie per lo stress a cui sono sottoposti gli alberi al fuori del loro areale ottimale. Nonostante il caldo dell’ultima settimana di febbraio, in cui sono tornato dal lavoro in maglietta, fortunatamente non sono ancora uscite, perché sono moderatamente allergico e in quel caso avrei dovuto scegliere se rinunciare all’escursione o presentarmi al lavoro con i bozzi. Per di più un terribile incendio nel siccitoso inverno del 1999, innescato durante una tempesta di föhn, distrusse buona parte del bosco su questo versante; le fiamme erano così alte che si vedevano da casa mia, che si affaccia sul versante opposto, e la colonna di fumo si estendeva fino a Carmagnola. Ci fu anche una giovane vittima, un volontario poco più che ventenne dell’AIB di nome David Bertrand, a cui oggi è dedicato un sentiero che intercetto e percorro a più riprese lungo l’escursione. Non pochi pini sono bruciacchiati attorno alla base. Precedentemente la pineta aveva dovuto riprendersi dai saccheggi dei piossaschesi durante le ristrettezze della Seconda Guerra Mondiale. L’incendio ha però avuto effetti postivi sulla biodiversità, in quanto il pino nero non consente l’esistenza di un sottobosco, mentre dopo si sono espanse specie pioniere e pirofile diverse e si è avviato un processo più dinamico di evoluzione vegetale.
Nelle giornate di sole, questo versante è generalmente caldo e riarso anche quando in pianura la temperatura è di -5° (quando era, sarebbe più preciso dire). Per questa ragione, prosperano specie termofile e persino mediterranee: a Piossasco esiste uno storico oliveto, da tempi immemori, anche quando il clima era più freddo. Solo al limite superiore del paese sgorgano sorgenti, intercettate dall’acquedotto. Inoltre il terreno è molto magro per le rocce affioranti e la sterilità delle pietre verdi del complesso piemontese che formano questo gruppo montuoso, sebbene in compenso le rocce ossidate e disgregate rendano la terra della pianura ai suoi piedi rossa come quelli di certi suoli tropicali. Le poche violette sparse che incontro non valgono a ingentilire l’atmosfera, a cui contribuisce maggiormente il campanile, che intona l’Adeste fideles (scelta curiosa, visto che siamo in Quaresima da qualche settimana, ma assieme alle mezze devono essere scomparse pure le stagioni liturgiche, visto che a fine gita sarò molestato dal carnevale). Il motivo suonerà a lungo nella mia testa, fino a quando altra musica lo scaccerà.

La cima (837 m) è già moderatamente affollata, nonostante l’ora e il clima mesto, in maggioranza da ciclisti elettrici e in seconda battuta di corridori da montagna, e quasi in ogni caso da gente che non si ferma neppure a bere un sorso: è il Musinè dei piossaschesi. Poco dopo il castello una trailer era già quasi scesa a valle. Per la giornata senza sole e pertanto senza correnti ascensionali, mancheranno i parapendio, che sono soliti decollare dal prato affacciato sul versante solaio. La foschia bluastra ottunde la piana oltre una manciata di chilometri, a malapena lo spazio per lasciare ammirare qualche capannone tra Bruino e Rivalta, con la sola collina torinese ad emergere come salame di pongo incenerito e modellato da dita inesperte. In compenso però la morena del ghiacciaio pleistocenico valsusino appare delineata molto più che in giorni limpidi, in cui sarebbe indistinguibile dalle colline circostanti. In lontananza mi pare di scorgere le nubi marittime invadere le invisibili Langhe.
Il basamento della croce in cemento è ingombro di foto e targhe commemorative, se lapidee dedicate a generali degli Alpini. Il materiale per la costruzione fu portato su a forza di braccia per ripidi sentieri. Dietro i resti in mattoni e pietra a lisca di pesce di un piccolo monastero del X secolo, dedicato a san Giorgio, sono sorretti da tiranti recentemente rinforzati. La prima citazione sicura della chiesa, con riferimento geografico al monte, è del 1064, nella donazione della marchesa Adelaide all’abbazia di Pinerolo da lei fondata, ma documenti precedenti suggeriscono che fosse stata fondata già nel X secolo, durante la ripresa successiva alla cacciata dei Saraceni, in quanto una chiesa di San Giorgio a Piossasco è citata nel documento di fondazione dell'abbazia di san Solutore a Torino nel 999 (millenaria quindi, per plagiare il marketing di Camogli). Frammenti di recupero presenti nella muratura suggeriscono la presenza di precedenti luoghi di culto della religione italica, fatto molto frequente negli edifici religiosi del primo Medioevo e ancor più quelli sulle cime delle montagne, che generalmente i cristiani schifavano (esempi sono Santa Cristina a Ceres, il Tabor della Valle Stretta e il Mongioia di Bellino). A riprova di ciò, preparando questo scritto ho letto che presso la cima c'è un masso con 148 coppelle, del quale voglio scoprire la localizzazione, una volta che le processionarie saranno divenute innocue falene. Sappiamo da documenti settecenteschi che la chiesa continuò a essere gestita dall'abbazia pinerolese, fino alla spoliazione napoleonica, ma non in che condizioni fosse allora la cappella. Durante l'ultimo conflitto, all’inclemenza degli elementi si aggiunse una cannonata tedesca. Qualche indigeno aveva cercato di promuovere il sito in uno dei periodici censimenti FAI, rimediando però un piazzamento da sciatore keniano. Sempre partecipata è rimasta la festa annuale. Nel Settecento era celebrata il 24 aprile, nei tardi Anni 1930 il 9 maggio, che era festivo per la ricorrenza della nascita dell'impero, dopo la guerra fu spostata al 1 maggio, per fare concorrenza alla festa secolare, come altrove si faceva con le prime comunioni.
Di tutte le volte che sono salito quassù, ricordo con particolare commozione quel pomeriggio con il primo spettro del Brocken della mia vita, grazie al mare di nebbia che poi al crepuscolo si tinse di viola e la notte si illuminò grazie alla luna e alle isole di luci artificiali sottostanti. Spettacoli lumati per tantissimi anni: in questa zona di alta pianura padana la nebbia non è molto frequente, specie la sera. La foto del mare di nebbia viola è appesa sopra il mio letto. Venire in una notte serena invece non ha senso, perché le luci della pianura sono così intense che l'esposimetro misura sull’abside la medesima intensità luminosa che in una notte di luna piena e inoltre la croce si accende dopo il crepuscolo.
Mi siedo a sbocconcellare dei datteri medjoul sulla panchina inutilmente panoramica, come lo è altrettanto il pannello sul retro della cappella con i nomi delle cime visibili nei giorni limpidi.

Scendo lungo la strada a tornanti costruita dagli Alpini, come ricorda il cippo commemorativo alla partenza. Inizialmente era aperta alle automobili: in occasione della festa alla cappella del 1964 ne salirono 120, secondo il bollettino parrocchiale di allora. Adesso qui c'è il rimboschimento a pini neri, mentre le indagini archeologiche hanno mostrato che i monaci avevano un prato per foraggiare il bestiame. Il mio sguardo è attratto dall’espressione di un eciclista identica a quella di Renato Pozzetto. Scendo fino al colle della Serva, l’incisione tra il San Giorgio e il Rubata Bo marcata da un traliccio dell’alta tensione, sorte moderna per un nome di origini medievali legato a una fontana (il flusso di corrente serve a me per scrivere queste righe come quello di acqua ai contadini). Imbocco un sentiero in traverso sotto la cima della seconda vetta, su cui non sono mai salito, superando delle placche rese blu dall’erosione continua degli scarponi e degli pneumatici. Nonostante la luce piatta, individuo il pilone di Pera Luvera, da cui passerò più tardi. Un po’ alla volta i radi pini con i nidi di tela delle processionarie lasciano spazio a querce più fitte.
Al colle di Prè imbocco la sterrata sul versante orientale in un bosco di latifoglie più maturo di confine tra collina e montagna, con faggi, castagni, carpini neri, ontani, querce e ciliegi; di castagni c’è qualche enorme ceppo bitorzoluto. Inoltre noto il fango e le primule, che possono vegetare su un terreno più grasso di quello di salita. Raggiungo le Prese di Piossasco inferiori, due o tre case completamente abbandonate, in parte in pietra a secco ma anche più moderne in cemento, queste ultime scarnificate. In base alla descrizione del priore, dovrebbero essere posteriori al 1965, quando nelle due frazioni non vi erano più residenti stabili. Un’esplorazione mi regala il penetrante odore dell’aglio ursino appena spuntato e uno scheletro di passeggino. Più avanti ci sono i ruderi pericolanti di una chiesa dedicata alla Madonna della Neve, un culto di zone che patiscono la siccità estiva; prima vi era un san Grato, altro santo meteorologico per eccellenza. La chiesa è così malridotta che persino le reti arancio per impedire di beccarsi una tegola in testa sono collassate. Secondo il primo documento che la cita, la visita pastorale dell'onnipresente Luserna Rorengo di Rorà nel 1775 (durante il suo episcopato visitò la diocesi fino alle cappelle più sperdute, sarei curioso di scoprire se andò sul Tabor), già allora non se la passava tanto meglio. Sul retro funzionò una scuola elementare. Invece la frazione superiore presenta delle case tenute o abbandonate con molta rusticità moderna di mattoni rossi, corrimani di ferro, intonaco ruvido e plastica, sebbene ora non vi siano anime.
Lascio la strada in favore di un sentiero, dove devo scansare due eMTB che lo adoperano per la discesa a rotta di collo. Raggiungo la cresta dove la strada che sale da Pratovigero fa un tornante e prosegue verso un grande ripetitore, visibile a occhio nudo da Torino. Seguo il sentiero pianeggiante in direzione sud, che attraversa la zona di boschetti e roccioni che mi sarebbe piaciuto fotografare con la nebbia, ma purtroppo le nubi sono troppo alte. Immagino che chi doveva trarne sostentamento non condividesse un granché la mia inclinazione romantica, dal momento che battezzò questa zona con un dispregiativo. Sul terreno qualche sparuto dente di cane è raggrinzito per l’umidità e il fresco. Seguendo i segnavia gialli del sentiero Bertrand e qualche tacca biancorossa raggiungo il bordo della cresta, dove precipita verso il colle di Prè, e, con una breve discesa, raggiungo la Pera Luvera, un roccione con pilone votivo in cima, restaurato negli anni scorsi da un appassionato. Non sono rare le singolarità naturali che portano i nomi di enti associati alla natura selvaggia e diabolica, dagli esseri fantastici agli animali nocivi.
Per raggiungere il pilone dovrei issarmi con l’ausilio di una corda, ma evito, per non sforzare il gomito gigio. Vado invece a pranzare su una placca che in giorni limpidi sarebbe eccezionalmente panoramica sulle Alpi Cozie e Marittime, proprio quando le campane suonano il mezzogiorno. Quando ho già terminato, arriva un coppia di sessantenni e si sistema a breve distanza da me, per dedicarsi a bacco e tabacco. Nel generale silenzio di oggi, sento i canti degli uccelli e dei rombi di moto in lontananza. Il parco nelle sue pubblicazioni si bea dell’elevata biodiversità avicola che racchiude.

Con il pile addosso, ritorno sui miei passi e provo a scattare qualche foto, nonostante le nubi basse continuino a latitare. Prima del tornante, noto un basso muro di pietre a secco coperte di muschio. Seguo la strada in discesa verso Pratovigero, in un bosco più maturo dei precedenti, di castagni e faggi, dove c’è anche una sorgente da cui esce un rivolo d’acqua. Al colletto da Mont, una modesta insellatura tra il versante occidentale e un cocuzzolo, storpiata in Damone dai cartografi, noto un sentiero definito “dei Celti” da un cartello e decido che salirò di lì, anziché dalla direttissima di Pratovigero che avevo preventivato. Devo consultare la carta, perché non ricordavo di dover aggirare un dosso e mi sento lievemente disorientato, sebbene non vi siano bivi.
Costeggio un bosco sfoltito con segni di cingoli sul fondo fangoso: chissà se è solo per autoconsumo o se si riesce a ottenere reddito dal bosco. L'Italia ha importanti mobilifici, che però dipendono dalle importazioni di materia prima: sarebbe utile alla civiltà alpina se della gente riuscisse a vivere in montagna con il reddito del legname da costruzione, gestito in maniera sostenibile. Poco oltre raggiungo una grande villa con rifinitura da residenza rurale di moda adesso, fortificata da alte siepi, teli e filo spinato, con nel prato dei rimasugli di lavori edili. A monte il bosco è recintato.
A Pratovigero, che in dissonanza con il nome afferma di essere terra di boscaioli e funghi (nella continua Giaveno ce n'è un grande mercato, in stagione), un vecchio e un adulto lavorano a un tubo arancione sul retro di una casa, contro la parete terrosa dalla montagna. Le case sono ben tenute, ma di una modernità più antiquata che la grande villa. Paiono vissute, a giudicare dalle auto parcheggiate, a meno che non siano di escursionisti, saliti in auto fino al cartello di divieto. Vedo che poi il vecchio va nella casa accanto alla chiesa, ma non mi viene in mente di chiedergli se è l'autore della relazione contenuta nei forum dell'epoca e su un bollettino CAI, che appunto la indica come propria. Avrei tanta voglia di fargli il terzo grado, ma non so come attaccare bottone e mi limito al semplice saluto. Vado a sedermi sulla panca in pietra della chiesa, dedicata a san Pancrazio, che è dipinto sulla facciata come soldato romano, immagino a imitazione dei tebei, sebbene fosse un ragazzo martirizzato da Diocleziano in persona per averlo sbeffeggiato con la sicumera della sua fede. A lui è anche dedicato un imponente santuario novecentesco non lontano dal più celebre masso erratico dell’anfiteatro morenico valsusino, il masso Gastaldi, nella campagna torinese ora urbanizzata. La sua specialità, secondo Gregorio di Tours, uno storico franco del VI secolo citato dal solito Jacopo, è stecchire gli spergiuri. Bevo alla fontanella e riempio la borraccia per il gatto.

Tornato sui miei passi, dietro al rudere accanto alla villa vedo tre giovani caprioli, che si allontanano di corsa dimenando i loro bei culetti rettangolari. Il sentiero dei Celti, di atmosfera alpina per via dei faggi, pare scavato da un ruspino nella molle terra, ma magari ricalca un percorso storico. Il cielo frattanto si è incupito, come quando sta per scatenarsi un rovescio.
Il sito dei Celti è formato da alcuni tor, i massi dovuti alla frattura della roccia in loco, che una pubblicazione di un geologo locale interessato al folklore chiama “Dita di San Pancrazio” (avrei dovuto chiedere al vecchio). Un appassionato di cultura montana e autore, Ezio Capello, passò di qui nella preparazione di un libro su Trana e fu colpito dalla somiglianza dei massi con un’immagine che gli era rimasta impressa, una scenografia della Norma di Bellini, ambientata nella Britannia celtica. Informò la Soprintendenza e, suo dire l'archeologo incaricato, Filippo Maria Gambari, decretò che il luogo era un sito religioso celtico. Tuttavia Gambari non pubblicò mai nulla a proposito: ci resta solo la tesi di uno studente dell’università di Torino, Gianfranco Bongioanni. Un cartello firmato da lui porta come prove gli abbondanti reperti, sin dell'Età del Rame, che la torbiera di Trana e la collina morenica hanno restituito, e che nel folklore locale la zona sarebbe associata alle masche (non ho trovato riferimenti a ciò). Apparentemente non sono stati individuati segni di trasporto o lavorazione umana, ma solo pochi incavi di forma irregolare, ritenuti coppelle. Inoltre un'altra appassionata di questi luoghi, Maria Teresa Andruetto Pasquero, poco distante ha rinvenuto delle basse costruzioni ipogee in pietra a secco, simili a crot, della cui funzione tuttavia non è rimasta traccia nella memoria locale. Mi fa poi sorridere la scelta dei Celti per il nome, visto che la frequentazione della zona è molto precedente, risalente al periodo tra Neolitico e Rame, né è mai stato datato qualche manufatto rinvenuto qui: i Liguri che li precedettero e accompagnarono hanno l'immagine di cavernicoli con le ossa al naso (il Sereni spiega appunto che la pratica neolitica del debbio ha un nome ligure perché i Romani non la conoscevano più, mentre tra di loro era ancora comune), mentre i Celti hanno schiere di follower moderni e persino una religione new-age. Il sito comunque è assai suggestivo, con questi roccioni appuntiti coperti di muschio e il bosco folto, seppure non di querce.
Quassù visse in epoca imprecisata un personaggio singolare, il pittore che aveva dipinto San Grato alla chiesetta delle Prese, perché voleva abitare in un luogo con tre confini (da questo la signora Andruetto Pasquero ha tratto il nome del sito in cui raccoglie un po’ di informazioni storiche sulla zona). I confini qui sono marcati con le iniziali dei paesi incisi sui sassi, dipinte di rosso; ne vedo qualcuna, ma non il cippo triangolare con le tre di Piossasco, Trana e Sangano.
Dalla cima, a cui accedo con una ripida rampa naturalmente gradinata, dove le mani sono più pratiche dei bastoncini, scendono un gruppo di quattro persone in divisa e un paio di giovani con il walkie talkie. Frattanto è salita la nebbia e comincia a sgocciolare. Vado prima al punto panoramico sui laghi di Avigliana, dove ovviamente non posso vedere nulla, come la prima volta che salii, sebbene allora fosse invece una giornata limpida, ma era monopolizzato da due ragazzi che parlavano di esperienze spirituali con gli allucinogeni. Quando in altra occasione riuscii ad affacciarmi, ammirai l’infilata dei laghi di Avigliana e della torbiera di Trana, scavati dal ramo del ghiacciaio pleistocenico, che ha plasmato questo bacino, insieme al torrente Sangone che fu spinto a sud dei detriti morenici, dove corre tuttora e a sua volta ha modellato il paesaggio con i suoi depositi alluvionali. Da qui parte un sentiero, detto dei torrioni, dove nel gennaio 1921 scialarono 76 alpinisti del CAI Torino, «tra i quali 42 signore e signorine […] con scalate di ogni sorta di roccie sia individualmente che in cordata, con discese alla corda doppia». Il sentiero costeggia una grande cava di pietrisco, ben visibile da Trana, di cui ho trovato notizie dal dopoguerra, chiusa negli anni ‘90 perché spendeva polveri di amianto nell'aria. Vado poi alla croce metallica dipinta di bianco, alta alcuni metri, ma non visibile da casa mia, a differenza del ripetitore. Anche questa è corredata di targhe commemorative, tra cui quella quasi illeggibile della Giovane Montagna di Moncalieri per un ragazzo morto in montagna nel 1946. Il silenzio della nebbia è squarciato da un elementare ritmo dal tono grave di chi celebra la domenica bigia in maniera non conforme all’immagine spirituale dei druidi, né alla loro musica, almeno per come la suonano i gruppi folk odierni; il ritmo innesca la sostituzione dell’Adeste con “Musica leggera”, che ho sentito questa settimana al lavoro.

Molto conformi sono invece i tor immersi nella nebbia, sebbene non sia abbastanza spessa da avvolgerli nel cielo e staccarli dal primo piano di foglie morte, per le ridotte dimensioni del complesso. Inoltre ben presto devo scendere al di sotto, imboccando i segnavia del sentiero De Vitis, notati all’andata. L’alternativa per approfittare un po’ dell’opportunità sarebbe un lungo giro monotono su una strada fino alle Prese di Sangano, ma con la ragionevole prospettiva di dover tornare con il bus delle 8 anziché con quello delle 6: per pigrizia e desiderio di comodità fallisco questa messa alla prova divina (o non colgo l'occasione, per cercare di non essere superstizioso più del necessario e meno megalomane sulle ragioni degli eventi). Un paio di giravolte nel bosco mi portano appunto alle Prese di Sangano, formate da due nuclei distinti in stile da modernità di comprensori sciistici del Boom, uno con fuoristrada, l’altro con Panda 4x4. Con questo tempo i residenti sono tutti barricati. Una bacheca ripristinata di recente mostra delle mappe catastali dell’Ottocento, accompagnate da citazioni del Casalis, da cui si vede come era organizzata l’attività agricola, tra coltivazioni, boschi da legna e da frutto e prati: in effetti prese è un termine diffuso tra val Sangone e bassa val di Susa per indicare gli stazionamenti delle stagioni intermedie, dove si praticava l’agricoltura estiva e il pascolo nelle stagioni intermedie, altrove detti meire o maggenghi. L'etimologia fa pensare che la localizzazione fosse legata alla disponibilità di sorgenti. Superfluo rilevare che i boschi non erano pervasivi come oggi: per esempio molte foto di gruppo sul Pietraborga mostrano che allora non vi era un albero, mentre oggi la croce emerge da un fitto bosco, e il resoconto della gita del 1921 parla di prati dove ho trovato boschi. I documenti dei primi decenni del Seicento affermano che alle Prese era prodotto il carbone per il paese, per cui oltre ai terreni roncati per l'autoconsumo la montagna doveva essere coltivata a bosco ceduo. L'attività continuò fino all'abbandono. La varietà dei boschi consentiva di produrre sia carbone di faggio per riscaldamento, che di castagno per i fabbri e successivamente per le locomotive a vapore. In quegli anni era avvenuta la privatizzazione dei boschi comuni, ceduti dalla comunità per far fronte a debiti contratti per far fronte ai numerosi eventi infausti di quel secolo di sconvolgimenti climatici, dalle guerre alla peste manzoniana. Risulta inoltre che le Prese fornissero capretti ai soldati, che talvolta dovettero pure essere ospitati in attesa di essere impiegati, in quanto Sangano era a metà strada tra due possibili direttrici di attacco francese. Un censimento del 1780 registra 65 abitanti, quelli ottocenteschi numeri di poco inferiori, crollati a 12 nel 1951, mentre gli abitanti di Sangano erano rimasti costanti sui 500. Dopo la legge Coppino funzionò una scuola, poi accorpata alle Prese di Piossasco e infine a Pratovigero. Un cartello su una casa spiega che «se rispetti le regole, sei cacciatore, altrimenti bracconiere». Vorrei fare merenda, ma la pioggerellina mi invita all’irrequitezza, un effetto molto comune sugli escursionisti ma che non ha ragione di esistere. Infatti potrei o cercare un riparo qui assente, a meno di diventare bracconiere violando case popolate, o comunque la prendo, fermo o randagio. In cima ho protetto lo zaino, ma non me, che dal sentiero dei Celti ho riposto il pile e indosso solo una maglietta a maniche lunghe sopra una t-shirt, per far penetrare fin nelle ossa l’umido e godere tattilmente della pioviggine mentre mi muovo, anche sulle braccia e non solo sui capelli irti come quelli dei Celti, seppure non tinti di biondo. Non cerco nemmeno di concentrarmi per meditare qualche scatto, dopo aver visto che non ci sono soggetti ovvi, né ad affacciarmi nelle case deserte.
Un traverso tra terrazzi ripresi dal bosco raggiunge il limite dei vecchi coltivi, da cui scende con un gradino terroso e prosegue in un bosco fotogenico di faggi e castagni. Un cartello indica una deviazione non riportata su alcuna mappa verso un sito con un nome che pare un urlo di guerra. Poco sopra quota 600, la vegetazione si fa di querce e più rada. Il panorama mi mostra le cime del San Giorgio e del Rubata Bo immersi nella foschia in alto e degli edifici moderni sulle basse pendici da cui arrivano latrati di cani e richiami umani. Alle falde si estende fin dove arriva la visuale tutta la zona fittamente villettizata. Qui comincia un traverso dove il sentiero è sopraelevato da muri a secco di pregevole fattura, al livello dei sentieri più curati delle Alpi, a suggerire l’importanza economica delle prese per l’economia agricola: strada pubblica è definita nei documenti del Settecento.
A un bivio con tornante capisco di dover prendere a destra, quindi uno successivo privo di segnalazioni è una burla perché le tracce si ricongiungono. Giungo così a una nicchia protetta da un vetro, accessibile solo con un elementare arrampicata su roccia o erba, contenente una statua di santa Barbara vestita di tuniche colorate. È la protettrice degli artificieri: qui sotto infatti c’era una fabbrica di armi poi divenuta semplice deposito di munizioni. Per la verità Paolo VI ha espunto la santa dal calendario liturgico, perché la sua storia è così chiaramente ricalcata su altre narrazioni che persino la chiesa cattolica la ritiene inventata, ma il suo culto è potuto proseguire. Ha questo patronato perché, quando suo padre tentò di ucciderla, finì fulminato: il fulmine era la principale minaccia per gli esplosivi. Prima dell’invenzione del parafulmine metallico e della gabbia di Faraday, ci si arrangiava con camini alla cui base erano posti paglia e acqua (se ne vedono nel forte di Fenestrelle). Subito a valle della mulattiera corre il muro di cinta, invaso dai rovi e una volta illuminato da lampioni. Sotto una pioggerella, che punteggiatura lo zaino galiziano di goccioline infinitesime, faccio merenda con il tè, che ormai è tiepido, perché il thermos da dessert da 0,35 l ha una capacità termica ridotta, biscotti, pane e cioccolato all’86% di cacao. Un po’ di pioggia che non mi mette in pericolo o disagio è un’esperienza della natura che gradisco sempre, che dovrebbe essere inclusa in ogni passeggiata per completezza.

Ancora un breve tratto e un cippo formato da un basamento e una croce di cemento mi consente di scoprire chi era Sergio De Vitis: un sottotenente abruzzese degli Alpini, divenuto comandante partigiano dopo l’8 settembre. Nel giugno 1944 la sua squadra riuscì a strappare la polveriera ai nazifascisti, nell'ambito di un'operazione verso anche il dinamitificio Nobel di Avigliana, ma lui perì insieme a quasi tutti gli altri nel successivo contrattacco di forze soverchianti, perché tenne le posizioni con alcuni uomini, per consentire la ritirata ad altre bande in difficoltà, e fu intercettato e ucciso quando infine tentò di sganciarsi. Aveva 24 anni, anche se nelle foto ne dimostra 40, come tutte le persone dei primi decenni di fotografia. Due membri della squadra, che avevano disertato dal campo di volo di Airasca furono catturati, torturati e fucilati. Di Arrigo Craveia, salumiere biellese, ho trovato la lettera di addio ai genitori, pochissime semplici righe senza grammatica né sintassi, di chi non sa esprimersi, in cui si limita a chiedere una messa e la sepoltura a casa, davvero toccante per la sua semplicità d’animo. Un’inghiaiata mi porta nei pressi della polveriera dismessa, che è costruita nel medesimo stile in mattoni rossi della stazione merci di Orbassano. Un cartello di zona militare è crollato e la rete di confine è divelta. Per bosco raggiungo la strada di accesso, taglio il primo tornante per una pista terrosa e sono tra le numerose villette di Sangano, di varie epoche del dopoguerra.
Naturalmente vorrei prendere una consumazione alla Tratoria [sic] del Tramway sulla provinciale, lungo la quale frattanto scende verso la pianura un carro di carnevale, ma sono già in fase di pulizia. Esiste da fine Ottocento, anche se allora l'edificio era molto più grande, e oggi sono raccomandate per il fritto misto piemontese che cucinano un paio di volte al mese. Ho un ricordo d'infanzia di un cervello fritto, allora non ancora bandito per l'encefalopatia bovina, e del disgusto che provai. In paese esisteva pure un'osteria sotto l’olmo dei consigli medievali, nella piazza della chiesa, poi abbattuto da un temporale nel 1961. A portata di auto, al confine con Trana c'è pure un kebabbaro italiano che talvolta in menù ha gli arrosticini, in onore di De Vitis, ma sono molto peggio di quelli che compro alla coop e passo al forno. Dalla Tratoria mi indirizzano verso un bar in una piazza della parte moderna, interamente devoluta a parcheggio. Il bar è molto fornito di ogni sorta di pizzette e dolciumi, ma prendo solo un caffè dal retrogusto evanescente (che pago con 2,30 € senza che la cameriera si accorga della cortesia spicciola e mi dia l'euro di resto). La confusione infatti lo rende respingente: trovo un unico posto nell’ultimo tavolino libero e a malapena un angolino per lo zaino, a meno di voler stare all’aperto a prendere ulteriore umido, ma almeno senza il frastuono della TV che trasmette un DJ in azione con musica da discoteca. Per di più non ho molto tempo prima del passaggio del bus (il successivo è tra due ore).
Alla fermata è in attesa una signora che ha acquistato dei grissini al bar e ogni tanto li sbocconcella, poi si aggiunge un uomo. Con nessuno dei due scambio una parola. All’ora prevista non passa nulla e per i bus extraurbani GTT non fornisce la previsione di passaggio in tempo reale per capire cosa sta succedendo. Resto pazientemente seduto in attesa, prima di cominciare a sporgermi nervosamente in mezzo alla strada durante il semaforo rosso, per scrutare se si palesa qualcosa all’orizzonte o se la corsa è saltata. Per fortuna basta un pile, anche se dopo un giorno di fresco umido non schiferei del riscaldamento.
Circa venti minuti più tardi scende da Giaveno una teoria di carri di carnevale, intermezzati da una lunga coda di auto e finalmente dal nostro bus, che era rimasto incastrato nella sfilata e ha dovuto attendere il termine della manifestazione. Non ho mai gradito molto questa festa, in piena quaresima poi! Forse quest’attesa è un segno divino che devo farmi cataro, come in un certo modo sono vissuto oggi, in cui secondo la percezione comune ho martoriato la carne e i sensi, ad esempio privandomi della visione delle Alpi, ma con gran beneficio dello spirito. Il bus potrebbe essere fisicamente lo stesso automezzo del mattino, perché su entrambi non funziona la timbratrice elettronica. Un intrigante libro di due filosofi letto una ventina di anni fa dopo averli ascoltati alla sagra scientifica di Genova, Semplicità insormontabili, in un capitolo utilizzava gli orari del treno e i ritardi per introdurre il problema filosofico dell’esistenza degli oggetti astratti. In alcuni casi è relativamente semplice: ad esempio l’Italia (o la FIAT) esiste nella misura in cui delle gente ci crede e lavora per far attuare le sue leggi (produrre le sue auto) e così via, ma ad esempio, se ogni mattina prendo il treno delle 7.30 (con o senza Marco) è sempre lo stesso anche se le carrozze sono fisicamente diverse? Qui è più sottile e puramente filosofico. Sicuramente il pittore che voleva vivere su un concetto astratto come un confine amministrativo, che nulla del mondo naturale consente di percepire, come dimostra la foto del cippo di confine, ma è derivabile solo da una rappresentazione mentale come una mappa, avrebbe apprezzato quel capitolo.

Dopo cena per un attimo mi cala la pressione, al punto da costringermi a stendermi due minuti sul letto. Mi sveglio poi nel cuore della notte con il mal di testa di queste occasioni. Incolpo i funghi della pasta al forno vegetariana, ma la verità è più amara: il paracetamolo per lenire il dolore e il caffè per alzare la pressione sono un risveglio brusco nel mondo del lunedì dopo la poesia di oggi, che non potrei mai condividere e far comprendere domani mattina al lavoro, che pure mi gratifica e dona soddisfazioni morali. Mi restano i pensieri innescati dall'esperienza, così intensi che la settimana successiva approfitterò di ogni momento libero per fissarli, rimandando anche necessità impellenti per sopravvivere: mi serve per vivere.

Per approfondire

M.T. Pasquero Andruetto, 3 confini
A. Agostini, Il problema dei rimboschimenti in Italia, Roma 1933
S. Barone, E. Capello, Trana, Trana 2008
V. Bruno - M. Comello, Binari in val Sangone, Perosa Argentina 2022
A. Cantani, Elementi di economia naturale basati sul rimboschimento, sotto il punto di vista climatico, economico ed igienico : per gli agricoltori, i foresticultori, i medici ed i membri dei consigli provinciali e comunali, Torino 1893
G. Fornelli, Storia civile e religiosa di Piossasco, Pinerolo 1965
G. Massa-M.T. Pasquero Andruetto, Storia di Sangano e della sua gente, Torino 1996
E. Sereni, Il sistema agricolo del debbio nella Liguria antica, La Spezia 1953

Galleria fotografica

San Vito
San Vito
San Vito e Torino
San Vito e Torino
Tramonto elettrico
Tramonto elettrico
Pini neri
Pini neri
Parapendista sul mare di nebbia
Parapendista sul mare di nebbia
San Giorgio
San Giorgio
Langhe dal San Giorgio
Langhe dal San Giorgio
Spettro del Brocken tra i pini neri
Spettro del Brocken tra i pini neri
Monte Rosa dal San Giorgio
Monte Rosa dal San Giorgio
Punta Cornour dal San Giorgio
Punta Cornour dal San Giorgio
Onde di nebbia
Onde di nebbia
Val Sangone dal San Giorgio
Val Sangone dal San Giorgio
Nebbia notturna
Nebbia notturna
Radici
Radici
Madonna della Neve
Madonna della Neve
Prese di Piossasco
Prese di Piossasco
Prese di Piossasco
Prese di Piossasco
Pera Luvera
Pera Luvera
Sito dei Celti
Sito dei Celti
I laghi di Avigliana dal Pietraborga
I laghi di Avigliana dal Pietraborga
Il bosco sulla dorsale
Il bosco sulla dorsale
Prese di Sangano
Prese di Sangano
Castagno
Castagno
Strada pubblica, San Giorgio e Rubata Bo
Strada pubblica, San Giorgio e Rubata Bo

© 2008-2026
Sergio Chiappino

Licenza Creative Commons
Questo opera è distribuita con Attribuzione-NonCommerciale-CondividiAlloStessoModo 4.0 Internazionale.